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Full text of "La Alessandra di Licofrone"

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ALESSANDRA DI LICOFRONE 



TESTO, TRAlJUZIONIi E COMMENTO 



Jvj rn«!U^iiidra, sììttt t^ il Kumi: in pi- ito 
ì,e lea psirìur di Trfliii il tSS mnrtAle^ 
Venne; e iiir<nnhn? Lnnfn cjLnnc^ iimorti^^ 
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CATANIA 

( AV. NtCCOl.Ò GIANXOTTA. K;>itot?k 

f-ibrajo di S. M. il Re d' ìtalia 

l'ùi Lincnhì- Via Ma tiznni ^ Viti S'm /n 

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PROPRIRTA LETTERARIA 



(Ciascuna copia deve essere munita dalla Jirma deir autore) 



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Reale Tipografia deirEditore Cav. NICCOLÒ GIANNOTTA 

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CataN'IA-VU Si«t4>, 58-60-82-e2 \i\A-^Stab%\e proprio) Cxr ASIA. 



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A Te 
o Giovannino, kratel mio, 

NEL XVI ANNIVERSARIO DELLA TUA MORTE. 

XIX Maggio 1900. 



AI LETTORI 



— Alexandram, tambum neque a suavi- 
tate neque ab clegantia commendatum sed 
rerum verborumque pendere saneque insi- 
gnem — 

r. WiLAMOWiTZ, de Lyc. Alex. 



Se tradurre nella nOvStra lingua e commentare un 
antico poeta, in genere, può sembrare cosa poco gra- 
dita a chi ami liberamente esercitare T intelligenza nel 
campo delle ricerche filologiche o delle indagini stori- 
che; grave, e forse anche increscioso, dovrà parere un 
simile studio intorno ad un poeta, come Licofrone, cui 
manchi la genialità del pensiero e la chiarezza del det- 
tato. Penetrare infatti in una selva mitologica, quale è 
la Alessandra di Licofrone,. e tener dietro costante- 
mente alle orme del poeta per riuscire a non ismarrir- 
si mai; ed esplorare e riferire secondo verità le cose 
viste tenendo conto di ciò che hanno osservato altri, 
che prima di noi — commentatori antichi e critici mo- 
derni — sono entrati in quella selva; è senza dubbio 
opera di lavoratore paziente, che, alieno dalle imprese 
intempestive di aprire nuove strade ed innalzare nuo- 
vi edifici, si accontenti di preparare materiali, che al 
compimento di quelle imprese in certo modo possano 



vili AI LETTORI 



giovare. E col semplice intendimento, in vero, di far 
opera utile agli studiosi di cose classiche io mi propo- 
nevo di scrivere il presente volume; e con lieto ani- 
mo mi accingevo air opera ritornando nel campo degli 
studi mitologici che con diletto coltivai giovine stu- 
dente, e riandando col pensiero a quei giorni passati 
nella scuola di Pisa quando appunto in quegli studi 
mi avviava con amorevole cura F Illustre mio Maestro 
Ettore Pais. 

Ho detto far cosa utile, perchè nessuno oramai, che 
per poco sia versato negli studi classici, può discono- 
scere l'importanza della Alessandra di Licofrone; che 
se come genere puramente letterario, considerato dal 
punto di vista dell'arte, non ha, né può avere, il plau- 
so che conseguì presso i dotti dell' antichità ; per le 
peculiarità del linguaggio e per il contenuto mitologi- 
co desta invece vivo interesse nei filologi e negli sto- 
rici. Non esitiamo anzi ad affermare che ai nostri gior- 
ni la lettura di Licofrone toma di giovamento maggior- 
mente allo storico che al filologo, se non altro per il 
fatto che a questo porge un insieme di elementi di 
studio che hanno un valore assai relativo di fronte a 
tanti altri che la critica filologica ha tratto in luce; 
mentre a quello dà un materiale mitologico che spes- 
so non trova riscontro in altri autori, e che, quasi sem- 
pre, fu desunto da fonti oramai perdute e a noi rima- 
ste ignote. 

Quale sia, in vero, il vantaggio che gli studi stori- 
ci possano trarre dalla antica mitologia, è stato da un 
pezzo riconosciuto e proprio sin da quando si com- 
prese che se, da una parte, la narrazione mitologica 
non debba confondersi colla pura verità, dall'altra me- 



^^- 



Al LETTORI IX 



riti sempre d' esser oggetto di seria considerazione. 
Mentre il filologo studia il mito così come è in se 
stesso, per giungere alla ricostruzione e reintegrazione 
di carmi monchi, o del tutto perduti, senza aver bi- 
sogno, di cercare se esso corrisponda in certo modo 
alla realtà; allo storico invece interessa sovratutto far 
tale ricerca risalendo alle origini del mito, anche tra- 
scurando di rilevarne lo sviluppo letterario. Per le que- 
stioni storiche tutti i miti potranno distinguersi in due 
grandi categorie: indigeni e forestieri, nel senso che 
abbiano origine e sviluppo locale ovvero sieno stati 
importati dal di fuori; e gli uni senza dubbio si rife- 
riscono maggiormente alla storia intema d'un dato 
paese, gli altri alla estema, e cioè alle relazioni di 
un popolo con un altro. La comunanza fra due po- 
poli di una tradizione mitica, o la corrispondenza di 
cerimonie e riti sacri, giovano talora a stabilire nella 
storia parentele, d almeno relazioni politiche e com- 
merciali, che con difficoltà diversamente si potrebbero 
intuire. E si comprende ben di leggieri come le tra- 
smigrazioni o localizzamenti dei miti e dei culti in 
terre vicine o lontane debbano direttamente riferirsi, 
più che alle vicende esterne d' un paese, alla storia 
delle colonizzazioni. Chiunque, infatti, studi le antiche 
colonizzazioni greche è in grado di constatare V im- 
portanza di tale localizzamento. 

Esso può avvenire indubbiamente in più modi. E 
chiaro anzitutto come i coloni che vengono a stanziar- 
si in un luogo portino seco, e quindi trapiantino in 
quel luogo, assieme agli usi e costumi anche il patri- 
monio mitico della madre patria: fanno vela con loro 
anche le divinità e gli eroi, i cui nomi restan sempre 



AI LETTORI 



vivi nel culto e nella tradizione e spesso giungono a 
nostra conoscenza svelandoci in certo modo V origine 
di quei coloni, anche quando ci si presentino avvolte 
nelle tenebre d' un tempo remoto. Così — noii tenen- 
do conto delle principali divinità che sono press' a po- 
co comuni a tutte le città greche — noi troviamo p. s. 
in Siracusa il culto del Sole appunto perchè da anti- 
chissimo tempo era fiorito in Corinto e il mito di De- 
dalo e Minosse nelle coste occidentali della Sicilia, per- 
chè ivi eran giunti coloni cretesi-rodi; e quello di Dio- 
mede nelle coste orientali delF Italia meridionale per 
effetto della colonizzazione dei Coi-Rodì e del commer- 
cio dei Corciresi. Ma i coloni greci quando giungono 
nelle coste del nuovo paese, non solo vi localizzano 
i loro dii ed eroi, ma spesso anche le divinità locali 
di quel paese identificano colle proprie e tale identifi- 
cazione estendono sui popoli barbari coi quali si tro- 
vano a contatto, chiamandoli collo' stesso nome che 
eran soliti dare agli abitatori più antichi ossia agli in- 
digeni della patria che hanno abbandonato. E ciò — 
come ha dimostrato luminosamente il Pais nella sua 
Storia della Sicilia e della Magna Grecia — è efl'etto 
d' una causa psicologica, la quale ha fondamento nel 
fatto che lo sviluppo intellettuale del colono greco del- 
l' Vili e del Vn secolo non era molto grande: egli si 
valeva del nome degli indigeni, o barbari primitivi del 
suo paese natio, per indicare gli indigeni o barbari che 
trovav^a vicino alle coste dove approdava o si stanzia- 
va ; air istessa guisa che il fanciullo dei nostri giorni 
chiama sempre il mare col nome del paese ove il ma- 
re vide la prima volta. Cosi le mitologiche tradizioni 
ci danno una teoria importantissima mediante la qua- 



Al LETTORI XI 

le si spiegano le leggende p. s.. deirarrivo dei Troia- 
ni in Sicilia, dei Lidi neirEtruria, dei Pelasgi neir Ita- 
lia meridionale etcc. 

Tale fatto e tali processi si riferiscono, come si ve- 
de, all'arrivo dei coloni nel nuovo paese, e cioè al 
periodo d'origine delle colonie; ma via via che que- 
ste si sviluppino e diventino anche fiorenti città, nuove 
cause contribuiscono all'importazione mitica, le quali de- 
rivano particolarmente dalla circostanza che non tutte 
quelle città posseggono eroi e tradizioni allora diventate 
gloriose: esse vogliono esser pari alle altre desideran- 
do di vantare anch'esse eguale superiorità sulle po- 
polazioni indigene vicine. Cosi si spiega come molte 
colonie della Magna Grecia, che in realtà non aveano 
nessuna relazione di parentela colle genti della Grecia, 
presso le quali fioriva il culto o la tradizione d'un eroe, 
trovassero il modo di far giungere quell'eroe sino a casa 
loro. Nasce da ciò che tutte le città della Magna Gre- 
cia, e non soltanto alcune, riescono a collegare le loro 
origini coi grandi Achei ed Argivi della guerra troiana, 
già cantati dall'epopea omerica e riconosciuti in Gre- 
cia come simbolo di nobiltà e di potenza. E al com- 
pimento di tale fatto contribuisce senza dubbio 1' opera 
dei logografi e dei poeti, che diffondono ed avvalorano 
la nuova tradizione; opera che riesce tanto più effica- 
ce, quanto maggiore è la potenza della città o dello 
stato, cui riguardano quelle tradizioni. Così si vede co- 
me in perfetta epoca storica sorgono nuove tradizioni 
tra i Greci d' Italia e di Sicilia per semplici ragioni po- 
litiche : colonie che voglion fra loro collegarsi sentono 
il bisogno di credere, o di far credere, che abbiano 
comunanza di origine, e in un culto o in una tradì- 



XII AI LETTORI 



zione ne trovano la giustificazione. E quando una di 
quelle città o di quegli stati è in grado di fare una 
politica di estensione, segue quasi costantemente un 
duplice procedimento : prima procura di diffondere nel- 
le popolazioni che intende attrarre nell'orbita della sua 
potenza i propri culti e i propri miti ; dopo, conquistata 
una di quelle popolazioni, mentre la sottopone alle sue 
leggi, ne prende ih prestito riti e leggende che possano 
giovare a riaffermare la conquista. E noi abbiamo ra- 
gione di credere che tale regola seguisse Siracusa in 
Sicilia e Taranto nella Magna Grecia, come più tardi 
faceva Roma rispetto all' uno e all' altro di questi paesi. 

Tutto ciò intanto serve a significare quale impor- 
tanza abbia oggi la conoscenza dell' antica mitologia, 
oltreché per la filologia, per gli studi storici in gene- 
re; e come, in particolare, per lo studio delle antiche 
colonizzazioni possa giovare la cognizione delle trasmi- 
grazioni dei miti e delle leggende dall'uno all'altro 
paese. E si pensi, per il caso nostro, come Licofrone 
ci offra appunto una miniera di greca mitologia, di 
cui la parte più interessante si riferisce alle greche co- 
lonizzazioni, in quanto narra l'arrivo degli eroi greci 
e troiani, reduci da Troia, nei paesi del Mediterra- 
neo, e particolarmente in quelli di Occidente. 

Mosso da tali considerazioni, io ho creduto far co- 
sa utile agli studiosi italiani presentando una edizio- 
ne della Alessandra di Licofrone, con traduzione e 
commento nella lingua nostra, la quale possa dare 
una chiara interpretazione del testo colle relative que- 
stioni dalla critica discusse. Simile edizione manca, se 
non vogliamo tener conto di quella di Onofrio Gargiulli 
(Napoli 1812) la quale, come ognuno può vedere, dà 



AI LETTORI XIII 



una traduzione poetica del testo troppo libera ed arbi- 
traria ed un commento talora inesatto, sempre insuffi- 
ciente. A nessun certo sarà lecito biasimare V opera del 
Gargiulli, quando si consideri ch'egli compì il suo lavo- 
ro nel principio del nostro secolo, e cioè in un tempo 
in cui gli studi mitologici non erano ancora molto in- 
nanzi e non si avevano quei mezzi di cui in tali stu- 
di oggi si dispone ; ma ciò non toglie che la sua o- 
pera sia del tutto inadeguata alle esigenze critiche dei 
nostri giorni. 

In conformità appunto di tali esigenze io ho credu- 
to preparare questa edizione, la quale potesse presen- 
tare tutto quanto di più importante è stato detto e 
fatto dagli antichi commentatori e dai critici moderni. 
E a tal uopo ho avute presenti, com'era mio dove- 
re, le migliori edizioni di Licofrone, a cominciare da 
quella del Potter e del Bachmann e a finire nelle altre 
del Kinkel, dello Scheer, dell' Holzinger; ed ho consul- 
tati tutti quei lavori — venuti ben s' intende a mia co- 
noscenza — che direttamente o indirettamente potesse- 
ro riguardare l'argomento, non soltanto nel contenu- 
to mitologico, ma anche nello stile e nel linguaggio. 

Tutto ciò escludeva a priori che simile lavoro potessi 
condurre in maniera assolutamente originale, nel senso 
che io sempre nelle singoli questioni giungessi a conclu- 
sioni nuove e in modo del tutto nuovo interpretassi e 
commentassi costantemente il poeta. Ciò io stesso di- 
chiaro, sicuro che non se ne farà le meraviglie il let- 
tore intelligente, che sa come in simili lavori non si pos- 
sa riuscire diversamente, senza andare incontro ad un 
duplice pericolo: o si sorpassi quanto di buono han 
fatto precedentemente gli altri o si facciano ingegno- 



XIV AI LETTORI 



sita e fantasticherie ben lontane dalla verità ; cose sen- 
za dubbio incompatibili cogli intendimenti di uno che 
v^oglia essere siiidiosiis veritatis, sed non novitatis. 

Con ciò non dev^esi però intendere che il mio la- 
voro sia una copiatura o un qualsiasi rifacimento, con- 
dotto anche con diligenza e discernimento; che mol- 
to in esso e' è del mio : ed anche di ciò dovrà ren- 
dersi conto il lettore, constatando come nelle singole 
questioni sul poeta, nella traduzione, nel commento, 
si trovi sempre qualche cosa che sveli la mia opera 
personale, non fondata ciecamente sull'autorità di que- 
sto o di quel critico, ma sulla lettura diretta delle 
fonti. 

\jn carattere suo proprio ha, del resto, in generale 
il mio lavoro, in quanto è condotto con intendimenti 
storico-geografici, si da esser anche dall'occhio inesper- 
to distinto dagli altri precedenti; e questo carattere si 
manifesta principalmente nel commento, dove io pro- 
curo di determinare sempre le località, cui accenna il 
poeta, e spiegare, ogniqualvolta sia possibile, i miti 
secondo il loro valore storico. 

Di cinque parti consta il presente libro : introduzio- 
ne, testo, traduzione, commento ed indice. 

Contiene l'Introduzione le più importanti questioni 
intorno Licofrone e la sua Alessandra, accennate da- 
gli antichi o discusse dai moderni ovvero anche mes- 
se avanti da me stesso. 

Per il Testo ho creduto bene seguire l'edizione del 
Kinkel, che, come dirò a suo luogo, riproduco fedel- 
mente, salvo in pochi punti dove sostituisco lezioni di 
altri critici ed editori, e qualcuna anche mia. 

E la Traduzione in prosa, come si addice al mio 



Al LETTORI XV 

intendimento di dare una retta interpretazione del te- 
sto, e come si conviene d' un poeta astruso ed oscu- 
ro, quale è Licofrone. Non è, in vero, la Alessandra 
un lavoro letterariamente artistico; e tentar di farne 
una traduzione poetica in lingua italiana che possa es- 
ser degnamente accolta nella nostra letteratura, credo 
opera vana. L'istesso sarebbe esercitarsi nello scrive- 
re un componimento italiano simile alla Alessandra , 
come fece in Germania nella fine del secolo scorso En- 
rico Gottofredo Reichard nella sua edizione di Licofro- 
ne, scrivendo un carme in cui una fanciulla, seconda 
Cassandra, predice la rovina di Magdeburgo del 1 63 1 ! 
La traduzione poetica di Licofrone può secondo me 
essere un lavoro artistico soltanto nel senso che nel- 
lo spirito profetico, nelle peculiarità del linguaggio e 
dello stile, nell'armonia metrica riproduca l'originale; 
e ciò felicemente fece in lingua latina Giuseppe Sca- 
ligero, il cui esempio non è agevole imitare nelle lin- 
gue moderne. Ma la traduzione dello Scaligero, appun- 
to perchè riproduce fedelmente l'originale, non si può 
dire che sia meno oscura di quello, ed anche dal lato 
linguistico è accessibile a pochi; e al nostro proposito 
non si addirebbe simile opera, se pur fossimo in grado 
di affrontarne le difficoltà. Io non ho voluto dare una 
parafrasi del testo per non impedire che il lettore possa 
agevolmente rendersi conto della traduzione medesima; 
e poi anche per il convincimento che una parafrasi di 
Licofrone riuscirebbe sempre tanto oscura d'aver bi- 
sogno di un ampio commento. La mia traduzione è let- 
terale, se così si voglia intendere quando uno si sco- 
sti leggermente dal testo per esigenze grammaticali o 
sintattiche ovvero per riuscire più chiaro o meglio, nel 



X\'I AI LETTORI 



caso nostro, meno oscuro. Quali e quante sieno le dif- 
ficoltà che presenta la traduzione di un poeta greco 
come Licofrone, non m'indugio ad enumerare; lascio 
che ne pensi T intelligente lettore. Certo è che una 
traduzione di Licofrone non può mai riuscire sufficien- 
temente chiara; e per questo io ho pensato di scrivervi 
sopra successivamente poche parole, quasi breve som- 
mario, che accenni all' argomento di cui nel testo si fa 
discorso, e che serva di guida al lettore. 

Licofrone, del resto, non si legge senza ricorrere 
al commento, comunque sia fatta la traduzione. 

11 mio Commento non è, come dissi, un semplice 
rifacimento che comprenda V insieme di citazioni ed 
osservazioni spigolate da questo o da quell'altro edi- 
tore; ma, secondo almeno il mio proposito, un lavo- 
ro organico fondato sullo studio degli antichi scoliasti 
e dei critici moderni, e sviluppato con indipendenza di 
giudizio e con vedute proprie. Le citazioni sono tutte, 
e senza eccezione, attinte direttamente dalle fonti, in 
modo che il lettore possa con sicurezza valersene per 
studi propri, e senza tema di cadere in errore. Mio 
intendimento precipuo è, ben s' intende, quello di chia- 
rire il testo, e in due modi: esporre il mito, cui il poe- 
ta si riferisce nella sua narrazione, e spiegare quelle 
forme e costrutti linguistici che sieno, o possano sem- 
brare, irregolari. Ho mirato secondariamente alla ricer- 
ca delle fonti del mito stesso, e non nel senso di de- 
terminare la fonte cui direttamente il nostro poeta ab- 
bia attinto, che non sempre ciò è possibile, e non sa- 
rebbe consentaneo all'indole del lavoro; ma inquanto 
si mostrino le più antiche fonti del mito stesso, dalle 
quali il poeta più o meno direttamente dipenda. In ter- 



Al LETTORI XVII 



zo luogo, infine, ho cercato di determinare le località 
geografiche, cui il poeta allude, e rispetto ad esse 
spiegare il valore storico del mito, o meglio del loca- 
lizzamento delle mitiche tradizioni, e particolarmente 
per ciò che riguarda le colonie greche dei mari d' Oc- 
cidente. E nella composizione di tutto il commento ho 
consultate, oltreché gli antichi scoliasti e le migliori edi- 
zioni di Licofrone e i lavori singoli dei critici — tutti 
a luogo opportuno citati nel corso del lavoro — le più 
importanti opere che nei nostri studi si hanno oggi- 
dì: per la mitologia i libri del Preller e del Gruppe 
e i dizionari del Pape-Benseler e del Roscher (che giun- 
ge sin alla voce Orestes) oltre T opera dell' arte figu- 
rata del Baumeister; per la geografia il manuale del 
Bursian; e per la storia le opere di Edoardo Meyer, 
del Droysen, del Meltzer, del Busolt, del Pais, del Be- 
loch, oltre le altre di secondaria importanza. E spero 
che il lettore benevolo non dirà il commento troppo 
esteso, quando consideri che la presente edizione non 
è fatta per le scuole, ma per gli eruditi che dallo stu- 
dio di Licofrone vogliano trarre vantaggio. 

L'Indice, che è l'ultima parte del lavoro, compren- 
de tutti i nomi propri che il poeta esplicitamente men- 
ziona ed anche gli altri, e sono in maggior numero, 
cui egli più o meno manifestamente allude; ma non 
quelli di cui esclusivamente si fa cenno nel commento 
e che col testo non hanno diretta relazione. Un indice 
di nomi propri dettagliatamente copioso diede il Bach- 
mann, nella sua classica edizione di Licofrone, ed ul- 
timamente l'Holzinger; ed io mi son valso, come gui- 
da, dell'opera dell'uno e dell'altro, rifacendo daccapo 
il lavoro, sia per adattarlo esattamente alla mia in- 



XVIII AI LETTORI 



terpretazione del testo, sia, pure, per ordinarlo secon- 
do i miei criteri — convinto che nella presente edizione, 
di cui fa parte un ampio commento, sia sufficiente 
l'elenco dei nomi colle relative indicazioni del verso, 
cui quei nomi si riferiscono. 

Con l'indice termina il presente lavoro; ed io chiudo 
il mio discorso notando come nell' indice, che potrà ser- 
vire di guida a studiosi italiani e stranieri, ho scritti 
i nomi propri alla greca, mentre nella traduzione e 
nel commento li ho segnati con grafìa puramente ita- 
liana. Ciò ho creduto consentaneo ad una edizione ita- 
liana del nostro poeta, la quale tenda nello stesso tem- 
po ad avere carattere scientifico. E spero che anche in 
ciò il lettore sarà giudice benevolo ed indulgente. 

Catania, Maggio 1900. 



INTRODUZIONE 



Aujourd'hui, il n'est à peu près aucun 
savant qui ne recule épouvantó devant 
cette avalanche de phrases interminables 
et inintelligibles. 

A. Cboisbt, Hitt. de la LUt. Or. 
V. p. 242. 



Nasceva Licofrone, figlio di Socie, in Calcide d' Eubea in- 
tomo agli anni 330-325 a. C. e ben presto, a quanto pare, re- 
stava privo del padre ed era adottato dallo storico Lieo di Re- 
gio. (1) Se egli avesse conosciuto Lieo in Eubea o in Atene, e 



(1) Su queste notizie, come sulle altre riguardanti la vita di Licofrone cfr. 
SusEMiHL, Geschichte der griech. Litteratur in der Alexandrinerzeit 1. p. 272 
sgg- Quando nascesse Licofrone non ci è detto esplicitamente da nessun antico 
scrittore, ma dalla notizia, secondo cui egli faceva parte della pleiade dei poe- 
ti tragici fiorita in Alessandria al principio del regno di Tolomeo Filadelfo, e 
cioè nella 124 olimpiade ( 285-281 a. C. ) si può argomentare che fosse nato 
intorno al 325 o qualche anno più innanzi. Veramente l'elenco dei sette 
poeti tragici formanti tale pleiade c'è dato con diverse varianti dalle antiche 
fonti: Schol. Hrphabst. I. p. 57. 10; I. p. 199; L p. 199 cod. S; Suida; 
Tzetze; cfr. Wilijam N. Batbs, Tht Date of Lycophron, in Harvard Stu- 
dies in class, phil. voi. VI. p. 78 sgg. (Boston 1895). 

E soltanto di due, fra questi poeti, c'è detto che la loro àxuLT^ cadeva 
nella ol. 124: Omero ( Suid. s. v. ) e Sositeo ( Suid. s. v); ma altrettanto 
si può dire d'un terzo, Alessandro Etolo ; perchè sapendosi ch'egli andava 
alla corte di Antigono Gonata, quando questi saliva sul trono di Macedonia 
(intomo all' a. 277 a C; v. la Vita di Arato in Wrstiermann Biogr. p. 54; 
cfr. Droyskn, Hellenism. III. p. 188 trad. frane.) è lecito supporre che an- 
ch' egli, come altri poeti della pleiade, si trovasse nella sua àxuLX già qualche 

£. CuGBBi. — La AUitandra di Lieofroiie. \ 



VITA DI UCOFRONK 



se r avesse anche seguito in Regio, non possiamo determina- 
re per la mancanza di notizie sicure sul primo periodo della 
sua vita ; ma non andiamo lungi dal vero ammettendo che pa- 
recchi anni di quel periodo egli trascorresse in Atene. Là Li- 
cofrone, come io penso, avrà compiuti quegli studi dai quali 
traeva la sua grande erudizione, e là avrà conosciuto Lieo 
e forse anche Timeo, poco appresso il 312, quando lo storico 
di Taormina si trovava nella grande metropoli della Grecia (cfr. 
SusEMiHL, G. G. L. 1 p. 565); e forse da quelle conoscenze avrà 
egli ricevuto stimolo e interessamento allo studio delle colonie 
greche di Occidente, le cui origini con amore dovea ricordare nella 
sua Alessandra. Era ancor giovine, senza dubbio, quando atten- 
deva alla composizione della Alessandra; ma da questa nessun 
dato biografico intomo a lui ci è lecito dedurre. Né il ricordo 
delle sue relazioni col filosofo Menedemo, cui piacevano le sue 
tragedie (Diog. Laert. II. 133) e sul quale scrisse un drama 
satirico intitolato appunto Menedemo (Athen. 11. 55 d, X. 420 a; 



anno prima e cioè nella ol. 124. Anche d'un quarto, del resto, Filisco, de- 
vesi la dxiir riferire a quel tempo, se Callisseno (apd. Athkn. V. p. 1M8 e.) 
ci fa comprendere ch'egli godeva già in Alessandria la reputazione di poeta 
quando avveniva la grande festa per l'incoronazione di Tolomeo Piladelfo 
(a. 285). E a ragione quindi si può reputare che la àxjir di Licofrone. come 
di altri compagni della pleiade, cadesse nella ol. 124 (285-281) e che quindi 
nascesse tra gli anni 330-325 a. C. Che poi egli andasse in Alessandria 
nell'a. 283, come reputa 1' Holzinger (Lykophron's Alexamira, Leipz. 18M5 
p. 9) o nel 281, come pensa il Bates (op. cit p. 8<>) non è possibile determi- 
nare; e molto meno poi secondo me è lecito valersi di tali determinazioni 
per fissare l' anno della nascita di Licofrone, come fa lo stesso Bates (p. 78) 
che aggiungendo ai 281 i AO anni della àxiir stabilisce che il poeta sia 
nato non lungi dal 320; perchè, a mio giudizio, se noi giungiamo a sup- 
porre che la sua àxiAT. cadesse tra il 285-281, non possiamo per nulla affermare 
ch'egli allora avea proprio 4() anni, e non qualche anno di più, come io 
inclino a credere. Ma il Bates è principalmente indotto a collocare la na- 
scita di Licofrone nel 32i> dalla circostanza che questi avea nella biblioteca 
di Alessandria l'incarico di ordinare le opere dei comici, mentre l'ordina- 
zione delle tragedie e drami satirici era affidata ad Alessandro Etolo, e 
quella degli epici e dei rimanenti poeti a Zenodoto (Tzktz. de comoeJ. in 
Kaibel, Com. Graec. Frag. p. IM sqq. e Schoì. Hlaut. (Ritschl, 0/?iis<:. I. p. 5) ; 



LR SUB TRAGRDIB 



DioG. Lakrt. II. 140) ci mette in grado di stabilire qualche co- 
sa, air infuori del supporre che Licofrone svolgesse la sua at- 
tività di poeta dramatico quando era ancora vicino a Mene- 
demo , il quale , del resto , lasciava V Eubea soltanto dopo la 
sconfitta dei Celti a Lisimachea (278 a. C: v. Diog. Laert. IL 141 
sgg.; cfr. Droyse^, Hellen, III. p. 187 trad. fr.) e andava a fi- 
nire i suoi giorni nella corte di Antigono Gonata. Avrebbe scrit- 
te 64 o 46 tragedie; ma noi non conosciamo che i titoli di 20 
soltanto, ricordate da Suida, e non possediamo che tredici tri- 
metri interi e due incompleti del Menedemo menzionato (fr. 1-4 
in F. T. G. N* p. 817 sg.) ed un frammento di versi del dra- 
ma " i Pelopidi „ (fr. 5 in F. T, G. N* p. 818). E certamente 
questi pochi versi non sono sufficienti per darci un'idea del- 
l' arte del poeta ; e soltanto possiamo pensare eh' egli nei suoi 
drami trattasse anche argomenti di carattere meramente sto- 
rico, se nella tragedia del titolo KaaaavSpsU parlava della sorte 
infelice dei Cassandrensi sotto la tirannia del crudele ApoUodo- 
ro, intorno al 280 a. C, come già reputò il Niebuhr (Ueber das 
Zeiialier Lykophrons des Dunkeln p. 10; cfr. Welcker, Trag, 
III p. 12r)7). La maggior parte però dei titoli delle tragedie di 



dal che arguisce che Zenotodo, il quale fra tutti e tre in quell'ufficio avrebbe 
avuta la più importante posizione, dovea esser più avanti negli anni di Lico- 
frone, e se l'uno era nato verso il 324-32(» (Couat, Hisioire de la Poesie A- 
ìexandrine sons ìes trois premiers Plolémées p. 57) ovvero verso il 325 (Su- 
SEMiHL, op. cit. p. 330) l'altro dovrà esser nato intorno al 320. Ma tale ragio- 
namento—non tenendo conto che è fondato sulla indiscutibilità della data 
della composizione della Alessandra di Licofrone, a. 295, proposta dal Wila- 
mowitz {lìe Lyc, Alex. p. 11)— è in se stesso manchevole, perchè noi ignoria- 
mo se l'incarico dato ai tre dotti stesse in relazione col maggiore o minor 
favore da ciascun di loro goduto nella corte di Alessandria o dipendesse 
dalla priorità nell'arrivo dell'uno o dell'altro di loro in quella corte; e se 
dovessimo completare quel ragionamento e quindi stabilire che l'incarico di 
ordinare le opere tragiche fosse più importante di quello di disporre le co- 
miche, saremmo costretti ad ammettere che Licofrone fosse anche più giovane 
di Alessandro Etolo, il quale invece, secondo i dati accettati dallo stesso 
Bates, nasceva intorno al 320 (Couat, op. cit. p. 105) o al 315 (Susrmihl, 
op. cit. l. p. 188). Ai poeti, od eruditi, che già abbian raggiunta l'età di 
40 anni, qualche anno di più o di meno non potrà mai dare grande autorità. 



UCOPRONK IN ALESSAIiDRIA 



Licofrone accennano a contenuto mitologico; ed è da credere 
eh' egli attingesse non solo alla tradizione scritta , ma anche a 
quella orale, specialmente se ammettiamo col Geffcken fZwei 
Dramen des Lykophrons in Herm, 26 a. 1891 p. 33 sgg.) che 
i due titoli " Elefenore „ e " Nauplio „ stanno in relazione coi 
luoghi della Alessandra, nei quali il poeta parla di quei due 
eroi e si riferiscono a tradizioni colte sulla bocca del popolo 
di Eubea. 

Era già Licofrone nel fiore della sua riputazione di poeta 
quando andava ad Alessandria; e che là si trovasse al tempo 
di Tolomeo Filadelfo è fuor di dubbio, essendo detto, oltrecchè 
dallo Schol. v. 1226 della Alessandra, da Tzetze nell'opuscolo 
zspi x(i>[iu>2ì(aQ (in Kaibel, Com, Graec. Frag. p. 19 sqq. ) e 
dallo scholiasta plautino (Ritschl, Opusc, 1. p. 5) e nella vita di 
Licofrone (in Westerm. -B/o,^r. p. 142). Ma quando egli andas- 
se in Alessandria non conosciamo con precisione. Ci è detto da 
Tzetze nel libro intomo alla comedia (/. r.) e dallo scoliasta plau- 
tino (/. e.) che in Alessandria Licofrone, assieme a Zenodoto 
ed Alessandro Etolo, prendeva V incarico di ordinare la grande 
biblioteca; e si ha ragione di credere che quella ordinazione 
avvenisse nel princìpio del regno di Tolomeo Filadelfo, o quando 
egli succedeva al padre Tolomeo Soter, ancor vivo (a. 38")) ov- 
vero quando morto il padre (a. 383) egli cominciava a sviluppa- 
re la sua operosità di principe e di protettore degli studi ; e devesi 
quindi ritenere che Licofrone fosse chiamato in Alessandria in 
tomo al 385 o al 383 (cfr. innanzi p. 1 n.). È stato notato con 
meraviglia come a Licofrone, poeta tragico, si desse l'incarico di 
ordinare le opere comiche, mentre ad Alessandro Etolo si af- 
fidava la collezione delle tragedie e dei drami satirici e a Ze- 
nodoto quella dei poemi e dei rimanenti generi poetici. Forse 
la ragione di ciò dovrebbe ricercarsi nel diverso favore che giun- 
ti in Alessandria avranno trovato alla corte i tre dotti, o forse 
anche nell'arrivo di ciascuno di loro avvenuto in tempo diver- 
so; che poi non c'è detto che simultaneamente tutti e tre giun- 
gessero in Alessandria e si dessero all' opera della biblioteca. Cer- 
to si è che da quel lavoro Licofrone trasse il materiale della 
sua opera " intorno alla Comedia „ che dovea per lo meno 



SUA MORTE 



constare di 11 libri, se rundecimo è citato da Ateneo (XI. 485 
d.) (1). Visse senza dubbio per qualche tempo nella corte di 
Alessandria, conseguendo favore e reputazione, anche per i suoi 
anagrammi, che senza dubbio erano ingegnosi, come quello che 
spiegava il nome del re IlxoXsitaìo; arò |t£>j.To; e il nome della re- 
gina 'Apaivor^ scioglieva in "Hpa; lov {Vii, Lyc. ed. W. p. 134). 
Quando Licofrone partisse da Alessandria e dove trascorresse 
gli ultimi anni di sua vita, non sappiamo ; e dalla sua fine sol- 
tanto ci informano i versi di Ovid. Ih, 531 sq. 

lltque cothurnatum cecidisse Lycophrona narrant, 
Haereat in fìbris fìxa sagitta tuis. 

i quali, del resto, ignoriamo se contenessero un fatto storico 
od una tradizione leggendaria; e tutto al più ci possono indi- 
rettamente spingere a pensare che la vita di Licofrone non 
andasse al di là del 250 a. C. e forse neanche oltre il 265 (2). 



(1) Cfr. Carlo Sthkckkr, de Lycophrone Enphronio Eratosihene comico- 
rum interpretibus (Grcifswald 1884) il quale reputa (p. 3. sqq.) che il la- 
voro di Licofrone nella biblioteca di Alessandria consistesse non in una re- 
visione critica delle opere comiche, ma soltanto nel mettere assieme ed or- 
dinare quelle opere; e rispetto allo scritto ** intorno alla Comedia ^ studian- 
done i frammenti giudica che fosse un glossario disposto in ordine alfabetico. 

(2) Ammesso che la notizia data da Ovidio sia storica , devesi pensare 
ch'egli la leggesse nell'Ibis di Callimaco, come è noto, da lui distesamente 
imitato; cfr. Batks, op. cit. p. SO sgg. In tal caso la morte di Licofrone 
sarebbe avvenuta prima della composizione dell'ibis callimacheo , e questa 
considerazione servirebbe almeno a stabilire un termine ante qucm per il tem- 
po in cui moriva il nostro poeta. Ma la data dell' Ibis di Callimaco non è 
conosciuta con precisione, sapendosi soltanto che deve collocarsi intorno al 
tempo in cui lo stesso Callimaco componeva l' inno ad Apollo; cfr. Suskmihl, 
op. cit. p. 3Ó1 ; il quale inno poi sarebbe stato scritto verso il 248 secon- 
do alcuni critici (Couat, op. cit. p. 12^) sgg.) ed invece nel 263 secondo altri 
(ScsEMiHL, o/?. cit. p. 361 sg.). Non essendo lecito in una questione di cronolo- 
gia schierarsi così alla leggera per l' una o l'altra opinione, mi attengo a ri- 
levare che, ammesse come verisimili entrambe le date della composizione del- 
l' inno ad Apollo di Callimaco e quindi del suo Ibis (a. 263, 248) si può pen- 
sare che Licofrone non vivesse oltre il 251) a. C. e forse neppure oltre il 265. 



LA ALESSANDRA 



Di tutti gii scritti di Licofrone.è giunta sino a noi soltan- 
to la Alessandra, e cioè V opera che qui presentiamo e ci pro- 
poniamo di studiare; la quale indubbiamente appartiene al pri 
mo periodo della vita del poeta. Quale sia stato il suo inten- 
dimento letterario nella composizione di questa opera, non 
ci è detto ; e certo si è che Y idea di far predire da Cassan- 
da le sventure di Troia nel punto in cui Paride scioglie le ve- 
le per la Grecia, è ben antica; che già pare si trovasse nelle 
Ciprie (Procl. in F. £. G. K p. 17) e più tardi nelle liriche 
di Bacchilide (fr. 29 in P, L, G. B III. p. 580); ed Eschilo nel- 
r Agamennone ed Euripide nelle Troiane danno a Cassandra la 
parte di profetessa. E non pare che nell'età alessandrina Li- 
cofrone sia stato il solo a far vaticinare Cassandra sulle sven- 
ture di Troia; che un frammento epico di quell'età publicato 
recentemente da Arturo Ludwich ( Carminis Iliaci deperditi re- 
liqttiae, Regimontii 1897 p. 3) ci presenta Cassandra che con- 
siglia i Troiani a restituire Elena ai Greci profetizzando che di- 
versamente andranno incontro a grave danno ; e la brevità del 
frammento non ci permette di giudicarlo anteriore o posteriore 
alla Alessandra. Del resto, far predire in generale da un nume 
o da un vate avvenimenti mitologici, come da compiersi nel 
tempo avvenire, anziché esporli in forma narrativa, era cosa fa- 
vorita dai poeti alessandrini ; tanto che ciò faceasi non solo 
per argomenti gravi, di carattere epico-tragico, come i luttuo- 
si casi della gente troiana, ma anche in carmi di carattere ele- 
giaco, come pare facesse Callimaco nei suoi Afria ; ed Alessan- 
dro Etolo nel suo Apollo lascia predire dal nume storielle amo- 
rose o avventure romanzesche, che ben ppco si addicono alla 
serietà del vaticinio. 

Ignoriamo anche a qual genere letterario sia stata ascritta la 
Alessandra dagli antichi, se togliamo il giudizio di Suida che 
la chiama 7:oir^|ta ; e constatiamo come dai moderni è stata detta 
tragedia (G. Hermann, de Bachmanni ediiione Lycopltronis in 
Opusc, voi. V p. 230 sqq. Lips. 1834) o con maggiore deter- 
minazione monodia tragica (Canter, in proleg. ed. Lyc) trage- 
dia jiovozpootozo; (Reichard, ed. Lyc, praef, p. XXIX sq.) e sce- 



DBPINIZIUNB DELLA ALESSANDRA: SUO CARATTERE 



na dramatica (Susemihl, I. p. 275) (1). E in vero se noi os- 
serviamo che la Alessandra comincia col prologo d' un nunzio 
e Cassandra viene a parlare, quasiché si presentasse sulla sce- 
na, e il discorso assume spesso un tono patetico e il linguag- 
gio è ricco di forme desunte dai grandi tragici, possiamo ima- 
ginare collo Spiro (Prolog u. Epilog in Lyc, AL in Herm. 
23 p. 194 sgg.) di trovarci dinanzi alla scena d*un drama, la 
quale stia a se, e cioè sia indipendente dalla coesione del dra- 
ma stesso. Ma se vogliamo considerare la Alessandra quale è 
in realtà per darne una definizione, la quale serva anche a co- 
loro che di essa non hanno conoscenza, possiamo forse chia- 
marla una scena dramatica! Ma essa non ha del drama né 
l'elemento rappresentativo né il contrasto nello svolgimento del- 
l' azione ; e se è vero che anche Eschilo ed Euripide mettono 
sulla scena Cassandra vaticinante, non é men vero che in tal 
caso la parte della fanciulla forma una scena dramatica ap- 
punto perché é parte d' un drama; né sarebbe sufficiente os- 
servare che esiste contrasto in ciò che Cassandra prevede le 
sventure della patria e non può darvi riparo, essendo questa 
una cosa che facilmente trova riscontro nella poesia lirica. In 
verità la Alessandra non può ascriversi ad un genere determi- 
nato della greca letteratura : é poesia di carattere misto, in quan- 
tochè comprende l' elemento epico ed il lirico. 

La narrazione di meravigliose gesta di eroi, per quanto an- 
cora non sieno compiute, ma da compiersi nell' avvenire, è co- 
sa propria dell'epopea; ed epiche sono le descrizioni di avve- 
nimenti come p. e. il combattimento dei Dioscuri cogli A fari- 
di (v. 544-559). 

Ma Cassandra vaticinando è mossa dal dolore di veder ro- 
vinare la patria e sente quindi il bisogno di dar sfogo al suo 
animo afflitto ; onde il discorso prende carattere lirico, e come 
tale dal poeta é ad arte informato ad un certo soggettivismo. 



(1) Che scopo di Licofrone fosse di comporre una scena dramatica af- 
ferma anche V Holzinger (ed. Lyc. p. 2r»). La definizione di iambus data dal 
Wilamowitz {de Lyc. Ai. p. 3) si può riferire soltanto alla forma metrica. 



ANALISI DELLA ALESSANDRA 



che qua e là si appalesa più o meno manifestamente : la sim- 
patia per le genti di Troia e l'ax'versione per i Greci. E^sa in- 
fatti non solo mette in rilievo le proprie sventure (v. 348 sgg. 
1 108 sgg.) ma ricorda affettuosamente i tristi casi della patria 
{31 sgg. 52 sgg. 69 sgg. 971 sgg. 1230 sgg. etc.) e la fine in- 
felice del genitore Priamo (335 sgg.) e della madre Ecuba (1 174 
sgg.) e di Ettore (258 sgg. 1189 sgg.) e di Troilo (307 sgg.) 
e di Laodice e Polissena (3 15 sgg.); e, d'altra parte, espone con' 
compiacimento gli errori degli eroi greci e trova parole sarca- 
stiche e di ostile esagerazione ricordando il ciarliero Aiace (395) 
e il pauroso Achille (279) e la baccante Penelope (771, 792). 
Questo soggettivismo è proprio della lirica, e nel nostro caso 
si riferisce non al poeta, ma alla persona ch'egli fa parlare, 
ed è fuso coli' elemento epico. Una è la persona che parla, non 
tenendo conto del prologo e dell' ejfilogo ; e possiamo dire che 
la Alessandra avrebbe, sì, potuto esser la scena d' un drama, ma 
in realtà non è che un monologo epico-lirico in metro giambico. 

La Alessandra considerata esteriormente presenta, per così di- 
re, la sovrapposizione di tre personalità diverse: il poeta che 
scrive , il nunzio che riferisce e Cassandra che vaticina ; ma 
in sostanza, tolto il prologo e l' epilogo, una sola è la persona 
che parla, Cassandra, la quale predice la triste fine di Troia e 
le vicende fortunose dei Greci che fan ritorno in patria e dei 
Troiani, che riescono a scampare 1' eccidio. Cassandra, condan- 
nata da Apollo a non esser mai creduta nei suoi presagi, per 
aver rifiutate le nozze del dio dopo che da lui stesso ha appresa 
r arte del vaticinio, è chiusa dal padre Priamo in una torre sotto 
la custodia d'un domestico: al veder che Paride scioglie le ve- 
le verso la Grecia, mossa da fatidico entusiasmo, predice le sven- 
ture di Troia, e il domestico, dopo, ne riferisce il discorso al re 
Priamo. 

Comincia pertanto la Alessandra con un prologo (v. 1-30) e 
si chiude con un epilogo (1461-1474) pronunciati entrambi dal 
domestico del re Priamo ; ma tra l' uno e T altro corre la dif- 
ferenza che il prologo, diversamente che T epilogo, nella sua se- 
conda parte (15-30) sta in stretto rapporto col discorso di Cas- 
sandra, anzi se ne può considerare come una vera introduzio- 



IL CONTENUTO 



ne, inquantochè descrive la partenza di Paride per la Grecia, 
donde trae nnotivo il vaticinio. L' epilogo invece non è conclu- 
sione del discorso di Cassandra: son parole che stanno a sé, 
ed è invece la stessa Cassandra che fa quella conclusione (1451- 
1460) lamentando la vanità delle sue profezie (1). Tolti per- 
tanto il prologo e r epilogo, dove s'informa il lettore che Cassan- 
dra è chiusa in una torre, da cui vede il mare, e che comincia 
a parlare nel momento in cui Paride parte per Sparta; e tolta 
pure la conclusione che fa la stessa Cassandra, spiegando co- 
me non si dia ascolto ai suoi vaticini, tutto il libro (31-1450) è 
occupato dal discorso di Cassandra, pronunciato in prima per- 
sona e in forma narrativa, sebbene si riferisce quasi sempre a 
cose che dovranno avvenire in un tempo futuro. Il discorso guar- 
dato nella sua struttura ìntima risulta in diretta dipendenza dalla 
persona che lo pronuncia, nel senso che i fatti esposti stanno in 
stretta relazione colle sorti di Cassandra: essa è violata da Aia- 
ce locrese nel tempio di Atena, ma l' ira della dea suscita dan- 
ni e perigli contro i Greci tutti, che tentano ritornare in patria. 
Cosi è che noi possiamo considerare la parte che, a comincia- 
re dalla violazione di Cassandra, tratta della dispersione dei Gre- 
ci (348-1089) come il nocciolo della Alessandra. A questa par- 
te si collega immediatamente V altra, che espone le sventure in- 
contro alle quali andranno anche quei Greci che hanno avuta 
la ventura di giungere alle loro case, scontando cosi la distru- 
zione di Troia (1090-1382): ove per maggior contrasto sono ri- 
cordate le vicende e gli onori di quei Troiani che son costret- 
ti ad abbandonare la patria: la stessa Cassandra (1108-1119; 
1126-1173) Ecuba (1174-1188) Ettore (1189-1213) Enea(1226- 
1280). E tutta questa parte, che è svolgimento dell'argomento 
principale del libro (348- 1 282^ è preceduta e seguita da due lunghi 
tratti, che vanno quasi paralleli: nell* uno si accenna alla guer- 
ra di Troia e alla caduta della città (31-347); nell' altro si vuo- 
le spiegare quell'antico odio tra l'Asia e 1' Europa che trova ap- 



(1) Cfr. Spiro, Prol. etc. in Herin. 23 p. I9ó sgg. il quale studia lo sti- 
le del prologo e dell'epilogo rispetto a quello del discorso di Cassandra. 



\ 



W LA ALESSANDRA E LA PATRIA DI LICOFRONE 

punto esplicazione nella guerra troiana (1283-14v%): ma quel- 
lo riguarda avvenimenti da compiersi, e fa quindi parte della 
profezia, questo invece si riferisce a cose già avvenute, o sup- 
poste tali, e prende un colorito storico. E questo è il contenu- 
to della Alessandra. 

È pertanto la Alessandra poesia puramente obbiettiva, giu- 
dicata in relazione al poeta stesso che la scrive; il quale si man- 
tiene del tutto estraneo alle vicende che narra: è Cassandra 
che pensa e parla e alle sue sorti è strettamente legato l'ar- 
gomento principale della profetica narrazione e dallo stato del 
suo animo e dai suoi sentimenti traggono forma e colorito i 
tristi presagi. 11 poeta si trae in disparte e non parteggia, o alme- 
no non mostra di parteggiare, per alcuno dei suoi eroi ed eroine; 
e così egli riesce a rispettare quella convenienza che si richiede 
dall' arte quando lo scrittore imagina una persona che pensi o 
parii. Ma se Licofrone sa essere nella Alessandra poeta obbietti- 
vo, non è da credere che tra lui e V argomento che prende a 
svolgere non esista relazione alcuna, per quanto indiretta, la 
quale valga a farci pensare quali sentimenti e quali idee abbiano 
potuto contribuire a generare nella sua mente la concezione 
di questo lavoro. 11 nocciolo della Alessandra sta, come si è 
detto, nella vendetta che Atena fa dell'oltraggio di Cassandra 
sopra i Greci che tentano di far ritorno in patria: or bene, la 
catastrofe della flotta greca avviene sul promontorio Cafareo nel- 
le coste d'Eubea per opera di Nauplio, eroe dell' isola (373 sgg.) 
onde si può dire che esiste una intima relazione tra il conte- 
nuto della .Alessandra e il paese stesso di Licofrone. E anti- 
chissima questa leggenda del promontorio Cafareo, e forse risale 
all' autore dei Nosti o Ritorni e forse anche a Stesicoro, e si può 
ritenere che al tempo di Licofrone fosse ben viva nella coscienza 
popolare. E la persona di Nauplio tiene nella Alessandra un altro 
posto importante, in quanto spinge le spose degli eroi greci, che 
sono andati in Troia, a venir meno alla fede coniugale ( 1093 
sgg.) come Meda moglie di Idomeneo (1215 sqq. ). E questi 
miti di Nauplio doveano aver stretto legame con tante altre leg- 
gende del ciclo troiano. Già gli Eubei o Abanti, sotto la guida 
di Elefenore, prendean parte alla guerra troiana stando al Ca- 



11 



talogo delle navi (11. 536 sgg.) e secondo una tradizione po- 
steriore che riferisce lo stesso Licofrone (1034 sgg.) Elefenore 
tornava da Troia e si stanziava nell* isola di Otrono nel mare 
Adriatico. E, come si disse più innanzi, si ha ragione di pen- 
sare che tanto i miti di Nauplio, quanto quelli di Elefenore, Li- 
cofrone trattasse nelle omonime tragedie attingendoli dalla viva 
tradizione locale. 

Era, del resto, TEubea per la sua stessa posizione geografi- 
ca uno dei luoghi più ricchi di antichissimi miti e culti greci, 
importati da commercianti e coloni dair Argolide, dalla Beozia 
e dalla Tessaglia. Pare infatti che molte immigrazioni di genti 
provenienti da vari paesi sieno in epoca antichissima avvenute 
in quest'isola (cfr. C. Bursian, Quaestionum Euboicarum ca- 
pila selecta p. 5 sqq. Lips. 1856). E quale parte poi alla sua 
volta non avrà avuto l' Eubea nella diffusione dei miti colla co- 
lonizzazione di altri paesi? Antichi commercianti di Calcide e di 
Eretria navigavano nei mari di Oriente ed Occidente e fondavano 
colonie portando seco un patrimonio mitico che quasi sempre 
metteva capo agli eroi del ciclo troiano. Quegli eroi eran fatti 
stanziare in lontani paesi, sulle spiagge dell' lUiria, dell'Italia, 
della Sicilia, all' istessa guisa che si legge nella nostra Ales- 
sandra; e chi sa quante di quelle leggende non eran ancora vi- 
ve nella coscienza del pop)olo di Eubea, che ricordava gli arditi 
viaggi dei suoi antenati, già celebrati dagli antichi logografi! Li- 
cofrone, nato e cresciuto in Eubea, avrà ascoltate con piacere dal- 
la bocca del popolo quelle leggende, pria ancora che le leg- 
gesse in prosatori e poeti, e poi volentieri avrà pensato alle pro- 
fezie di Cassandra intorno alle vicende dei Greci reduci dalla 
guerra troiana. E cosi è naturale ch'egli della sua isola ci dia 
particolareggiate notizie geografiche, ricordando i monti Zarace, 
Ofelta (373) e Nedone (374) e la catena di montagne del Dir- 
fis (375) e i paesi montuosi dei Diacri (375) e la città di Triche 
(374) e il fiume Coscinto (1035). 

Se lo stesso Licofrone ammonisce il lettore di non ismar- 
rirsi nell'oscuro calle (v. 12) di questa selva mitologica che è 
la Alessandra, egli è che ha presente il giudizio che i dotti pro- 
nunceranno sulla sua poesia. Antichi e moderni infatti 1' han 



12 LOSCrRlTÀ DI IJCOFRONE 

chiamata tenebrosa (Suida: lò oxoisivòv roìr^jia) e se neir anti- 
chità l'han trovata poco intelligibile anche poeti di vasta eru- 
dizione come Stazio {Silv, V. 3. 157: Latebrasqne Lycophronis 
atri [arti Bàhrens]) ai nostri giorni valenti critici han dovuto con- 
fessare eh* essa in certo modo è sempre una /t^rra incognita {L 
Geffcken, Zur Kenntniss Lyc. in Herm. 26 p. 567); cfr. A. 
Croiset, Hist. de la Liti, Gr. V ( a. 1899 ) p. 242. E ciò 
perchè? 

A determinare e spiegare le cause della oscurità della poesia 
di Licofrone fu primo il Reichard (praef, in ed. Lyc. p. XXI- 
XXXV'l) e più tardi, per ciò che si riferisce alla lingua e allo 
stile, ne chiari meglio le ragioni il Konze {de dictione Lyc, Mo- 
nasterii 1870). Notavano infatti i due critici come nella Ales- 
sandra le divinità e gli eroi, che si succedono Tuno all'altro , 
sono designati soltanto con appellativi oscuri, e le regioni e i 
paesi col nome di qualche località poco conosciuta; e degli eroi 
stessi si ricordano soltanto le gesta secondarie e le meno no- 
te; mentre poi articoli o pronomi relativi legano stranamente 
una proposizione air altra e danno lunghi periodi contorti ; e le 
licenze sintattiche e il linguaggio figurato e la irregolare com- 
posizione delle parole etc, tutto contribuisce a rendere oscuro 
il contenuto e astruso il dettato. E queste ragioni sono indub- 
biamente vere; e la prima, che si riferisce alle designazioni degli 
eroi, delle divinità e dei paesi, merita secondo me maggiore 
considerazione. 

Si può in generale afifermare che se i personaggi della Ales- 
sandra sono talora presentati col loro vero nome, ciò avviene 
quasi sempre perchè si tratta di figure poco note e che quin- 
di non possono nascondersi sotto un epiteto qualsiasi, senza il 
pericolo di restar sconosciute al più intelligente lettore: così p. 
s. Munito (498) Cefeo e Prassandro (580) Meda e Clesitera 
(1221 sg.). Sono spesso le divinità designate con appellativi che 
si riferiscono al loro culto in questo o in quel paese, nel sen- 
so eh' ivi sono realmente adorate sotto quel dato nome, e ta- 
lora gli appellativi stessi non sono che Y cthnicon della località 
dove il nume è notoriamente adorato. Così Atena era chiama- 
ta Budeia (359) in Tessaglia, e Boarmia (520) in Beozia, ed Omo- 



EPITETI E DESIGNAZIONI OBOORAPICHE 13 



loida (520) in Tebe, e Cidonia (936) in Elide, e Stenea (1164) 
in Trezene; e, d* altra parte, è detta Mindia (950) da Mindo, 
città della Caria, e Scillezia (853) da Scillezio o Squillace del 
Bruzzio, e Longatis (520, 1032) forse da Longone o Longona, 
città di Sicilia. Ed è anche notevole come uno stesso epiteto 
sia qualche volta usato ad indicare divinità diverse : cosi Ze- 
rintia è Afrodite (449, 9r)8) ed anche Ecate (1178) e Candaon 
o Candaios è tanto Efesto (328) quanto Ares (938, 1410). Né 
meno singolari sono gli epiteti degli eroi, spesso consistenti in 
nomi di animali, quali leone, lupo, toro, serpente, cinghiale, av- 
voltoio, gabbiano, etc. Talora T epiteto si riferisce ad una im- 
presa o avventura, od anche al costume dell'eroe; così Eracle 
(652) è colui che porta sulle spalle la pelle del leone, lo zap- 
patore, il conduttore dei bovi; ovvero, egualmente che per le 
divinità, r epiteto è derivato dalla città in cui Teroe ha culto; 
e cosi lo stesso Eracle è chiamato Mecisteo (651) da Macisto, 
città dell' Elide. Ma in altri casi, anziché un vero appellativo, si 
ha una circonlocuzione, più o meno oscura : Eracle è colui che 
fu concepito in una triplice notte (cioè durata quanto tre notti) e 
proprio quei che scese nelle fauci del cane di Tritone, o mo- 
stro marino (33 sg.) ; Teseo è colui che trasse di sotto del ma- 
cigno le armi del gigante (494) Diomede quei che vide la triste 
sorte dei compagni mutati in uccelli (594) Ulisse quei che porta 
r insegna del delfino (658) e cosi via. Né meno manifesta è la 
indeterminatezza delle indicazioni geografiche; giacché di un dato 
paese, non solo non sono nominate le grandi città delle qua- 
li indirettamente si parla, come Roma nei vv. 1226 sgg., ma 
neanche le località più importanti. Non sono i più grandi fiumi, 
monti o promontori che danno l' indicazione del paese, ma i 
fiumi e i monti di minor conto; e se talora si hanno località as- 
sai note, non sono presentate col loro vero nome : il Danubio 
é detto Celtro (189) il Nilo Tritone o Asbisto (119, 576, 848) 
e l'Amo Lingeo (1240) e l'Appennino Polidegmone (700). E se 
questi nomi hanno già in se un significato geografico, inquan- 
toché p. s. il Celtro si possa intendere come il fiume dei Celti e 
il Lingeo dei Liguri e l' Asbisto degli Asbisti, e così via; ve 
ne sono però altri nomi di luoghi, che comprendono nozioni 



14 L* ESPOSIZIONE DEI MITI 

niente affatto geografiche : così Letaione è detto il Vesuvio (703) 
e Cerneate, a mio credere, V isola di Melo ( 1084 ). E questa 
indeterminatezza geografica, scientemente ricercata da Licofrone, 
è una delle principali cause della oscurità della Alessandra. Ma 
tutto ciò non basta. 

Io credo che un'altra ragione di tale oscurità si debba ri- 
cercare nella esposizione dei miti, comechè il poeta non li riferi- 
sce per disteso e per intero, ma solo in parte e spesso soltanto 
vi accenna più o meno indirettamente; e per dippiù li intreccia, 
e quasi T intesse, V un coir altro. Il lettore avuta nozione d' un 
mito ne attende serenamente la continuazione, ma ben pre- 
sto si trova dinanzi ad un altro argomento e poi ad un altro 
ancora e, sbalzato qua eia nel campo della mitologia, non ve- 
de dove sia andato a finire il personaggio principale del raccon- 
to. Esempio notevole è la narrazione dell' arrivo degli eroi greci 
nell'isola di Cipro. Comincia Licofrone con parlare di Teucro 
(450-478) dicendo che fu cacciato di casa dal padre Telamo- 
ne quasiché avesse ucciso il fratello Aiace ; e tosto accenna alla 
pazzia di Aiace e quindi alla sua immortalità, concessa da Zeus 
per preghiera di Eracle, e alla sua morte; e toma a discorre- 
re di Teucro, ma lo ricorda come fratello di Trambelo, figlio 
di Esione, diventata moglie di Telamone, e per associazione di 
idee parla di Fenodamante che fa esporre sul lido, pasto del 
mostro marino, Esione, in luogo delle proprie figliuole ; ma Esio- 
ne è liberata da Eracle, il quale è inghiottito dal mostro. E di 
Teucro andato in Cipro non sappiamo altro ! Giunge anche in 
Cipro l'arcade Agapenore (479-493) e il poeta accenna alle 
antichissime tradizioni di Arcadia e poi parla di Agapenore, che 
in Cipro scava le miniere di rame; ma subito viene a discor- 
rere del padre di lui, Anceo, e ne trae occasione per ricorda- 
re la caccia del cinghiale calidonio e Meleagro; e non parla 
più di Agapenore. Viene al terzo eroe, Acamante (494) e par- 
la di Laodice, di Munito, di Etra, dei Dioscuri, Elena , Paride, 
gli Afaridi, Ettore, Protesilao, ed altri ancora che non hanno 
alcun rapporto coli' arrivo di Acamante in Cipro! 

Con tutto ciò Licofrone rende la sua poesia tenebrosa; e si 
può ammettere senza dubbio di sorta che a questo scopo egli 



LA LINGUA 15 



mira deliberatamente, mosso dal proposito di far parlare Cas- 
sandra enigmaticamente come una Sfinge (v. 7; cfr. Aesch. 
Agam, 1183). Che in tempi anteriori a Licofrone prosatori e 
poeti sieno stati tenuti in conto di oscuri, è cosa notissima; 
ma quasi sempre quella oscurità è derivata, come in opere d'in- 
dole storica o filosofica, da profondità di pensiero o, come in 
oratori e sofisti, da sottigliezza di ragionamento o infine da 
difetto di linguaggio. Solo però nelFetà alessandrina era dive- 
nuto costume di molti conseguire T oscurità . e in proporzioni 
grandi, per T amore dell* erudizione; e gli scritti di poeti come 
Euforione e Callimaco, parimenti che la Alessandra di Licofro- 
ne, entrarono nelle scuole per esser spiegati dai grammatici ai 
giovinetti (Clem. Al. Strom, V. 511 C.) E quali difficoltà es- 
si incontrassero nella interpretazione della Alessandra, si argui- 
sce facilmente dagli errori degli scoliasti : essi erano in condizio- 
ni più vantaggiose di noi per la copia di antichi libri che pos- 
sedevano, donde era agevole trarre un'ampia erudizione mito- 
logica; ma a noi, d'altra parte, la sagace critica ha spianato 
meravigliosamente la strada, sì da poter dire che Licofrone non 
è più r autore della famosa meraviglia, grammaticale e poeti- 
ca, quale era sembrato al Niebuhr. 

Noi infatti siamo quasi sempre in grado, non solo di analiz- 
zare il contenuto della Alessandra nella sua intima struttura, 
ma di renderci anche conto di quelle irregolarità di lingua e di 
stile, che dal Reichard in poi furono notate come causa di oscu- 
rità. E la singolarità delle espressioni è, in vero, meravigliosa 
in Licofrone, il quale mescola insieme voci dei vari dialetti, io- 
nico, dorico ed eolico (cf. Konze, op, cit, p. 58 sqq.) e in 1474 
versi si vale, come è stato notato, di non più di 3000 vocaboli, 
dei quali più di 1350 figurano nell' indice del Reichard (ed. Lyc.) 
come poetica, rariora et audaciora e, a parte i nomi propri, 326 
secondo l' indice dello Scheer (ed. Lyc. ) non trovano riscontro in 
altri scrittori. Licofrone adopera i vocaboli più inusitati, al modo 
che riferisce forme di miti che si allontanano dalla tradizione co- 
mune; ma né gli uni nò le altre sono creazioni della sua fan- 
tasia. E come è da credere che quelle parole le quali sono sta- 
te giudicate d'origine egizia (cpcóaatov v. 26, spTri^ v. 579) o 



16 MANCANZA DI RLRMENTI COMICI 



copta (xéppa v. 1428) egli avesse lette in scrittori greci; cosi 
devesi ritenere che da antichi poeti e logografi della Grecia pren- 
desse quelle voci che sembran nuove e che talora dagli anti- 
chi scoliasti furono giudicate forme dialettali, come èa/dCoaav 
V. 21 e xs^ptxav v. 252, che furon dette calcidesi ed eritrensi, 
e cioè di Eubea; cfr. SchoL Lyc. v. 252. ** Composuit Lyco- 
phron vocabula — disse saggiamente Gottofredo Hermann in 
Opusc. V. p. 241 sq. — ut quivis alius poeta: at novas pla- 
neque ignotas formas certo non fìnxit, sed pleraque ex recon- 
ditis fontibus et gentium quarumdam usu petiit, et, si quid ipse 
ausus est, perraro nec nisi in terminationibus verborum, sed 
observata analogia, aliquid novavit „. E le parole dell'Hermann 
hanno avuto valenti sostenitori ai nostri giorni, come il Kail)el 
(Herm, 22 p. 505) e THolzinger (ed. Lyc. p. 23) (1). 

Io mi trovo pertanto d'accordo colfHolzinger su ciò che egre- 
giamente sostiene intomo alle voci inusitate che si leggono nel- 
la Alessandra, come pure nel fatto, constatato di già a comin- 
ciare dal Bachmann e dal Konze, che Licofrone nella scelta dei 
vocabili segue principalmente i poeti tragici; ma mi scosto ri- 
solutamente da lui nella tesi che nella Alessandra ci sieno ele- 
menti comici, i quali si sentano anche nella lingua e nello 
stile (p. 31 sgg.). Egli nota alcuni pensieri ed espressioni, 
secondo lui, di sapore comico ed afferma che Licofrone non sem- 
pre si mantenne air altezza del coturno. Sa ben osservare che 
l'oscenità non è estranea allo stile degli oracoli, citando gli 
esempi che si leggono in Apollodoro (III. 15. 6) e in Pausa- 
nia (IX. 37); ma non si ferma a considerare la cosa da que- 
sto lato, mosso dalla comune credenza che l'Alessandra sia 
una scena dramatica, quando non è che il discorso di per- 
sona che predice il futuro. Il linguaggio di Cassandra deve es- 
ser giudicato quale quello dell'oracolo; e noi sappiamo come 
gli oracoli riferiti dagli antichi scrittori non rifuggano, non so- 



ci) Son dolente di non aver potuto consultare la pubblicazione di I. An- 
NRNSKi, Osservazioni suììa lingua di Licofrone (in Comment. per Pomia- 
ìowski p. 55-80 V. sect. I. 2) perchè scritta in russo: ed è proprio il caso 
di dire russica non ìeguntur. 



GLI ORACOLI K I RACCONTI MITICI 17 



lo dalla oscenità, ma anche da ciò che a noi oggi potrebbe pa- 
rere volgare e comico. Chiunque abbia in mano la storia di 
Erodoto può constatare se ciò non sia vero ; cosa ce ne sem- 
bra p. s. della risposta data al re Perone dair oracolo di fiu- 
to intomo al rimedio per ricuperare la vista (Herod. II. 111)? 
E la Pizia che parlava a Creso d' un mulo che sarebbe salito 
sul trono dei Medi (Her. I. 55, 91)? Nessuna meravi^ia quin- 
di che Licofrone dando al discorso di Cassandra il colorito del 
linguaggio degli oracoli si allontani qualche volta dalla consue- 
ta gravità. Che se poi in una sua imagine od espressione, che 
senta del faceto e del volgare, noi volessimo vedere vera co- 
micità, dovremmo indubbiamente dimostrare, o almeno suppor- 
re, che quella imagine o quella espressione egli avesse presa 
dai poeti comici ovvero avesse creato di sua fantasia. Né T una 
cosa, né l'altra fa Licofrone; e quelle che nella Alessandra pos- 
son sembrare note comiche non sono che elementi costitutivi 
del mito stesso, che il poeta ha letti in antichi scrittori, perfet- 
tamente alieni all' arte comica. Se Licofrone infatti chiama Pari- 
de giudice di bellezza (v. 93) e Tiresia conoscitore dei piaceri 
degli uomini e delle donne (683) e dice che Crimiso, prese 
forme di cane, si accostò al letto di Egesta (961) e che i Troia- 
ni in Italia mangiarono le mense (1251) e parla della troia del 
Lazio coi trenta porcellini (1258) e di Giasone che porta una 
sola scarpa (1310) noi in tutto ciò non vediamo né del tragi- 
jco né del comico, ma niente altro che la semplicità dei raccon- 
ti mitici, già celebrati da antichi storici e poeti (cfr. il commen- 
to ad L). Anche ammesso che l'allusione a simili racconti non 
si addica al genere tragico, come reputa l' Holzinger, la cosa 
resta sempre di nessun rilievo perchè l'Alessandra non é un 
componimento dramatico. Mancano in questa i veri elemen- 
ti comici, e nel contenuto e nella forma; che se alcune voci 
od espressioni risentono del linguaggio popolare, é lecito pen- 
sare che il poeta le prendesse dalla stessa bocca del popolo. 
Nulla, del resto, ci vieta di credere che Licofrone. avesse anche 
letti ì poeti comici, prima di scrivere la Alessandra; ma ciò non 
ci può condurre air opinione che in essa si riscontrino le trac- 
ce di studi comici, e molto meno poi alla conclusione, cui tende 

E. ClACBSL — La Alesgandra di Lico/raw. 2 



18 l/ ERUDIZIONE DI LICOFRONE 



indirettamente V Holzinger, che cioè soltanto dopo aver compiu- 
ti quegli studi Licofrone potesse attendere alla composizione del- 
la Alessandra, e quindi dopo il 283 a. C. Tale composizione 
appartiene air età giovanile del poeta, e ciò risulta da altri ele- 
menti che non sieno la lingua e lo stile. 

La singolarità delle voci e delle espressioni usate nella Ales- 
sandra è cosa, del resto, che trova spiegazione nella grande 
erudizione di Licofrone. Un poeta, come lui, che non ha pro- 
fondità di pensiero e versificando non dà svolgimento ad ar- 
dite concezioni, è mosso a fare opera riflessa imitando e rac- 
cogliendo ciò che altri anteriormente ha concepito e prodotto; 
e la mancanza di originalità, e nel contenuto e nella forma, 
viene a trovarsi in rapporto diretto col lavoro di erudizione. 

Dovea infatti Licofrone godere presso i contemporanei, e gli 
antichi in genere, la reputazione di dotto nelle cose letterarie, 
se, come dicemmo, avea affidato V incarico di ordinare le opere 
comiche nella grande biblioteca di Alessandria e se poi veniva 
annoverato tra i principali tragici dell' età alessandrina. Ed an- 
che oggi la sua Alessandra ci dà pruova manifesta di quella eru- 
dizione, si da pensare che Licofrone avesse letti i principali scrit- 
tori greci, e di prosa e di poesia, a cominciare dall'età più remota 
a finire ai suoi tempi ; e che quelle opere conoscesse direttamen- 
te — senza dar luogo al dubbio che neir uso della lingua si sia 
valso di qualche glossario, donde potesse attingere voci ed espres- 
sioni, e nella trattazione della materia si sia giovato di qualche 
compendio o manuale, ove attingesse miti e leggende. Non è Li- 
cofrone un umile erudito che voglia comporre un libro di scuo- 
la, ma il dotto che della sua dottrina tenti dare inconfutabile 
pruova. Né a noi moderni potrà sembrar cosa che vada oltre la ve- 
risimiglianza che un giovine dell'età alessandrina, come Lico- 
frone, vivendo in Grecia e probabilmente in Atene, avesse tan- 
ta ricchezza di conoscenze, da poter giovarsi stando a tavoli- 
no efficacemente dell' opera della memoria col solo soccorso di 
pochi libri. 

A noi non è dato oramai determinare con precisione come 
Licofrone si sia valso delle sue fonti nella composizione della 
Alessandra; ma ci è lecito pensare ch'egli, pur valendosi del- 



l'uso dellb ponti 19 



r opera della memoria, avesse presenti e consultasse alcuni li- 
bri e particolarmente quelli che trattassero cose un pò estranee 
air indole dei suoi studi. Così egli non è uno storico; eppure 
molti miti e tradizioni, e sovratutto quelle che si riferiscono al- 
le colonizzazioni greche e che comprendono cognizioni geogra- 
fiche, avrà facilmente lette in opere storiche o di carattere sto- 
rico. Ed è naturale credere ch'egli, mentre col solo aiuto del- 
la memoria riferisse cose lette in Omero e Pindaro e Stesico- 
ro e cosi via, per scrittori come p. s. Ecateo, Timeo, Aristote- 
le, ricorresse invece alla immediata lettura. Questo duplice ca- 
rattere di lavoro ci spiega come nella Alessandra si senta l'in- 
tervento di altra fonte anche là dove il poeta segue con persi- 
stenza un dato scrittore. Che Timeo sia una delle principali 
fonti del nostro poeta fu dimostrato a cominciare dal Klau- 
sen (Aeneas «. die Penaten p. 579 sgg.) e a finire nel Gùn- 
ther (de ea, quae inter Timaettm et Lycophronem interce- 
dit, ratione. Lips. 1889) e nel Geffcken (Timaios Geogra- 
phie des Westens. Berlin 1892); ed anzi il Geffcken ha reso 
probabile che da fonte timaica dipenda la Alessandra là dove 
si riferisce ai paesi d'Occidente e cioè, tranne alcuni brani, 
tutto il tratto compreso nei versi 592-1280. Or anche in quei 
luoghi che più manifestamente dipendono da Timeo si trova 
sempre qua e là traccia di altra fonte, si da imaginare che la 
lettura dei libri dello storico di Taormina richiamasse alla men- 
te di Licofrone or questo or quel racconto di antico poeta e 
ch'egli quindi se ne valesse in modo da intrecciare nella ma- 
teria d' una fonte principale i brani di fonti secondarie. Ciò p. s. 
si rivela chiaramente nel luogo che tratta di Ulisse (vv. ó48- 
819) ove i racconti dell'odissea omerica si vedono intrecciati 
colle narrazioni di Timeo, il quale riferiva le avventure di Ulis- 
se localizzate sulle coste della Sicilia e dell' Italia. Né sempre 
a noi riesce possibile distinguere l'una fonte dall'altra, pur con- 
siderando come fonte lo scrittore che abbia antecedentemen- 
te narrato il mito o la tradizione seguita dal nostro poeta, sen- 
za implicare in ciò la necessità che questi l'abbia direttamen- 
te appreso da quello: Che se noi abbiamo creduto poter affer- 
mare che Licofrone non leggeva i miti in un compendio o ma- 



20 LK CX>SIDBTTB CONTRADDIZIONI 



nuale, possiamo forse asserire che ogniqualvolta si noti una 
corrispondenza tra lui ed uno scrittore antecedente, egli ne 
ha avuta presente V opera ? Se leggendo V Alessandra no- 
tiamo che un mito trova riscontro p. s. in un frammento di 
Stesicoro, ciò non esclude che quel mito Licofrone avesse let- 
to in un poeta più recente come p. s. Bacchilide. Non dobbia- 
mo infatti dimenticare che, da una parte, noi non possediamo 
i carmi e le prose di tanti scrittori anteriori a Licofrone e che, 
dall'altra, questi non eépone mai il mito nella sua piena for- 
ma, ma vi accenna fugacemente; sicché spesso ci vengon me- 
no gli elementi del confronto e quindi la sicurezza del controllo. 
A noi, del resto, per l'indole del nostro lavoro interessa risa- 
lire all'origine letteraria del mito e determinarne, dove è possi- 
bile, il carattere storico, anche quando si è impediti di consta- 
tare la diretta dipendenza del nostro poeta da un dato autore. 
In stretta relazione colla dottrina di Licofrone e coli' uso ch'e- 
gli fa delle sue fonti sta la questione delle contraddizioni, che, 
a cominciare dagli antichi commentatori e a finire nei critici 
moderni, si sono osservate nella Alessandra. Mentre gli antichi, 
come p. s. Tzetze, rilevavano le contraddizioni soltanto per muo- 
vere contro il poeta la duplice accusa di ignoranza e di irra- 
gionevole invenzione, i moderni han cercato di rendersi conto 
di quelle contraddizioni e talora persino l' hanno dimostrate in- 
sussistenti. E indubbiamente bisogna esser cauti in tale que- 
stione ed evitare di falsare l'idea del poeta dandone una er- 
ronea interpretazione per l'amore di aggiustare tutto ed elimi- 
nare qualsiasi contrasto e difficoltà ; né, d'altra parte, devesi in- 
clinare a vedere dappertutto contraddizioni, anche là dove non 
esistono. A chi conosca infatti la maniera di Licofrone neir ac- 
cennare e neir alludere ai miti, non può sembrare facile deter- 
minare se questa o quell' altra sia veramente una contrad- 
dizione. Se p. s. al V. 1244 vediamo l'incontro di Enea con 
Ulisse, mentre nel lungo tratto in cui si parla di Ulisse (648- 
819) non si fa cenno di tale incontro, ciò non vuol dire che 
ci sia una diretta contraddizione, come reputò il Cauer {Rhein. 
Mns. 41 p. 395) il quale fu appunto biasimato dal Geffcken 
(Tifft. p. 41 sg.). Che vi sieno contraddizioni nell'Alessandra han- 



CLASSIFICAZIONE 



no ammesso tutti, compreso lo stesso Geffcken (Rhein, Mtis, 
26 p. 37, 568) e ultimamente V Holzinger (ed. Lyc. p. 66 sgg.) 
il quale ha però giudicato doverle chiamare contraddizioni in- 
dirette, inquantochè non si possa dire che esistano nella espo- 
sizione monca ed interrotta che Licofrone fa dei miti, ma esi- 
sterebbero solo nel caso che quei miti fossero esposti distesa- 
mente e per intero. 

La tesi dell' Holzinger, acutamente sostenuta, ha il merito di 
far comprender ancor di più come Licofrone sia stato sicuro pa- 
drone della materia, la mitologia, e come egli possa intender- 
si più agevolmente che non si credesse per il passato. Ma io 
reputo che T Holzinger abbia messa in luce soltanto parte del- 
la verità e che le contraddizioni licofroniane, anziché indirette, 
debbano chiamarsi apparenti, nel senso che vere contraddizio- 
ni non sono mai nella Alessandra, e se talora ci sono dei casi 
in cui possiamo pensare che esposti per intero i miti verreb- 
bero tra loro a contraddirsi, ci sono anche altri casi in cui ciò 
non avverrebbe. E per meglio spiegare tale apparenza giova con- 
siderare tutti quei casi di cosidette contraddizioni secondo la 
loro indole e partitamente riunirle in gruppi. Noi, in vero, pos- 
siamo formare un gruppo di quei luoghi di Licofrone in cui si 
è creduto di trovare una contraddizione per misintelligenza del 
testo. Non credevano forse gli antichi, come Tzetze, che il no- 
stro poeta al v. 497 parlando di Laodice, che in Troia si pre- 
cipita viva in una voragine, venisse in contraddizione con quanto 
ha detto al v. 318 ? Eppure per i moderni che hanno bene inter- 
pretato il testo, questa finì d'essere una contraddizione. Se al 
V. 424 il poeta afferma che Calcante fu sepolto presso Colo- 
fone, nel V. 1047 non dice eh* ebbe sepoltura nella Daunia, ma 
solo lascia intendere che quivi fosse di lui un cenotafio, e non 
va incontro ad alcuna contraddizione. Parimenti egli fa seppel- 
lire il corpo di Ulisse in Etruria (806) e neir Epiro non pone 
dell' eroe altro che un oracolo (799). Simili casi stanno accan- 
to a quegli altri in cui, per falsa interpretazione del testo si è 
voluta dare al poeta la taccia d' ignoranza , come quando si è 
creduto, e ben a torto, eh' egli imaginasse l' isola di Otrono pres- 
so Malta (1027). Ad un secondo gruppo invece io credo deb- 



VARIK SPKi:iK 1>I CONTRADDIZIONI 



bansi ascrivere quei luoghi della Alessandra in cui si ha V ac- 
cenno a due forme parallele di un medesimo mito, che pos- 
son coesistere senza contraddizione. Se p. s. Licofrone (108) 
lascia andare Paride, in compagnia di Elena, da Sparta in At- 
tica e quindi in Egitto, non fa che ricordare simultaneamente 
due tradizioni che per nulla si contraddicono. Si potrebbe in 
egual modo osservare che Licofrone fa andare le Enotropi in 
soccorso dell' esercito greco, consunto dalla fame sotto le mu- 
ra di Troia (581) dopo aver detto che i greci giunti in Delo non 
accettarono il consiglio di Anio né V opera delle stesse Enotro- 
pi (570 sgg.); e si avrebbe ragione di rispondere che qui si 
hanno due forme diverse del mito, che possono non solo sta- 
re accanto senza contraddirsi, ma formare anche una sola tra- 
dizione. E lo stesso può dirsi delle due tradizioni sulla fine di 
Ecuba (330, 1081) nella loro origine distinte e diverse, e che 
si possono considerare come elementi d' una sola leggenda, nel 
senso che T infelice regina fosse lapidata dai Traci dopo che 
Ulisse avesse lanciata contro di lei la prima pietra. Così pote- 
va Priamo mandare a morte, in luogo di Paride ed Ecuba, Ol- 
la e Munippo (320 sgg.) e nello stesso temfX) far esporre sul- 
l'Ida Paride, che veniva allattato da un'orsa (138). Né il mi- 
to di Io, trasformata in vacca e da Ermete custodita in Libia 
(835) é contraddetto dalla tradizione che dai pirati faceva rapire 
Io e condurre in Egitto (1293) potendo il lettore imaginare che 
quel ratto avvenisse dopo che la fanciulla liberata da Ermete 
riprendesse umane forme. Ben altro però è il caso in cui Li- 
cofrone accenna a tradizioni , che qualora fossero esposte di- 
stesamente e per intero verrebbero tra loro in aperta contrad- 
dizione, ed in cui egli evita appunto la contraddizione alluden- 
do soltanto indirettamente a quelle tradizioni. Questo caso, che 
potrebbe dare una terza serie delle apparenti contraddizioni li- 
cofronee, offre esempi più limitati, e tra questi più rilevante è 
quello del Palladio. Dopo aver ammesso che alla caduta di Troia 
il Palladio trovavasi ancora nel tempio troiano (363) Licofrone 
allude alla leggenda del Palladio rubato da Ulisse (658) ; ma 
non lo dice espressamente, lasciando anche facoltà di credere 
che la statua di Atena portata via dall' eroe non fosse proprio 



MANCANZA DI CX)NTRADDlZIONI 23 



il famoso Palladio; airistesso modo che dà agio di pensare che 
Enea portasse il Palladio in Italia assieme ai sacri penati (12hl) 
sebbene non ne faccia parola: e cosi evita la contraddizione, 
Similmente egli, mentre accenna al mito del soccorso dato dal- 
le Enotropi ai Greci, consunti dalla fame sotto le mura di Trtiia 
(581) mostra di conoscere la tradizione perfettamente opposta — 
secondo cui i Greci non riuscirono ad avere V aiuto delle Eno- 
tropi — quando chiama costoro colombe (580) ; ma egli non la 
riferisce ed evita la contraddizione. Ad un quarto ed ultimo 
gruppo facilmente si possono ascrivere, a mio giudizio, quei 
casi di apparente contraddizione nei quali vediamo la fusione 
di due tradizioni diverse e quella fusione dobbiamo spiegare col 
presupporre una terza tradizione che, per opera di autore a noi 
ignoto, sia risultata dalle due prime e che sia stata appunto 
seguita da Licofrone. Se Achille in cerca di Ifigenia si stanzia 
neir isola di Leuce alla foce del Danubio (188) e nello stesso 
tempo dà il nome alla spiaggia (193) che dagli antichi era con- 
siderata ('AyiXXso); 8po|io(;) presso il Dnieper nella Scizia, la 
ragione va cercata in ciò che in Licofrone si ha la fusione di 
due tradizioni diverse, l'una delle quali parlava di Achille ed 
Elena nelF isola di Leuce, e T altra di Achille sulle coste sciti- 
che in cerca di Ifigenia, e che di quella fusione si ha già trac- 
cia in Euripide e riscontro in Antonino Liberale. Né si contrad- 
dice Licofrone affermando, secondo la comune tradizione, che 
Ulisse era d* Itaca (815) quando già l'ha detto generato in Beo- 
zia (786) inquantochè noi dobbiamo supporre che, accanto al- 
le due tradizioni che riferivano la nascita dell'eroe in Itaca e 
in Beozia, ce ne fosse una terza che imaginasse la madre Aii- 
ticlea incinta di Ulisse, per opera di Sisifo, in Beozia, prima 
che andasse in Itaca a trovare lo sposo Laerte. Così, infine, 
noi non troviamo contraddizione tra i due luoghi di Licofrone 
(1246, 1352) dove si accenna alla venuta degli Etruschi in Ita- 
lia con a capo Tirreno e Tarcone, secondo una tradizione let- 
ta forse in Timeo e a noi ignota, che dovea essere il risultato 
di tradizioni più antiche. 

Non si muova pertanto contro Licofrone il rimprovero delle 
contraddizioni, le quali o non esistono per nulla o sono sem- 



i4 



FONTI PERDUTE DI LICOFRONE 



plicemente apparenti : cosa che toma indubbiamente a provare 
come il poeta la sua erudizione attingesse direttamente da buo- 
ne fonti. E appunto alla questione delle fonti riconduce quanto 
ai è detto intomo alle apparenti contraddizioni. 

Se è vero infatti che Licofrone ha talora presenti tradizioni 
che sono la fusione di altre anteriori, e che non sono giunte a no- 
stra conoscenza, ci vien fatto di domandarci se anche quando leg- 
giamo nella Alessandra tradizioni che sembran nuove, nel sen- 
so che non trovino perfetto riscontro in autore più antico, sa- 
rà lecito ammettere che al tempo del nostro poeta esse fosse- 
ro ben diffuse ed accreditate. Il quesito è interessante, perchè 
implicitamente ne contiene un altro, se cioè Licofrone si per- 
metta di trasformare ed alterare i miti secondo la sua fantasia 
o se si attenga, almeno nella parte sostanziale del mito, a for- 
me già riconosciute dalla tradizione letteraria, e quindi ci dia 
notìzie che possano esser utili per la conoscenza dello svolgi- 
mento letterario del mito e del suo valore storico. Ed io credo 
di poter rispondere affermativamente a questa dimanda, nel sen- 
so che Licofrone abbia sempre seguite tradizioni al suo tempo 
ben diffuse. Che ciò sia vero, puossi a mio giudizio dimostra- 
re ricorrendo — stante la mancanza di molti libri anteriori al- 
la Alessandra — ad un libro di epoca più recente , quale è la 
oosidetta biblioteca di Apollodoro. L'importanza grande di que- 
sto manuale di mitologia del 1° secolo di C. sta, come è già 
noto, nel fatto d'esser compilato su ottime fonti e di abbrac- 
ciare quindi le tradizioni le più comuni e le più diffuse. Quan- 
do si legge un racconto in Apollodoro si può quasi sempre 
esser sicuri d'aver da fare con poeti e logografi di età ben an- 
tiche e noti, senza dubbio, agli studiosi dell'età alessandrina. 

Nessuno sin' ora, per quanto io sappia, ha messo in rilievo l'im- 
jx>rtanza della corrispondenza tra questo scrittore e il nostro 
poeta. Si osservi però che la parte dell' opera di Apollodoro, che 
è pervenuta sino a noi, per quanto abbia manifesta corrispon- 
denza coi miti contenuti nella Alessandra, non ci dà gli ele- 
menti sufficienti per un minuto confronto, non estendendosi 
alla guerra troiana e molto meno alle avventure dei Greci 
che tomano da quella guerra, le quali sono proprio l'oggetto 



LICOFRONE E APOLLODORO MITOORAPO JO 

principale della poesia di Licofrone. E non è ozioso notare che 
mentre quella parte della biblioteca apollodorea che è a noi no- 
ta comprende la mitologia, di cui si ha riscontro in libri i qua- 
li sono a nostra conoscenza, come i poemi omerici, le opere 
dei grandi lirici e tragici, e così via; la parte perduta dovea 
necessariamente esporre quella materia, eh' era stata trattata in 
libri che non sono arrivati sino a noi, come p. s. i poemi ci- 
clici. Quale sia pertanto V importanza deir epitome di Apollodo- 
ro che ci ha dato Riccardo Wagner mettendo accanto alla epi- 
tome Vaticana i frammenti Sabbaitici fApollodori epitoma in 
Mythographi Graeci voi. 1 p. 171 sgg. Lips. 1894) nessuno 
potrà disconoscere; e lo studioso di Licofrone deve ricorrervi, 
ammettendo, secondo me almeno, che la reintegrazione data dal 
Wagner quasi sempre può dirsi sicura. La semplice lettura, in- 
fatti, dell'epitome di ApoUodoro ci richiama alla mente molti 
miti della Alessandra, che notoriamente risalgono a tempi an- 
teriori a Licofrone. I miti dell' s?8toXov di Elena (L. v. 1 12 ; epit, 
A. 3. 5, 6. 30 p. 189, 227) dell'opera scellerata di Mirtilo (L. 
162; ep. 2. 6 p. 184) del combattimento di Telefo (L. 206, 1246; 
ep. 3. 17 p. 193) dell' inganno di Nauplio (L. 384; ep, 6. 7 sg. 
Il p. 2 16 sg.) dell' arfivo di Agapenore in Cipro (L. 479; ep, 6. 15 
p. 219) della morte di Protesilao (L. 531; ^/7. 3. 29 p. 197) del- 
l'arte delle Enotropi (L. 573; ep, 3. 10 p. 191) della simulata 
pazzia di Ulisse (L. 816; ep. 3. 7 p. 189) della venuta di Fi- 
lottete in Italia (L. 911; ep, 6. 15 p. 219) della spedizione di 
Teseo contro le Amazzoni (L. 1329; ep, 1. 16 p. 179) e della 
sua morte (L. 1324; ep, 1. 24 p. 182) si leggono tanto nella 
Alessandra, quanto nella epitome di Apollodoro e nello stesso 
tempo trovano riscontro, più o meno palesamente, in scrittori 
più antichi di Licofrone (cfr. il commento passim ad. /.). Ma 
ciò che a noi interessa maggiormente si è che in quella epi- 
tome si ha anche traccia di tradizioni, cui fa cenno Licofrone 
e non altri a lui anteriori. Non dobbiamo noi credere che Apol- 
lodoro, in questo come negli altri casi, attingesse più o meno 
direttamente ad antiche fonti e forse anche a quelle stesse che 
avrà avute presenti il nostro poetai 

Se dell'amore di Achille per il giovinetto Troilo (L. vv. 307 



26 l'importanza dbll'rpitomb di apollodouo 

sgg.) riferiva anche Apollodoro (tf/7. 3. 32 p. 198) si ha ragione 
di pensare che ne avesse già discorso un antico logografo, p. s. 
come EUanico, che pariava del tempio di Apollo Timbreo (fr. 
135) dove appunto il giovinetto veniva ucciso da Achille. 1 va- 
ticini di Eleno sulla presa di Troia, tanto per la Alessandra 
(52) quanto per V opera di Apollodoro (ep, 5. 8 sgg. p. 205 sg.) 
traevano probabilmente origine dalla Piccola Iliade (cfr. Procl. 
in F, £. G. K p. 36) e il mito della morte di Laodice (L. 316) 
di cui, a quanto pare, discorreva anche Apollodoro {ep, 5. 25 
p. 212) si può far risalire ad antico poema, come la Distru- 
zione d'Ilio di Aretino che metteva Acamante e Demofonte in 
relazione colla guerra troiana (fr. 3 in F. £. G. K p. 51): e se 
meramente il poeta Euforione, come congetturò il Meineke (AiiaL 
Alex. p. 97) narrava questo mito della morte di Laodice egual- 
mente che Licofrone, abbiamo ragione di reputare che errasse 
l*ausania (X. 26. 8) dicendo che Euforione narrava cosa inve- 
risimile, e cioè contraria alle antiche tradizioni, e quindi di am- 
mettere che Pausania ignorasse la tradizione che aveano avuta 
presente Licofrone, Euforione ed Apollodoro. Cosi se il racconto 
che faceva morire Agamennone avvilupato dentro una veste, 
chiusa nel collo e nelle maniche (L. 1099) era esposto anche 
nell'opera apollodorea (ep. 6. 23 p. 223) devesi credere che, 
posteriormente ai drami di Eschilo, la tradizione della morte 
di Agamennone avesse ricevuto un ulteriore svolgimento, già 
diffuso e noto al nostro poeta. E forse nei drami dell' età 
alessandrina si leggeva il mito di Nauplio e Leuco che trova- 
si nella Alessandra (1215) e di cui pare discorresse Apollodo- 
ro (ep. 6. 10 p. 217). Cosi ad epoca ben antica dobbiamo far 
risalire i miti di Mnemone, che dovea ricordare ad Achille di 
non uccidere un figlio di Apollo (L. 240) della violazione di 
Cassandra (L. 361) della morte di Aiace (L. 387) della gara tra 
Mopso e Calcante (L. 424) dell'arrivo di Cuneo in Libia (L. 897) 
delle male arti di Nauplio verso le donne greche (L. 1093): mi- 
ti, che pare riferisse anche Apollodoro (cfr. passim ep. 3. 26 
p. 196; 5. 22, 25 p. 212 sg.; 6. 6 p. 216; 6. 2 sgg. p. 214; 
6. 15 p. 218 sg.; 6. 9 p. 217) (l). 

(1) Una osservazione simile mi suggerisce la pubblicazione di Arturo 



LIOBNZK POETICHE 27 

Tutto ciò ci induce pertanto a stabilire che Licofrone nella 
Alessandra non giuocava di fantasia per trasformare i miti crean- 
do nuove tradizioni, ma gli uni e le altre attingeva da buone 
fonti, che furono in seguito dai mìtografi considerate come ca- 
noniche. Siamo ben lungi però dal pensare che Licofrone ri- 
petesse proprio letteralmente i miti riferiti dalle sue fonti, senza 
permettersi nessuna di quelle modeste libertà, cui necessariamen- 
te non può sottrarsi alcun poeta. Se p. s. assegna con ve- 
ra abbondanza ai suoi eroi epiteti che quasi sempre servono 
a dare di loro stessi un' idea determinata, che è parte essen- 
ziale del mito cui accenna, possiamo forse sospettare che an- 
che in ciò egli segua questo o quell'altro scrittore? E si fac- 
cia quindi un'altra osservazione. L'animo di Cassandra, natu- 
ralmente avverso ai greci, deve talora prorompere in manife- 
stazioni esagerate, che non si confanno alla verità — se cosi 
vogliamo chiamare la comune tradizione — e qualche volta per- 
sino sembrano contraddirla; e il poeta in ciò opera scientemen- 
te. Se p. s. concordemente si narrava che Achille, avvertito 
dall' oracolo non osava sbarcare per il primo sulla terra troia- 
na, Cassandra (v. 279) esageratamente dice ch'egli è l'ultimo 
dei Greci a scendere dalla nave; e mentre Penelope era dal- 
la più autorevole tradizione rappresentata come fedele consor- 
te. Cassandra la chiama baccante (771, 792) nel senso che as- 
sistesse tranquillamente alle gozzoviglie dei proci. Né per ciò che 
riguarda le imagini e le similitudini, ci è lecito reputare che il 
poeta ripetesse letteralmente altro scrittore ; che anzi al lavoro 
della sua imaginazione devesi se talora qualche imagine ha un 
colorito in certo modo estraneo al quadro dell' età eroica. Così 



LuDwiCH, Zwci byzantinische Odysseus- Legenden (Konisberg 1898). Licofro- 
ne al V. 1181 dice che Ulisse era stato il primo a lanciar pietre contro la 
infelice Ecuba ; e questa notizia riportata dagli antichi commentatori (cfr. 
TzETZ. ad Lyc. 1030) trova perfetto riscontro nella prima di quelle due leg- 
gende bizantine, dal Ludwich attribuita a Giovanni Maiala, dove (p. 9) è 
detto che Ulisse uccise Ecuba a colpi di pietre. Si può pensare che il Ma- 
iala, il quale mostra di attingere a buone fonti, leggesse questa tradizione in 
qualche scrittore antico, forse anteriore allo stesso Licofrone. 



28 IL RAZIONALISMO 

è in forma 'di similitudine che egli, volendo significare come i 
Dioscuri impadronitisi di Atene rispettassero le case dei cit- 
tadini, dice che in quelle case rimase intatto il sigillo (508) ; né 
in ciò dobbiamo veder traccia del cosidetto razionalismo, co- 
me stimò il Geffcken (Herm, 26 p. 570). Si tratta semplice- 
mente d* una imagine che si presenta alla mente del poeta, al- 
l' istessa guisa che quando egli pensa che Ettore difendeva le 
mura di Troia dall'assalto dei Greci come una spranga che 
chiuda la porta d'una casa (527). 

Ho detto che in questo caso non devesi credere che Lico- 
frone faccia del razionalismo ; che già se cosi fosse si avreb- 
be una prova contraria di ciò che si è sostenuto sin'ora: il ri- 
spetto ch'egli ha per le più antiche tradizioni, seguite senza 
innovazioni e mutamenti. 

lo trovomi d'accordo coli' Holzinger (p. 43) nell' ammette- 
re che Licofrone non segua la scuola razionalistica del suo 
contemporaneo Evemero; ma credo dover essere più guardin- 
go di lui nel riconoscere tracce di quella scuola nella Alessan- 
dra, anche nel caso che non si vogliano riferire direttamente 
al nostro poeta, come fa appunto l' Holzinger. Dobbiamo ben 
guardarci dal fare noi stessi del razionalismo e attribuire a Li- 
cofrone, o ad altri da lui seguito, nostri ragionamenti. Ho già 
escluso che nell' imagine del sigillo (508) ricordato più innan- 
zi, ci sia del razionalismo ; e lasciando da parte gli altri casi 
notati dai critici,' credo debba giudicarsi egualmente per il v. 
1323, dove è detto che Teseo tirava di sotto dal macigno, 
oltre le scarpe e la spada, di cui parla la comune tradizione, 
anche la cintura. 11 particolare della cintura, che non menoma 
punto il carattere essenziale del mito, può darsi che sia stato 
aggiunto dallo stesso Licofrone, il quale sa che anche i guer- 
rieri dell' epopea omerica hanno la cintura, che stringe in mez- 
zo la tunica (Odyss, XIV. 72). Dobbiamo noi pensare coli' Hol- 
zinger che in questo caso Teseo è imaginato colla cintura, ol- 
treché colla spada, come un principe che entri con onore nel- 
la corte di Atene, e far anche noi gli evemeristi? Né meno ar- 
bitrario é secondo me il giudizio del Geffcken {Herm. 26 p. 
570) che il mito dell'omero di Pelope, mangiato da Demetra 



MANCANZA DI RAZIONAUSMO 29 



(Lyc. 154) sia presentato in forma razionalistica. Se Licofrone. 
invece di ^àfo-^^i dice f<ip«), che vale anche solco, ed usa la 
voce /ovSpov (tòv (òXsviTTiV yovSpov) cui si può dare anche il si- 
gnificato di chicco di grano, è ragione sufficiente per credere 
ch'egli alluda alla dea della terra che inghiotti il grano? L'os- 
servazione è senza dubbio ingegnosa, ma io reputo che non 
si sia neanche affacciata alla mente del poeta. Se poi egli nar- 
ra di lo (1293) che rapita dai pirati fenici era portata al re 
d' Egitto, non fa che seguire una tradizione già accettata da 
Erodoto e seguita da Eforo; la quale quindi non era stata crea- 
ta dal dotto razionalismo di Evemero, ma dal sano razionali- 
smo dei popoli, che in nuove forme di miti rispecchiava le anti- 
che relazioni della Argolide coli* Oriente. Diversamente infine 
va considerato il mito di Europa, che è portata via dai pirati 
cretesi e in una barca che avea l' insegna del toro (Lyc. 1299) 
inquantochè qui si ha da fare con un caso di vero razionali- 
smo; anzi col solo caso, secondo me, che trovasi nella Alessan- 
dra. Erodoto narrava che Europa era stata rapita dai Cretesi 
e qualche scrittore di poco anteriore a Licofrone, o forse anche 
suo contemporaneo , continuando a svolgere il mito in senso 
storico, avrà detto che la fanciulla, non da Zeus trasformato 
in toro, ma da una barca avente T effigie del toro, era porta- 
ta in Creta. Ma perchè seguiva questa tradizione Licofrone? 
Forse perchè la credeva razionale e, cioè, più conforme alla 
verità? Niente affatto: egli vuole spiegare Todio fra le genti 
d'Asia e d'Europa, che poi condusse alla guerra dei Greci con- 
tro Troia (1283 sgg.) e in ciò segue Erodoto, e come Erodo- 
to risale ai ratti di Io e d' Europa, che precedettero quello di 
Elena: a lui in questo caso occorrono leggende che abbiano 
un colorito storico, come questa di Europa, ben acconcia al suo 
proposito di rilevare la vendetta dei Greci sui Fenici. Licofro- 
ne neanche in questo caso intende fare il razionalista, né può 
sospettare che tale accusa gli venga mossa, lo credo eh' egli 
sia tanto ben lontano dal voler imitare gli evemeristi, che quan- 
do chiama Era seconda madre di Eracle (v. 39) voglia dire 
matrigna, perchè moglie di Zeus, ovvero nutrice perchè per 
un momento avea allattato l' eroe bambino, ma che non inten- 



30 LA DATA DBLLA ALESSANDRA 



da per nulla alludere alla cerimonia dell'adozione che la dea 
fa dell'eroe, secondo una tradizione riferita da Diodoro, la qua- 
le risente di quello sciocco razionalismo che è tanto comune 
nella mitologia diodorea. 

Il sospetto del razjonalismo nella Alessandra è nato, del re- 
sto, dal fatto che Licofrone era contemporaneo di Evemero; noi 
però ignoriamo in qual grado fiorisse la scuola evemeristica 
quando il nostro poeta scriveva la Alessandra. E se abbiamo 
detto più volte che la Alessandra appartiene al primo periodo 
della vita del poeta,, non ci siamo per nulla fermati alla giusti- 
ficazione della nostra opinione. 

E certamente la più difficile delle questioni intorno a Lico- 
frone quella della data della Alessandra, su cui dai tempi anti- 
chi ai nostri giorni si è fermata V attenzione dei critici. Nessu- 
na antica testimonianza ci dice infatti in quale anno sia stata 
scritta e la scarsezza delle notizie sulla vita del poeta non ci 
permettono di giungere ad una qualsiasi determinazioiie; onde 
campo di osservazione e di studio, da cui possa trarsi argo- 
mentazione, è stata ed è rimasta la Alessandra stessa. 

11 termine posi quem ci è dato con sicurezza da quel luogo 
della Alessandra (801-804) che si riferisce alla triste fine di fi- 
racle, il figlio di Alessandro Magno e di Barsine, cui Polisper- 
conte toglieva la vita per suggestione di Cassandro : il fatto av- 
veniva neir anno 309 a. C. Dati storici più recenti non offre 
la Alessandra, ammesso che manchi di fondamento T osserva- 
zione del Gùnther (op. cit. p. 14) che nei vv. 968 sgg. deb- 
basi vedere la distruzione di Segesta, avvenuta per opera di 
Agatocle nell' a. 307 : allusione che per noi non esiste e che 
già per il Geffcken {Tint. p. 2ón. 5) era cosa dubbia. Ma man- 
ca un termine ante quem^ e a cominciare dal 309 si può va- 
gare sino all'anno della morte del poeta, in cerca della data del- 
la Alessandra. Due altri luoghi però vi sono in questa che apro- 
no il campo alla discussione, e cioè i vv. 1226-1280 e i w, 
1435-1450, i quali già dagli antichi commentatori furono rife- 
riti al popolo romano e ad Alessandro Magno. 

Nei vv. 1226-1280 Cassandra predice la venuta di Enea in 
Italia e quindi la potenza dei Romani, da lui discesi per via di 



LB OPINIONI DBL FOX, NIEBUHR, WKLCKER ETC. 31 



Romolo e Remo ; ma parlando con compiacenza della gloria di 
questi suoi parenti dice eh' essi acquisteranno signoria per ma- 
re e per terra (vv. 1229 sg. : -pj^; xal daXdoayjc ox^ircpa xaì |io- 
vapyiav Xa^óvTsc). Or è mai possibile che Licofrone, un contem- 
poraneo, cioè, di Tolomeo Filadelfo, potesse parlare cosi esplici- 
tamente della potenza romana estesa sulla terra e sul mare I 
Così si dimandavano già gli antichi commentatori e risponde- 
vano negativamente respingendo quel luogo della Alessandra 
(vv. 1226-1280) come una tarda interpolazione. Sembrava, del 
resto, sconveniente che un poeta della corte di Tolomeo si des- 
se cura di celebrare la grandezza marittima di un popolo fore- 
stiero e lontano, qual'era il romano, a discapito del regno di 
Alessandria. E cosi cominciava a gettarsi dagli antichi mede- 
simi il sospetto sulla unità della Alessandra e si poneva il ger- 
me delle discussioni sostenute dai critici moderni. 

Al principio infatti del nostro secolo — per ricordare i giu- 
dizi più interessanti — il Fox nelle lettere al Wakefield (a. 
1800-1801; V. in Rhein. Mus, 111. a. 1829 p. 465 sgg) trat- 
tava la questione giudicando come interpolati nella Alessandra 
non solo i vv. 1226-1280, ma anche gli altri 1446-1450 che 
contengono pure la frase " e per terra e per mare „ (1448= 1229). 
Entrambi i luoghi egli riferiva alla grandezza del popolo roma- 
no e stimando che di questa non si potesse ancora parìare 
avanti la 1* guerra punica, concludeva che quei versi fossero 
stati interpolati durante T alleanza di Roma con Filippo 111 o con 
Tolomeo Epifane. 

Questo ragionamento ripeteva il Niebuhr (Ueber das Zeit- 
alter Lykophrons des Dnnkeln in Rhein, Mus, 1 a. 1827 
fase. 2 p. 108 sgg.) inquantochè ammetteva che non si po- 
tesse discorrere di potenza marittima di Roma avanti la pri- 
ma guerra punica, ma giungeva ad una conclusione diversa re- 
putando che la Alessandra fosse stata scritta dopo la guerra 
romana con Antioco (a. 188 a. C.) da un altro Licofrone di 
Calcide, più giovine dall'omonimo tragico: le conquiste toccate 
ai Romani nella pace che seguì la guerra macedonica con Fi- 
lippo sarebbero le dpxayai oxòXtov di Licofrone (v. 1450). 

Assentiva al Niebuhr il Welcker (Trag. Graec. voi. 111. pag. 



32 LA TSORIA DEL WILAMOWITZ 



1260) neir ammettere che i due luoghi delia Alessandra in que- 
stione (1226-1280; 1446-1450) non potessero appartenere all'età 
di Tolomeo Filadelfo; ma reputava quei luoghi tarda interpo- 
lazione e la Alessandra attribuiva a Licofrone il tragico. 

11 Clinton (Fasi, Hellen. ed. mai. voi. 111. p. 13 ad a. 250 
a. Chr. ) invece riconosceva T unità della Alessandra, ma la 
reputava scritta dopo la vittoria navale di Duilio, riferendosi al 
V. 1229. 

Lo Scheer nella sua ed. della Alessandra non tratta la que- 
stione, ma si rimette all'autorità del Welcker stampando tra 
uncini i vv. 1226-1280, 1446-1450. 

Altri critici intanto seguirono T una o T altra delle opinioni ac- 
cennate ; ma colui che ai nostri giorni ha acutamente ritrattata la 
questione ed è riuscito indubbiamente a porla nei suoi veri ter- 
mini è stato il Wilamowitz {de Lyc, Alex, Greifswald 1883) 
sostenendo T unità della Alessandra e riferendo l'episodio com- 
preso nei vv. 1435-1450, giusta la interpetrazione degli antichi 
commentatori, ad Alessandro Magno. Egli ha ammesso che i 
vv. 1226-1280 che parlano della potenza romana poteano esser 
scritti nel principio del 111. sec. a. C. e specialmente dopo la 
battaglia del Sentino vinta dai Romani sopra i Sanniti (295 a. C.) 
interpretando le parole \rfi xal ftaXcia^r^c ox^Trpa xai jiovapj^iov 
Xa^oVcsc nel senso che „ liberi sunt Romani et ipsi imperium 
exercent „. In quanto all'episodio di Alessandro M. (1435-1450) 
ha reputato che il parente di Cassandra (1446: jisfr' Sctt^v ifévvav 
ai>&a{|icuv sfio'c) il quale abbia combattuto e poi fatto pace col 
Macedone, sia il popolo persiano, o meglio arcora Farnabazo, 
parente della stessa Cassandra in sesta generazione, contando 
da Priamo, Laomedonte, Ilo, Troo, Dardano sino a Zeus, pa- 
dre di quel Perseo di cui si facevano discendere gli Argeidi o 
Persiani. Licofrone, secondo il Wilamowitz, di tutta la reale casa 
macedonica si dà pensiero dì ricordare il solo Eracle (w. 801 sgg.) 
appunto perchè figlio di Alessandro e Barsine, la figliuola di Far- 
nabazo: il giovinetto ucciso sarebbe stato il vero pegno di pace 
tra i due popoli, il vincitore e il vinto, il macedone e il per- 
siano. E pxjichè il poeta attribuisce l'uccisione di Eracle al solo 
Polisperconte e tace di Cassandro, come pure tace sugli altri 



LA TESI DELL'hOLZINQKR 33 



delitti compiuti dallo stesso Cassandro nella casa di Alessandro 
M., è da credere, stando al Wilamowitz, che la Alessandra di 
Licofrone fosse scritta in paese che stesse in stretta relazione 
colla Macedonia e in un tempo in cui la famiglia di Cassan- 
dro regnava ancora o ambiva regnare. Così il Wilamowitz, 
coir ausilio anche di altri argomenti, ha concluso che la Ales- 
sandra sia stata intieramente scritta da Licofrone in Calcide di 
Eubea verso 1. a. 295 a, C. e cioè molto prima che il poeta 
si recasse alla corte di Tolomeo (285-283 a. C). 

Il Bates {op, cit.) ristudiando i dati della vita di Licofrone 
ha accettato senz' altro la tesi del Wilamowitz, già accolta con 
favore dai critici (cfr. Susemihl, Gesch. Gr. Litt. I p. 273 sgg.) ; 
ma non così ha fatto nella sua ed. della Alessandra V Holzin- 
ger (p. 50 sgg. ; cfr. comment. Lyc. ad /.) il quale ha creduto 
dover giungere a conclusioni diverse. 

Egli segue le osservazioni del Wilamowitz per ciò che con- 
cerne r unità della Alessandra, assentendo nell'opinione che Li- 
cofrone il tragico potesse scrivere i vv. 1226-1280, ma se ne 
allontana per ciò che riguarda la data della Alessandra inter- 
pretando diversamente gli altri vv. 1435-1450. Richiamando in 
vita un'opinione che già in certo modo era stata manifestata 
da altri, come particolarmente il Reichard nella sua ed. della Ales- 
sandra (Lipsia, 1788) il quale avea pensato che nei vv. 1435- 
1445 si parli di Alessandro M. e nei vv. 1446-1450 di Pirro, 
re di Epiro, e di Tolomeo Filadelfo, THolzinger sostiene che 
in tutto l'episodio (1435-1450) non si ragioni affatto di Ales- 
sandro M. ma esclusivamente di Pirro, che viene in Italia a 
combattere contro i Romani. Egli intende che il poeta dopo 
avere accennato alle guerre dei Diadochi (1435-1438) voglia 
parlare di Pirro, discendente da Eaco per via di Pirro il figlio 
di Achille, e parente dei Dardanidi per parte del Priamide Ele- 
no: Pirro, leone Calastreo e cioè macedone (1441) perchè nel- 
r a. 288 avea conquistata la Macedonia, dopo aver abbattuto i 
suoi parenti di Epiro (ó|iai|iow So|iov: 1442) e dopo aver lasciato 
il trono di Macedonia a Demetrio Poliorcete, il lupo di Galadra, 
obbligando ad inchinarsi dinanzi a lui i capi degli Argei, e cioè 
gli Argeadi, i figli di Cassandro e Tessalonica, nipoti di Fi- 

£. ClACBRI. — La Alessandra di Licofrone. 3 



34 RITRATTAZIONB DELLA GlUBSTlONB 



lippo (1443-1445) era andato in Italia; dopo sei anni (jiefr' exttjv 
^évvav) egli ripartiva dall' Italia; ma già un parente di Cassandra 
(aùda([ici>v èjjLo;) un romano, cioè Fabrizio, aveva combattuto e 
fatto pace con lui, diventando suo grande amico: Fabrizio, e 
cioè il popolo romano, come bottino di guerra (oxòXcov ctxapyd;) 
otteneva il dominio dell'Italia meridionale (1446-1450). Stabilita 
questa interpretazione, THolzinger viene alla conclusione che 
Licofrone trovasse incitamento a terminare la Alessandra nel 
ritomo di Pirro dall' Italia e quindi verso Ta. 274 a. C. E questo 
è lo stato della questione sino ad oggi. 

lo non credo dover ripetere le singole obbiezioni mosse dal- 
l' Holzinger al Wilamowitz e discuterle minutamente; mi limi- 
to a ricordare soltanto quelle che, a mio giudizio, hanno un 
serio valore: che il Xàov (v. 1441) e il Xóxo; (1444) non pos- 
sano riferirsi ad una sola persona, la quale prima faccia da 
soggetto e poi da oggetto; che .Artabazo(*) sia una personalità 
troppo poco significante per poter star di fronte ad Alessandro 
Magno e dirsi che abbia con lui incrociata la lancia e segnato 
con lui un trattato per mare e per terra; che, infine, il poeta 
non si sia potuto trovare in un paese del regno di Macedonia 
e in un tempo in cui regnava Cassandro o i suoi figliuoli, se 
ha ricordata 1' uccisione del giovinetto Eracle, avvenuta per vo- 
lontà dello stesso Cassandro. Ma, all' infuori di queste esatte 
osservazioni, io reputo che tutta la dimostrazione dell' Holzin- 
ger sia un edificio molto labile, ingegnosamente innalzato so- 
vra instabili fondamenta, e dopo lunga e serena riflessione mi 
son convinto che, assai più dell' Holzinger, si sia accostato al- 
la verità il Wilamowitz, giudicando, in conformità all'opinione 
degli antichi commentatori, che nell' episodio compreso nei vv. 
1435-1450 si ragioni di Alessandro Magno. È possibile infatti 
che in questi versi, anziché del Macedone, si parli di Pirro ? 
Noi non dobbiamo perderci in minute osservazioni di carattere 
grammaticale, né, d'altra parte, sforzare la nostra vista per ve- 



(*) Negligentemente più innanzi (p. 3-*) lasciammo correre Farnabazo, in- 
vece di Artabazo. 



LA LOTTA TRA l' ASIA E l'eÙROPA 35 



dere nel luogo in questione quegli avvenimenti storici che mag- 
giormente si confacciano ad un nostro disegno prestabilito. 
Dobbiamo invece considerare questi versi in relazione a tutta 
la Alessandra e giudicare con criteri, che corrispK)ndano all'idea 
fondamentale, cui il poeta intende dare svolgimento. 

Licofrone fa terminare il racconto delle avventure dei Greci e 
dei Troiani, partiti da Troia, alla venuta di Enea in Italia e al- 
la fondazione della potenza romana (cfr. più innanzi a p. 9 sg.); 
e dopo (vv. 1283 sgg.) egualmente che Erodoto nel principio 
della sua istoria, vuole esporre le ragioni di queir odio tra le 
genti d' Europa e dell' Asia, che condusse alla guerra troiana 
e quindi a tutte le lotte tra Greci e Persiani , che son durate 
sino ai suoi tempi. Egli pertanto comincia col ricordare il rat- 
to di lo, cui tien dietro quello di Europa, e poi passa all'an- 
data di Teucro in Troade, e alle successive spedizioni degli 
Argonauti, di Teseo e di Eracle contro le .^mazoni, delle Ama- 
zoni contro la Grecia, e cosi via, sinché giunge alla spedizio- 
ne dei Greci contro Troia ; viene quindi ai tempi posteriori al- 
la distruzione di Troia e ricorda le varie colonizzazioni greche 
neir Asia, intese come guerre di conquista, e il dominio di Mi- 
da sulla Tracia e la Macedonia, e la spedizione di Serse 
contro la Grecia, che vince la grande battaglia di Salamina. 
Giunto a questo punto (v. 1434) è chiaro che il poeta voglia 
completare la serie delle grandi lotte combattute tra V Asia e 
r Europa per venire al lieto avvenimento della pace fra i due 
paesi. Or è possibile pensare che Licofrone in tale esposizione, 
che giunge indubbiamente ai tempi suoi, passasse sotto silen- 
zio le gesta di Alessandro M. che in ordine di tempo, dopo 
la spedizione di Serse, rappresentano il momento più interes- 
sante della lotta tra l'Asia e l'Europa, e in ordine logico sono 
l'antitesi della fallita spedizione di Serse f E non è forse as- 
surdo credere che il poeta, saltando il periodo di Alessandro 
M., si desse proprio pensiero di ricordare le guerre dei Diado- 
chit 11 poeta non viene meno allo svolgimento della sua tesi, 
che trova compimento nell' opera del Macedone, il quale diven- 
ta signore dell'Europa e dell'Asia, e cioè dei Greci e dei Per- 
siani. Tutto ciò è evidente, e già da per sé stesso sufficiente a 



36 ALESSANDRO MAGNO 



rimuovere il dubbio che nell* episodio in questione (1435-1450) 
non si f)arli di Alessandro M. 

Né, d'altra parte, noi possiamo credere che il poeta qui po- 
tesse pensare al re Pirro di Epiro. Ammesso pure ipoteticamente 
che già innanzi nella Alessandra si fosse parlato del Macedone, 
in quale relazione verrebbero a trovarsi le gesta di Pirro con lo 
svolgimento della tesi di Licofrone? Un greco sarebbe venuto 
in Italia a far guerra, prima, e |X)i pace col popolo romano di- 
scendente dei Troiani e a tentare la soluzione della lotta ve- 
tusta tra TAsia e T Europa, lasciando proprio in disparte i de- 
stini dell'Asia! Né Pirro, né il popolo romano trovano posto 
in questo luogo della Alessandra, dove si continua a parlare 
deir Asia e dell' Europa. Dippiù devesi considerare che Pirro, 
in tal caso rappresentante della Grecia, combattendo col popo- 
lo romano ci resta sopraffatto. Or, per quanto la Alessandra sia 
una poesia obbiettiva, non ci é lecito supporre che un poeta 
greco, quale Licofrone , potesse con compiacenza celebrare la 
fallita impresa d'un campione greco, la quale avrebbe dato il 
bottino della guerra (v. 1450) ossia ogni vantaggio al popolo 
romano. Questo linguaggio sarebbe proprio d' un poeta di Ro- 
ma, o almeno amico dei Romani, quale non era , per quanto 
si sappia, Licofrone. Né può, infine, sfuggire V osservazione che 
nel nostro luogo della Alessandra (143r)-1450) non c'è nessu- 
na designazione geografica ; cosa che può intendersi facilmen- 
te qualora si ammetta che il poeta alluda alle gesta di Ales- 
sandro M., svoltesi nella Grecia e nell'Asia, e non mai se si 
creda eh' egli intenda parlare della venuta di Pirro in Italia e in 
Sicilia. Chiunque infatti abbia chiara conoscenza della Alessan- 
dra, dovrebbe in tal caso aspettarsi che il poeta con qualche 
nome geografico desse almeno indicazione delle coste della Ma- 
gna Grecia. Ma Licofrone non voleva parlare né di Pirro né 
dei Romani. 

Egli ha qui presente la figura del Macedone e nelle gesta 
di lui trova lo svolgimento finale della lunga lotta tra l' Asia e 
r Europa. Alessandro poneva sotto il suo dominio la Grecia e 
la Persia e concepiva il grandioso disegno di formare un im- 
pero unico fondendo insieme i due popoli e le due civiltà. È no- 



IL DISEGNO POLITICO DI ALESSANDRO M. 37 



to, infatti, com'egli lavorasse a questo scopo e coir esempio e- 
sortasse i suoi guerrieri a stringer, per via di matrimoni, lega- 
mi di sangue colle famiglie persiane, nonostante V opposizione 
che trovasse nel suo maestro Aristotele e nella nobiltà mace- 
done (cfr. Droysen , Hellenism. 1. p. 412 sgg. trad. frane). 
Colla sua morte veniva meno anche il suo disegno, ma i frut- 
ti di quella opera non andavan perduti essendosi diffusi nel- 
r Asia i costumi e la cultura greca. È vero che di fatto dopo 
Alessandro, in cambio della pace, si ebbero le guerre dei Dia- 
dochi ; ma ciò non esclude che Licofrone potesse celebrare l'o- 
pera di lui: egli ne ammira il disegno politico, e forse egli stes- 
so, come ogni buon studioso di quel tempo, spera ancora nel- 
l'attuazione di quel disegno che possa iniziare l'opera della pa- 
ce. E cosi Cassandra, che con angoscia prevede tante guerre 
funeste e la rovina della patria sua, termina il fatidico discor- 
so colla lieta profezia che un giorno i discendenti degli eroi gre- 
ci e i nipoti di Priamo si porgeranno amichevolmente la ma- 
no; e per significare che le genti dell' Asia avranno l'amicizia, 
la cultura, la civiltà dei Greci, con linguaggio figurato dice che 
conseguiranno la miglior parte del bottino della guerra. Non fa, 
del resto, Licofrone una esposizione storica degli avvenimenti; 
che anzi è notevole come studiosamente sfugga sempre le in- 
dicazioni storiche per non far perdere alla sua poesia quel ca- 
rattere di oscurità, che è proprio del linguaggio degli oracoli. E 
forse per questo egli non estende le profezie di Cassandra sino 
ai suoi giorni. 

Così studiata la questione, si comprende come io sia d'ac- 
cordo con quegli antichi commentatori e con quei critici mo- 
derni, che, come il Wilamowitz, i versi della Aless. 1439-1450 
riferiscono ad Alessandro Magno. Ma io non mi attengo del tutto 
alla loro opinione nella interpretazione di quei versi e me ne 
allontano principalmente nei seguenti punti: 1. non ammetto 
che tutto l'episodio riguardi le gesta di Alessandro in Asia, ma 
la prima parte (1439-1445) riferisco alla sua azione in Grecia, la 
seconda (1446-1450) alla sua opera in Asia, considerando co- 
me naturale che Licofrone parii simultaneamente dei due paesi, 
ed interpreto ó|xai|io)v (1442) ed 'Ap^sicov (1443) come i Greci 



38 LA PACK TRA l/ ASIA E l/ EUROPA 



od Argivi, e non mai come i Persiani ; 2. intendo che il leone 
epirota e macedone (1441) e il lupo di Galadra (1444) indi- 
chino due persone diverse, e che V uno sia Alessandro e l'altro 
Antipatro, il generale, cui lo stesso Alessandro partendo per 
r Asia affidava la Macedonia e la Grecia ; 3. non lego la frase 
lu^exiTiV Ysvvav (1446) con aò^'ucov, costruzione stranissima 
che non potrebbe trovare giustificazione neanche nelle licenze 
del nostro poeta, ma la riferisco all'episodio della guerra per- 
siana, e proprio alla battaglia di Salamina, di cui si è discorso 
sino al V. 1434: contando infatti a partire da quella battaglia 
(a. 480) colla spedizione di Alessandro neir Asia, durata sino 
oltre il 330, si va nella sesia generazione. Dippiù io mi sco- 
sto dall'opinione del Wilamowitz che in si; xt; •aXaton^; (1447) 
vede Artabazo, mentre io intendo con quella frase il popolo per- 
siano in genere, considerando che il critico tedesco, a dare ad 
Artabazo quell'importanza storica, che non potea avere nean- 
che agli occhi di Licofrone, sia stato indotto dal fatto eh' egli era 
padre di Barsine, la madre di queir Eracle ricordato al v. 801. 

Così inteso, il luogo in questione prende un significato mol- 
to chiaro e semplice nello stesso tempo. Cassandra dice : dopo 
la spedizione di Serse continueranno ad esserci molte e molte 
guerre tra l'Asia e l'Europa finché verrà Alessandro, di san- 
gue greco e troiano ad un tempo, che prima domerà i Greci 
costringendoli ad ubbidire al suo generale Antipatro e poi con- 
quisterà la Persia: sarà già venuta la sesta generazione, a da- 
tare dalla battaglia di Salamina, quando egli, signore dei due 
popoli, penserà a stringerli in scambievole amicizia e porre ter- 
mine alla antica lotta. 

Ma se Licofrone fa terminare le profezie di Cassandra colla 
celebrazione delle gesta e della politica di Alessandro M., sen- 
za accennare a Pirro o ad altro principe che avesse relazioni 
col popolo romano, quando avrà scritta la sua Alessandra? 

Il Wilamowitz ha avuto il merito di avere intuito come l' al- 
tro episodio della Alessandra (vv. 122(>1280) in cui si accen- 
na alla gloria di Roma, poteva esser scritto sul principio del 
111. sec. a. C, tra il 300 e il 290, e proprio dopo la vittoria di 
Sentino (a. 295) interpretando il verso 1229 nel senso che i Ro- 



l' uccisionb di rraclr di macedonia 39 



mani esercitassero liberamente la loro signoria e non che do- 
minassero su ogni terra ed ogni mare; donde ha sostenuto che 
Licofrone scrivesse la Alessandra in quel tempo e quindi pri- 
ma di recarsi alla corte di Tolomeo (a. 285-83). Ma noi ci 
dimandiamo se non sia invece più probabile che la Alessandra 
fosse composta ancor prima, e cioè nella fine del IV sec. a. C. 
Il Wilamovvitz si vale della notizia dell'uccisione del giovi- 
netto Eracle, compiuta da Polisperconte dietro suggestione di 
Cassandro nell'a. 309, per tracciare uno schema degli avve- 
nimenti, secondo me, ingegnosissimo ma ben lontano dal vero, 
stabilendo che Licofrone di tutta la famiglia di Alessandro M. 
ricorda soltanto quel giovinetto, perchè figlio di Barsine, figliuo- 
la di Artabazo, e passa sotto silenzio la responsabilità di Cas- 
sandro in quella uccisione, perchè mentre scriveva trovavasi in 
Eubea e cioè in un paese, le cui sorti eran legate al regno di 
Macedonia, dove regnava o aspirava a regnare la famiglia del- 
lo stesso Cassandro. Ma noi, come dicemmo, e con noi chiun- 
que giudichi la cosa senza preconcetto di sorta, non possia- 
mo ammettere che il poeta desse tanta importanza storica al- 
la persona di Artabazo; né, dippiù, ch'egli ricordando quel- 
l'uccisione l'attribuisse soltanto a Polisperconte per riguardi 
verso Cassandro e la famiglia di lui. Uno che voglia usar ri- 
guardi verso una persona, non menziona neanche certi fatti, 
il cui solo ricordo possa nuocere alla reputazione della perso- 
na stessa. Se Licofrone avesse avuta simile intenzione, non 
avrebbe fatto neppur cenno del giovinetto Eracle, e forse an- 
che avrebbe ricordati altri avvenimenti che tornassero in ono- 
re della famiglia di Cassandro. Ma egli non ha presenti alla sua 
mente né Cassandro né Artabazo. La tragica fine del giovi- 
netto, che nessun' altra colpa avea tranne quella d'esser fi- 
glio del grande Macedone, e che da Polisperconte fu condot- 
to da Pergamo in Macedonia per esser innalzato sul trono pa- 
terno ed invece, dietro l'accordo di Cassandro con Polispercon- 
te, fini strozzato miseramente (Diod. XX. 20, 28; cfr. Droysen, 
Hellenisni, II p. 381 trad. fr.) avrà impressionato 1' animo di 
Licofrone che lo rappresenta ucciso a mensa. E ciò induce a 
credere niente altro che quando il poeta scriveva la Alessan- 



4C» LA GRECIA SULLA FINE DEL IV SBC A. C. 



dra non fosse trascorso molto tempo dal compimento di quel 
fatto, sì da durarne ancora vivo il ricordo. Egli fa lanciare da 
Cassandra un' accusa d* infamia che direttamente colpisce Po- 
lisperconte ed indirettamente la delittuosa politica di Cassandro; 
e ciò ci muove a credere, contrariamente al Wilamovvitz, che 
in quel tempx) non si trovasse in una regione legata alle sorti 
del regno di Macedonia, quale si può supporre TEubea — seb- 
bene ci sia da notare che proprio in Calcide, la patria del poe- 
ta, almeno intorno al 304, l'autorità di Cassandro era molto 
contrastata , come poco appresso diremo — ma in un paese 
dove invece mal si giudicasse la politica di Cassandro. E que- 
sto paese dovrebbe esser stato, a mio giudizio, Atene, dove, co- 
me già dicemmo, devesi supporre che Licofrone passasse buo- 
na parte della gioventù, in mezzo agli studi e alla compagnia 
dei dotti. 

La storia della Grecia della fine del IV secolo ci mostra chia- 
ramente come r animo degli Ateniesi e dei Peloponnesi fosse 
contrario al partito di Cassandro che volea a tutti i costi tener- 
li sotto il suo dominio macedonico; e come invece fossero fa- 
vorevoli ad Antigono e al figlio di lui, Demetrio Poliorcete,che 
si fecero fautori della libertà ed indipendenza ellenica. Neir an- 
no 307 Demetrio restituiva in libertà Atene costringendo alla 
resa Dionisio, generale di Cassandro ; e gli Ateniesi rendevano 
a lui e al padre Antigono grandissimi onori (Diod. XX. 45, 46). 
E non molto dopo, nel 303, lo stesso Demetrio riusciva vin- 
citore delle truppe di Cassandro nel Poloponneso , prendendo 
Sidone e Corinto e poi Orcomeno, difesa dal presidio posto 
da Polisperconte; ed aveva tributati altri onori, particolarmente 
dai Sicioni (Diod. XX. 100, 102, 103). Egli diventava allora 
generalissimo della Grecia e il padre Antigono prendeva il tito- 
lo di re. Ma ben presto la fortuna di Cassandro rifioriva e as- 
sieme a Tolomeo, Lisimaco e Seleuco muoveva guerra ad An- 
tigono, che perdeva la corona e la vita nella battaglia d'ipso 
del 301 (l). È naturale pertanto pensare che V accusa di Li- 



(1) Sui trionfi di Demetrio e di Antigono in Grecia terminati colla batta- 
glia d* Ipso cfr. Droyskn, Hellenism. U p. 4\2 sgg. 477 sgg. 510 sgg. trad.fr. 



ROMA SULLA FINE DEL IV SEC. A. C. 41 



cofrone contro Polisperconte in particolare, e la politica macedo- 
nica in genere, fosse lanciata nel tenìpo in cui maggiormente de- 
clinava quella politica e cresceva il favore della casa di Anti- 
gono, e che quindi intorno all' a. 302 Licofrone scrivesse la A- 
lessandra. Del resto, noi non possiamo dubitare che queste vi- 
cende politiche interessassero anche direttamente Licofrone, una 
volta che lo stesso suo paese, Calcide, fatto custodire da Cassan- 
dro da un presidio beoto, era in quell'occasione, e cioè nell'a. 
304, liberato da Demetrio (Diod. XX. 100). 

Negli ultimi anni del sec. IV V età di Licofrone poteva ascen- 
dere all' incirca ai 25 anni ; e chiunque abbia una chiara cono- 
scenza della Alessandra non metterà in dubbio eh' essa sia un 
lavoro giovanile e niente altro che un esercizio letterario. Né 
potrà arrecar meraviglia il fatto ch'egli in sì giovine età fosse 
padrone di una grande erudizione, a chi consideri le condizioni 
di Atene, riguardo agli studi, e l'indole dei tempi. 

Ma poteva Licofrone intorno all' a. 302 a. C. parlare della 
potenza di Roma, cosi come al v. 1229? 

Dagli antichi commentatori ai critici moderni si giudicò, co- 
me già dicemmo, non si potesse scrivere quel verso neanche al 
principio del secolo 111 a. C. intendendo erroneamente che in 
esso Licofrone volesse parlare della grande potenza marittima 
di Roma, e tenendo presenti, più che le condizioni dello stato 
romano di quei tempi, il predominio che nel mondo la grande 
città acquistò nei tempi di Cesare e di Augusto. Si cancellò 
r errore per merito del Wilamowitz, mostrando che dopo la vit- 
toria di Sentino (a. 295) si potesse parlare dei Romani come 
di un popolo forte ed indipendente nella terra e nel mare ; ma 
non fu, a mio giudizio, rettamente risoluta la questione. 

lo non credo infatti che le parole *f^^ xaì ^XdooYjc; ox^rrpa 
xaì |iovapyiav Xa^ovie^ voglian dire che la signoria dei Romani 
si estendesse non solo sulla terra, ma anche sul mare, nel sen- 
so che avessero già una rispettabile flotta; ma semplicemente 
che il dominio di Roma si estendeva su città interne e marit- 
time, e cioè anche sulle coste. Reputo pertanto cosa superflua 
il riferirci alla notizia di Polibio (XXX. 5. 6) che sulla fine del 
IV sec. i Rodi chiedessero l' alleanza dei Romani, o a quella di 



42 ROMA E LA ORBCIA 



Strabene (V. 232) sulle lagnanze mosse ai Romani prima da 
Alessandro e poi da Demetrio Poliorcete intomo alle piraterie 
degli Anziati, considerati come dipendenti da Roma; e così pu- 
re discutere sulla nomina dei duoviri navales delFa. 311 ov- 
vero sulle condizioni della flotta romana al tempo delle guerre 
puniche. A noi interessa soltanto tener conto di due cose, del- 
la estensione, cioè, del dominio di Roma neir interno e nelle 
coste della penisola sulla fine del IV secolo, e della conoscen- 
za che di quel dominio allora si potesse avere in Grecia. E su 
ciò crediamo potersi pronunciare un esatto giudizio soltanto al- 
lora che si consideri la Roma di quel tempo, non in relazione 
agli altri stati, ma rispetto alle condizioni della Magna Grecia 
e della Sicilia. Or, non calcolando la vittoria ottenuta dai Ro- 
mani sui Galli, colla quale si aprirono la strada al predominio 
della penisola, né i risultati della seconda guerra sannitica, a- 
vanti alla pace del 304, senza dubbio favorevoli a Roma, dob- 
biamo ricordare come i Romani verso il 343, se non assog- 
gettavano del tutto la greca Campania come vorrebbe la tradi- 
zione, riuscivano ad imporre ai Campani un trattato di allean- 
za che dovea ben presto significare la loro superiorità (cfr. 
Pais, Stor, di Roma 1 2 p. 230 sgg.) ; e come verso il 327 
la greca Napoli era costretta a firmare un trattato coi Roma- 
ni, che dovea necessariamente implicare il riconoscimento del- 
r egemonia di Roma (cfr. ib. p. 485); e come, infine, verso il 
318 i Romani estendevano la loro influenza anche sulla Apu- 
lia, paese ellenizzato, dove già Luceria era colonia romana sin 
dal 325 oppure lo diventava nel 314 (cfr ib, p. 303). 

Or quale interesse dovesse destare questa crescente poten- 
za romana nell'animo dei Greci dell'Italia inferiore, quali i 
Tarantini, e della Sicilia, quali i Siracusani, che neir Italia spe- 
ravano estendere sempre più la loro autorità, è facile com- 
prendere. 1 tentativi operati nella Sicilia da Timoleonte e nel- 
la Magna Grecia da Alessandro il Molosso in difesa del mon- 
do ellenico di Occidente, già pericolante, erano falliti, e con ti- 
more si dovea guardare, dalla parte dei Greci d' Italia e di Si- 
cilia, alla sorgente potenza del popolo romano; né a tutto ciò 
potea indifferentemente assistere la Grecia propriamente detta. 



LA POLITICA DI ATENE IN OCCIDENTE 43 

L' occupazione romana della Campania p. s. dovea muovere in 
partircolar modo T attenzione degli Ateniesi. Sappiamo infatti — 
ed è merito del Beloch aver chiarito questo punto (Campa" 
nien, p. 30; Griech. Gesch, 1 p. 505 sg.) — che verso la me- 
tà del V secolo a. C gli Ateniesi rivolsero lo sguardo alla Cam- 
pania e nel 440 parteciparono alla fondazione di Napoli. E le 
buone relazioni di Atene con Napoli sono attestate dalle mo- 
nete napolitane di quel tempo che portan T effigie della testa 
di Pallade; e in rapporto a quelle relazioni sta anche il fatto 
che durante la guerra peloponnesiaca gli Ateniesi stipendiava- 
no milizie campane per combattere Siracusa (Diod. XIll. 44). 
Lo stesso Licofrone al v. 717 allude alla colonizzazione atenie- 
se in Napoli chiamando questa ** la città di Palerò „ e sulle trac- 
ce dello storico llmeo riflette lo spirito della politica ateniese, 
di stringer sempre migliori relazioni colla Campania, quando 
(v. 732) ricorda la festa istituita in Napoli alla sirena Parteno- 
pe dair ammiraglio ateniese Diotimo durante la guerra del Pe- 
loponneso. E in quel tempo sarà sorta, o almeno sarà stata av- 
valorata, la tradizione che faceva giungere in Napoli V eroe ate- 
niese Palerò. Si consideri come dopo le gloriose guerre persia- 
ne Atene, conseguita X egemonia sulle città ioniche dell' Arci- 
pelago e dell'Asia, cercasse di avvalorare i diritti della con- 
quista con quelli della tradizione storica aspirando a quella glo- 
ria che per lo innanzi aveano conseguito Argo, Sparta e Co- 
rinto: sorgevano nuove tradizioni che facevano giungere eroi 
ateniesi in Mileto e F'ocea e nell' isola di Nasso, e quindi vol- 
gendo le mire ambiziose all' Occidente Atene faceva ateniese 
Teocle, fondatore di Nasso, ed attici Ippocle e Megastene, oichi- 
sti di Cuma, cercando di spingere la sua influenza sino alla 
Campania (cfr. Pais, Storia d. Magna Grecia I. p. 168 sg.) 
Tutto ciò sta in relazione col fatto, già luminosamente dimo- 
strato dal Pais (S/or. di Roma li p. 14 sgg.) che primi a nar- 
rare la storia di Roma furono scrittori greci della Sicilia e del- 
l' Italia meridionale: a cominciare da Antioco siracusano, che, 
contemporaneo di Erodoto, già faceva menzione di Roma, a fi- 
nire in Calila e Timeo, che pare facessero un ampio racconto 
dei più antichi avvenimenti di quella città (Dionys. Hal. I. 6). 



44 LA TRADIZIONE TROIANA IN ROMA 



Ed anche nella Grecia propriamente detta ben presto gli scrit- 
tori si dovettero interessare delle cose di Roma e notare con 
sensazione T estendersi dell* egemonia romana sulla Campania 
e particolarmente sulla città di Napoli, se già uno storico co- 
me Teopompo, fiorito nella metà del sec. IV, si occupava di 
Roma presa dai Galli (Pun. 111. 57) ed Eraclide pontico par- 
lando di quel fatto chiamava Roma toKk^ 'EX^vic (Plut. Cam, 
XXll. 2; cfr. Strab. V. 231) Niente di meraviglia pertanto 
che sulla fine di quel secolo scrittori greci pariassero di Ro- 
ma come d* una città che avesse allargato il suo dominio nel- 
la penisola, su regioni inteme e sulle coste ; tanto più se con- 
sideriamo che r azione politica dei Romani nella Campania, do- 
ve Cuma e Napoli erano colonie calcidiche, dovea avere par- 
ticolare interesse per un poeta di Calcide, quale Licofrone. E 
pariando di Roma Licofrone (v. 1226-1280) si vale dello sto- 
rico Timeo, il quale avea tanto sentito V importanza della nuo- 
va città, che viaggiando era giunto nel Lazio ed avea visitato 
Lavinio acquistando indubbiamente chiara conoscenza geogra- 
fica del Lazio e di Roma. Né, stando alla nostra questione si 
può passare sotto silenzio la circostanza che il nostro poeta 
parla di Roma a proposito di Enea, in quanto Cassandra con 
compiacenza prevede la potenza dei Romani suoi nepoti. Or la 
tradizione troiana, come io credo aver dimostrato altrove, (in 
Siud, Stor, Pisa 1893, voi. IV p. 503 sgg.) era venuta in Ro- 
ma nella metà del IV sec. a. C. dalla Campania, dove già avea 
fatto giungere Enea il poeta Stesicoro, secondo la Tavola Ilia- 
ca, e dove la capitale Capua si diceva fondata dal troiano Ka- 
pys a testimonianza del logografo Exateo (fr. 27 in F, H, G. M 
l p. 2). Ed è quindi naturale pensare come questa tradizione 
deir origine troiana dei Romani, che poi veniva accreditata dal- 
l' autorità dei due scrittori sicelioti Callia e Timeo (Dionys. Hal. 
1. 72, 67 ; PoLYB. Xll. 4. 6) contribuisse a diffondere nel mondo - 
greco la rinomanza di Roma sin dal tempo della occupazione 
della Campania, e forse anche per opera di scrittori campani 
o napolitani. 

Ma gli studiosi di Licofrone non son mossi da questo or- 
dine di idee relativo alla azione esercitata dai Romani sui pae- 



LO STATO ROMANO AL TBMPO DI LIGOFRONR 45 

si greci d'Italia, e all'impressione destata da questo fatto nel 
mondo ellenico, e non hanno quindi, a mio giudizio almeno, 
dato il vero valore ai versi di Licofrone che parlano della poten- 
za romana. Si son meravigliati che il poeta non determini la 
località di Roma, dando invece designazioni geografiche di ca- 
rattere generico (1273 sgg.) ed hanno persino pensato che Ti- 
meo, sua fonte, non conoscesse con precisione quella località 
(WiLAMOwrrz, de Lyc, Alex. p. 11) e non avesse nozione del 
Tevere (Geffcken, Tim, p. 42) ovvero, con minore inverisi- 
miglianza, che Licofrone intendesse dare i confini del Lazio e 
non della città di Roma (Holzinger, ed. Lyc. ad, /.). Ed essi, 
secondo me, son caduti più o meno tutti in errore, in quanto 
non hanno ben inteso come il poeta non vuole parlare né 
della città di Roma, né del Lazio dell* età mitica di Enea, ma 
dello stato romano dei suoi tempi e cioè della fine del IV sec. 
a. C. Egli dice che il popolo romano farà forte e potente quel 
paese dove Enea fondò le trenta città, estendendolo sulle coste 
sino alla dimora della Sibilla Cumana, e cioè sino a Napoli (cfr. 
comment. ad /.). E tutto ciò Licofrone potea conoscere stan- 
do in Atene od anche in Calcide suo paese natio; ma senza 
dubbio egli avea presenti gli scritti di Timeo. Se non che, a 
questo punto, ci si può dimandare: se Licofrone scriveva la 
Alessandra sulla fine del IV secolo, intorno air a. 302, potea 
valersi dell'opera dello storico Timeo! 

Non esitiamo a rispondere affermativamente convinti che i pri- 
mi libri di queir opera (nei quali si davano su Roma e sull'origine 
delle colonie greche di Occidente quelle notizie che segue il nostro 
poeta) Timeo publicasse in Atene avanti il 300 ; senza contrad- 
dire all'opinione di coloro i quali ammettono che non si pos- 
sano riferire ad epoca molto anteriore a quella data (cfr. Su- 
SEMiHL, Gesch, der griech. Liti, 1 p. 566). È noto infatti co- 
inè Timeo impiegasse cinquanta anni a comporre la sua ope- 
ra in Atene, cioè dal 312 al 260; ed éda credere ch'egli stes- 
so publicasse le singole parti della grande opera, appena com- 
piute. Noi dobbiamo imaginare che Timeo nei suoi lunghi viag- 
gi in Sicilia e in Italia e in altri luoghi d' Occidente avesse già 
raccolto il materiale per scrivere la storia antichissima di quei 



46 I PRIMI LIBRI DELLA STORIA DI TIMSO 

paesi prima ancora di andare in Atene (a. 312) e che in un 
periodo di circa 10 anni in questa città scrivesse e publicasse i 
primi libri della sua opera, intomo alla colonizzazione greca 
d* Occidente. Senza entrare nella oscura questione delle partizio- 
ni dell'opera (cfr. Susemihl, op, cit, I p. 567 sgg.) ci è lecito 
ammettere col Mùller (in F. H. G, voi. 1 praef. p. Lll sq.) che 
nei due primi libri Timeo parlasse dell* età mitica delle genti di 
Italia, Sicilia, Corsica, Sardegna, Baleari e di altri luoghi d'Occiden- 
te e ne facesse la descrizione geografica. Se poi nel 111 libro ra- 
gionasse solo della colonizzazione greca di Sicilia od anche di 
quella degli altri paesi d' Occidente, ovvero sedi questo argomen- 
to s* intrattenesse maggiormente nei libri IV e V, dei quali non 
ci è data nessuna indicazione, non sappiamo; in altre parole, 
non possiamo determinare se Licofrone trovasse il materiale ne- 
cessario nei primi due o tre libri di Timeo — come io incline- 
rei a credere — ossia nei primi cinque libri. Certo si è, secon- 
do me, che la storia della colonizzazione greca d' Occidente non 
dovea andare al di là del V libro, nell'opera di Timeo; che se 
poi trova riscontro in Licofrone qualche frammento timaico che 
dal Miiller è stato riferito a libri posteriori, possiamo ritenere 
ch'esso, salvo il caso d'una ripetizione, sia stato mal colloca- 
to. Tre frammenti infatti notiamo di questo genere, 1' uno (62) 
intomo ai Troiani in Siri (Lyc. v. 984) ascritto al 1. VII, 1' altro 
(66) sulle fanciulle locresi in Troia (Lyc. v. 1141 sgg.) riferito 
al 1. IX e il terzo (99) che parla di Diotimo ateniese in Napoli, 
attribuito al 1. IV della seconda parte dell'opera, e cioè al 1. 
XXV dell'intera storia. Or di nessuno di questi frammenti ci 
è detto a qual libro appartenga; e crediamo di non andar lon- 
tani dal vero riferendoli ai primi libri dell'opera, stimando, 
cioè, che dell'arrivo dei Troiani in Siri ragionasse Timeo a 
proposito dell'origine di quella città; delle fanciulle mandate in 
Troia dalla Locride di Grecia, in espiazione dell'oltraggio fatto 
a Cassandra dal locrese Aiace, discorresse nell' occasione del- 
l' origine dei Locresi Epizefiri d' Italia, che pur onoravano Aia- 
ce; e la festa, istituita dall' ammiraglio ateniese Diotimo alla sire- 
na Partenope, ricordasse nella descrizione del viaggio d' Ulisse 



MANCANZA DSLL* EPISODIO DI ENEA E DIDONB 47 

sulle coste d' Italia e della morte delle Sirene — egualmente che 
Licofrone. 

Nulla s' oppone dunque, secondo me, air opinione che Lico- 
frone consultasse i primi libri della storia di Timeo qualche an- 
no avanti il 300, specialmente se crediamo che in quel tempo 
egli si trovasse in Atene. E non si potrebbe forse pensare che 
il nostro giovine poeta, il quale fu adottato dallo storico Lieo 
regino, e cioè da un dotto d* Occidente , conoscesse personal- 
mente in Atene Timeo e da quella conoscenza traesse in cer- 
to modo stimolo alla composizione della Alessandra? Ma non 
andiamo tanto oltre nella via delle congetture. 

A noi interessa notare, per ciò che riguarda la data della Ales- 
sandra, come — seppure non si possa chiamare un argomen- 
to ex silentio — una circostanza favorevole alla nostra opinio- 
ne si rilevi appunto dal confronto tra Timeo e Licofrone. È 
curioso infatti che Licofrone, dopo aver ricordato la venuta di 
Enea in Italia ed avef parlato più volte della Sicilia, non fac- 
cia per nulla parola della regina Didone. Eppure egli ha ac- 
cennato all'arrivo in Sicilia delle figliuole di Fenodamante, e 
a Crimiso e ad Egesta, e al loro figlio Egesto, e ad Elimo, e al- 
le origini troiane della città di Segesta (vv. 951-977); e si a- 
spetterebbe in tal caso che Cassandra ricordasse la infelice Di- 
done che tanto benevolmente avea accolto Enea in Cartagine ! 
Ma Licofrone non trova T episodio di Enea e Didone nell'ope- 
ra di Timeo, che pur parlava di Didone, detta prima Elissa, e 
andata da Tiro in Libia, dove per schivare le nozze col re lar- 
ba e per restare fedele al defunto marito si gettava nel rogo 
(fr. 23). Né Timeo, infatti, poteva far giungere Enea a Carta- 
gine al tempo di Didone, che la medesima avea fondato, se 
poneva la distruzione di Troia all' a. 1334/3 e invece l'origine 
di Roma e Cartagine all'a. 38 av. la 1« olimpiade e cioè all' a. 
814 (cfr. BusoLT, Gr, Geschichte I p. 260). E il fatto che uno 
storico siciliano quale Timeo mostra d' ignorare la leggenda di 
Enea e Didone, ci dà ragione d'argomentare ch'essa non fos- 
se ancora formata, ovvero, sorta da poco, non fosse ancora ve- 
nuta a sua conoscenza, quando scriveva i primi libri della sua 



48 OU IMITATORI DI UGOFRONB 



Storia, e cioè qualche anno avanti il 300 a. C (1). E ciò va 
senza dubbio in accordo colla nostra opinione, che pone la com- 
posizione della Alessandra anteriormente a quella data; mentre 
resterebbe ancora men chiaro come Licofrone, anche indipen- 
dentemente di Timeo, potesse ignorare la leggenda di Enea e 
Didone, se avesse scritta la Alessandra durante il secolo III e 
p. s. dopo la spedizione di Pirro in Sicilia, come reputa V Hol- 
zinger. 

Al chiarimento della questione intomo alla data della Ales- 
sandra ha indubbiamente giovato lo studio sugli imitatori di Li- 
cofrone ; e se disparate sono state le opinioni dei critici nello 
ascrivere al numero di costoro alcuni poeti, concordi si è sta- 
ti nel giudizio su Callimaco ed Euforione. Nessuno infatti può 
dubitare che entrambi abbiano imitato, e nella forma e nel con- 
tenuto, Licofrone (2). E questo fatto ha non lieve importanza, 
perchè si può riuscire a chiarire meglio i frammenti di quei 
due poeti mediante il confronto con Licofrone e perchè, d'al- 
tra parte, ci mostra come nel 111. sec. a. C. quest'ultimo fos- 
se letto e studiato. Così F osservazione del Giinther (op. di. p. 
1 1) che il fr. 89 Mein. di Euforione sia una imitazione del v, 
1278 di Licofrone ci mette in grado di sostenere che il luogo di- 
scusso della Alessandra (1226-1280) fosse già scritto al tempo di 
Euforione e che non fosse, secondo dicemmo, una tarda inter- 
polazione. Ma niente di più ; che non è da credere potersi ar- 
guire dall'imitazione di Euforione un termine anie qnem per 



(1) Cfr. la mia memoria Come e quando la tradizione troiana sia entra- 
ta in Roma (in Stud. Storici Pisa 18^3 voi. IV. p. ó*J4 sgg.) dove ero già 
venuto a tale conclusione, 

(2) Cfr. SusBMiHL, op. cit, \ p. 353. 3^">. Su Callimaco imitatore di Lico- 
frone V. WiLAMOwrrz, de Lyc. Alex. p. 12 ; Spiro in Herm. 23 (a. 1887) p. 
199 sg. I principali lavori su Euforione imitatore di Licofrone sono: quello 
di G. ScHULTZK, Euphorionea (Strassburg 1888 diss.) p. 6-18; e Taltro di C. 
Knaack, Euphorionea xnJahrb.f. class, phil. 1888 p. 143 sgg. il quale pri- 
ma raccoglie le voci di Licofrone che trovano riscontro in Euforione e poi 
valendosi di Licofrone tenta fissare alcuni frammenti dubbi di Euforione ri- 
ferentisi alle leggende troiane. Cfr. anche GCnthkr, de ea quae inter Timaeum 
et Lycophronem etc. p. lU sq.; Gbffckkn in Herm. 20 (a. 18^1) p. 578. 



CALUMAOO, RUFORIONB, SIMMIA, TEOCRITO E DOSIAOA 49 



la composizione della Alessandra, come erroneamente fa THol- 
zinger (ed. Lyc. p. 45) il quale ammesso, come realmente ri- 
sulta dal dato di Suida, che Euforione nasceva verso il 27h 
a. C. e che quindi la sua produzione letteraria cominciava non 
prima del 256, conclude che avanti il 256 dovea esser publica- 
ta la Alessandra, quasiché, se questa fosse stata scritta 20 a 
30 anni dopo, Euforione non avrebbe potuto leggerla egual- 
mente! Noi ignoriamo in quale anno Callimaco ed Euforione a- 
vessero in mano la Alessandra, e quindi non possiamo stabilire 
nessun termine preciso ; né diversamente ci é dato concludere 
per la Scure di Simmia, la Zampogna di Teocrito, l'Altare di 
Dosiada, tutti scritti appartenenti al 111. sec. a. C. dei quali pe- 
rò sconosciamo l'anno della composizione. 

Indipendentemente della questione se la Zampogna sia più an- 
tica dell' Altare o viceversa (Wilamowitz, op, cit, p. 1 2 ; Su- 
SEMiHL, I p. 184) io non credo ci si possa scostare dalla opi- 
nione di coloro che, come il Wilamowitz, in entrambi vedono 
una manifesta imitazione di Licofrone; e si ha ragione di pen- 
sare che quella imitazione avvenisse nella 1* metà del 111 se- 
colo. E ciò giova indirettamente a provare, se non altro, che la 
composizione della Alessandra — conformemente a quanto ab- 
biamo sostenuto — debba farsi risalire più in là che sia pos- 
sibile; e ci piace chiudere la discussione di questo argomento 
ricordando come, al punto in cui oggi sono arrivati gli studi 
su Licofrone, non é più lecito dubitare della unità della Ales- 
sandra, a meno che con nuovi e validi argomenti non si cre- 
da di poter annullare il lavoro critico di questi ultimi anni (1). 
Noi dobbiamo ritenere eh' essa ci sia pervenuta nella sua for- 
ma genuina, e ciò non soltanto rispetto all'unità, ma anche ri- 
guardo alla disposizione dei versi e degli episodi, compreso quella 



(1) K curioso infatti come il Christ, anche nella ultima edizione del suo 
pregevole manuale di storia della letteratura greca (Munchen 1808) che va 
per le mani di tutti gli studiosi, asserisca senz'altro (p. 540) che sono inter- 
polazioni i vv. 1220-1280 e 1446-1451, perchè parlano della venuta di Rncii 
nel Lazio e della potenza dei Romani, cose delle quali, secondo lui, al tempo 
di Licofrone in Grecia appena si potea aver conoscenza 1 

5. ClACIBI. — La Alettandra di Licofrone. 4 



50 FORMA GENUINA DELLA ALESSANDRA 



della rovina della famiglia di Idomenco (1214-1225) che osta- 
to già tanto discusso, lo son d* accordo con quei crìtici, i quali 
ammettono che queir episodio trovasi nel posto assegnatogli dal 
poeta istesso; e che inserito altrove, come altri dotti han re- 
putato, non farebbe che disturbare il naturale andamento del- 
la esposizione. Se Licofrone dopo aver parlato del ritomo di 
Agamennone (1099-1125) non viene direttamente a quello di 
Idomeneo (1214- 1225) ma tra Tuno e T altro intromette il ri- 
cordo di Cassandra, Ex:uba, Ettore, non fa che seguire quel suo 
metodo da cui deriva una delle cause della oscurità della Ales- 
sandra: la fìne di Agamennone è strettamente legata a quella 
di Cassandra; la quale pensando agli onori che avrà dopo la 
sua morte, ricorda la fama che immortalerà la madre Ecuba e 
la gloria del fratello Ettore ; e dopo, tornando all' argomento, vie- 
ne a parlare di Idomeneo. 

Cosi io son d'avviso che la Alessandra sia giunta sino a 
noi nella sua forma genuina e press' a poco tale quale si leg- 
ge nel testo di Gottofredo Kinkel (Lipsia 1880). 

Nessuno certamente potrà revocare in dubbio che l'edizione 
di Edoardo Scheer (Berlino 1881) sia pregevolissima, oltreché 
per alcune felici correzioni del testo, per il cosidetto apparato 
critico e per la raccolta delle citazioni di voci e versi di Lico- 
frone fatte da antichi grammatici, e per le sue parafrasi greche, 
e per il ricco indice dei vocaboli licofronei. Ma io reputo non- 
dimeno che la edizione del Kinkel, la quale fondamentalmente 
è derivata dalla classica edizione del Bachmann, sia oggidì la 
migliore, e perchè rispetta il principio, secondo me irrefutabile, 
che nella Alessandra ci sia varietà di forme dialettali, e perchè, 
in generale, non giunge mai ad innovazioni o sostituzioni tmp- 
po ardite, lo riproduco nella presente edizione il testo dato dal 
Kinkel, ma non indiscussamente. Non faccio frequenti muta- 
zioni su quel testo, perchè ciò sarebbe contrario ad ogni cri- 
terio scientifico andandosi incontro al pericolo di fare una pre- 
tesa nuova edizione senza ricorrere allo studio diretto dei ma- 
noscritti o codici — cosa non richiesta dal disegno del mio la- 
voro ; — ma me ne allontano qualche volta, e soltanto quando 
un'altra lezione d'altro critico o editore mi si presenta, in ma- 



51 



niera manifesta, più convincente, ovvero quando, e in pochis- 
simi casi, per T intelligenza del testo mi trovo convinto dover 
proporre io stesso una nuova lezione. In tutto ciò mi avvalgo, 
come guida, degli apparati critici delle edizioni dei Bachmann 
e dello stesso Kinkel e, in special modo, di quella dello Scheer, 
oltre degli studi particolari dei critici, tutte opere a loro luogo 
citate nel commento. 

E così riguardo alla interpunzione dissento qualche volta dal 
Kinkel, ed, anche per questo, solo quando ciò torni a vantag- 
gio della interpretazione del testo medesimo. 

Complessivamente mi scosto dal Kinkel per l'interpunzione nei 
seguenti versi: 110, 111, 150, 185, 195, 207, 208, 330, 367, 
463, 464, 496, 700, 702, 771, 793 (bis), 859, 942, 945, 1027, 
1028, 1093, 1182, 1380, 1381, 1439. 

In quanto alla lettura del testo mi allontano dal Kinkel soltan- 
to nelle lezioni seguenti, già date da critici ed editori : accanto 
a tali lezioni qui segno fra parentesi, per maggior chiarezza, 
quelle del Kinkel da me rifiutate: 

V. 51 Ss^toòfisvov (Be^toòjJLSvoc;); 1 80 za>.t|iicop£yTov (TcaXtfixóps'jxo;); 
196 rpaìav (fpaìav) ; 233 Ty^évit (tuTcévra) ; 262 pat^o» (paipto); 
300 5Pp'.|Jiot (<J|i3pt|iot); 326 7:ot|xav8p(av (IIot|iav8p{av); 334 Malpac 
(jioipac); 358 '^a\i'^aiov9 (^va^ataiv); 367 òotodr^xac; (òato^^xai;)... ecpTj- 
(livojv (scpTijiivotx;); 374 xat Tpùyavta (xaì Tpòyata) ; 401 ^STpot>- 
jiivr^-: (T:epo'j|i8vr|^) ; 461 àzha (àl'a); 495 xoO icot' (tòv zot ) ; 575 
YjXdoxcoatv (fjXdaxo'jatv); 708 Xot^yJ; (Xot|Sà<;) ; 853 iIxy"A.A.r^Tta (5Ixw- 
Xr^ipia); 854 Tajxdoatov (Tajidotov); 946 KoXtaxdvou (K'y/wtordpo'j) ; 
1000 <pftdp<*) ((pdopov); 1026 li^ffio'j (AiCTjpoO); 1138 irstaiuvat 
(^r:ao|JLévai); 1234Xoipd8oc (XstpdSo;); 1312 AtPoaT(vr|V (AipaTtxTjv); 
1332 Nsxco'jvtSo; (NsxoovSo;) ; 1346 r^ è' (t^'8'); 1436 Aqatat; (sv 
Yaia); 1437 Sivaiaiv (Jstvalatv) dfyf^^ (ctpyaì;). 

Dippiù lego il V. 185 col sg. negando che vi sia lacuna; 
metto tra lineette i vv. ^)14 sg.; e scrivo al v. 1087 Kai toò^ 
(xaì xoòc). 

Finalmente mi scosto dal testo del Kinkel nelle seguenti le- 
zioni da me stesso proposte: 

v. 985 vsiixavTs; (Ssifiavts;) ; 993 il'j^aloo; (To^a(ou;ì; 1254 
Aapivou (Aaxioo); 1329 O'i^xr^poxXsTmQ (Cc«OTT|poxXs7rnr^;). 



pppi^ ^Ut 



LA ALESSANDRA DL LICOFRONE 



TESTO E TRADUZIONE 



r 

KA. rfiT^ icoÀixai; icctvx' s^axiCov iw^hr^. 
Akschti» Agam, 1210. 



Aé^a> tei xdvia vr^TpcKto;, a |i iotopeU, 
dpy^; dir' dxpa!;* tjv òk jir^xyvftTQ Xo^oc 
oòffvwftt 8goicoT * où ^fàp yjotiyoc ^òpr^ 
iktjoe yp>jO|jL(i)v, (»)<; icpiv, aìoXov aTÒjia' 
dXX' dfoTcsxov yéaoa 7:a|X|it7T^ fior^v, .^ 

oacpvr^?pdYa>v ?po'^a2Ìcv sx Xatjicbv Sza^ 
il^pqf-fò? xsXatv:^; T^P^^ èx|it|ioy|xévr^. 
itov aaaa Oo|im xaì 8tà |ivi^jjl7;c èyo), 
xXòoic; (?v, tt)va$, xdvaxs|ii:dCtt)v '^pevì 
Z!>xvTJj, Bioiyvst 8tia?pdToo<; aìvq|iàxojv in 

oi'ita; x'jXiaooiv, -^xsp sijiaftTj^ ipi^o; 
òpdiQ xeXsò^) tdv axotm ico^rjcTsl. 
i^ci) è'ixpav ^aXfUSa |i7jp(v^iO ayctaa;, 
dfvetiJL» Xo^(ov sì; 4t£^o3oti? sycwv, 
icpw-njv dpd^a^ vòoaav, ló; rrr^vò^ ìpojisó^. l"» 



w. I-ló. Il custode di Cassandra prima di riferire al re Priamo le pro- 
fezie della fanciulla fa notare la loro oscurità. 



Fedelmente narrerotti tutto quanto mi chiedi, e sin dal prin- 
cipio; ma se troppo lungo sarà il mio discorso, siimi indulgen- 
te, o Sire ; che non sciolse la vergine il multiforme linguaggio 
degli oracoli tranquillamente, come per lo innanzi ; ma prorom- 
pendo in smisurato e confuso clamore dalla fatidica laringe man- 
dava fuori la voce a guisa della crudele Sfìnge. Tutto ciò di 
cui io serbo vivo il ricordo tu ascolta, o Sire, giudicando con 
sagace intelletto, e investiga gli oscuri enimmi, procurando di 
avviarti col pensiero verso là, dove una chiara orma, per un 
piano sentiero, ti possa guidare fuori le tenebre. Ed io intanto 
mi slancio nel corso delle ambigue parole, quasi destriero che 
caduta la fune, ultima barriera, scalpitando fugga dallo stecca- 
to e par che voli. 



Ó6 I.A ALESSANDRA 



xpatxvol; òrepxoTctTo IlYj^dooo ircepolc, 
Tt^vòv èv xotxotoi TTj; Képvr^; ziKaQ 
XncoùoGU TÒv oóv d|xcpi|ii^Tpiov xdatv. 

vaòTat AiaC^ov xcnrò yÌ^ èo/dC^ooav 

5a:cXr,]p[a;. ai Bè icapftevoxtdvov Bértv 

looXorcCoi ftelvov sùmxs; axd^t; 

T:Bkap'^oypmTZ<^ ai BaXaxpaìat xòpau 

'J7:èp KaXc>èvò>v '/wscjxà ^atvo'joai xriXa, 20 

a^pXaoTtt, xaì f<Ó3acova; o>pYCj»ci>|iivo'j; 

dTwapxriai; xprion^poQ aUkovoc D^oaìQ. 

r^ 5' ev^ov sydaaaa flax)reìov axò|ta, 

''AtT|; dz dtxpcov PooxXavoxTiorcov X.ocp<uv, 

Toiò>v8' di:' dfy^f^^ rif^ 'AXs^dvSpa ^.o^cov* 311 

Aìaì, TdXatva ^|Xa|JKÒv x^xacijiévr^, 
xaì Tcpoo^e jiiv xsóxatotv oòXa|iYj<pòpoi; 
iptcozépoo XsovToc, ov roTS jvddfii; 
TpiTcovoc; TjiidXa^E xdpyapo; xikov. 

vv. Ih-;i4. Cassandra predice la rovina della patria vedendo Paride che 
parte per la Grecia: ricorda la distruzione di Troia per opera di Eracle. 

Sorvolava già l'Aurora le alte cime del Fagio, trasportata 
dalle veloci ali di Pegaso, lasciando Titone, tuo fratello dal lato 
paterno, ancor sopito presso risola di Cerne; e i naviganti scio- 
glievano la lenta fune dalla cava pietra e tiravano T ancora dalla 
terra; e il mare, che inghiotti Elle, solcavano le belle navi, le figlie 
del monte Ida dai molti piedi e dal colore delle cicogne, mo- 
strando al di là delle Calidni le splendide ali di remi e le or- 
nate poppe e le vele stese dal rigido e forte soffiar di tramon- 
tana ; quando le divine labbra sciogliendo Alessandra, dalle 
cime dell' Ate, sede della vagante giovenca, così cominciava 
a dire. 

Ahi, ahi, mia patria infelice! già una volta fosti bruciata dalle 
naviganti schiere di quel leone, concepito in triplice notte, cui un 
giorno ingoiò il cane di Tritone dagli acuti denti: ma egli, rimasto 



DI LICOPRONB 57 



Ttv^ll Xépy)to(;, dcpXò-(ot(; et:' eoyàpatc, 

aiiT^pqfa; soràXa^s xcoSeia^ xéSq), 

ó Tsxvopatarric, XtifJieiiv è|x:^Q icdTpa;. 

ó Sscjxépav TsxoOaav dfTpcuTov flapsl 

ló'^ac ctTpdbcT(|) OTSpvov, Iv x aùX(j) jiioq) 4( ) 

TwrcpÒQ TcaXataxoO /epoìv ò^ji-doa; 3s|iac^ 

Kpovou 7:ap' aìròv 5)r^v, fv^ yyj^svoOq 

tTCìctov xapaxTì^Q èoxtv 'layévoo xd^c. 

ó xTiv JktXdooTjQ AùoovixtBoc |toyoù<; 

oxs^^òc ÒTKxeóoooav d'fptav xóva 4ó 

xxavtòv ÓTOp oTn^XofYoc ìy^oo>|uvr|V, 

xacjpoocpd^ov Xéatvav, ^v aJ^t^ xarrjp 

adpxa; xaxaidoiv Xo^pvtotv ioiiiVjaaxo, 

Aéircuvtv oò xpsjiooaav oòSaiav deov 

é^Tjvdpt^ev ov tcox' d^icpcp 3oX(|) ,to 

vexDc, xòv "At8r|V Sectoójuvov icdXat. 

A.«6oo«) Oc, xX^jiov, Bsòxepov z'jpociiiivr^v, 

xaì(; x' Aìoxsio'.Q X^P^'-^ "^^^^ "^^ TavxdXou 

w. 3Ò-Ó3. Eraclc libera Esione, ferisce Ej-a, lotta con Zeus, uccide Scilla, 
vince Ade, ma soggiace all'astuzia di Nesso — Neottolemo — Pelope. 

vivo in mezzo al calore dell'ampio ventre, quasi caldaia senza 
Hamme, colpi nelle viscere il mostro e perdette solo le chiome — 
egli, l'infanticida, il distruttore della mia patria, che col dardo 
gravemente feri al petto la sua seconda madre, invulnerabile 
dea — e lottando col padre suo lo sollevò di peso presso V alta 
cima del Crono, dove è, spauracchio dei cavalli, il sepolcro del 
figlio della terra, Ischeno — ed uccise la fiera cagna, custode dello 
stretto del mare Ausonio, mentre se ne stava a pescare sugli 
scogli, leonessa divoratrice di tori, che il padre richiamò in vi- 
ta bruciandole il corpo con fiaccole, e cui non facea paura Lep- 
tine, dea infernale — ed infine, già vincitore di Ade, cadeva 
vinto non dal ferro ma dall'astuzia d'un morto, lo vedo te, o 
patria infelice, una seconda volta arsa per mezzo dell' Eneide e 
delle ceneri protettrici di Letrina, le ceneri del Tantalide che 



58 LA ALESSANDRA 



Aéxptvav oìxoupoù^t Xst^dvoiQ x'jpot;, 

iiai^i; xorcappcDftévto; alft<xXc|i Séjxai;' .vs 

ToU TeoxapeiotQ ^ouxoXou rrspa>|xao^ 

Tot ndvxa npòc ?pto; T^ ^apòCTjXoc 8d}iap 

oreiXaoa xo{>pov xòv xati^^opov jrdovò^ 

a^su xaTpò(; |to|tcpaìotv 7j-(pt(o|iivr|, 

"AixTpiov y exaxt xtov t èicetadxTCDv Ydpuuv. ni 

aùrr; 8è 5pap|x<ixot>p-(ò;, oùx ldat[iov 

c/jcoi; dpoxoùaa toù ^cjvsjìvétocj Xu^pov, 

i^i^avropaiOTOi; ap^'.oiv TSTpoi|t£vo'j 

TCpÒC dvdOTcXlTOU, ^'JVÒV ÒY/T^OS» JlOpOV, 

::òpYtov dx'&tpc«v rpòc vso8|ir,Tov véxyv f>.^ 

poeCÌT|8òv Èxflpdoaoa xòjtjiayov déiia;* 
7C9d«) 8è ioti ftavòvto; T;YxtaTp«)nivYj, 
i^'^ZV ^spioTToipovri ^tiofjos» vcxpt»!. 

— xévco, jtsvd) OS iiood xaì ipirXd, Sopò; 
aifhc xpò; dXxrjv xa» SeapTca^ci; Sòjkov, 70 

xaì Toip èvajiY<^C^^^<*^ aìoxcon^ptov. 
Trévo ae, ::dTpa, xaì td^ooc 'Ai/^aviiSo; 

w 54-72. L'arco di Kracle in mano di Filottete — Corito, figlio di Eoone 
e di Paride, tradisce la patria — Muoiono Paride ed Knone. 

ancor giovinetto era stato cotta dalle fiamme; e per mezzo dei 
dardi di Teutaro, d' un semplice pastore. E questi mezzi addi- 
terà una donna gelosissima, che esasperata dalle querele del 
padre e dal perduto matrimonio e dalle nozze straniere del ma- 
rito, farà il suo figliuolo traditore della patria. Ma essa stessa, 
dotta nell'arte medica, vista la incurabile e spaventevole ferita 
del marito, colpito dall' avversario col dardo domatoi'e di Giganti, 
ne dividerà la triste sorte, precipitando rumorosamente sul fre- 
sco cadavere a capo in giù dalP alta torre: trascinata dal desi- 
derio del morto spirerà l'ultimo anelito sul seno di lui ancora 
palpitante. 

Oh patria infelice, due e tre volle infelice I nuovamente as- 
sisterai alla violenza ddie armi, alla mina delle case, alla de- 
vastazione d^ fuoco. Patria infelice, e tu pure sepolcro del fi- 



DI LIOOFRONE 59 



861CT00 xéXoipo^, OQ iroT £v pai:t(j> xòxet, 

«koìa xopxoQ ioTptsìx; TeTpaaxeX.i^(;, 

daxcj) |xovi^p7)Q d|icp8XoTpa>aac Sé(xa(;, 70 

Zr^pov^v ivTpov T^; xuvoocpOYoO; ft-eà; 

Xtmv èpu|ivòv mojJLO KoppdvTCDv ildov, 

STTjjidftDve xdaav ò^i^pi^aaQ ydova 

Zr^vòc; xajrXdCimv vao|xo<^ oi Se TCpòc xs8(|j 80 

Tcòpfot xatr^psixovTo. xol ik Xoto^!av 

^/i^yovio |JLolpav i:poù|i(xdiu)v SeSopxoxc;. 

cprjòv 8é, xai SpòxapTca, xal y^uxòv potpyv 

^akkai T£ xal SeXcplvsQ, a? t èi: dpoévmv 

cpsppovTo <p(bxa( Xsxtpa doopioaat ppotcbv. 85 

Aeùaau) ftsovta Yp«>vòv éìrcepwiiivov 
TpTipcttvoQ sic ap^ca^fia FIscpvaiaQ xovo;, 
ijv TÒpfo^ iYpdcpwtoQ sxXoysòstae, 
xsXticpdvoo OTpoptXov (òaxpaxtt>(iivYjv-. 

Kal 8t^ !3£ vaù'Hjv 'Ayepoooia tpi^^ 9<> 

w. 73-9(.). Dardano da Samotracia, dove è la grotta di Ecatc, passa in 
Troia — Il diluvio — Paride ed Elena, nata dall' uovo di Leda. 

glio della Atlantide, del nuotatore, che un giorno in pelle ben 
cucita, simile ad una nassa dell' Istro che si muove su quattro 
piedi, e quasi avviluppato in un otre, solo, nuotava come una 
folaga cretese, costretto ad abbandonare la grotta di Zerinto, 
dimora della dea distruggitrice di cani — quando la pioggia im- 
petuosamente lanciata da Zeus inondava tutto il paese ed ab- 
batteva la forte città di Sao, sede dei Coribanti; e cadevan giù 
le torri e le genti nuotavano vedendo innanzi a sé restremo 
fato; e bacche di faggio e ghiande e dolce uva mangia van le 
balene e i delfini e le stesse foche, che furenti cercavano V am- 
plesso degli uomini. 

Lo vedo, già lo vedo quasi fiaccola alata correre al ratto del- 
la colomba, della donna sfacciata come cagna, cui generò vio- 
lentemente r uccello delle umide regioni circondandola all' in- 
torno di duro guscio d' uovo. 

E te, o timido nocchiero, accoglierà la strada che conduce 



60 LA ALKSSANDRA 



xoraepóTtc xÓYOpYOv où zorpòc xdxpooQ 

oxsipovta poxtcbv ^oard^fioiv ^svcóosxau 

clx; icpóo^ xdXXouc tòv dtxopttr^v xptxXaìQ. 

ctXX* òaTp([JLo>v |jiv dvxi, FaiicpTjXàQ 5vot* 

xal Adv iKpijoSK;, dvtì 8*£Òy(Xoo xdxr^^ qó 

xai |ir|Xtao&(iòiv 7j8è /epocttac xXctXTjc, 

ipd}i?:t; oòyiiQii xai 4>spéxXstot xòSsc 

Staadq aaXd^i^a; xdxi rudeioo icXdxa(;^ 

sv alo'. i:pòc xóvotipa xajiróXocK; a)rdaa; 

7:e6xr|C òSoVcao, exTopai; zX.r^ji|iopi8o(;, luu 

axap&}ià)v ìaòastQ 8Ìvotp<»>ooo>va aTo'A.ov. 

xai iTjv Jvo{icpov Tcopxtv dpxdaaq Xòxoc, 

Boolv xsXsiaìv cùpf aviajiivTjv y<>^''J^ 

xa» See^Tspav eì^ dfpxe^v ò^siwv ^poytov 

Xr^lxiv £|irra(aa9av ì^sotoò rcspql, k»ò 

©óoatoiv dp{iol |tTjXdTO)v àxdpY|iaTa 

^XsYoooav £v xpoxaoi xal Bóvtq frsqi, 

l^é^si^ 6zèp iIxdvSeiav Aìy''Xo*j t' £xpav. 

aFftiov éicaxi7;p xaf/aXcbv ÒYpS'JjtaT'. 

w. 9I-R»*>. Paride, già semplice pastore, va in Sparta e rapisce Elena, che 
abbandona le due figliuole Ifìgenia ed Ermione. 

all'Acheronte, ma non per calcare le paterne stalle, sui monti, 
né per essere, come dianzi, a tre donne giudice di bellezza. E 
invece dei tuoi pascoli visiterai Onugnato e Laasa, e te, uso a fre- 
quentare col bastone in mano le ricche mandrie e gli ovili, te, i 
remi d* una nave, fattura di Ferecleo, porteranno con duplice tra- 
versata nel seno di Gizio ; dove gettando nelle frast^iate roc- 
ce le curve ancore, resistenti ai colpi del mare, darai riposo al- 
la flotta dalle nove vele. E tu, o lupo rapace, dopo aver pre- 
so, illegittima moglie, una fanciulla — che abbandona due fi- 
gliuole, tenere colombe, e per la seconda volta cade nei lacci 
di straniera rete, preda d' un uccellatore, mentre sacrifica sulla 
riva del fiume le premizie del gregge alle Ninfe ed a Leuco- 
tea — correrai oltre Scandea e il promontorio d'Eolo, simile 
ad ardilo cacciatore che esulti della carpita preda. E le tue vo- 



DI UOOFRONS 61 



vf^O(|) 8' evi SpdxovTOQ sx^sat; xoftov HO 

'AxTTjc 8tjJLopcpoo -(yjYevoóQ oxy)7cxot>y(a(;, 

riiv Ss'jTSpav àmXov oòx &|>si KÓTcptv, 

'>{>oypòv zapaYxdXtOfia xd^ òvstpdttov 

xsvaìQ dcpdaacuv ciXévatoi Bsfxvta. 

ó Ydp OS ooXXéxTpoio OXe^paiac xootQ ilo 

aiofvò; ToptóvYjt;, uJ ^s^^oQ dxsydstat 

xaì 8dxpo, vfjt; 8*eaTÌ xai ttjkóiisvoq 

djJL^ìv, ó 8pT|jx7i? £x tot' sic sxoxTiav, 

Tp'xmvoc sx^oXaioiv 7jXoxta|JÌvrfV 

yspaov Tcspdoav, oùyì vao^dtiQ oioXcp, 120 

àW doTiPriTov o?|iov, old ti? otcpvsùt;, 

xsu^fjKovoc év oi^pay^i Tsxpi^vat; fit>yoó<;, 

vépdsv l^aXdooTji; dtpaicocx; Jn^vuos, 

T6XVC0V dXó^at; Td<; ^svoxtovouq xdXa(;^ 

xaì itaipì :c£|r]^ac xdi; èicrfióoii^ Xtxdt;, 125 

OT^oai icaXifiicoov sic rdtpav, Sfev icXdvr^c 

Ila^Xr^viav sicfjX^ yt^y^^"*^ tp<Kpov 

XStVO<; OS, FOUVSÒQ (SoTUSp, SpYdTTJC SiXTjC, 

vv. 110-128. Nozze di Paride ed Elena in Attica — Proteo, che per via 
sottomarina dalla Tracia è tornato in Egitto, toglie Elena a Paride. 

glie sazierai in un' isoletta dell' Attica, dominio del dragone, il 
figlio della terra dalla duplice natura. Ma al dimani delle noz- 
ze non vedrai più lei e sognando non troverai il caldo amples- 
so e stringerai il letto tra le vuote braccia ; che già il marito di 
Torone di Flegra, V uomo inflessibile, cui non piace il riso né 
il pianto e cui non è concesso Tuna cosa e l'altra consegui- 
re — egli che un giorno dalla Tracia passava in quella spiag- 
gia che è solcata dai bracci del Nilo, e, non su nave guidata 
da nocchiero, ma per insolita via, quasi come talpa inoltrando- 
si dalla fessura d'una caverna negli oscuri penetrali della ter- 
ra, compiva il suo viaggio sottomarino, scansando cosi la vi- 
sta delle lotte ospicide dei figliuoli, dopo avere sciolto al padre 
suo la preghiera, esaudita, di farlo tornare nella sua patria, don- 
de prima errabondo era giunto in Pallene la nutrice di Gigan- 
ti — egli, novello Cuneo, esecutore di giustizia e rappresentante 



62 LA ALESSANDRA 



tijQ ^* 'HXioy dojoTpÒQ 'lyvoiat; ppa^eù^ 

sxso^oXir^aac Xo^pà voocpiel jdjjuov, 13»» 

XiTcovpa xàoQTfi èx^aXòiv ::cX£td8o^. 

8^; Toò? A 6x00 Ts xaì XeiiatpsoK xdtpoo; 

ypT^Ofioioi xoSatvovra; oùx aìdo6[JL£voc. 

oòS* 'Av^(o; lpcoTa(;^ où8è tòv ^svoec 

a6v8opzov AÌYGticovoc aTv(tT|V zà^ov, 135 

ÌTkr^<;, ftsiov ctXoiTÒi; sxp^vcu S'jajv, 

Xd^a; TpdTcsC^av xdvaxc>xo>aaQ 9éjt»v, 

ipXTO'J TtdfjVT|Q àc[JL£|xaY|iivo^ xpcficoos. 

TOt^àp c|>aXdcei<; £•(; xevòv vsupd; xtóttov, 

aotxa xd^pT|Ta cpop(itC(ov (iéXt^. 144» 

xXawov 8è xdxpav rfjv xpiv iQOtzXcoiisvrjV 

r^TQ yspoìv s?3u>Xov Ti-(xaXtO|iivo; 

T^C revtaXsxtpoy ^jtdSoc HXsupcuviac. 

•(ytat Y^ip sòvaon^pac dt(xva(iot tpncXa»; 

zf^vot; xarexXcóoavTo Sr^vatà; 'AXo;, h5 

vofi^sta zsvtdYaji^pa Saiaaa^t Ydjicov. 

8ot(ò [i£v dpxoxTi^pa; aìy^àzai Xòxou; 

vv. 12Q-147. Menelao in Troia - Anteo e Paride - Paride e la statua di 
RIena - I cinque mariti di Elena : Teseo, Menelao, Paride, Deifobo, Achille. 

di Temi, la figlia del Sole, te rampognando aspramente prive- 
rà del talamo e te separerà, ancora ardente d' amore, dalla impu- 
dica colomba, te, che non sai rispettare né quei che, in ubbidien- 
za all'oracolo, vengono ad onorare le tombe di Lieo e Chi- 
mereo, né gli amori d* Anteo, né il puro sale di Posidone offer- 
to agli ospiti, ed osi scelleratamente trasgredire le leggi divine 
violando il diritto della mensa e rinnegando la giustizia; e co- 
si rispecchi i costumi dell' orsa tua nutrice. E allora invano 
trarrai il suono dalle corde della tua cetra, modulando carmi che 
non troveranno né favore né ricompensa, e alla tua patria, già 
una volta vittima del fuoco, farai ritomo piangendo e stringen- 
do fra le braccia la statua della Pleuronia baccante dai cinque 
mariti. Che già ad Elena con triplice stame le zoppe figlie del- 
la vecchia Teti così filarono il destino, che potesse con cinque 
mariti celebrare le feste nuziali. Due essa ne vedrà venire si- 



Dt UCOFROKE 63 



roivoÒQ Tptóp)ra<; aìsToòq (kpftaXji'a;. 

TÒv 3' ex nXt>voò ts xdtó Kapixcuv zokov 

^XaoTOVTa plZTfi T^jiexp^xa pdpflapov, ir>(i 

'Erswv, oòx *ApYeìov dxpat^v^ -(ovai;. 

o5 Kdz::ov sv YotjAcpalotv 'Evva(a tcots 

"Epxuvv* 'Epevò(; Boupia 3t©r^^'po; 

dfaapxa |itat6Xao' èpiiA^soosv ^pto, 

TÒV (ÒXsV'TTiV yjÒv8pOV èv8atOU[JL6VTj. 1,")"» 

Sv ir^ SU T^plT^aavra, xal ^apòv Tcòftov 

«o-(ovta Nau[ii8ovTO^ dpxcjocn^ptov, 

lat«rA."Epsy^sù; eie AsTpivatooc pac 

Xsupàv dXsTpsùoovta MoX^ctSoQ zéipav, 

ToO Zr^vì SaitpstiWvtoQ 'OjJLppup 8é{ia(;, 16() 

■(ajJLi^poxTdvov paioovta zsvftspocpdtipote 

pooXaìQ dvd^vot^ Se ó Ka8|i'Xoti fovoc 

T^pT'jas. TÒv 8s Xoìodov sxi:uòv oxócpov, 

cpepoivòfiooi; l8o^£ NyjpgoiC Tdcpo^c, 

zavo)Xst^pov xr^XlSa frcoò^ae ^svet, 165 

ò TTjV TcoSapfov *F6XXav f|V»oaTpo<p(ov, 

vv. 148-16/). Teseo e Paride — Menelao — Demetra mancia Tornerò di 
Pelope — Pelope, Enomao e Mirtilo nel Peloponneso. 

mili a rapaci lupi e rapidi ed arditi come aquila che scorga la 
sua preda. — E il terzo sarà d* origine barbara, quale rampol- 
lo di Plino e della gente Caria, mezzo Cretese e ad un tempo 
Epeio ed Argivo, ma non di puro sangue. L* avo di lui s* imbat- 
tè nei denti della dea di Enna e di Turio, appellata Ercinna, Erinni 
e Portaspada; la quale ne spolpò T omero e dopo averne tritura- 
to Tosso coi denti lo seppellì nel fondo del suo esofago. Ri- 
tornato a novella vita e volendo sottrarsi alle voglie del rapace 
Posidone, mandollo Zeus nei campì di Letrina a ridurre in polvere 
le bianche pietre di Molpide — che sé stesso avea sacrificato a 
Zeus, dio delle piogge — e a togliere la vita al suocero uccisor 
di generi, mediante lo scellerato disegno preparato dal figlio di 
Ermete; il quale poi be vette l'ultimo calice trovando sepoltura 
nel mare che da lui trasse il nome : una terribile imprecazione 
lanciava alla famiglia di colui, che avea guidato il veloce Psil- 



64 LA ALESSANDRA 

xaì TTiv órXaìQ "Apxtvvav 'ApTcuiatQ TotiV. 

TÒv 8' au TÉraptov aòdo|ia'.{iov él^sTat 

X'pxoo xoToppaxr^po^, 5v re aii7]fòv(uv 

Tci SEutspsIa Tijc Soìa^pdXxou xdXì); 170 

XafiovTa XT|p6$oyotv. èv òè SsfivtotQ, 

TÒV £^ ÒVS'PCUV xélXfTCOV S0Tp0p7f(JLév0V 

sSioXozXdoTcp ^poaxoxa^avsì ps^u 

TÒV |isXXovo;i<pov sòvrnjv KoTaùc^^ 

T>J; $£tvopaxyT|(;, ov zot* Oìvcóvr^c fOYdq, i-fi 

)iòp[iQ>v TÒV s^diCEC^ov dvSpióaac oxpaTov, 

IlsXao^ixòv TuQpcbva jsvvdrat xorr^p, 

dcp' STTcd icaidcuv ^ s^dXu) azo8oo|JL6vo)v, 

fioGvov f Xi^oo^av s^aXò^ovra 3Xo8dv. 

yo) [lèv :iaXt|Ai:opsoTov l'^STat Tptflov, ih»i 

acpfjxac da^tvoù; yr^paiicov dvsipòaa^, 

óxoìa xoùpoc 8«>|ta xtvi^aa^ xorvifl* 

01 S' ao zpoYSvvT^Tstpav oùXa|itt)v6[ioo 

^òxratai x€pv(']>avTS(; còjir|OTaì xòpiv, 

TOÒ ilxOplOO SpdXOVTOC fvTOXOV Xsycó, 18."! 

vv. U)7-185. Deifobo — Elena ed Achille — Medea ed Achille — Paride 
torna in Troia — Ifigenia in Aulidc — Ifigenia già madre di Neottolemo. 

la ed Arpinna dalle unghie d'Arpia. — E il quarto quindi vedrà, 
fratello dello sparviero che si precipita sulla preda, e cui, fra tutti 
i fratelli, gli araldi assegneranno sul campo della micidiale guer- 
ra il secondo premio. — E il quinto essa tormenterà apparen- 
dogli in lieve visione mentre dorme agitato dai sogni ; ma egli 
sarà destinato sposo alla regina di Coleo, la rovina degli ospi- 
ti ; egli. Tifone Pelasgico, cui fu padre V uomo che fuggito un 
giorno dair isola Enone ebbe le formiche dei sei piedi trasfor- 
mate in una schiera d' uomini ; egli, che solo dei sette figli ince- 
neriti dalle fiamme schivò il fuoco. E colui intanto prenderà la 
via del ritorno e tirerà fuori del loro paese i fieri Greci, simi- 
le ad un fanciullo che col fumo stuzzichi le vespe a lasciare 
r alveare. Quelli verranno, dopo avere calmato, oh, inumani! 
Tira dei venti col sacrificio della fanciulla, che portò in seno, 
e poi generò, quel dragone Sciro cui fu dato il nome della 



DI LICX) PRONE 65 



svTÒQ jiaxeùcov 'EXXdSo; xapaTd{JLOv 

Sapòv cpaXYjptcbaav oixVjost aictXov, 

KéXtpoo TCpòc sx^oXaìot Xt|tva(tt)v ;cot(ov, 

icodwv SdfiapTo, TT^v tcot' sv o^oqaì; Xciid; i^x) 

Xatjiòv 7cpo(^ìaa cpaafdvcDv ex pòasTa». 

Pa(K»<; 8' fom py)Y|xìvoQ aùSTjd^T^aexa! 

Ip7)}i0(; èv xpòxaiat vcjfi^too Bpofioc. 

OTEvovTOC à-caQ xox xsvTjv vacixXy)piav, 

xaì rijv (JfcpavTov slSoi;, 7jXXottt)[JL£VYjv I9ó 

l'patav, o«pGq£t(i)v 7j8è -/epvipcov ic£>.a{;, 

"AtSoo T£ ìua^XdC^ovioc £X flo^tov cpXo^ì 

xpttT^poQ, Sv (iéXaiva 7C0tcp6$£t cpd'iTcbv 

adpxac XE^yjT'Xo'jaa SatiaXoopYMi. 

Xtì) [lèv xaTT^a£t ywpov aìdCcuv Sxó^v, •>(\) 

sÌQ 7r£VT£ 7C0U TiX£tò)vac i|i£(p(i)v Kéyotj^. 
oi 8' dji'^ì pcojiòv ToO TipofxdvTrtq Kpdvo'j 

OÒV jlT^Tpt T£XVCOV VTjTCtCOV Xp£avó[XO(J, 

vv. 186-203. Achille si stanzia nell* isola di Leuce — Il cosidetto Corso 
d'Achille — Ifigenia in Tauride — Achille in Scizia — Il serpente d'Aulide. 

guerra; lei, scannatrice di Greci, che lo sposo cercherà lun- 
go le spiagge del mare Salmidesso; ma invano: egli si fer- 
merà a lungo sul bianco-spumeggiante scoglio, presso le pa- 
lustri foci del fiume Celtro, desiderando la sua donna, cui già 
una cerva avrà liberato offrendo per lei il collo al sacro ferro. 
L'ampio corso che s'addentra negli scogli, sul lido, prenderà 
il nome dello sposo, che lamenta la sua sorte e V infruttuoso suo 
viaggio e lo scomparso volto della fanciulla di Graia; la qua- 
le poi, oh, trasformazione ! — standosene accanto a coltelli e 
coppe da sacrifizi e alla caldaia che bolle colla fiamma sorta 
dal fondo dell'Ade e cui, la crudele, soffierà — avrà imparato 
r arte di cuocere sul fuoco le carni dei cadaveri. 

Ed egli calcherà per cinque anni il paese degli Sciti, vinto 
dal duolo e dalla brama di lei. Coloro intanto presso V altare 
del crudele profeta, che assieme alla madre ingoia i teneri pie- 
fi. Clacksi. — La Alestandra di Lieofrone. 5 



^.;Tr>-.. 



66 LA ALESSANDRA 



opxcuv TÒ 8eoT£po(i/ov dfpaavTEQ Ct>Tov, 

oTSppdv ÈvoxXiaouatv (ùXevaec icXd"njv, 2O6 

GooTT^pa Bdbcjfov xàv ?cdpot&£ Tnfjjxdxcov 

S^pdX'Oiv dvsudC^ovTSi;, im icot* èv jijiyoìc 

AsXfptviot), Tuap' JvTpa KspSuiou d-soò, 

Taùpo) xptKpaiat; ^Epvt^ac xotdp^sTai 

ó '/tXiapyoQ ToG icoXippaloTO'j orporcoiì. 2 10 

cu ftojidtcov xpoGitaiov èxtivcov ydpiv 

8oi|itt)v 'Evdpyr^^ 4>qaXeò(; OaootTjptoi;, 

Xéovxa dt){vyj(;, fyvoc éfixXé^ac Xò^ott;, 

oyfiost, xò [iTj TCpopptCov aloTcbaae otdyov 

xsipovT ò8ovTt xat XacpuoTiatQ "(vdftotc. 215 

Asóaoco xdXat Jyj OTCSÌpctv óXxalmv xoucmv, 
oòpouaav oXfiiQ xdrapotCotioav Tcdxpa 
Bsivdi; dicstXd^ xa» icoptcpXéxxoyQ ^Xd^a^. 

'y*; [iT^ OS Kd3|io; oicpsV sv xsptppóxtu , 

"locriQ cptiXsGoai S(Tafx£vò>v xoSr^'jsxr^v, 220 

xexapxov s^ "AxXavxoQ dftXtou oicdpov, 

w. 2t^M-221. I Greci salpano dal porto d'Aulide — Agamennone sacrifica 
a Bacco in Delfo — Telefo ed Achille — Prili predice la presa di Troia. 

Cini, si addosseranno una seconda volta il giogo del giuramen- 
to ed armeranno di forti remi il braccio, acclamando a Bacco, 
che per lo innanzi scampoUi dai pericoli, ali* insidiatore, al Toro, 
cui un giorno nei penetrali del tempio di Apollo Delfìnio, pres- 
so gli antri del nume Cherdoo, farà occulti sacrifizi il duce del- 
l' esercito distruttore di città. E a lui ben presto renderà gra- 
zie il dio saltante di Figalia, il portator di fiaccole, allontanan- 
do dal cibo il leone, inciampato tra i viticci, perchè col tacen- 
te dente e colle voraci mascelle non abbatta del tutto le spi- 
ghe dell'esercito. 

Io vedo già da gran tempo serpeggiare sul mare le malefi- 
che navi, che trasportano e scaricano nella patria mia non so- 
lo terribili minacce, ma anche i danni dell* incendio. 

Oh ! non avesse mai Ermete generato nell'isola d' Issa il gui- 
datore dei nostri nemici , il quarto rampollo dell' infelice Atlan- 



DI I.ICOPRONE 67 

Tcov òò^jtotjuov ooYxaiooxdrnjv IlpòXtv, 

TOjJLOtipe ICpÒC tot X(j>OTa VY]|JL£pTéaTaT6. 

jiYj V Aiooxetcuv o6|i/>(; cJcpeXev TraTTjp 

ypr^Ojiitìv dmoai voxrt^potxa Sstfiaxa, 225 

|it^ Se xpó^at Toù(; 8t7cXoòc iicèp xàipaq 

|io(p<f, xecppcioaQ Yuta ATjjivatqi xopi, 

oùx 5v ToamvSe xòji' èxéxXooev xoxmv. 

Kal 8y) IlaXaijitov ^epxetat ppecpoxiovoQ 
Ceoòaav alftoiatai itXsxtavooroXotQ 230 

•(palav ^óveuvov 'li^svoti TtnrjvtJa. 

Kat 8y) 8tTcXà oòv xatpl paiexai xéxva, 
oxepptp TOTcévT» xXelSaq eòdp^q) |i6X(p, 
Tct xpooftev aùXTjT^po<; èxi:e^8t>Yota 

^uipalat (pT^jiati; XapvaxcKpO^pooc ptcpcti;, 235 

(|I 8t) xtdi^oac ory^vói; (SfpxafKx; xéxvcov, 
alftoidftp6rco<; Tcopxécov XtvaYpsxTii;, 
xprifriiotot xai pat^olai vy)pixai(; ^(Xo<;, 
yyjXip xax£8p6cpa$€ StTrcóyooc YovdQ. 

vv. 222-239. Sogno di Ecuba, spiegazione di Esaco, falsa interpretazione 
di Priamo— La flotta greca a Tenedo— Cicno e i suoi figli uccisi da Achille. 

te, il distruttore della città dei suoi parenti, te, o Prili, profeta 
veracissimo neir interesse dei Greci ! E non avesse disgiunto il pa- 
dre mio le notturne visioni dalle profezie di Esaco, e a prò del- 
la patria entrambi in una volta avesse tolti di mezzo struggendo- 
ne le membra nel fuoco di Lemno! Allora non ci avrebbe tra- 
volti r onda di tanti mali ! 

E già Polemone, cui son grati i sacrifizi dei bambini, vede la 
moglie dell'Oceano, la vecchia Teti, fervente di schiuma per 
le navi che si abbassano e si rialzano a guisa di mergi. 

E due figli periscono assieme al padre , colpito suU' omero 
da forte pietra — bel principio della guerra — quei figli che dian- 
zi, destinati a perire dentro una cassa, s' erano sottratti ai col- 
pi della calunnia d'un suonator di flauto, cui il padre presta- 
va fede e vinto dall' ira si faceva uccisore della propria prole, 
egli, già nutrito dai mergi e trovato dai pescatori e costretto a 
convivere colle ostriche e colle conchiglie, egli stesso chiusi 



68 LA ALESSANDRA 

oòv ToiQ 8* ó TXr^jwov, iiYjxpÒQ oò cppàoaq ^d^ 240 

TCpTiVTjc ^veìicu atépvov oÙTaoftsÌQ $i<p£'.. 
Kaì Stj orévEt Mòpiva xal icapobcTto». 

oxav neXaojóv ofXjia Xat^r^poO zo^òt; 245 

eÌQ ftìv' ÈpsiaaQ Xotoft'av oì&cov X6xo(;^ 
XpTjVaìOV 6$ df[i)ioto potp^OTQ fdvoQ, 
rrjàc dvot^aQ td; xdXat xexpojiliivac. 

Kai 8yj xataiftei fdiav òpXTjorJjQ "Apr^c» 
(rrpO|tfl(|> tòv aijiaTTipòv s^dp^^wv vòjìov. 250 

araaa Ss ydàv xpoò[i(idio)v 8iQou)iévr| 
xeìTai, xéfptxov S'aiots Xyjioo "(ùai 
Xo^^rat^ dzoot'lXpovrec. oìjico-pi M \loi 
év fòal TOÌpY«>v £^ dfxpmv ìvSdXXetat, 
xpò; aì^po^ xupoòaa vT^véjtoy^ eìpac 255 

YÓo) Ytivatxmv xal xaTappa^aiQ xixXoiv, 

vv. 240-256. Mnemonc ucciso da Achille — La flotta greca in Troia: Achille 
saltando a terra fa nascere una sorgente d'acqua — Achille ed i Troiani. 

in una cassa affidava al mare i due figliuoli. E con loro muo- 
re anche quell' infelice che vinto dalla dimenticanza non si 
sovviene di riferire a tempo l'avviso della divina madre e tra- 
fìtto nel petto cade supino al suolo. 

E già sul colle di Mirina e sulla costa del mare si riperco- 
te r eco dei nitriti dei cavalli, quando il fiero lupo di Tessaglia 
lanciando un salto con agile pie giunge sin nella parte inter- 
na della spiaggia e dove batte fa zampillare T acqua dalla sab- 
bia, aprendo una sorgente che già da gran tempo se ne sta 
occulta. 

E già egli simile all' agile Ares porta V incendio nella mia 
terra e colla conchiglia comincia a dare il segnale della cruen- 
ta battaglia. E innanzi ai miei occhi giace la campagna tutta 
devastata e i prati splendono di terribili lance quasi un cam- 
po di spighe. E mi par di sentire dalle alte torri uno strazian- 
te clamore , che giunge sino alle tranquille regioni celesti e 
nasce dai lamenti delle donne, che si stracciano le vesti nel- 



DI LICOFRONB 69 

ffXXy)v ii: dfXXiQ atijicpopdv 8e8r(|JÌv(Dv. 
*Exeìvd o\ tt) tdXaiva xapSio, xoxòv 
èxeìvo id^ti nf)|xàTo>v wiréptaiov, 

sSx' Sv XappdC^mv xspxvÒQ alyfiT|TT)^ ;(dpo)v, 26() 

rcspoloi j^époov aierÒQ Stoqpdcpoiv 
pat^oì TUTcmTTjv Topjxav dptùXiQ ^daei, 
xXdC«>v t'ifitxtov otojxaTt pqtoTTiv ^ot^v, 
TÒv cpiXtatòv 000 t(ov ctYaoTÓpCDV xpocptv 
ntc|)00 xe zatpoc dp^cdaa; jisxdpatov, 265 

ff/o)pa xicpy) xal xéSov XP®^^ ^ov(p, 

Xeupd<; Pocóxyjq Yaxojtcbv Si' aSXoxo^. 

Xa^{i>v 8è xoópou xoò zscpaojiévou 8dvo<;, 

ax£ftp(j> xaXdvx(|> xpuxdvT]c TjpxTjjjLSvov, 270 

ao^tQ xèv dvxtxotvov è'(yéa<^ Foov 

riaxxwXiov oxa^fioìot XTjXaoY^ jxùSpov, 

xpar^pa Bdxyoo Sùosxat, xexXaua{JLÌvoc 

v6|x^atotv, a? (piXavxo Byj^pópoo Ydvo(;, 

Aet^r^ftptTjv y uxspfte HtjixXeiai; oxoTn^v, 275 

w. 257-275. Ettore ucciso da Achille — Achille vende il cadavere di Et- 
tore a Priamo — Il cadavere di Achille dovrà pure riscattarsi coli' oro. 

rapprendere come Tuna sconfitta si succede air altra. 

E un dolore, o mio povero core, il più grande dei dolori ti 
roderà, quando un* aquila nera, battagliera e dal fiero sguardo, 
slanciandosi violentemente come se colle ali sfiorasse il terre- 
no, traccerà colle sue orme un curvo corso e gridando con 
voce confusa e terribile solleverà in alto il più caro dei miei 
fratelli, il diletto figlio di Apollo Ptoo, e colle unghie e col bec- 
co ne dilanierà il corpo, e i prati e i campi incolti della mia 
patria segnerà di sangue , a guisa d' ampio solco che il bifol- 
co tagli sulla terra. Ucciso il toro, egli n'avrà il prezzo dopo 
averlo pesato accuratamente sulla bilancia; ma un giorno per 
riscattarsi dovrà versare sulla bilancia eguale mucchio dello 
splendido metallo di Fattolo e incenerito scenderà nell'urna di 
Bacco, in mezzo al pianto delle Muse, cui son care le acque 
del fiume Befiro e Libetria che sta a guardia di Pimplea — egli, 



70 LA ALESSANDRA 



ó vexpozÉpvac;, Se TCpoSeifiaivcov xoxfiov, 

xai ò^hjv d[i<p' acb|ia rXì^oetae xéicXov 

SOvat, icap' ioToÌQ xspxi^c; c|>a6oa(; xpòi«)v, 

xai Xoìoftoi; eie Tf^v Soofisvcuv pt^ai xoèa, 

TÓ odv, ^6va((i£, xflv 8icv<{i irn^ooojv 8op'j. 28*> 

^Q Saljiov, olov xtov* aìoTcòostc So'fiov, 
?psta}ia xdTpaQ Booropòc ÓTOOirdoaQ- 
où [it;v dvaxEi y\ oò8* 5vso jid^^ftcov xtxpù>v, 
i:év6r)t>c ft' ó Xigorf^i; Acopieù^ jeXq[ arpatoc, 
sxrpcaydCwv toò SeSoottòtoc {lopcp, i>85 

dXX* djtcpì xpòfxvati; xf^v xavyaTdxTjv Spa(io>v 

xaXtov èi:' sù)faì<; itXeloxa $6$iov Aia, 

xopdoojisvoiai x^pac dpxéaat xixpdc 

TOT o5t£ Td^poQ, o5t£ vaoXo'ycov oxa^iàv 390 

xpdpXr^jia, xai oxaopoiot xopao-rij xcspoc^ 

où Yetoa ypaia[tr^ooooiv, où8' èicdXctec* 

dXX'o); (isXeaaai oofirscpopiisvot xaTcvcj! 

w. 276-293. Achille vestito da donna alla corte del re Licomede di Sci- 
ro — Morte di Ettore — Ettore mette il fuoco alle navi greche. 

il venditore di cadaveri, che spinto dalla paura della morte non 
vergognerassi di cingere le membra di veste muliebre ed appo 
il risonante telaio metter mano alla spola ed ultimo spingersi 
sulla terra dei nemici e paventare la tua asta, o fratello, an- 
che nel sonno ! 

Quale colonna della mia casa abbatterai, o destino, e qua- 
le sostegno toglierai alla patria infelice ! ma non impunemente 
e senza aspre fatiche e senza dolori riderà V esercito dei ladro- 
ni Greci e schernirà la sorte del caduto; che intomo alle navi 
correndo T ultimo certame della vita saranno raggiunti dalle 
fiamme e invocheranno vivamente il dio dei fuggitivi, perchè 
stanchi li salvi dall'estremo fato. Ma invano; che allora non 
potranno valersi delle fosse, né dei muri che stanno a dife- 
sa delle navi, né dei ripari trincerati di pali, né degli schermi 
che si alzano in cima alle fortezze ; ma, simili alle api, sopraf- 



DI UCOFRONB 71 



xal Xqvóoc (5t7caìot xaì •(po^f^yf ^oXaTc, 

oftp^aora xai xòpy|JiPa xal xXtqScùv dpdvou^ 295 

TCOXVOI XO^tOTYiX^pSQ £$ s8o)XlO)V 

TorjScbvTSQ, aijxd^oootv òftvsiav xdvev. 

IloXXoòc S'dptoxeiQ TcpcoxdXetd ^''EXXdSoc 
al^rjXTQ cpépovrai;, xaì aropatQ tò^fxwjxsvooc, 
ai oaì xata^avoòotv ^ptjxot X^P^*^ 300 

cpóv<p pXuoooat xdTCtjtat|Jici)oat p-dx^jC 
s^fo) 8è icévftoi; où^ì jtsiov oroojtaj, 
TctQ octc otévoooa, xat 8t' aiwvoc, Tayd<;. 
O'Xtpòv ]fàp, oìxxpòv xslv' £rd(|>o[iat féo^ 
xal iryjjtdtwv 8c|>toTov, àv xpdvxTjc XP^^^^ 305 

jiTrjVYjc sXiaatov xuxXov aùSyjdi^oeTat. 

Alai, OTsvdCci) xal oòv eBfXafov MXo^ 
(ì) axójivs, tepicvòv d^xdXiafia ouf^ó^vn'^. 
Se x' (3[]fptov Spdxovxa xypcpdptp ^aXàv 
Tof^ft xd$(ov, xòv xorsvxa 8'sv Ppdyoec 310 

|idpcj>a(; dc|>6xxot(; paeov daxepf^ XP^^^> 

w. 294-311. Ettore uccide molti capitani greci — Il giovinetto Troilo ama- 
to da Achille è da lui stesso ucciso nel tempio di Apollo Timbreo. 

fatti dal fumo e dai colpi della caligine e dal fulminare delle 
fiaccole, correndo alla rinfusa per le poppe e le prore delle navi e 
pei banchi dei rerr\iganti, precipiteranno giù dai loro posti di ri- 
fugio e macchieranno di sangue la straniera spiaggia. 

E molti di quei duci che per valore meritano al campo dei 
Greci la più ricca preda, orgogliosi della loro divina origine, 
saranno atterrati dalle tue gagliarde mani, sempre grondanti di 
sangue e pronte ad incaggiar battaglia. Ma non per questo men 
aspro sarà il mio dolore, piangendo incessantemente sul tuo 
sepolcro; e funesto, si, funesto splenderà quel giorno ai miei 
occhi, e quella potrà dirsi la più grande delle sventure, che nel 
vario succedersi dei mesi arrechi il tempo. 

E devo, ahimè ! anche piangere il tenero fiore della tua gio- 
vinezza, o lioncello, dolce amore dei tuoi fratelli, te, che dopo 
aver colpito coi dardi d'amorosa passione il fiero dragone, fe- 
rito, per breve tempo lo trarrai dentro i lacci d'inevitabile re- 



LA ALESSANDRA 



XpÒQ TOG 8a|l€VtOC aixÒC OÙ T£Tp(0|lÌV0^ 

xapaTO|ir^&sti; tùii^ov at|id^E£(; icaTpoj;. 
OFjtoi 8woa((!>v, xat StrXct^ àrfiòvaz^ 
xal oòv xd*A.atva 7Cot|iov ald^cu, axuXa^. 315 

(Lv rJiv jtèv aÒT(kpe[Jivov f^ Toxdc iló^k^ 
/avoGoa xso&^ yciaetae dtaacpd-foi;, 
Xsòaaooaav ar/jv d]QrÌ7coov axsva'(|idT«>v, 
tv' df^fia i:dxicoo, xal ^^ajiEOvdSoc fiópot 
TTfi X.a&pov6[icpou xópxtOQ (Ufiqiiivoe 32t> 

oxójtvtj) xsyovrat, TCplv Xatpó^aodai ^dvoc, 
rplv ex Xoyeiac foia yoiXùjaai §póau>' 
aè S'cifJià xpò^ vt>|i(psìa xal "(afir^ìlioo^ 
à^zi dor^Xdi; oxojvòc "IcptSoi; Xécuv, 

|ir^Tpòs xsXaiv:^^ yepvtpa^ ^[jio6(ì€voc, 325 

Tjv sì^ paftèìav X.ai[itaac xoijxavSptav 
axe^r^tpopov poòv SstvÒQ d[pTa{io^ dpdxcov 
paiast TptTcdxpcji (pao^fdvoi KavJdovo;, 
X.6xoi(; TÒ xpioTóatpaxtov opxiov aydoo(;. 

w. 312-329. Fine di Laodice, Polissena ed Ecuba. — Laodice sprofonda 
sotterra, dove giacciono CiUa e Munippo — Neottolemo uccide Polissena. 

te: egli sarà vinto da te e tu non ti lascierai ferire; ma dopo 
cadrai col capo tronco e insanguinerai Y ara del padre tuo. 

Oh, me infelice ! anche due usignuoli deyo piangere e la tua 
sorte, o misera cagna! E delle due figliuole Tuna sarà inghiot- 
tita dalla patria terra, sprofondando nel seno d' un crepaccio — 
mentre vede davvicino le lamentevoli sventure della patria — là, 
nel bosco del suo progenitore, dove giacciono la druda dal clan- 
destino matrimonio e il suo tenero figlio, accomunati nella stes- 
sa sorte, prima che il bambino saggi il dolce latte e la puerpe- 
ra bagni nell'acqua le sue membra. E te quindi trarrà ai cruen- 
ti sponsali e al sacrifizio delle nozze T odioso leone, il figlio di 
Ifigenia, che sa ben imitare Tarte della crudele madre; e dal tuo 
collo di inghirlandata giovenca il feroce dragone farà scorre- 
re il sangue in ampio vaso e col ferro di Candaono, eredita- 
to da padre in figlio, taglierà in pezzi il tuo corpo, scioglien- 
do i lupi dal giuramento del primo sacrifizio. E te, sulla conca- 



DI UCX)PRONB 73 



06 8' d|Ji<pt X0O.YJV aìx[JidXo)Xov tqovq 33O 

TCpgOPov AoXopttOV SYJfJLoXsOOTOV cÒXévTQ, 

ETCSOpoXoi^ ctpdioiv TjpsftlOfieVTQ 
xp6?|>et xoicdQ Ite yspfjidStov sìco[JiPp(<f, 
Matpa^ Stav «paioopòv dXXd^iQC Sofii^v. 

'0 8' d[i<pl TÓjxpcp Td^aiufjivovoi; 8a|ie»(;, 335 

xpr^xUa Tr^'\^f vépfre xaXXovsì xXdxcp, 
ó irpÒQ xaXwxcpYjQ trj; ó[iai(jiovoQ tdXai; 
wvYjxoc alftaXcoTÒv eÌQ Tcdxpav [loXwv, 
TÒ Tcpiv 8' d|i(j8pòv oSvofJi* aiOTcóoaQ axdTcp. 
6'tav yéXo8po<; xopoòv a>|K>ftp(^ ^apòv 340 

dxefJiìcoXrjTTjc x^c cpoxaXfJiiac yftovóc 
^pXe^ao, TÓv a>8(vovxa {iop(iQ>TÒv Xdyov 
dvac|>aXd$T(| ^aaxpò; sXxuaa^ C^ifd, 
T^C EtaocpeCai; 8' dfxòXr^c Xa|ii:ocip(8o(; 
Xd|n|>T(j xaxòv (ppòxtcopov aÒTav£<|>toQ 345 

xoiQ eie orevTjv Asuxo^ppov éxTcexXwxdau 
xai 7cat8oPpù>To<; Ilopxiax; vT^ooy<; 8t:cXd<;. 

vv. 330-347. Ecuba lapidata e trasformata in cagna. — Priamo ucciso da 
Neottolemo — Podarce detto Priamo — Antenore e Sinone— I figli di Laocoonte. 

va spiaggia dei Dolorici, lapidata dal braccio del popolo, per 
averlo irritato colle tue acerbe imprecazioni, te, vecchia e prigio- 
niera coprirà, quasi un manto, una pioggia di pietre, quando 
muterai il tuo corpo nelle nere forme di Maira. 

Colui intanto, che è atterrato a pie dell* altare di Zeus, colla bian- 
ca chioma spazzerà il suolo del tempio — egli, T infelice, che 
riscattato col velo della sorella facea ritomo alla patria già bru- 
ciata, lasciando perdere neir oblio V oscuro nome eh' avea por- 
tato per lo innanzi. — E allora V irsuto serpente, traditore del- 
la patria terra, accendendo la face funesta, avrà percosso il ca- 
vallo gravido di terribili insidiatori, cavandone fuori dal ventre 
lunghe schiere d'armati; e il fratel germano dell'astuta volpe, 
figlia di Sisifo, avrà dato col fuoco il perfido segnale alle navi 
approdate nella piccola Leucofri e nelle due isolette di Porceo, il 
divoratore di fanciulli. 



74 LA ALESSANDRA 



ev ^ap&8Vtt>vo<; Xaivoo xcixiofiaatv, 

dfvtQ T£pà[ivu)v, sii; dvcópocpov aré^r^v 350 

TQ TÒv 9opatov IItcuov 'iipiTT^v ^òv 

XircovT* dXéxTpcDv éx^aXoQaa 8£[ivt(uv, 

ox; Sy) xopsiav itpftttov iC£^a[isvY) 

Tcpòc rtpac 4xpov, IlaXXdSoc CT]Xo){iaai 355 

T^C )jLtaov6[Ji<poo Aacppta^ IIuXdTt^c, 

T^jiex; ^laioK fdoaa TcpÒQ xòpfoo X.£)^o^ 

-(a[ji(|>aiaev jpicaec otvd(; £XxuaOi^90{ia^ 

f^ xoXXd 87; Bo6S£iav AH^utav KòpTjv 

dpio^òv aòJd^aaa xdppo&ov -(d|iu)v. 3(>() 

>ì 8' EiQ xépapa Soopcrco^Xucpoo OTipr^i; 

^fXi^vac dfvto otp£c|>aaa ycóafitat orporoJ, 

£^ oòpavoò ?c£aoùaa xat ^ovcov Atck« 

4vaxT! xdinap XP^l^^ xijtaXcpioTaTov. 

svoQ 8£ Xcó^r^c dvri, [Jiupuuv xéxvoiv 355 

vv. 348-365. Cassandra in carcere— Cassandra ed Apollo — Cassandra strap- 
pata da Aiace dalla statua di Atena— Ira di Atena— Il Palladio. 

Ed io, infelice! dopo avere rifiutate le gioie delle nozze, in 
questa stanza solitaria tutta costrutta di pietre e senza fregi, 
in questo carcere senza luce e senza tetto sprofondai il mio 
corpo, per avere respinto dal mio letto verginale ramante id- 
dio di Ptoo, il dio solare generatore, comechè volessi sino al- 
la larda vecchiaia serbare intatta la mia verginità, imitando Pal- 
lade. la dea che concede il bottino della guerra e difende le 
porte delle città, e che seppe sfuggire gli sponsali. Ma allora, 
simile a colomba violentemente tratta nel nido dello sparvie- 
ro, sarò trascinata dagli adunchi artigli, mentre furente invo- 
cherò ad alte grida T aiuto della Vergine, la dea Budeia ed 
Aitia, che sa vendicare le nozze violenti. Exi essa volgendo 
lo sguardo verso la fregiata volta del tempio attesterà la sua ira 
contro l'esercito dei Greci, essa, ch'era caduta un giorno dal- 
le sedi celesti di Zeus, quale preziosissimo acquisto del re mio 
progenitore. E allora, sì, per la colpa d'un solo la Grecia tutta 






DI UGOFRONB 75 



'EXX(i(; otevd^ee xctoa toò<; xevoòc xdtpotx;, 

oòx òoTodT^xaQ yotpdSov 8' s<pY)|Jiév(i>v, 

0Ò8' òordxTjv xeòftovtac ex icupò(; t£<ppYjv 

xpcuaaoioi xap^^oftslaav, >) ftefit^; cpfrixwv, 

dXX* oSvofJL* otxtpòv xa». x£VT]pi«)v f P«f <^ 370 

ftspixotc xexovTov Boxpòotc XsXoojiivaQ 

icai8o)v X6 xal ftpT^voto» xoi<; ó|jLeuv(8a)v. 

'OcpsXxa xa» (i6)^oope ^(otpdJcov Zdpa^, 
OTCìXot X£ xctx Tp6}javxa xai xpayJx; Né8a)v, 
xal irdvxa Atp?po)oaoio xal Ataxpiwv 375 

YcoXetd, xal Oopxovoc obojxi^ptov, 
oacov oxsvoYiwbv éx^sPpoofievov vsxpwv 
aòv f||juftpa6oxotc lxpioi<; dxoùoexe. 
oocov ik (pXotopcov pa^riai; dvexpdxoo 
Sivaic xaXtppoioeotv SXxovxo<; adXou. 380 

oocov Se ftóvvcDv 7]Xox(a(iiva>v pacpà^ 
icpoj; XTjfdvotot xpaxó<;, àv xaxatpdxTji; 
oxYjTCXÒi; xax* Sptpvyjv fsó'^e'cai 8TQ0W|JÌva)v, 

vv. 366-383. Per la colpa di Aiace i Greci al ritorno in patria sono sbat- 
tuti dalla tempesta— L'inganno di Nauplio e il naufragio in Eubea. 

gemerà su i cenotafi di migliaia dei suoi figliuoli — non su se- 
polcri che racchiudan le ossa dei corpi già sbalzati sugli sco- 
gli — bensi su tombe vuote che non contengan neppure il ce- 
nere che avanza dai bruciati cadaveri, raccolto entro urne, co- 
me è sacro costume dei mortali, ma soltanto un nome compas- 
sionevole ed iscrizioni di tumuli onorarì, bagnate dalle calde 
lacrime dei genitori e dei figli e dal pianto di dolore delle spose. 
O Ofelta, e tu Zarace che domini il lido del mare, e voi sco- 
gli posti presso la città di Tricante, e tu aspro Nedone, e voi 
tutte caverne delle cime del Dirfis e dei Diacri, e voi spelonche 
che siete abitazione di Forco, quanti gemiti udirete di uomini 
sbalzati sul lido cadaveri, assieme alle navi mezzo sconquassa- 
te ; e il fragore della spiaggia, allora sì, inaccessibile per il con- 
torcersi del mare in vortici che si spingono avanti e indietro ; 
e quanti infelici dal cranio spaccato gettati sul lido, quasi ton- 
ni in padella, che tutti lacerati, nel buio della notte, visiterà 



76 LA ALESSANDRA 



Srav xapTjPapeuvrac ex |ié67jc df^tov, 

Xajirdjpa cpatviQ xòv xoSrj^éTTjv oxdtoo 385 

oivTTj^;, Gqfpóicvti) xpoaxadi^(i£vo<; xé^rviQ. 

Tòv 8' ola 86xnjv xTjpòXov 8td oxsvoò 
aòXwvoc oFaet xG|ia pfjivT^v cpdqfpov, 
SiTcXwv iiera^ò j^oipdJkuv aapo6|ievov. 
ropdìat 8' ev xrcpatat Tspoaivwv rrepd 390 

oxdCovra xdvroo, Seurépav dfXjir^v oxdost, 
pXYjfteiQ che* Jyftwv t<j> xptwvi^fcp Sopì, 
(j5 vtv xoXaatf|^ Sstvoj; oòxdoaQ Xorpsóc 
ovorpcdasi cpdXXatai xoevcavslv 8pd|Jiot> 
xòxxu^a xo|i7cdCovTa [ia(|>a6pac otòpoac 395 

<}»0}(pòv 8' ex* dxtalc èxpsppaajiÉvov vexov 
SsXcpivoc dxxl<; Seipta xaftaoaveì. 
tdptpv ev |iv(o!(; ik xax Pp6ot<; aaxpòv 
xp6<})e» xcrcotxTiaaoa Nyjaaiac xdato, 
Ataxoo [le^ioToo xdppoftoQ Kovat&éox;. 400 

vv. 384-4UX Naufragio di Aiace Locrcse — Aiace colpito dal tridente dì 
Posidone ricade fra le onde e muore — Teti sepi>ellisce Aiace. 

il fulmine, comechè scendesse a gustarli ! allorquando a dirige- 
re quelle genti dal capo già carico di vino, mostrerà il fuoco, 
come guida fra le tenebre, un uomo ingannatore, che incessan- 
temente senza mai dormire attende a quella arte. 

Ed uno intanto, a guisa di alcione che suole tuffarsi nel- 
r acqua, attraverso uno stretto canale sarà sospinto dalle onde 
nudo come un pesce, dopo esser stato sbattuto fra due scogli. 
Sulle rupi di Gire egli, l'alcione, tergerà le sue ali madide d*ac- 
qua marina, ma una seconda volta sorserà la salsa bevanda, 
spinto giù dagli scogli dalla tridente asta, colla quale verrà a. 
punirlo il terribile Mercenario ferendolo e forzandolo a correre 
in compagnia delle balene — lui, cuculo, che se ne sta a scio- 
rinare insolenze. E il suo freddo cadavere sbalzato, simile a 
quello d'un delfino, sul lido, scalderanno i raggi solari; e do- 
po, pesce salato già imputridito, mossa a compassione verrà a 
seppellirlo tra il muschio e le alghe la sorella ài Nesaia, colei 
che accorse in aiuto del lapideo Zeus, l'eccelso nume di Cine- 



DI UCOPRONK 77 



Tpé|Jia)v cpoXd^et pd)^ftov Aqaiac àXoc 

TTjv Kaotviav hi xal MsXtvatav ^gdv, 

Xt>icpò<; Tcap^^AiSyiv Ssvvdost xaxoppaftwv, 

ir} |xtv TcaXsòoet SoaXÙToic oibrpou Ppdyoti;, 4U5 

fpcDxac oùx Ipmtac, ctXX' 'Eptvuov 

ictxpàv di:o'])T^Xaoa XYjpooXxòv xd^jv. 

''Axaaa 8'<?Xxti Ss^stat xtoxojidxcDv, 
oaTjv "Apatfto^; evxoQ yjSè Sùopaxoi 

Aei^T^tat ocpiYYO^^i Acoxiocj xòXat, 410 

ole o6|iò(; loxat xd)^spouaiav xdpa 
pYjYfitva Sapèv saxevaYjxévoq fdjjioi;. 
xoXXtt)v Y^p èv oicXdfXvotot xaii^eoOi^oexat 
Pptoftelc xoXoaxoi)rotat xajjixémv Yvdftoic 
vT^ptftixoc éo[id<;* oi 8' éxl $évTj<; ^svot, 415 

xaà>v fpYj|Jiot Se^icóoovxai xdcpotx;. 

Tòv jiiv "(dp 'Htcòv Sxpcijxdvoc BtaaXxia, 

vv. 4CU-417. Tomba di Aiace nelle vicinanze di Delo— Triste sorte di al- 
tri Greci reduci da Troia — Fenice sepolto in Eione. 

ta. La sua tomba, presso 1* isoletta che un tempo fu quaglia, 
quasi tremante di paura, starà a guardare le onde del mare 
Egeo; e il misero intanto laggiù nell'Ade lancerà accuse e ma- 
ledizioni contro la dea del Castnio e di Melina, per averlo trat- 
to negli inesplicabili lacci ^i furente passione, non lanciandogli 
i dardi d' amore, no, ma gettandogli addosso la fatale catena 
delle Furie, fonte di dolori. 

E dolori e lutti riceverà la terra tutta, che è compresa tra 
r Areto e le inaccessibili porte Libetrie del Dozio, e sin sulla 
riviera d'Acheronte lamenteranno a lungo le mie nozze violen- 
ti; che nelle viscere dei mostri marini, già triturata dalle mul- 
tidenti mascelle, troverà sepoltura una schiera infinita d'uomi- 
ni ; mentre altri peregrinando di terra in terra scenderanno nel 
sepolcro lontani dai loro cari. 

E ad uno, il vecchione precettore d'un fanciullo, sarà tom- 
ba Eione — la città posta sullo Strimone presso i Bisalti e gli 



78 LA ALESSANDRA 



'A'])ovft((ov aYXoopoc rjSè Btoxdvwv, 

xoopotpópov xd^oupov 'HS(ovtt)v iceXac 

xp6?|>et, icplv TJ TojicppYjOTÒv aù-^daat Xeica^ 420 

lèv Tcaxpì xX.6taTov 60Tt*'pr]|JL£vov ^poTmv, 

ofiTjpov 5<; jxtv di)xe xerpi^vac Xóyvooi;, 

ox' eÌQ vódt)v xpi^pwvoQ TjòvdodTfj Xéyoj;. 

Tptaaoòc §£ xapyòoooai Kspxdcpoo vaccai 
"AXevxo^; oòx iiccofre xauYjxa^ i:oxà>v. 420 

xòv jiiv, MoXoaaou Koxeox; Koixoo xòxvov, 
ooòc ^capaTcXcqfX&évxa dTfjX.s(a(; xdx«)v, 
ox' sii; òXuv^v Si^ptv éXxùaac oo^pTjv 
xòv dvftd|Ji(XXov, aòxÒQ ex [lavxswfJidxwv 
o^paXeic laóoet xòv |jL£[jiop|i£vov i:dx|iov. 430 

xòv 8' ao xexapxov ej^dvcov 'Epe^ftéoDC, 
AB^voQ aòxdSsXcpov èv icXaoxaìQ -(pa^ aìQ. 
xp'xov Se, xoQ jxdaoovac *ElxxT^va)v Tcoxè 
axepp^ SixéXXtq poooxacpi^oavxoi; ]fdvov, 
Sv roYYyXdxTjc elXe BooXaìoQ MoXeóc, 435 

vv. 418-435. — Calcante, Idomeneo e Stendo— Gara fra gli indovini Calcan- 
te e Mopso — Idomeneo — Stendo figlio di Capaneo. 

Absinti e i Bistoni, non lungi dagli Edoni — prima ch'egli 
giunga in vista del monte Tinfresto : egli, che fu più d' ogni 
altro odioso al padre suo, il quale lo fece cieco forandogli gli 
occhi quando lo vide riposare sul letto della colomba, sua il- 
legittima moglie. ^ 

E tre gabbiani troveranno sepoltura nelle selve del monte 
Cercafo, non lungi dalle acque dell' Alento: ed uno sarà il ci- 
gno di Apollo , dio Molosso , Cipeo e Generatore, colui, cioè, 
che errando nel determinare i figli della scrofa, dopo aver tratto 
il rivale alla sagace prova dei fichi, cadrà secondo la predizio- 
ne dell' oracolo nel sonno della morte. L' altro, della quarta ge- 
nerazione di Zeus, dalle finzioni, che poi resteranno scritte, ap- 
parrà fratello di Etone. E il terzo è il figlio dell' uomo, cui un 
giorno, per aver tentato di abbattere con forte bipenna le forti- 
ficazioni degli Ettei , tolse la vita il dio scagliator di fulmini , 
consigliere e nutritor di mortali, con violento colpo sfracellan- 



DI LICOFRONK 7*^ 



^jioq ^ova'iiocx; icaipòi; at Noxtòc xdpat 
xpoQ aùxocpovnjv TCp'^vov aixXcaav (jiopou. 

Aotol it (^EidpcMv nopd{ioo xpòc éx^oXaìQ 
aÒToxTovotc o<pafatoe Aifjpaivoo xóve^ 440 

8jtTjft6vxs(;, ai)r|idoooot XotoWav Potjv 
icòp^cDv òró rcepvaiot nafjLcpòXoci xóp7j(;. 
aiicòc 8' dXt^pòc ^Xi^oc ev ixetaiyjiiu) 
Md^apaoc ài^vayf Tjpicov otadi^oetat, 

ax; [iTj ^XsTCcoau [lYjSè vsptépoiv SSpaQ 445 

8óvT6(;, <pov(|) XooaftévtaQ dXXT^^Xcov xd;poci<;. 
01 xévTS 8è Scpi^xetav eie Kepaoriav 
xaì Xdxpayov pXcó^avxsi; TXdxoo xe f^v, 
Mop(pcu xapoiXT^oooot xijv ZY)povfr{av. 
ó |ièv Tcaxpòi; |xo|i?palotv rjXaoxpyjftsvoQ 45c) 

Kuypetoc ivxp«ov Bcuxdpoo xe vafjtdxcov, 
oijtòe ^óvatjiOQ, ('oc ò^aoxploo cpoveìx; 
TCcóXoo, vd^v (p(xo|ia, ooyt^vwv pXd^r^, 

vv. 436-453. Eteocle e Polinice— Anfiloco e Mopso— In Cipro giungono: Teu- 
cro» Agapenore, Acamante, Cefeo e Prassandro — Teucro cacciato da Salamina. 

dogli il capo, allorquando le figlie della Notte spinsero colle ar- 
mi in mano i due fratelli, fratelli del proprio padre, a desiderarsi 
scambievolmente la morte. 

Alla foce delle correnti acque del Piramo due fedeli alunni 
di Apollo, vittime di scambievole strage, brandendo le armi 
manderanno V ultimo grido di guerra, a pie delle torri della fi- 
glia di Panfilo. E tra le sacre sepolture di costoro s' ergerà Ma- 
garso, alto promontorio corroso dal mare, affinchè non vedano 
Tun altro, neanche scesi nelle regioni sotterranee, le loro tom- 
be cosparse di sangue. E cinque intanto giungendo in SfeCia, 
risola dai molti promontori, sulle sponde del Satraco e nella 
terra di Apollo Silvano, si stanzieranno nel luogo di Afrodite 
Zerintia, la dea della bellezza. Dalle accuse paterne il primo, 
mio parente e danno della mia gente, sarà sospinto lungi da- 
gli antn di Cicreo e dalle acque del Bocaro, come indegno fi- 
glio, quasi uccisore di colui che gli è fratello da parte del pa- 



so LA AUESSANDRA 



Tou Xóoaav èv icoi[ivatatv aì)(|i>iTTjpiav 

ysovTOQ, 8v ydpo>vo<; còjiYjaToG 8opà 466 

yoXxcp TopTjtòv oùx Itso^sv sv jidyiQ, 

|iiav Tcpoi; "Ae8r^v xal <pfttToi<; icsicafiivov 

x£X.£oftov, ijv Y'^p^'ró^ IxptKJie rxòdTjc 

^|io^ xaTa(fto>v ModX.a Ku>[i6p<f> Xswv 

ocpuì Tccrcpì Xdaxs xctc éxTjxòoy? XiTd(;, 46C» 

oxòfivov icap' crpcdXaiaiv dsita Ppdoa<;. 

où ]fdp xt xeiaee cptxov, a><; ó Ai^fJLvtoc 

itpTjOXTìp 'EvooGc, oCicox'sÌQ tpòCav xpoxs'C 

xaùpoc ^ap6(ppii>v Soop^veaxdxoo ^évoiv 

£xu(|>£ 8tt>p(o aTcXd^yvov, dpv£6aaQ Xofpòv 4^5 

rT^SYjjia TcpÒQ xvtóSovxoc aùxoopfo'jt; acpafdc. 

ÈXa Sé ::dxpac x^X£ Tpafi^T^Xco xdaiv, 

Sv TJ ^óvaijioQ icaxpò^ £xXoy£6£xa!, 

SoB^ìoa zpcoxaiyjXEia xcji xupf09xdcptt>. 

Tjv 8r^ :cox\ £v pf^zfaiot ir^\ioxùìv oxa^Et;, 470 

^Xaoxu) X£Xatvòv 8opi:ov aixpov£v xovt 



vv. 454-471. Aiace Telamonio diventa invulnerabile per opera di Eracle — 
Aiace si uccide— Telamone caccia da Salamina Teucro, fratello di Trambelo. 



dre e che sfogherà sul gregge il suo ardore battagliero — di co- 
lui, cui la pelle del terribile leone rese invulnerabile sul campo 
di battaglia e che troverà la via che conduce sotterra al regno 
dei morti in quella parte del suo corpo che coprì la faretra Sci- 
ta, allorquando il leone compiendo sacrifizi al dio Comiro, suo 
padre, profferì una preghiera ben ascoltata facendo saltellare 
sulle sue braccia la piccioletta aquila. — Né riuscirà a far cre- 
dere al genitore che quegli, sterminatore fulmine di guerra il 
qual giammai si pieghi alla fuga, simile a toro furibondo per 
dolore, coli' arma donata dal più grande nemico dei Greci, si sia 
colpito al petto, con funesto salto cercando spontaneamente la 
morte sulla sp^da. Colui invece caccerà lungi dalla patria il 
fratello di quel Trambelo cui generò la sorella del padre mio, 
che fu data come preda di guerra al distruttor di mura, mentre 
un giorno un garrulo oratore, padre di tre figliuole, avea indot- 



DI UrX)FRONB 81 



to) Tcdaav ^[iig xr^Xoi:otoòvi'. x^^**» 

èxav xX68a)vac é^epsópjTai ^vdftcov, 

Xdpp(p aaXs6a>v xdv Tp(xo|i((jL icé8ov. 475 

ó 8*dvtì ictTCoò^ oxopiciov Xai(JL(j> a:cdaa(;, 

Oopx<|) xoxfjQ còSìvoQ IxXaoasv ^dpoc, 

"/piQ^wv icoftéo^i xr^fidTOiv 5y|xpooXiav. 

ó 8e6TSpo<; 8è v^oov dYpoTTjC pXcóv, 

)rspaaIo(; aÙTo8atTo<; èj^dvcov 8puòq 480 

X(jxa(vo|idp{p(i>v N'jXT'!|Jioci xpsavd{i(ov, 

Tmv TCpoa&s jn^VYjQ CpYj]f(vO)V xupvcov ójT^iv 

a:cX7j8(j) xax' ffxpov yeljia ftaX^^dvrwv Tcopdo, 

yahioyfoyfflzu xat xiv ex pd^pot> aicdaet 

^toXov, SixéXXig :cdv [leraXXsòcov jv6^^. 485 

o5 <piTOv f^vdpi^ev OiiatoQ ozó'^^Z^ 

powPiovoc £v Topiiatot dpoXi^ai; Sé|iac. 

f(vco 8* ó tXt^jicov oùv xoxcp [la&còv |7C0(;, 

vv. 472-488. Fenodamante fa esporre al mostro marino Esione — Eracle 
uccide il mostro — L'arcade Agapenore in Cipro — Morte di Anceo. 

to la popolare adunanza ad esporla come orrendo pasto a quel 
cane marino, che tutta la spiaggia copriva di salso limo ogni- 
qualvolta eruttasse dalle fauci flutti d'acqua scuotendo violen- 
temente tutto il suolo sotto immane procella: ma egli, in cam- 
bio d* un uccelletto, ingoiava nelle fauci uno scorpione e anda- 
va da Forco a piangere le difficoltà del cattivo parto bramando 
avere soccorso al grave male. E giungerà intanto il secondo 
neir isola, Y uomo della gente agreste e continentale, usa a vi- 
vere isolata — appartenente a quei nepoti della quercia che, 
fatte a pezzi le carni di Nittimo, furono trasformati in lupi e 
che, più antichi della luna, si nutrivano nel crudo inverno di 
pani di ghiande cotti nella calda cenere — e trarrà dalle 
miniere il metallo strappando le zolle dal seno della terra e 
tentando col bidente il fondo d' ogni spelonca. 11 padre suo 
cadde già sotto il dente del cinghiale d'Oeta, che gli lacerò il 
corpo nella piega dell' inguine ; e T infelice con suo estremo dan- 

E. Clackri. — La AUttandra di Lico/ronr. 6 



ft? LA ALESSANDRA 



ci)C TZoXkd yeiXsoQ xa» ^exaoxpaitov tcokov 

|jL£a(|3 xuXivdec fiotpa i:a[ji[jii^axo)p ^poiiov. 400 

ò 8*aÙTÒ<; dpf<ji icdQ faXTjptwv Xóftpcp 

OTopfto^^, SeSooxcìx; xòv xtovòvt* rniùvato, 

icXi^^aQ dcpuxtux; dfxpov òpyYjaroò atpopov. 

TpiTot; 8è Toò |idp(|>avTO(; ex xoiXr^c Tcérpa; 

xéXtt>p ^t^ovTOi; feXa, toù icox' eU Xéyoc 4^5 

Xa^alov aÒTÒxXr^To; Ì8aia Tiopic 

f^ Ctt>a* è<; *'At8r)v t^eroi xatat^dTic 

ftpT^vojatv £xtax£taa^ Mowvixoo xoxdQ* 

8v if^ icot' d^pcóaoovra KpTjOTa)vr|<; fyiQ 

xxeveì, icaxd^ac rcépvav d^pio) ^éXsu 5(X> 

Stav xexovTOQ alyjidXcoxo; eie yepaQ 

Ti 7caxpo[jiT^xa>p xòv Svo^ xedpa|i|i£vov 

PdXiQ vsopòv oxójivov. ij jjidvTQ Ci>T^v 

BoòXetov dticpi^psiaav 'Axxauov Xòxoi, 

TTfi àfKa-feifTTfi dvx(xotva ^oidSoQ. 5^5 

mv óaxpdxoo oxpo^tXot; evxsxfiTjiiévoj; 

vv. 48M-ó(V). Il cinghiale Calidonio ferisce Meleagro — Giunge in Cipro 
AcATnantc figlio di Teseo — Munito figlio di Acamante e Laodice — Etra. 

no imparava il detto che ** tra le labbra e la coppa della be- 
vanda molte cose suole volgere il Fato, supremo rettore dei 
mortali ,. E collo stesso dente tutto biancheggiante di lucida 
bava, anche caduto, si vendicava il cinghiale del suo uccisore 
colpendolo in maniera inevitabile all'estremo tallone, lui, ra- 
teile combattente. Terzo sarà il figlio di colui che dal concavo 
macigno trasse fuori le armi del gigante: al suo letto di na- 
scosto, ma spontaneamente, verrà un giorno quella giovenca 
Idea che poi, sopraffatta dal dolore, ancor viva scenderà sot- 
terra, dessa, la madre di Munito — cui appresso, mentre va a 
caccia^ toglierà la vita una vipera di Crestone colpendolo con 
acerba puntura al calcagno — quando il tenero fanciullo cre- 
sciuto di nascosto verrà lanciato tra le braccia del padre suo 
dair avola prigioniera. A costei soltanto, vendicando il ratto del- 
la danziinte fanciulla, imposero il giogo della servitù i predato- 
ri dell' Attica, cui copre il capo, a difesa dei colpi di cruenta 



Dt I.ICOFRONE 83 



xdpaTjv axsicdCst pGfJia cpotvioo 8opoc. 

Tct 8* iXXa ^ticoppcoTcx; ffc[)aoaToc 8d|io>v 

a(ppa7l(; 8oxs6si, ftà|Jipoc è-fx^potc jiéfa. 

8 8yj icpòc fforpcov xXt{jiaxa ondosi 8pò{iov 510 

toIq f||itftvi^TO'.(; 8trc6*/ot(; Aaicepoiotc. 

oBc [iT^7Cot\ (0 Zeù od)t£p, eU icdxpav sjitjv 

OTs(Xat(; dpcufoòi; ttq iioapxàr^if xpsxi. 

|iYj8è rcepcoTciq óicX(oavte<; óXxà8a(;, 

7:p6|Ji*/y](; ctic'ffxpaq pjivòv al^Tjpòv ico8a 015 

eie Beppùxcov pt^etav sx^anripiav. 

|ir^8'0Ì XeÓVTCOV TÒ>v82 XapT£p(ÓT£pOl, 

dXxTjv fffitxtor Toòc "ApYj^; écpiXato, 

xal 8r'Evoa), xoci Tpi^éwr^Toc ftsct 

Boap(i(a Ao^pfaxt; '0|ioXa)»<; Bia. 520 

oùx 5v Tct yetpfóvoxtSQ èpfàxai StxXol, 

Ap6(ia(; xe xa» IlpcKpavxoi;, ó KpwjJLvyj^ ava^, 

èXaTÓiCTjoav xoepdvcp ?|>8o8«)|Jid'nQ, 

ev ^|jiap dpxsoete xopftr^Tati; Xùxoi;, 

vv. 'H.)7-ó24. La costellazione di Castore e Polluce - l^lena rapita da Pa- 
ride - Gli Afaridi Ida e Linceo — Le mura di Troia. 

Sta, la metà d'un guscio d'ovo; mentre ogni altra cosa, a 
grande meraviglia degli abitanti, veniva rispettata, quasiché fos- 
se apposto alle case l' intangibile sigillo di tarlato legno : e ciò 
ai due gemelli semimmortali, distruttori di Laasa, sarà scala che 
conduce sulla via degli astri. E tu. Zeus Liberatore, non voglia 
giammai mandar costoro nella patria mia a vendicare il secon- 
do ratto della crecola; ned essi, issando le vele alle loro navi, 
dall'alto della poppa slancino il nudo e veloce piede sul lido 
dei Troiani; e neppur quegli altri, che son più forti di codesti 
leoni, impareggiabili nella lotta e tanto cari al dio della guerra 
e alla diva Enio e alla Trigenia dea di Longone, che aggioga 
i bovi e favorendo la pace è potente protettrice delle città. Che 
già allora le mura, che per mercede i due operai Apollo e Po- 
sidone , signore di Gromma, costrussero al re spergiuro, non 
un sol giorno potrebbero resistere a quei lupi predatori ed im- 



84 LA ALESSANDRA 



ote^at ^apslav é[ji^X7]v pcuax7)piav, 525 

xaiicsp icpó itópfcov xov Kavaorpalov |u-(av 
vfyjapioyf •([•(àvxa 3oa(jLevà>v [lo^rXòv 
fpvTo, xal tòv TCpu>tov eòoToj^cp PoXtq 
|iat[Jid>vTa TÓ?|>at icotjivuov dXdoxopa. 

00 8t^ tcot' a!&o)v 7cpò>Ta xatvios» 8dpt> 530 
xtpxoc ^aaic m^Sr^jia Xai<{)T]pòv 8txo)v, 

rpatxd)v ffptoToc, (p icdXa» Teó^je» xd^Q 

dxxTj AoXópaov eòxperijc xsx|i7]xòtu 

MaCouota TcpoSyouaa ^(spaatoo xépox;. 

àW fon ^dp ne fon xal icap' èXivM 535 

TJjjLlv dpiofò<; xpeuiJLSVTjc 6 Apòfivioc 

Sa((itt>v npo[iav&£Ì>(; Al&(o<|) Fupd^l^ioc 

Si;, Tov icXovT^tr^v 'Opftdvr^v Sxov $ò[Jioic 

oiviv xatappoxxT^pa Sé^covtat Tcocpòv 

01 8sivd xdicóftsora iceiosoftai icote 540 
jtéXXovtec, Iv te 8atn xal ^Xooiot; 

XotPaloi (uiXioocDOiv dotepffj Kpd"(ov, 

w. 525-542. Ettore uccide Protesilao — La tomba di Protesilao — Zeus 
impedisce che gli Afaridi e i Dioscuri vadano contro Troia — Paride a Sparta. 

pedir loro che invadendo il paese lo devastassero completamen- 
te, sebbene stesse innanzi alle torri, per i nemici quasi spran- 
ga irremovibile, il nostro grande cittadino, vero gigante Cane- 
streo, che brama prostrare con diritto colpo il primo che tenti 
predare il nostro gregge ; proprio quando ne saggia per il pri- 
mo Tasta l'intrepido falco ch'osa lanciare un leggero salto, il 
più valente dei Greci, cui già da un pezzo prepara la tomba 
la leggiadra spiaggia dei Dolonci, per quando sarà morto — la 
spiaggia che si protende a guisa di mammella nel promonto- 
rio del Chersoneso. Eppur vi è, si, vi è un dio che ci aiuti al 
di là d' ogni nostra speranza, il benigno dio che si appella Drim- 
mio, Promanteo, Etiope e Girapsio: allorquando il lussurioso 
forestiero, avvoltoio ingannatore e funesto, ospiteranno nelle pro- 
prie case coloro che appresso dovranno patire danni e sventure, 
e che nel banchetto e nelle feste vorranno con libazioni ingra- 
ziarsi Zeus, questi, dio di Crago, non si placa e getta il se- 



1 1 ipll t l l^J 



DI LIGOFRONB 85 



di^ost ^puv xoXcpòv èv Xéoyaic [lioov. 

xa». icpwta jtèv {ju>&o(atv dXXi^Xooc óSà^ 

^pò^ouai X7]xaa|ioìa(v a>xpe(i>(iivot, 545 

au&*c S' evae^fjidaociaiv aixavé^m^ 

dv6c|>taìc Spvtat )(pata|x^aat fdfiooc 

PtaeoxX(bxa<; dpiroqfdc xs ao^pfovcov 

ypTQCovxs^ dXfpfJc T^Q deSvtÓToo 8(xY)v. 

:^ TzoXkd iri ^éXepa Kvtjxicuv xopo^ ò5o 

pt«p6VTa ToXjJiatc alrcmv 6T:òc[>6tat, 

feoxa xal ftaiipr^xd ^pa(ot<; xX6etv. 

ó |Jiév, xpaveifjL xolXov oòrdaac; otóicoq 

cprjoG xeXatvTj^ StrcóycDv Iva cpftepel, 

Xsovra Toòpcp oofipaXovta <p6Xoxtv. óóó 

ó 8*00 otf6|Jiv({> TcXeóp* dvappi^^af; ^oò^ 

xXtveì icpòc; oo8a<;. T(j> Be SeoTépav Ixt 

xXyjpìv d&afi^Tjc xptò(; e-pcopò^srat, 

d?]faX[Jia in^Xac T(bv 'AjioxXauov tdcpov. 

ó{ioù 8è yaXxÒQ xal xspaòviot ^oXaì ófK) 

vv. Ó43-56C). Combattimento tra gli Afaridi e i Dioscuri - Ida uccide Ca- 
store ; Polluce uccide Linceo ; Ida colpisce Polluce; Zeus atterra Ida col fulmine. 

me di grave contesa nel mezzo dei loro discorsi. E prima con 
mendaci detti si colpiranno scambievolmente, inacerbendosi l'a- 
nimo con ingiurie, ma poi essi, fratelli germani, si combatteran- 
no colle armi bramando gli uni impedire agli altri le nozze vio- 
lenti delle leggiadre cugine e il furto ; e ciò in pena del matri- 
monio fatto senza doni nuziali. E allora, sì, le sponde del Cna- 
cion e vedranno molti dardi lanciati con audacia d'aquila; e quei 
fatti con meraviglia e stupore sentirà narrare la gente di Fere. 
E mentre l' uno colpendo colla dura asta il concavo tronco del- 
la grigia quercia toglie la vita a quello dei due gemelli che se 
ne sta come leone pronto a combattere con un toro; a colui, 
vero toro, squarcia i visceri con un dardo, stendendolo al suo- 
lo, r altro; contro cui quegli, intrepido come ariete dà un secon- 
do assalto lanciandogli il cippo sepolcrale della tomba degli Ami- 
elei. I colpi del fulmine intanto assieme a quelli delle armi at- 



86 LA ALESSANDRA 



Toòpooc xaia^avoGotv, a>v dXxTjv évò<; 
0Ù8' ó SxtaoTTjc 'Op^ietx; TeXcpoóaioc 
£(i£(i^aT\ £v yàfiLonoi patpcóaac xépa;. 

Xal TOÒC jJLSV "At^Tj^ TOÌK 8* *0X6|iTO0t XKÓXB^ 

icap* "^iJtap aie*. Bs^uóaovxat ^svooc;, .vwS 

(piXao^(iai(iou(;, ct^ftixocx; te xal cpftiToó^. 

xal tà)v jiev i^jilv eùvdoet 3ai|io)v 8opt>, 

paidv TI jA^X^P ^^ xaxoiìc do>poó|JLSvo<;. 

J>.X(i)v 8' ÌTcXatov ys'pl xivT^oet vetpoQ, 

(ov où8*ó 'PotouQ ivtQ et>vdCo>v (livoc 570 

o^T^iaei tòv ÈvvÉcopov èv vfpm ypovov, 

H»|iv6tv ctvftjYtov, &so(pdxo!(; icereiajiivou^ 

Tpo^Tjv 8' d(iE(if ij Tcàoi XftxtòywK xopaj; 

Ibxtov xapé^etv, Kuvdtav 5aot axoirijv 

jiijivovtec TiXdoxcootv 'Ivoj^coò xeXao, 57,-^ 

Aì^ÒTTCtOV TpiTCDVOC SXxOVXSQ TCOIOV. 

Se Stì IIpopXaoKx; è^eicai8euae &paaù; 
jitiXYjcpdtoo x^^^® BatSaXsoxpiac, 

w. Ó61-Ó78. Marpessa : combattimento tra Ida ed Apollo — I Dioscuri a- 
scendono in Olimpo — L'indovino Anio, figlio di Reo, in Delo — Le Enotropi. 

terreranno i due giovini, che son. forti come tori, sì che la forza 
dell' lino non sembrò di poco conto neanche ad Apollo di Scias, 
il dio Orchieo di Tilfossa, allorquando egli curvando V arco in- 
gaggiò battaglia. E gli uni ospiterà V Ade, mentre gli altri, fra- 
telli affezionati, saranno accolti nelle sedi celesti, ma Tuno al- 
la volta, eternamente, restando cosi mortali ed immortali ad un 
tempo. Contro di noi le loro lance tratterrà il dio per darci un 
leggero aiuto nella sventura. Ma altri armati, simili ad immen- 
sa nube, egli ci spingerà contro colle mani e neppure il tìglio 
di Reo, chetandone V ardore, riuscirà a trattenerti per nove an- 
ni nella sua isola, ordinando di fermarsi, ubbidienti all' oracolo, 
e dicendo che le sue tre figliuole sapranno offrire sufficiente 
cibo a tutti quelli che, restando nell' isola Cinzia dal vasto oriz- 
zonte, vorranno spingere la loro dimora sulle sponde dell'ino-, 
pò, che trae le sue acque dall'egizio Tritone. Quelle fanciulle 
educò l'audace Bacco nell'arte di preparare il triturato grano 



DI UCOFRONB 87 



Ipiciv Ts péCetv 7)8' dXoecpalov Xixoc, 

oivoTpoicoo^ Zdpr^xoc exYovotx; «pd^ac. 580 

oE xal otpaToò ^oÓTCSivav ò&ve{o>v xovtov 

Tpóyoojav dXftavoùatv, sXftoooa( tcots 

St&tt)voc eie fto^atpoc sùvaan^ptov. 

xaì tauta jtsv jAitoiat )^aXxé(Dv ^dXat 

oxpdjiPwv sxtppotCouat pjpatal xopat. 585 

Kyjcpsòc Zè xal npd^av8pO{;, où vauxXTjpiac 

Xactìv dfvaxT8(;, dXV dvcóvofiot airopat, 

Tcejirco! "STapTOt ^atav r^ovtai ftedc 

FoX^mv dvdooTjc. àv ó jxèv Adxcov* 5)(Xov 

(J^tov 6spdTCVYj(;, ftdtspoc 8* dx' 'QXévoo 5cx) 

AójiTjc te Boopatoeaev VJYefixov orpatoó. 

'0 8* 'Ap^opteav Aauvtcov iccrpcXTjpiav 
icap' AùaovtTTjv $uXafi.òv 8(u|JLi^aetae, 
ictxpdv étaipoiv èrcep<otiiv7jv ì8(ùv 

oui)vd{itxTov {loìpav, o? daXaooiav 595 

8{a'.tav aìvéooaae, icopxémv 8iX7)v, 
x6xvo!Oiv ivSaXftévxet; sù^Xt^vok; Sojjit^v. 

w. 579-597. I^ Enotropi aiutano i Greci — Giungono in Cipro Cefeo e 
Prassandro— Diomede fonda Argirippa in Daunia: metamorfosi dei compagni. 

e di produrre il grasso umore d' oliva e il vino: esse, vere E- 
notropi, colombelle nepoti di Zarace, le quali un giorno por- 
geranno aiuto air esercito degli stranieri, che la fame consuma 
come tanti cani — allorquando verranno nel luogo ove riposa 
la figlia di Sitone. E queste cose già da un pezzo preparano le 
canute vergini avvolgendo lo stame nel triplice fuso di ferro. E 
quarto intanto Cefeo e quinto Prassandro, non gloriosi capi di spe- 
dizioni di popoli, ma uomini d' oscura origine, giungeranno nella 
terra dove è signora la dea di Colgo, l' uno conducendo una 
turba di Laconi di Terapne, l'altro guidando un esercito di 
Burei di Dime e di Oleno. 

E un altro quindi sulle sponde dell' ausonio Filamo, nel pae- 
se dei Dauni, fonderà Argirippa, dopo aver vista la triste sor- 
te dei suoi compagni trasformati in alati uccelli : prese quasi le 
forme del cigno dall' acuta vista, a mò di pescatori ameranno 



88 LA ALESSANDRA 



pd(i(peaa( 8* ecYpcóaoovtsc èXXoTCcov dopoóc, 

fepo>vu{iov vTjalda vdoaovtat Tcpófioo, 

^atpo(iopcp()) zpò<; xXixet ^[scoXcKpcp ^iX» 

Tcoxvdc xaXedc;, Zijftov sx)1!(ìou{jl£vo(. 

ó|ioO 8' èc i^pav xdid xotxatav vdbnjv 

vóxTcop GtsXoùvrai, icdvra cpeù^ovtec Ppottóv 

xdp^avov ^Xov, sv Sé 7patx(Tai<; TcéxXoe? fj(ì5 

xoXicoiv laoftfioòi; Yj^Sac BiCt^jjlsvoi, 

xat xpijiva /stpìbv xainSopinov xpòcpo^ 

{kd^Tfi OTcàaovTa'., zpoatptXeQ xvoCoó|i£vo», 

T^C TCplv StCUtr^C xXì^flOVSQ jJLSjlVYJJiivOt. 

TpotC^ivtac Ss Tpai>|ia cpottàSoQ xXdvTic oio 

fora! xaxtt>v xe xrjjidxiDv xapaixtov, 

oxav ^aasìa doopàc oìotpf^OTQ xòcov 

xpÒQ Xéxrpa. xójiPfx; 8*aÙTÒv sxacóaet [lopoo 

'OxXoa[ita(;, a^poYalaiv TiÙTpexiOjiévov. 

xoX.oaoopd)i(i>v 8' sv rco^^aìatv Aòaov(ov 515 

vv. 5M8-6I5. Isole Diomedee — Diomede ferisce Afrodite — Diomede in- 
sidiato nella vita dalla moglie Egialea si rifugia sull'altare di Era. 

la vita del mare e col rostro daranno la caccia ai teneri pe- 
sciolini e stanziandosi neir isoletta che trarrà il nome dal loro 
duce, sul declivio d' un colle alto e curvo come un teatro, sca- 
vando nella terra sicuri fossi, comporranno saldamente i loro ni- 
di, imitando Tarte di Zeto. Andranno tutti insieme a caccia e 
la notte cercheranno un giaciglio nelle selve, fuggendo la com- 
pagnia di gente barbara ; e avran piacere invece di riposare in 
grembo agli uomini di Grecia e dalle loro mani portar via le 
bricciole e i tozzi del pane avanzati dalla mensa, mandando un 
mormorio di compiacenza, memori, oh, infelici! della vita d'un 
tempo. E a lui la ferita della dea di Trezene sarà la causa del- 
l'errabondo viaggio e delle tristi sciagure, allorquando la sua 
consorte audace e sfacciata come cagna lo stimolerà all'am- 
plesso. Già sul punto d* esser trucidato, lo sottrarrà alla mor- 
te l'altare della dea Oplosmia. Come grande eroe starà ritto 



bl tlGOFRONÉ H9 



ataftsit;, èpetaet xtoXa )rsp|JtdSo>v Itci 

Toò Ter/o::otoo ][axé8(ov 'AjioiPsaDC, 

TÒv spjiatinriv vtjòc éx^aXcov Tcétpov. 

xpiast 8' 'AXatvoo toò xaoqvi^Too ocpaXs'C, 

sòjrctQ dpoupatc àjAcp' snjtòfJLO'Jc pctXsì, 62o 

Atjoòc ctvetvat jii^ luox* Jjiicviov aidyov, 

Yuac TtftatPwaoovtoc dp87)&(ia) A'.d(;, 

^v jii^ Ttc aÙTOo piCav AìtcoXiov azdaac;, 

yspaov Xayi^vTQ, pooalv aSXoxa; T£|id>v. 

on^Xaii; S' oxivf^-ototv òy|Adost tóSov, 025 

S; oStic; dvSp(bv ex p(a<; xayyi^asiat 

jiexoyXtaac óXiC^ov. -^ fdp dTCxépox; 

aùtaì xaX.i|ncòp60Tov t^ovtai pdatv 

ìvStjp' dicsCotQ fyvsaiv 8aTo6|Ji6va'.. 

dsòc Se :coXXoI(; aìicùc aù^Yj^i^asTa», 63i» 

5aoi Tcap* 'Ioòq ^pòivov oìxoOvtat xéSov, 

Spdxovxa TÒv <p&s(pavTa Oatoxa^ xiavwv. 

vv. 616-632. Le pietre troiane — Imprecazione di Diomede — I domini 
di Diomede in Daunia — Suo culto in Italia — Il dragone di Corcira. 

sulla spiaggia ausonia poggiando le gambe su i sassi che il 
dio Amebeo avea posto a fondamento delle sue costruzioni — 
pietre, che, dopo esser usate come zavorra della nave, egli trarrà 
a terra. Frodato dal giudizio del fratello Aleno, egli lancerà sui 
campi una imprecazione destinata ad avverarsi : giammai av- 
venga eh* essi, mediante le piogge di Zeus nutrici delle semi- 
nagioni, producano le abbondanti spighe di Demetra, se pria al- 
cun suo discendente — che perciò tragga origine dagli Eto- 
li — non tagli la terra segnandovi i solchi coir aratro. E quel- 
la terra egli chiuderà dentro i confini piantando solidi cippi, che 
nessun mortale potrà vantarsi d' aver smosso, anche di poco, colla 
violenza : che da se stessi d' un subito riprenderanno la via del 
ritorno imprimendo senza piedi, oh, meraviglia! sul lido le trac- 
ce del loro cammino. Come eccelso dio pertanto sarà egli ce- 
lebrato da molti — da tutti quanti dimorino presso il profon- 
do mare di Io — egli, T uccisore del dragone che infesta il 
paese dei Feaci. 



90 LA ALESSANDRA 



Oi 8* d(i<ptxX6aToo<; ^oepdSai; rujivYjaia^ 
atoopvoiurat xapxtvoe XEicXci>xote; 

iy\av)foy d(i::p6uoouat vi^Xticoi piov, ^,35 

TptzXaiQ ^(óXoec OfpEvSóvatc a>icXea{isvo!. 
àv at Texooaa» tt^v sxr^^'Xov texvrjv 
dfSopxa icoedeòsooG' vrjTCtoo^ ^ovdc 
où fdp Ttc aòtà>v ^(asxai rópvov p'dftai, 
zpiv 3v xpcrn^OTQ vaoròv 6ÒaT0)(u> Xtdw, 64<ì 

uTCEp Tpd<p>]xoc a^(ia x£(|ievov oxozoO. 
xai Tol [lèv dxtdq ejiPati^oovTat Xsicpdc 
'I^Tipo^^oùi; ff^x^ TapTTjooo ic6Xti(;, 
"ApvT^i; TcaXatdc ^évva, Tefifi-bccov xpdfioi, 
Tpoìav zod<*ùvT6(; xai AfovTdpvTj; ordYotx;, 645 

!tIxcoXòv Te xai Té^opav '0^77)0x01* ft* ?8oc 
xal y sGfJLa 6ep|JLo>5ovTo<; ' r'>|>dpvoo ft' 58(Dp. 

Toòc 8* dji^l SòpTtv xai Ae^uoxtxdc xXdxac, 
oTsvf^v te icop&fiou oavSpojiTjv Topar|Vtxoiì, 

w. 633-649. I Beoti giungono nelle Baleari e ricordano la patria perdu- 
ta — Ulisse presso i Lotofagi e vicino Scilla. 

Altri intanto dopo aver viaggiato tortuosamente a guisa di 
granchi verso gli scogli delle Baleari, tutte intomo bagnate 
dal mare, condurranno miseramente la vita, avvolti in pelli di 
montone, senza abiti e senza scarpe, armati ciascuno di tre 
fionde dalla duplice fune. E le madri addestreranno i teneri fi- 
gliuoli neir arte del lanciar sassi, e già avanti il pranzo : che 
nessun di loro potrà masticar pane colla mascella, se pria non 
colga con pietra ben lanciata il pezzo di pane posto sopra un 
palo come segno di bersaglio. E così sulle aspre spiagge nu- 
trici di genti Iberiche, presso la porta di Tartesso, scenderan- 
no quei rampolli della vetusta Arne, duci dei Tèmmici, serban- 
do in cuore la brama di riveder Graia e i colli di Leontarne e 
Scolo e Tegira e la dimora di Onchesto e le fluenti acque 
del Termodonte e dell' Ipsarno. 

E altri, sbalzati qua e là presso la Sirti e i lidi della Libia 
e lo stretto canale che si addentra nel Tirreno e le spiagge 



DI LICOFRONE 9t 



xaì ni5odTjpo<; vaottXwpdopou^ oxoicdt;, Ij^) 

r^C xplv ^voòoTjc ex ycptov MrixiOTéo); 

ToO otepcpoTcéTtXoo Jlxaitavéctx; Boa^iSo, 

dp7COtoYoòv(i)v xXcM)iaxdc x' dyjSdvcov 

TcXaf^^Wvtac, (òjiòatxa SaeTaXtojievotx;, 

rpoTcaviac "AtSric icavSoxeìx; dfpsuasiat, ^^ 

X(ó^atae icavtoiatotv sa^apoYiiévoui;, 

èva (pftapévT(i)v i'^ekov Xiiciov (ptXcwv, 

SeXcptvdar^jiov, xX(07ra Ootvtxr^c dedc. 

Se Sj>eTot iiiv Too novo-jfXr^voo axé^ac 

/dpcovo^ oFvYjc IO) xpe(ocpdY(i) ox6<pov ,5C,(|. 

yrepaì Tcpoteivmv, toùxiSdpiciov roidv. 

è7tórj>eTat 8è Xetrj>avov To$eo|idTo>v 

Toò KY)pa(iòvTou [Ieuxé(i>Q naXa(|iovo;. 

ot Tcdvta ^avó^aviec eBiopva axdcpT), 

ayo(v(p xoxTjv tpT^aooat xeorpécov i^pr^v. j^ 

aXXoc 8' èie* dfXXo) jtd/ftoc (JftXeoc jievsì, 

ToO TTpóo^ev aìel icXetov e^ioXéotepoc. 

vv. h5(.>-667. Scilla ed Eracle — Le Sirene — Ulisse e Polifemo — Ulis- 
se nel paese dei Lestrigoni. 

ove siede, a danno dei naviganti, il mostro per metà donna — 
che già prima avea avuta la moHe dalle mani di queir eroe di 
Macisto, zappatore, che coperto dalla pelle del leone conduce- 
va seco i bovi — e presso gli scogli delle donne dalle gambe 
d' arpia e dal canto d' usignuolo ; tutti, crudelmente dilaniati, 
saranno raccolti nella comune magione d' Ade dopo aver pa* 
tito ogni strazio: un solo, come nunzio della morte dei com- 
pagni, resterà salvo, colui che porta Timagine del delfino, il 
rapitore della dea fenicia. Egli visiterà la dimora del leone dal- 
l' unico occhio, al quale, già nutrito di carne umana, porgerà colle 
proprie mani la tazza del vino. Vedrà poi quei pochi che riu- 
scirono a scampare ai dardi del Lottatore, lo sperditor di ma- 
li che tini arso: ma essi fracasseranno tutte le navi dai roton- 
di fianchi, e facendo di quelli un'orribile preda li legheranno 
col giunco come tanti pesci. E all'uno terrà dietro l'altro pe- 
riglio, funesto e sempre più rovinoso del primo! E quanti ca- 



92 LA ALESSANDRA 



Troia XdpupStc oòyì Sataexa» vsxpiov ; 

Tioia 8* Eptv'jc ju^oxdp^Of; x6o>v; 

TiQ oùx dr^hmy orelpa Ksvtaopoxtovo;, 67u 

AìtcoX'c T] Koopi^T!f; aìo>wq> jiéXet 

i:8*aet loxfjvat adpxac; (zx(ir^vou(; ^àc; 

roìav ?£ ^ipoicXaaTov oùx éoo^etat 

Spoxatvav, s-pcoxmaav dX^ttt» ftpova, 

xaì x^pa xvoDZoiiop^v ; o» 8è ^óanopo» o7ò 

OTsvovrec ixa^ sv ofjffv.oi «pop^d^Sf; 

Yqapxa yt>.cp ati|i(iE|iq(iiva xpo^^^ 

xaì TcéjicpuXa pp6$oo3»v. dX^d viv ^Xd^Ti^ 

jiòA'j^ aacóast p(Co xaì KtdpoQ tpavEÌt; 

NwvaxpidxTiQ TptxÉ^Xo^ <l>at8pò^ frsdt;. oR».» 

T^^st 8*èp£|ivòv eÌQ àXl^XE^OV ^xwv, 

xaì v£xpo(iavxiv icé|iit£Xov StC^r^asxat 

dv3pò)v pvaocov aìSdxa ^uvooaia^ 

,[>t>yaìot ^pjiòv aljia zpoapdva^ ^o^pcp, 

xaì ^a^^dvou xpo^XTjfia, vepxspoi^ cpo^ov, f)gó 

vv. 6t>8-685. Ulisse tra Scilla e Cariddi — Ulisse e le Sirene — Ulisse e 
Circe — Ermete in aiuto di Ulisse — Ulisse nell'Ade trova Tin^sia. 

daveri non ingoierà Cariddi ? E quanti quella furente cagna che 
per metà ha forme di donzella ? E quale vergine dalla voce 
d'usignuolo, distruggitrice di Centauri, del paese di Etolia, osia 
anche d'Acarnania, col dolce canto non tenterà di far perire 
privi di cibo i passeggieri? E qual dragonessa egli non vedrà, 
la quale mescendo i farmaci alla farina fa trasformare gli uo- 
mini in bruti, dei bruti assegnando loro il destino? E quelli, 
oh, infelici! già porci chiusi nelle stalle, lamenteranno la pro- 
pria sorte e metteranno sotto i denti gli acini e le bucce d'uva, 
miste alle erbe. Ma egli almeno sarà sottratto all'inganno da 
una radice di salubre erba, quando apparirà, vivace giovinetto, 
il nume di Nonacri dalle tre teste, il portator di guadagni. E 
andrà quindi nel tenebroso campo dei morti, bagnato dall'ocea- 
no, a interrogare l'ombra del canuto vate, cui son note le gioie 
nuziali degli uomini e delle donne. Per quelle anime farà spruzza- 
re il caldo sangue nella fossa, e facendo vibrare la punta della spa- 



DI LIÒOFRONK 93 



Tn^Xaq dxoùaei xsl^ xe|i(ptY(uv Sica 

XeTCTT^v, d(iaopdc (idaxaxoc icpoocp^é^jtaotv. 

o^ev rtfdvKtìv vijaoQ Vj iietdflppevov 

&Xdaaaa, xaì Tutpcbvoc d^ptoo Sétiac, 

?pXoY|i«5 C^eooaa Se^stai iiovoaxoXov. 690 

èv TQ Tctdi^xwv xdX(iuc dcp(>'Ta)v -jévoc 

$6a)iopcpov eie XYjxaofiòv qixeasv xoaoiv, 

ot [iwXov (òpófrovav gx^ovoic Kpòvoo. 

Batoo 8' d[JL2(?|^a(; xoG xopspvT^xoo xdcpov, 

xaì K([i(isp(ov ixaoka xd}(spoo9(av 6Q.ì 

poyftotat xojiaivooaav ot^jiatoc yóaiv, 

"Oaaav t£ xal Xeovioc dxpaicoòc powv 

yoìoxdc, 'Oplpt|ioòc x'dfXooQ oùSaiai; Ropr^e, 

nope(pX£7éc; xe pelftpov, Ivfta WopaxoQ 

xsivet Ttpòc at&pav xpdxa HoXo^s^f^*^^ Xòcpo;, 7r>0 

è$ 00 xd Tcdvxa y6xX.a xaì itdaat [xtiymv 

Trr^fa» xax' Aùoovtxtv sXxovxat yWva, 

Ximv 8è Ayj&aicbvoc 6'^yjXòv xXéxa^ 

XifivTjv x'^Aopvov djicptxopvcwXTjv ^fòyjiìi't 

vv. 686-71)4. Ulisse nell'isola d'Ischia — Ulisse in Campania — Ulisse 
sulla strada di Eraclc — L'Appennino — Ulisse al lago Averno. 

da, terrore di quei di sotterra, ascolterà la loro fievole voce in 
discorsi pronunciati da languida bocca. E mosso di là, con una 
sola barca, lui accoglierà l'isola che schiacciò il dorso dei Gi- 
ganti e il corpo dell' immane Tifeo, e che arde di fiamme : ivi 
il re degli immortali fece stanziare la deforme schiatta delle 
scimmie, a ludibrio di quanti mossero guerra ai figli di Crono. 
E si spingerà oltre il sepolcro del pilota Baio e la dimora dei 
Cimmeri e la palude Acherusia, smossa dagli spruzzi delle on- 
de marine, e il monte Ossa, è il sentiero sorto dalla terra am- 
monticchiata, su cui passarono i bovi del Leone, e il bosco 
della fremente Fanciulla di sotterra, e le acque del Piriflegeton- 
te — ove erge al cielo la cima l' inaccessibile montagna di Ade, 
dalle cui viscere scendono tutti i fiumi e tutte le fonti che scor- 
rono sulla terra Ausonia. E lascerà dietro a sé l'eccelsa cima 
del Letaione, e il lago Averno, che sembra circoscritto con una 



94 LA ALESSANDRA 



xal x^^l^^ KwxaToìo Xa^po>^v axotq», va^ 

ilxu^òt; xsXaev^Q vaonóv, ivba TspiiteÒQ 

ópXiutioTou^ freo^sv d^pdttotc iòfa(i, 

Xoi^^Q d(p6aao)v ypooéaiQ TcéXXa»; ^àvo^ 

jiéXXwv r»Yavta(; xàTx Ttr^vaQ icepdv 

^os! AasipqL xal ^oveovéxTQ Jdvoc tui 

XT^Xr^xa xopaig xiovoc icpo9dp(ioaac. 

xxevel 8è xoòpaq TtjOóoc xaiSòc tpeTrXd^, 

oTiiac; (uXciidoG jtr^Tpòc éx|JL£(iaf{jL£va(;, 

aÙToxTovoK; pt^aìoiv e^ d^xpoc; axoirrj; 

Tt>par|V»xòv xpò^ xòjia Soxroóaac xrspoì^ 71 

5x00 Xtveppjt; xX(ua«; éXxòoe*. xexpd. 

TT|V |iiv <l>aXf^pou Topate éxp£Ppaa{i£vr^v 

rXdvtc; ts pei^oec Sé^etai Te^fcov yfto'va. 

Oli oi^jia Sconf^aavtet; l^y (opoi xopr^c 

Xoipaìat xai ftóo^Xoto» Ilap^voxr^v Pwbv t2ì) 

eieea xuSavoùatv olcuvòv O-edv. 

dxTYjv Se TTìv xpoS^ooaov eì^ *Ev»X60)e 

Asuxtoaia pecpslaa, tyjv éxcùvofiov 

vv/ 7(KS-723. Il Oocito — Ulisse dedica un elmo ad Ade e Persefonc — Mor- 
te delle Sirene - La tomba di Partenope a Napoli e quella di Leucosia a Pesto. 

fune, e le onde del Cocito che si perde nelle tenebre — acqua 
corrente della nera Stige — ove il dio Terminale fissò agli im- 
mortali la sede del giuramento, facendovi attingere in auree taz- 
ze r acqua della libazione, quando stava per muovere contro 
ai Giganti ed ai Titani. Là quei porrà in dono a Daira e al- 
lo sposo di lei un elmo collocandolo in cima ad una colonna. 
E toglierà la vita quindi alle tre figliuole del figlio di Teti, che 
sanno imitare nel dolce canto la madre, e che suicidandosi con 
un salto lanciato dair alto d' una rupe andranno a galla colle 
ali sulle onde del Tirreno, verso là dove le trarrà V acerbo Fa- 
to. L'una, rigettata sui lido dalle onde, accoglieranno le mura 
di Palerò e la terra bagnata dalle acque del Clanio; e là le 
genti del paese costrurranno la tomba della fanciulla, e a lei, 
Partenope, V alata diva, con libazioni e sacrifizi di bovi rende* 
ranno annui onori. Sul promontorio Enipeo sarà rigettata Leu- 



bì UCOFRÓNri ^5 



TCSTpav iyiiozi 8apov. fvfra Xà^fOQ "U 

YSitwv fr'ó Adpec s^epeó^ovtat Tcoxd. 725 

Aqsta 8' sic; Téptvav sxvaua&Xcóoetae, 

xX68(uva yeXX.6oooooa. r/jv Bs vaopdtae 

xpoxaiai xap^^óaoootv ev icapaxT'!a«;, 

'Qxevdpoo Bivatatv dj^ftTepjtova. 

Xouast Se a7)|Jia ^xepcoc vaa|iotc dprjc 73(^ 

òpvt&oicaeSoc ?a{ia cpoe^dCcov icoxoìc. 

TCpwTTQ 8è xat icot'auftì ao^fovcDv frea 

xpa(vtt)v àTcàoTfi Mck|)oicoc vauap^^iac 

i:X(i)T^pai Xa|Wca8o(iyov evttiveì Spòftov, 

ypYjafJLOtc ictfri^aaQ. 8v xoT'aò^T^oet Xeo)? 735 

NsaicoXtxcbv, oV icap' ixXoorov oxéicac 

Spfjuuv MtoTjvoii aT6<pXa vdooovtat xXirr^. 

pòxtaq 8' sv doxcj) acjpcaxoxXeiaaQ ^ooq 

icaXivoTpopT^totc ^jiovalc dXa>|Jievoc. 

XEpacivtiQ iidorqt 0ti|i<pX6y8f^asTai 74(ì 

xaÒTj^, épevoù icpoaxa9i^|isvo<; xXd$o>, 

vv. 724-741. La tomba della sirena Ligea presso Terina — L' ateniese Dio- 
timo festeggia la sirena Partenope — Ulisse presso Eolo. 

cosia e il suo nome resterà ali* isoletta per lungo tempo — là 
dove il rapido Is e il Lari unitamente scaricano le loro acque. 
E Ligea intanto sarà sbalzata presso Terina sputando acqua 
di mare; e i naviganti la seppelliranno nella sabbiosa spiaggia 
presso le rapide correnti dell* Ocinaro ; e questo, forte nume 
dalla fronte cornuta, colle sue acque bagnerà il sepolcro e ter- 
gerà il busto deir alata fanciulla. Un giorno in onore della pri- 
ma di queste dive sorelle il duce di tutta la flotta dell'Attica, 
ubbidiente air oracolo, farà eseguire dai marinari la gara al lume 
delle fiaccole ; la quale appresso celebreranno ancor maggiormen- 
te i popolani di Napoli, e cioè quelli che si stanzieranno sur aspre 
spiagge presso il porto Miseno, sicuro riparo delle navi. E que- 
gli intanto, sebbene abbia i venti chiusi neir otre bovino, sarà 
ricacciato indietro in mezzo ai disastri e sarà colpito dalla vio- 
lenza del fulmine, e resterà sospeso ad un ramo di caprifico, 
simile ad un gabbiano, perchè non T inghiotta l'onda nei suoi 



i^fV^^!^»^^ 



96 La albSsaKdrA 



cÓQ jiìj xaxa^po)^ vtv sv po)r^t; xXòioiv, 

XdpupStv éxcpoaiuaav sXxòaa^ podtp. 

paeòv 8è xep^pftsu toì^ 'AxXavTiSoc "(dfJLoe^ 

dvauxo/T^tov aÒToxd^SoXov oxdcpoc 745 

^^va» taXdaaei, xal xo^spvijaae xdXac; 

aòxotip^dxsoxxov pdptv sic [xéor^v xpoxtv 

stxaia ^ojifoe^ icpoaxsxapYavwjiévr^v. 

"^C ola xoxd<^^v *A{icp(^a(oc èx^pdaac; 

Tffi x7)p6X<K> 8d(iapxoc drnjva Txopov^ 751^» 

aòxaic |ieao8{iai<; xa* aùv txpioct; ^oXst 

icpoc xòfia Sóxtr^v cjixexXs^nevov xdXotQ. 

icovxoy 8' icncvoj; èvoapoójisvoc |Ji{>yot;, 

daxw oóvoixoc OpiQXiac 'AvftrjSovoc 

loxat. i:ap'J>.Xoy 8*dfX.Xo^« ic tcsóxtjc xXdSov, 755 

pòxxr^; axpopi^oee (peXXòv Èvftpa>oxo>v rvoaì^ 

(loXtQ 8è Bòvr^c ex xaXtppoiac xox^q 

ff|iXo$ oomasu oxspva 8s8pa:pcq(iivov 

xal ystpa^ &pac aU xpsaYpdrcooq icsxpa^ 

w. 142-1Ò9. Ulisse vicino Cariddi — Ulisse e Calipso — Ulisse gettato 
nelle onde da Posidone — Ulisse e Glauco — Ulisse e Leucotea. 

vortici tirando fuori dai fondo del mare la sbuffante Cariddi. 
Poco godrà le gioie delle nozze colla figlia d'Atlante ed oserà 
montar su d'una zattera improvvisata, solo, senza compagni, 
e governare, oh, infelice! quella barca fatta da lui stesso ed in- 
vano saldata con cavicchi nel mezzo della carena. Fuor d'essa 
il dio Anfibeo lo sbalzerà, simile ad un piccolo alcione anuìra 
implume, e assieme ai travi e agli assi della barca lo getterà 
in mezzo V onde ; ma egli resterà legato alle gomene, come un 
marangone. Senza mai dormire , trascinato sin negli ultimi re- 
cessi del mare, diventerà compagno del dio d'Antedone, città d'o- 
rigine tracia. E V un dopo V altro i venti, assalendolo con sbuf- 
fi violenti, lo spingeranno qua e là come una corteccia di pi- 
no, come un pezzo di sughero; finché dal pernicioso correre 
avanti e indietro lo libererà la benda di Leucotea , ma tutto 
scorticato al petto e alle mani, perchè volendo aggrapparsi ai 



M«|»l II 



DI UCOFRONB <)7 



|idpicTo>v, aXi^pcbxotacv at(ia^9i^arcat 760 

OTopftu^St. vijoov 8* eie Kpdv<j> aTOYoojiivrjv 
"AfTcriv ^Epdaa^ {uCé^ov xpeovofiov, 

TÒv |iudo7cXdaT7)v è^uXoxn^asi 700V, 

dpdc T6Tex(ùc xoó TOfXcuftévtoQ SdxouQ. 765 

oStco) |idX\ oSiuo, |i7) ToaóoS* SicvoQ Xd^oi 

XiTftTjQ MeXovftov 6pcXiftév&*'IinajY6TY)v. 

Tfj^ei f^p, Tfj^et vaóXopv 'Ps(ftpoo oxeicac 

xai N>]piTOt> TCpTjwvaQ. S^sxai ik icdv 

{liXaS-pov (ìpSrjv ex ^d&pcov dvdoroiov 770 

{lòxXoec 70vaocoxX«><|)ev. t^ 8è ^aaadpa 

aepùx; xaao>pe6ouaa xotXavet Bofiouc^ 

^tvaeaev JXpov éxyéaaa rXi^iiovot;. 

aòtoQ 8è ^Xeto) xcuv éici Sxaidtc icovooc 

ì8(!)v {loXoppdc, iXi^oeTat jièv otxetd>v 775 

otaTvdc dicetXdQ eòX(kp(p vcótq) fépeev 

(tévvoic xoXaafte(Q. rXi^aerae Se xal }(epa)v 

w. 760-777. Ulisse a Corcira presso i Feaci : parla dei Ciclopi — Ulisse 
giunge ad Itaca — Ulisse, Penelope e i Proci. 

taglienti scogli, si lacererà le carni su quelle sporgenze affila- 
te dalle onde. Giungendo così nell'isola della Falce — odiosa 
a Crono, cui tagliò gli organi genitali — egli nudo, suppliche- 
vole, astuto espositore di tristi sciagure, la luttuosa avventura, 
che gli fa falsare il nome, esporrà con lamenti, sciogliendo in- 
precazioni all'accecato mostro. Ma ancora, no, il grave sonno 
che fa dimenticare, non prenda quel dio della tempesta che cur- 
vandosi un giorno procreò un cavallo. Giungerà, egli, sì, giun- 
gerà al porto di Retro, rifugio delle navi, e alle cime del mon- 
te Nerito: ma vedrà tutta la sua casa completamente rovinata 
dai Proci donnaiuoli: che la moglie per lasciarsi corteggiare si 
troverà in mezzo alle gozzoviglie e vuoterà la casa profonden- 
do in banchetti il patrimonio deir infelice. EÀi ivi egli, dopo aver 
visti maggiori patimenti che innanzi alle porte Scee, consunto 
dalla fame, avrà la pazienza di sopportare con forte schiena le 
dure minacce dei suoi domestici, già coperto d' oltraggi. E sa- 

E. ClACKBl. — La Aletiandra di Lieo/rone. 7 



^ LA ALESSANDRA 

^u^Tj^ati; ùxsixetv xat ^oXalaev òoxpdxcDv. 

où Yctp ^évat [idote^ec;, dWà ia^ikìrfi 

acppa^flc jJisveì BoavxoQ gv icXsupaic fn, 78l» 

Xù^oeat Tstpavfreìaeu xotQ ó Xo|iS(ì>v 

sxrptoXdrcetv doTEvaxtoc oìvéaEt, 

éxouaiav a)itt>8qffa xpoo{idaoo)v SofiiQ, 

SictoQ raXEÓoiQ 8ua{JL£v6t(;, xataoxÒTCoec 

Xcópatat xat xXacifttiotai cpr^Xcóaac icpo{iov. 7^5 

Sv Bo|ipuXeia(; xXexòc r^ T£(i)juxta 

S^tOTov T^jiìv ii:^[jl' sxéxviuaiv xote, 

[idvoc t:(kìc o5(ot>Q vaotiXo>v amaste xdXac 

XoìoBov 8è xaÒTjS oioTe xu[idto>v Spofuòc 

Ók; xo^yoc ^(11Q Tcdvxo^v TcepexptPsic. 790 

XTÌjOtV TS fto(va»Q IIpODVioDV Xttf uoTiav 

zpÒQ Tf^^ AaxaivTjc alvopox^^suToo xi^^cóv, 

a6(pap ftavsiiai icdvttov cpo^oiv oxsxac; 

xopa^ aùv SicXo'c NrjpiKov 8pu)iù)v xéXac 

XTsvsi 8è TÓ^J^aQ xXeupd Xoifioc otdvo^ 7^5 

TV, 778-795. Ulisse entra come spia in Troia — Ulisse torna solo in pa- 
tria - Ulisse in Itaca è ucciso dal figlio Telegono. 

prà anche sottostare ai colpi di mano e ai cocci lanciatigli ad- 
dosso : che le battiture non saran per lui cosa nuova, restan- 
dogli sin allora nei fianchi l'ampio sigillo di Toante impresso 
da quei colpi di verga, che egli, nostra rovina, avrà piacere di 
ricevere, senza lagnarsi, quando esporrà volentieri il corpo alle 
lividure, per ingannare i nemici e far sì, che con quelle piaghe 
e con quelle lagrime da spia sia burlato il re. Ed egli, cui un 
giorno, a nostro grandissimo danno, dava vita il promontorio 
Tem micio della dea Bombilia, giungerà salvo alle sedi del po- 
polo navigatore, ma miseramente solo ! E allora finalmente, do- 
pi» aver corso il mare come un gabbiano, simile ad una con- 
chiglia tutta all'intorno corrosa dal mare, e trovato il suo pa- 
trimonio profuso in banchetti dai Proci alla presenza deHa sua 
moglie che si abbandona all' allegria, e dopo essersi allontana- 
to dalle marine spiagge, allora, vecchione come un cor\'o, mor- 
rà colle armi in mano presso le selve di Nerito. Colpendolo ai 



DI UCOFRONE 99 



xévTp(|) 8ooaX87](; zk\o'Ko<^ Ì2ap8a>vtx:^<;. 

xéÌMf 8è icatpòc (JpTajioc xXyjfti^aetat, 

'Aj^iXXéo)^ SdfJLapiOi; aòiavs^eoc. 

jiàvxiv 8è vsxpòv Eùputàv 0Tg?|>6e Xsmc, 

5 T* aÌTcò voicov Tpaiixóac èBsftXiov, 80) 

èv TQ xot'au^c; 'HpaxX^ cpfttaEi 8pdxo>v 

TofJLcpatoQ èv ftoivaioiv Aiftixwv icpò|io<;, 

TÒv Aiaxoò ts xàzò Ilepoéox; aicopdc, 

xal Tyj|16V£(o)v oùx a:c(u&£v aijidTcuv. 

Ilép-pf) 86 jtiv fravoVca Topor^vcov Spoc 805 

ev ropiuvaiqL Sé^exat icetpXsfjiévov, 

otav oT8vdCo>v xi^paq exTUveóaiQ piov 

xatJoc te xal Sdtiapxoc, >jv xxeivat; i:da'.(; 

aùtòc xpóc "Atir^v 8sutépav ó8óv icep^, 

ocpa][at<; d8sX(p^<; TjXoxiafievot; 3ép>]v, 810 

rXaùxcDvoc 'Atj)6ptoto t' aÙTave']>(ac. 

5^(0 [lèv ToaoótcDV ftiva nfjjidtiov ì8cì)v 

(?OTp£7CT0v "AtSyjv Sóaeiat tò Ssùxspov, 

vv. 790-813. Oracoli di Ulisse — Polisperconte uccide Eracle, figlio di 
Alessandro Magno — Ulisse sepolto in Etruria Telenrìaco, Circe e Cassifone. 

fianchi T ucciderà un'asta micidiale, che ha in punta la spina 
velenosa d'un pesce di Sardegna; e il figlio, fratello germano 
della consorte di Achille, sarà chiamato uccisore del padre. Mor- 
to, lo onoreranno come vate le genti d'Euritania e quelli che 
abitano l'alta cima di Trampia — dove un giorno il dragone 
Tinfeo, re degli Etici, farà morire alla mensa queir Eracle che 
sarà rampollo di E^co e dello stesso Perseo, appartenendo alla 
schiatta di Temeno. E il corpo suo troverà stanza sul monte Per- 
go, dopo esser bruciato nel territorio di Cortona — allorquando 
egli avrà esalato l' estremo fiato compiangendo la sorte del figlio 
e della consorte: a lei toglierà la vita il marito; ma tosto egli 
seguirà la moglie nella via dell' Ade, ferito alla gola dai colpi 
della sorella, la cugina diAbsirto e Glaucone. E cosi egli, do- 
po aver visto si grande cumulo di guai, scenderà per la secon- 
da volta air Ade — e per non tornarne mai più — senza aver 



100 LA ALESSANDRA 



^aXrjvóv ^|iap o5 icot* év C«)ifl Spoxcóv. 

o) axéxXi', &<; ooe xpsìaoov -^v, jitpetv icàTp<f 815 

PoTjXatoovTa, xa» lòv ep^diYjv (lòxXov 

xdvftcov* óicò C^eó^Xatoi juaaapoìiv exi 

Tkaozalot XóaoTjc jirj^^avaìc oìoTpTf)|i€vov, 

ri TTjXixdivSe icelpav òxX^aai xaxiov. 

'0 8* aìvoXfixxpov apicoYetaav eùvénrjc 82(> 

TcXàxtv (laxecMov, xXr^Sdvmv iceicoojjivoc, 
irofttov 8è «pdafia xxt]vòv, eiQ al&p'av (po^fov, 
xototx; ftaXdaoTjc oùx épsovi^agt l^o^^oàf;; 
Tcoiav 8è yépoov oùx dvipeóaet (ìoXq>v; 
èico<J*6xat |jiv :cp(bxa Totpcbvoc oxoitdt;, 825 

xai :c6|jnc6>.ov ^fpaòv (iap)iapoo(iivr]v Béjiac, 
xaì xdc 'Epe)ipa>v voopdxatc Tj^fftìjjiévac 
xpopX^xat; dxxdc. ^sxat 8è xXi^fiovoc; 
Mùppac; epojivòv ffaxo, x^c jioyooxoxooì; 
(òSìvac è^éXuoe SevSp(ó87)c xXdSoc, 830 

xaì xóv fteq[ xXaua&évxa Faóavxoc xdpv 
S/oiviqS! jJiooocKpftapxov *ApévxqL Sevtq, 

vv. 814-832. Ulisse si finge pazzo — Menelao in cerca di Elena: va in 
Cilicia, in Cipro, presso gli Erembi e in Fenicia — Mirra: il mito di Adone. 

goduto in vita un sol giorno di quiete ! Oh, infelice ! quanto 
non sarebbe meglio per te restartene in patria e continuare a 
guidare il bove e il paziente e laborioso asino, che aggiocherai 
air aratro spinto dall' arte di simulare la pazzia — anziché af- 
frontare la prova di tanti mali! 

E il marito intanto, cui è rapita l'infausta moglie, per fame 
ricerca, mosso dalle voci corse ed ancor bramoso del simula- 
cro che quasi si volatilizza come etere, quali non scruterà re- 
cessi del mare e quale terra non andrà ad investigare? Vedrà 
egli anzitutto gli scogli di Tifone e la vecchia decrepita tra- 
sformata in una statua di pietra, e i lidi degli Erembi sporgenti 
sul mare, odiosi ai naviganti. E vedrà poi la città fortificata 
della infelice Mirra — cui cessarono i dolori del parto appena 
si aprì la corteccia dell'albero — e la tomba di Adone bagna- 
ta dalle lagrime di Area, la dea ospitale di Scheno, di quell' Ado- 



j 



^r^^m^i^F 



DI LICOFRONE 101 



xpavTf)pt XcOX<{) To'v tot' Ixtavs rcéXac;. 

STCó^stai a tòpoiac; KyjcpYji^at;, 

xal Aacppiou Xaxx'lo(iaft*'Ep(iaiou TO^òq, 835 

8toodc Te TCÉTpac, xéxcpCK; aU icpoai^Xato 

SatTÒc yatiCcov. dvii 67iXe(ac 8* fprj, 

TÒv )[pood7caTpov |iopcpvov àpicdaac; Yvàftot(;, 

TÒv T^TcatoopYÒv dfpasv* dppoXfkxEpov. 

Tce^^oetat 8è toó ^piox^poc ^op(j5, 840 

cpdXaiva 8oo|i{otjtoc c5»v(tì|Aév7), 

ixJcoPpoTOoq (òBìvaq ot^avToq toxcov 

r^C 8£cpóicae8oc {iap|iapo)7ci8oc ^aX:^;* 

8c Cv^^^a^wv 4v8pac é^ dfxpoo TcoSòq 

dYaXjiaTcóoac; djKpEXoTpcóaei icétpoiv, 845 

Xa|timf]poxXéirn)c TptTcXavoùq TOSrjYiaq. 

èzó^exa* ik loòc ^peiTcótooc '^()a(^ 

/al pelftpov 'Aopóorao xal ya(Ji£uvd8aQ 

sjvdc;, 8ooò8|iot<; dTjpol auYXoe(JLa)|i£voq. 

xal TOvta tXt^O£&* ocivex* AÌYÓaQ xovòq 850 

vv. 833-850. Menelao in Btiopia — Perseo ed Andromeda — Perseo e 
Medusa - Perseo e le Forcidi — Menelao in Egitto presso Proteo Elena. 

ne, cui furono rovina le Muse quando il cinghiale col bianco 
dente gli tolse la vita. E vedrà ancora le tracce del colpo di 
piede di Ermete, nume ospitale, e il duplice scoglio su cui sal- 
tò il mostro marino avido di cibo; il quale partissene dopo aver 
preso colle mascelle, in luogo della donzella, una maschia aqui- 
la che segogli gli intestini, lei, V aurea progenie dai piedi alati. 
La odiosa balena già impotente fu recisa da quella stessa fal- 
ce da mietitore, che alla donna dallo sguardo pietrificante, qua- 
si donnola, avea fatto partorire dal collo un uomo ed un ca- 
vallo; ed egli intanto, vero artefice di statue umane, mutava 
gli uomini in statue rivestendoli di pietra sino al tallone — egli 
che si era impadronito dell'unico occhio delle tre persone che 
gli indicarono la via. Vedrà poi campi irrigati d'acqua anche 
di estate, e la corrente dell' Asbisto e i letti sulla nuda terra, 
costretto a dormire assieme a bestie dall' olezzo nauseante. Ma 
tutto egli sopporterà per quella sfacciata donna di Laconia, ma- 



102 LA ALESSANDRA 



TTfi ftr^XÒTcatSoc xai tptdvopoc xoprjc. 

ri^Bi 8*dXì^iT|Q eì<; iaicù^oiv orpatov, 

xal 8(op* dvd^st icap&svcp SxoXXrjtiqt, 

Ta|tdaa!ov xpai^pa xai ^yP*-^^' 

xal tdc; Sdjiaptoc doxépac sòjiapi^ac;. 8=>5 

i^^et 8è il'piv xai Aaxtvioo \ujywK, 

èv oloi xopxtQ Jp5(aTov xeò^st ftsq[ 

'OicXoa|i'<f ^putoìotv è57)axTj|Ji£vov. 

Yovat^ì S'eaxat Tsftjiòq 67/cópot<; dzì 

Tcsv^ìv TÒv sìvd^yov AìaxoG Tpixov sttO 

xal À(op{^(;, icpr^crr^pa Satoo jidyr^q, 

xal jir^Ts XP^^H^ T^^^P^ì xaXXùvstv péftri, 

jif^ft' dppwci^vooc d|i?pipdXXea^t tóTcXouc; 

xdXyìfl ?popoxto6(;, oovsxev feqt feòq 

yspaoo iié^av otópftoYT* 8(i>palTat xTiaa». fio.s 

i^$£i Sé xaupou Y^P^^^^^^ xaxo^svooq 

Tzakrfi xoviotpaq, 5v te KcoXcotk; t6Xvo% 

^AXevTia xpsiouaa Ao^^oòpou jioycov, 

"ApiajQ Kpovoo icT^Sr^jia Ko^X^^^^i *' 3So>p 

vv. 8Ò 1-809. Menelao in lapigia. nella Sirìtìde e a Crotone — Le donne di 
Crotone commemorano la morte di Achille — Menelao in Sicilia nel paese di Enee. 

dre di femminea prole e già moglie di tre mariti. E vagando 
qua e là giungerà presso la bellicosa gente di lapigia e dedi- 
cherà in dono a Pallade Scilletina un cratere di Tamasso ed 
uno scudo rivestito di cuoio e le calzature della moglie. E giun- 
gerà pure alla città di Siris e al golfo Lacinio, dove Teti farà 
crescere alla dea Oplosmia un bosco tutto ornato di belle pian- 
te come un giardino. Già sarà sempre costume delle donne di 
quel paese piangere il nepote di Eaco e di Doride, lo smisurato 
eroe fulmine di guerra ; e non ornarsi, allora, le candide membra 
di aurei vezzi, né cingere molli vesti tinte di porpora: e per que- 
sto runa dea darà all'altra, come dimora, il grande promonto- 
rio. Ed egli quindi giungerà nei campi che sono palestra d'ino- 
spitale lotta al toro, cui die la vita Afrodite, la dea dell' Alento, 
signora del porto di Longuro — girando intorno al luogo ove 
cadde la falce di Crono, e intorno all'acqua di Conchea, e Go- 



DI UGOPttONB KK) 



xdfi^at;, Fovou^dv x' rjSè Stxavcbv ^cXdxac 870 

xa\ &>)poyXatvoo ar^xàv <ò(iy|aToù X6xou, 

8v Kpr^^sioq (?|iva(ioc ópjiiaat; oxdcpoQ 

iiv.\i£ icsvTT^xovra oòv vauTi^fÉTati;. 

xpoxai 8è Mivott)v eùXiic^ areX^fioiiaia 

TTjpoùo'.v, jfXfiTjc où8è fotpdCet xX68o)v, 875 

oi>8' òjiPpia OjiT^jrouoa Srjvatòv vecpdc;. 

"AXXooq 8è dtvec o? te Taoyrstpa)v TcsXa; 
(i6p(JL7)xsQ aldCouaev sx^sPpaafJiEvouQ 
£pr||iov £»q "AtXavTOQ oìxr^Ti^ptov 

^poXiY|i.dta)v Sépipoiot TcpoaaeoTipoTac;- 88C> 

Mo([»ov TtiaipcóvEtov Ivfta vao^dtai 
ftavovra xap^rtioavTo, xufi^stav d* 5icep 
xpr^mS' dveaTT^Xtóoav 'Ap^cpoo 8opÒQ 
xXao&èv Tcixsopov, vspxépcDv xsefii^Xtov, 
AòaqSa, Ktvó^petoq yjv tst^o^v pooc 885 

vaofJLOtq Xiicaivst. T(p Sé N7)p£o)(; ^oW 
TpiTwvt KoXyT'.c djTcaosv 8dvoq -fovì] 

vv. 870-887. Menelao in Elba vede il tempio di Eracle eretto da Giasone — 
Cuneo, Proteo ed Euripilo in Libia — Gli Argonauti in Libia- sepoltura di Mopso. 

nusa e i campi dei Sicani, e intorno al tempio del feroce divo- 
ratore che portava la pelle del leone — a lui innalzato dal ne- 
pote di Creteo quando ancorava ivi la sua nave in compagnia 
di cinquanta remiganti. E quei lidi infatti conservano ancora il 
sucidume che i Mini cacciaron dalle loro membra collo strigl- 
ie ; né riesce a nettarli Tonda del mare, né li asterge la forte 
pioggia ancorché duri a lungo. 

E i lidi intanto e gli scogli intorno a Teuchira ripeteranno 
i gemiti degli infelici rigettati dalle onde nella deserta dimora 
d'Atlante, tutti lacerati dalle punte dei frantumi della nave! là, 
dove i marinari diedero sepoltura a Mopso di Titerone pian- 
tando al di sopra della tomba il suo remo della nave Argo, do- 
po averlo fatto in pezzi — dolce conforto dei morti! — e dove 
è la città di Ausida, i cui campi colle sue acque bagna e fe- 
conda un fiume che deriva dal Cinifo. Là a Tritone, nepote di 



ItM LA ALXSSANDRA 

ypooij) xXaTÙv xpor^pa xsxpoT7]|iivov, 

|i6p|iu)v évi^aet Tì^oc dfftpooaiov axdfoc g^u 

rpacxoòc ik ycópac TootdxtQ Xa^stv xpdrri, 

^Xaaaoxatt; ^{(lopfOQ auddCst ^òc^ 

otav zaXijiicoov Bcbpov dfjpaeiXo^ Xeòx; 

"EXXr^v' òps^TQ voo^p'oac TcdtpaQ Ai^at;. 

eòydc Sé 8ei|io(vovTe(; 'Aa^ùorat, xxsap 8<>5 

xp6^05>o* dfcpovTov 6v yftovoQ v£ip(HQ |toyo»(;, 

èv tJ KcxpaicDv Sòofiopov axpoTTjXdTTjv 

vaòtatt; aovsx^pdooeiat Boppdtat inKKzt, 

Tov t' ex IlaXaiftptov Sqovov Tevftp7)8óvo^ 

'AfAcppooidJv oxYjxcooyov Eòpua|xx((uv, gtH^» 

xal tov Sovdotr^v xoo xerpo^vioc Xùxoo 

dTCotvoJopxoo xal xd^cov TtijicppYjaxicov. 

a)v 01 (lèv Aqcuvseav dfftXtoe xdtpav 

xoftoòvTsc;, oi 8* *Eyivov, oi Ss Titapov, 

w\ 888-Mi»4. Medea e Tritone in Libia — Predizione della colonizzazione 
greca nella Cirenaica — Cuneo — Proteo — Euripilo. 

Nereo, diede in dono un ampio vaso d'oro ben risonante la 
donna di Colchide, per averle mostrata la via navigabile, lun- 
go la quale Tifis tra i pericoli degli scogli condusse la nave in 
salvo. E predisse allora il nume biforme, figlio del mare, che 
i Greci avrebbero avuta la signoria di quel paese nel giorno in 
cui il rozzo popolo di Libia ofìfrisse, di rimando, ad un uomo 
greco il ricevuto dono, lasciandolo portar fuori della patria. 
Temendo quelle predizioni la gente' degli Asbisti , il prezioso 
acquisto in modo irreperibile tien nascosto negli intimi re- 
cessi di quella terra, ove i venti del settentrione sbalzeranno 
assieme ai suoi V infelice duce dei Cifei e il figlio di Tentre- 
done, appartenente alla gente dei Magneti — re degli Euriam- 
pi che popolano le sponde dell' Anfrisso — e ancora il signo- 
re di quel paese, ove rimase pietrificato il lupo che gustò il greg- 
ge dell'espiazione ed ove si s'innalzano le vette del Tinfresto. 
E costoro, oh, infelici ! desidereranno riveder la patria Ego- 
nea, e chi Echino e chi Titaro ed Irò e Trachina e la Perre- 



DI LICOPRONK Uìfi 



ìpov Ts, xai Tprjytva, xal IIsppatPexTjv i^\^ 

Fovvov OdXavvdv x*, rjS* 'OXooodvcov Y^a^^ 
xaì Kaoravaiav, dxxsptatov ev Tcéxpatq 
atù)va X(ox6aouatv y|Xox(a|xévos. 

"AXXtjv 8* èie' dfXXiQ x^pa xivi^ost fteoc, 
Xo]fpf|V Tcpò voaxoo ooficpopàv Suipoufisvoc mu 

Tòv 8'Aladpou xs psidpa xal ppapTCXoXic; 
Oìvmxpiaq Y^<; xe^XP^^ PePp(o|i6vov 
Kpi|iioa cpixpoij 8é$£xai jiiaicpovov, — 
aòxTj Y^p dfxpav dfp8iv eùftovst yspolv 
SdXTcq^ dzo<|>dXXouoa Matcóxrjv icXoxov, — i^^ 

A6pa ::ap' Sy^aic; Sq tcoxs «pXs^aq dpaoùv 
Xsovxa pat^o) ystpaq (SicXtoe SxóftTQ 
Spdxovx* dcp6xx(ov ^^jicpuov XcjpoxxÓTCcp. 
Kpd^tQ 8è xófi^ou; 3iJ)sxa! SsSoutcòxoq, 
sùpd^ *AXaiou Ilaxapswc dvaxxopoov, i^lH 

Naóatftoq iy^ba TCpÓQ xXóScov' epeó^fsxat. 
xxsvoQoi 8*aùxòv ACoovsc lleXXr^vtot 

w. 905-922. Filottete giunge nell'agro Crotoniate — Filottete uccìsa re Ji 
Paride — Filottete ascende la pira di Eracle — Tomba di Filottete. 

bica Conno e Falanna e i campi Olossoni e Castanea; ma ^4 
corpo lacerato resteranno insepolti sul lido e gemeranno clcr 
namente. 

E cosi danni sopra danni metterà innanzi il dio, dispensiiti- 
do tristi sciagure invece del ritorno. 

E le correnti dell' Esaro e Crimisa, piccola città d'Enotria, ne 
coglieranno colui , che è morso dal serpente e che spegne In 
fiaccola fatale — che già la stessa Pallade Trombettiera colk- sue 
mani dirigerà la punta del dardo scoccando l'arco dei Maioli — 
colui, che un giorno sulle sponde del Dira, per aver bruciato 
il fiero leone, si armò le mani del micidiale arco scita che sca 
glia inevitabili dardi. Egli cadrà in battaglia, e il Grati ne SL-nr- 
gerà la tomba verso il luogo in cui sorge il tempio del nuniL^ 
Meo di Patara , dove il Nieto scarica le sue acque in maru ; 
giacché a lui toglieranno la vita gli Achei d'Ausonia qtianJo 



106 LA ALESSANDRA 



Po7)8f)0)io(>vta AtvSuov otparriXdTatc 

o&C T^Xs 6£p|i6Spou TE Kopxdftoo t*ÒpÙ)V 

xXdvTjxac; otBmv 6paax(a; xéji^e» x6o>v, 925 

^svr^v é7Cotxì^oovTa<; dftvetav )[ftóva. 

Èv S* au MaxdXXoec otjxòv rprcopot {is^ov 

uxèp xdcpcDv dstjiavtsc^ oiav^ dsòv 

Xotpalae xudavoùoe xal dÓjftXoti; ^ocbv. 

'0 8' iiCTCoxéxTcov AeqapiaQ ev erpcdXatc 9:^1 

^pc xecppexcòc xa* cpdXoqpfa ftoopiav, 

lCatp<j>OV SpXOV 8XTlVa>V ^£U^(10T0V, 

8v djKpi (ii^Xcov T(«v SopixTi^cDV tdXttt; 

Tcup^cov Kojiae&oGc oti[iice?pop|i6va)v arpato) 

oTspYo^ovsuvov oSvexev vo(i(peu(idt(uv 9:^ 

*AX«tiv ItXtì rfjv KoStoviov Opaoui 

ópxwfAOT^aat, Tov ts KpTiOTcóvrjc feòv 

KavSdov' ^ Md(i£pxov Ó7cXttT|V X6xov, 

ó jir^TpÒQ svTÒq SeX^oc otoyvtìv |idy7)v 

orrjoac; dp(q(iotc icpo; xaaipTjxov x^P^^^^» ^>4i> 

w. 923-940. I Rodi nell'agro Croton iate. — Culto di Filottelc—Epeo nella 
Siritide — Panopeo spergiuro nella guerra contro Pterelao — Panopeo e Criso. 

muoverà in aiuto dei condottieri Lindi, cui lungi dal Termidro 
e dalle montagne di Carpato sospingerà errabondi la forte bu- 
fera di tramontana, destinati a fermarsi, stranieri, nella terra di 
altra gente. E là, in Macalla, innalzeranno intorno alla sua tomba 
un grande tempio quei del luogo e con libazioni e sacrifici di 
bovi lo onoreranno eternamente come dio. 

Nel porto di Lagaria intanto giungerà il costruttor del caval- 
lo, il pauroso che paventa le aste e le falangi dei combattenti 
scontando il falso giuramento del padre — che intomo al greg- 
ge conquistato in guerra , quando dagli eserciti furono abbat- 
tute le torri di Cometo, affinchè si compisse la bramata unio- 
ne coniugale, quegli, lo sciagurato, osava giurare per la batta- 
gliera dea di Cidonia, vindice delle scelleraggini , e per Can- 
daone o Mamerto, il dio di Crestone fieramente armato; egli^ 
che già dentro V utero materno agitando le mani cominciava 
l'odiosa guerra contro il fratello, pria ancora che vedesse la 



DI UCOFRONB 107 



0Ù8' EXcpOYàv cÌHÌÌvaQ dX^stvolf; toxcov 

xoqdf 7CÓ1C01 «pù^TiXiv ì^vSpiuaav oxòpov, 

xòxTTiv (lèv softXov, rcà)xa S'sv xXóvip 8opò(;, 

xal icXsIoxa té^rvatQ (òtpeXi^oavTa orpatov 940 

8q ot|icpl Kìptv xal KoXtordvoo ^dvoi; 

InfjXoc otxouc i^Xs vdoosTat :cdTpa<;. 

xd 8'épYaXEta, Totot TéTp>)vac Ppétac 

Tsó^si xoT* èY)r(ópoiat (isp(i£pav pXd^yjv, 

xa&(ep(óa£i Mov^tac; dvaxtópotc 950 

"AXXot 8* évotxi^aooai ^exavmv jrftdvo, 
TcXaYXTol iióXoVcec, Ivfta Aauixéòcov TptTcXd; 
vaòxaic ISmxe $otvo8d|iavTO(; xopa(;, 
Tal<; xTjToSdpxoiQ aujicpopalc; BeJYjYfievoc 
TTjXoG icpo^ivat &>)poiv còjiTjOTalc; ^opdv, 955 

[loXovTaQ eiQ Y^v Soicepov AatircpoYdvmv, 
Sicoo oovotxei Ja^tXyjc £pT)|tta. 
at 8' ao TcaXatOToO iiYixépoc Zyjpuv&taq 

vv. 941-958. Epeo nella Siritide — Greci in Sicilia — Laomedonte manda 
in Sicilia le figlie di Fenodamante — Esione — Tempio di Afrodite in Erice. 

chiara luce del giorno e che venisse fuori attraverso gli acerbi 
dolori del parto; onde a lui facean nascere gli dei un figliuolo 
pauroso, forte di braccio, ma timido in mezzo al fragore delle 
armi, destinato a giovare grandemente V esercito colle sue arti. 
Costui dunque presso le sponde del Ciris e le correnti del Ci- 
listano, lungi della patria, straniero fermerà la sua dimora; e i 
suoi arnesi, coi quali un giorno costrurrà il simulacro macchi- 
nando sagacemente la rovina a quei del mio paese, porrà egli 
come sacra offerta nel tempio della dea di Mindo. 

Ed altri intanto movendo errabondi di qua e di là si stan- 
zieranno nella terra dei Sicani, in cui Laomedonte — crucciato 
per la sventura di dover preparare il cibo al mostro marino — 
fece dai naviganti esporre alla voracità di crudeli belve le tre 
figlie di Fenodamante, che pertanto giunsero là, ad occidente, nel 
lontano paese dei Lestrigoni, ove vasta regna la solitudine. Alla 
dea di Zerinto, madre del Lottatore, esse innalzarono un gran- 



108 LA ALESSANDRA 



\i6poy (poYoòaae xal [AOvotxi^Tooc e^pac, 96(1 

cov 8*}) jiiav Kpi(iiaò(;, ìv8aXfteic xuvi, 

eCeo^e Xexrpotc; xota|iO(;' t^ 8è 8a{|iovt 

T<j) ftr^po(iixT<{) oxóXooca y^vvoìov texvoù 

xptaomv auvoextor^pa xal xrioTr^v toiceov. 

&; 8t) ico87)Yà)v xcòpftov 'Aj/iow) vóftov 965 

flf^st TpiSetpov v-^aov sic XTjxtYjptav, 

Ttov Aap^avEicDv ex totcwv vaoaftXo6(iSvov. 

Aqeota tX^iiov, ao» 8è SaijiovcDv spaiale 

Tcévdoc iiéftOTov xal iC aubvoQ icdtpac; 

laxat ia>pòc pticaioiv iQftaXo>(i£V7]c. ' 97o 

jiovTj 8è inipYCDv 8aato)[£ì<; xataaxacpàc; 

vì^TcaooTov aìdCouaa xal yoo)|16V7) 

Sapòv oreva^eet;. xdQ 8è Xujatav Xecìx; 

éoft^ta xpoorpoTcatov èf/Xatvoójuvoi; 

aò}((iij) 7«vo)8t)q Xoicpòv d(i7cp£6aee ^lov. 975 

xpatòc S'dfxoopcx; và>ta xaXXovel ^ópr^, 

|ivf||iTjv xaXaubv tYjjjLsXoóo' òBupfidxmv. 

vv. 959-977. Cfimiso ed Egesta generano Egesto, fondatore di Segesta, Eli- 
ce ed Entella — Elimo — I Segestani commemorano la caduta di Troia. 

de tempio , grate d' esser sfuggite alla morte e alla solitudine 
di quei luoghi. Un dio fluviale allora, Crimiso, assunte for- 
me di cane, sen giacque con una di loro; e a lui, nume di 
duplice figura, essa partorì un forte figliuolo che poi fondò e 
popolò tre città. Costui un giorno guidando il figlio naturale di 
Anchise, dalle regioni di Cardano lo condurrà su nave nell'iso- 
la che termina in tre promontori. E a te, infelice Segesta, giu- 
sto il volere degli dei, resterà, e per sempre, un grande dolore 
per la mia patria arsa dal fuoco lanciato dai nemici; e tu sola 
gemerai a lungo piangendo e lamentando incessantemente la 
miserevole rovina delle torri. 11 tuo popolo tutto, di brune vesti 
coperto e quasi supplice, sordido e squallido d'aspetto, trarrà 
mesta la vita: ornamento sarà la chioma che scende intonsa 
dietro il capo e servirà a serbare vivo il ricordo delle antiche 
lagrime. 



DI LltXJKRONB 109 

IIoXXol Sé £lp!v d|x<pt xat Aeutapviav 
ipoopav oixi^aooatv, evda S6a]iopo^ 

KdX^^aq òXóv^v il'.oocpeò<; dvTjpt^jicov <>8() 

xelxat, xàpa fidoT'Yt Y^flfóXig xoTcei^;, 
psi&potaiv (òxòc Ivfta |i6p£Ta( ^(vtQ, 
ap8(ov pa&£lav Xcoviac Tca-ptXrjpiav. 
xoXtv 8' ó|io'!av 'IXtq) SuoSatjiovec 

v£i[AavTe<;, ctXYuvoòat Aacppiav xdpyjv 085 

ilàXxiYYo^ STBwoavTec èv vacj) ^à^ 
Toò<; icpooft' sSeftXov BoofttSac; cpxrjXÒTaq. 
^Xr^vatc; 8* (?YaX[Aa xwa dtva'.|xdxToi<; jióoei, 
OTOYVTjv 'A}(ai(!Ì)v eie; idovac; pXdprjv 
Xeòaoov, cpovov t' f|i.cpuXov d^paùXeov Xuxwv, 900 

otav &av(i)v Xi^Tap^roc tpstat; axóXa^ 
xpwtoc xeXatvcj) po>|jLèv aiiid^iB Pp^'^M*- 

"AXXot Ss Tcpcbvac; Suo^diouq ilciXr^oiou? 
Aivoo d' àXtojAT^xToio Sstpaiav ixpav, 

w. 978-994. Achei nella Siritide — Cenotafìo di Calcante — Gli Achei 
distruggono la troiana Siris — Achei nel Bruzzio, in Cleta o Caulonia. 

Molti invece andranno a stanziarsi presso Siris e i campi di 
Leuternia, dove ha un tumulo V infelice Calcante — il sapiente 
che chiese il computo dei fichi e fu colpito alla testa da forte 
colpo — là, dove rapide passano le correnti del Sinis bagnando 
la bassa campagna di Conia. 

Come Troia, anche là un giorno gli sciagurati distruggeran- 
no una città, e a Pallade, dea Trombettiera che concede il bot- 
tino della guerra, arrecheranno grande dolore sgozzandole nel 
tempio i discendenti di Csuto, che già avanti hanno occupato 
quel paese. La statua della dea chiuderà le palpebre — pur es- 
sendo inanimate — alla vista dell' orrida strage che gli Achei 
fanno degli Ioni sbranando quei loro parenti a guisa dei lupi 
della foresta, quando cadrà morto il giovinetto sacerdote, figlio 
della sacerdotessa, e bagnerà per il primo l'altare di nero sangue. 

Ed altri intanto giungeranno sulle inaccessibili alture della 
Sila e sul promontorio di Lino che alto si protende nel ma- 



1 10 LA ALESSANDRA 

'A|iaCovoc oò*ptXT)pov apaovtae icéSov, <>95 

8o6Xt|; pvatxòc Cs^T^av èv$£8eY|i£voe. 

yjv ^/a>jco|i(Tpoo ft^ooav ÒTp7)pi^; xópr^Q 

::Xavf^T'v a^si xòjAa icpòq ^évrjv yftova. 

i^q éxTTi/soóoTjQ Xoìoftov òcp&aX(JLÒc T5>icelq 

7aftr^xo|iop^(p xdtjiov AìtcdXiJ) «p^p<p ioni 

xeó^si Tpdcpr^xt ?potv{(|> TeifiTHiivcp. 

KpoTcovtàtat 8 'Saro icepaoooiv icore 

*A[AaCovo<;, cpftspaavxeQ dfxpojJLOv xópr^v, 

KXf^TTjv, ffvaooav i^c èica)v6(JL0u TcdTpat;. 

TCoXXo» 8È icpoofrsv YOttav sx Xctvr^q ò8àS lOìó 

8d([)ouai Tcpr^vijrWvtsq, oòS'atsp icdveov 

TcòpYOoc; BiappaiaociGt Aa5>pi^Tr|(; ^dvoi. 

Oi 8' «5 Tsptvav, Ivfta |it>8a(vei icotoìq 
*i2xivapO(; y^v, foì^ov éx^pdaacuv Qdcop, 
oXtq xatoexT^ooooi xdjivovxec; icucpd. kìio 

Tòv 8*a5 là Scutepsìa xaXXtoTsojidTcov 

vv. 99Ó-1011. L'amazonc Clcta serva di Pentesilea — Achille, Pentesilea e 
Tersile — 1 Crotoniati distruggono la città di Cleta — Greci in Terina — Nireo. 

re — regione posseduta da una Amazone — e accoglieranno il 
giogo d' una donna di condizione servile. Lei condurranno le 
onde, errabonda, in straniera contrada, lei, serva di quella indo- 
mita vergine che va tutta coperta di bronzo , e cui , neir atto 
di esalare V estremo spirito, sarà strappato un occhio, che co- 
sterà la vita ad un Etolo pernicioso, brutto come una scimmia; 
il quale dall' asta ancora calda di sangue sarà passato da una 
parte air altra. Un giorno, in vero, distruggeranno la città del- 
l' Amazone i Crotoniati, uccidendo la regina che porta il nome 
del suo paese; ma molti pria cadranno sotto i colpi di lei mor- 
dendo coi denti la terra, né senza affanno abbatteranno le torri 
quei nepoti di Laureta. 

Altri, stanchi di vagar penosamente di qua e di là si stan- 
zieranno sul paese di Terina, dove bagna la terra V Ocinaro 
'versando le sue limpide acque nel mare. 

E colui che fra tutti tiene per bellezza il secondo posto e 



DI LIGOFRONB 111 



Xa^ovia, xal tóv sx Aoxopjiauov icoxìbv 
OTpatYjXdxTjv oGv, xapxepòv ropY>)<; xoxov, 
TTQ [liv Ai^uaaav cJ)d|i|iov df^ooat zvoaì 
Spigaoat 7Co8o)ToIq é|icpopo6|i£vat Xivoic, 1015 

TTQ 8* ex Aip6ooTj(; aodic; £|i7ct7ct(ov votoc 
' sÌQ 'Apppivoix; xai Kepaoviiov vd:caq 
(?^£t PapsI TCpTjoT^pi 7coi|io(v(tìv oka. 
fvfta icXavT^TYjv Xuxpòv &J)ovTat P'ov 

Aax[icov(oo xivovTSQ AravToq podc. 1020 

Kpdftcc; 8è YsiTtóv TiSè JVfuXdxcuv Spotq 
)rtt>po<; oovotxooq Sé^sxat KoXycov IlòXatc, 
jiaoT^pac o8<; d5>YaTpòq latetXsv papòc 
ASa^ Kopiv&oo t' àp^^ocv EìSotac tcòok;, 
TTjv vofAcpcqwYÒv éxxovrjY£ttt)v tpdTCtv, 1U25 

oV Tcpòt; pa&eT vdaoavro AtCì^pou ^op(|>. 

"AXXot Sé MsXinfjv v^aov, *Odpowo5 xéXaq 
xXaptToi, xaxotXT^aotioiv, >)v Tcépt^ xX68tt>v 
^[atcXt^v na)[6voo Xucavò^ icpoo|idao£Tae, 

w. 1012-1029. Nireo e Toante in Libia, neirÈpiro, neirilliria e nell'Istria — 
I Colchi fondano Fola nell' Istria — Greci che giungono a Malta. 

quei che muove dalle sorgenti del Licorma, forte figlio di Gorga, 
valoroso condottiero, sui lidi di Libia saranno pria portati dai 
venti di tramontana che spingono violentemente le tese vele; 
e dalla Libia quindi nel paese degli Argirini e nelle selve dei 
Cerauni li condurrà T austro che soffia impetuosamente agi- 
tando sin dal fondo il mare. Là essi berranno le acque del- 
l' Eante che scende dal monte Lacmone e vagando di qua e 
di là si vedranno dinanzi una misera vita. Il vicino Grati li ac- 
coglierà ed anche la contrada delle Pietre , fra i suoi monti , 
come cittadini di Fola — la città di quei Golchi , che il severo 
re di Eea e di Gorinto, sposo di Idiia, mandò in cerca della 
figlia, dando la caccia alla nave che portava gli sposi, e che 
poi si stabilirono accanto al profondo fiume Dizerita. 

Altri intanto, dopo esser sbalzati sin presso ad Otrono, an- 
dranno a stanziarsi nelF isola di Malta, che d' ogni parte ba- 
gnano le sicane onde, non lungi da Pachino , d' ove s' erge il 



1 



112 LA ALESSANDRA 



£7C(óvo|Aov icoft' uoTspq) yfióyn^ •^f&foìv 
xXstvdv &*rSpei(ia xap&évoo AoYY<itTi8oc 
''EXtopo<; fvfta ?J>o}[pòv sx^dXXei icotòv. 

IlaxicoxTovoi; 8' ^Ofrpoivòv oòn^ase Xòxot;^ 
tr^Xoò i:aTp(j>a pEÌ&pa Kooxòvdoo xodù>v. h>35 

Se; èv ftaXdaoTQ )(0tpd8a>v pe^ciix; Ixt 
^r^tpa^ xoXixatQ tòq arparoTcXcótou^ èpsi. 
yéforjo TTcrcpcpac; où ^^p 5v ffovf^ icooì 
^doaat, jiTfav xXsecbva jìt; ice^psti^oTa, 
SboiQ sdasi tdppo^ TeX<pouaìa k4c» 

AdSwvoc d(i<pl psl^a vaiouaa oxuXa^. 
o^v, ::£^£UY«>«; ép^exibv SstvYjv [Ad^^Tiv 
SpaxovTO[AOprp(ov, £Ì<; *A|tavt(av icoXiv 
i:X(óo£e. zéXaq 8è j^q 'Ativxdvcov (loXcóv, 
Ilpdxnv xap' aùtrjv oÌTCÒ vdao£Tat Xéicac kuò 

Toò XaoviToo vdfxa floXodvdoo 8p£:ca>v. 

'0 8* Aùoov£'cov $jy[i KdXyavTOQ td^wv 

vv. 103(>-1(M7. Capo d'Ulisse, in Sicilia — In Otrono giunge cogli Eubei 
Elefenore, uccisore di Abante: da Otrono va in Amanzia, città d'Epiro. 

promontorio, cui un giorno coir andar del tempo darà il nome 
il figlio di Sisifo, e dove sarà famoso il tempio della vergine 
Pallade, là, nel luogo in cui scarica V Eloro le sue fresche acque. 

E in Otrono invece abiterà colui che, per aver crudelmente 
ucciso il proprio avo, bramerà da lontano riveder le patrie cor- 
renti dell' Oscinto e salito su d' uno scoglio, in mezzo al mare, 
terrà un discorso al suo popolo perchè muova la flotta. Che 
a lui omicida, se pria non trascorra un gran tempo, non con- 
cederà toccar la patria terra coi piedi la esecutrice di giustizia, 
la Erinne che urla come cagna dimorando sulle sponde del La- 
done. E di là egli, per sfuggire la terribile lotta coi serpenti, che 
son simili ai dragoni, navigherà verso la città di Amanzia; e 
così, giunto vicino il paese degli Atintani, si stanzierà sin presso 
r alta montagna di Prattis, attingendo V acqua del Pollante, fiume 
di Caonia. 

in Ausonia, presso il cenotafio di Calcante, straniera terra co- 



DI UCOFRONB tt3 



Soolv dSeXf otv dfxspoc ^suSyjpicuv 
^évTjv i%* óoréotaev ©JX^^^^ xovtv. 

SopdtQ 8è (II^XCUV tÓfApOV SYXO(|JLO>(1SVO(C 1050 

ypT^oet xad*8xvov %àoi vT|jiepT^ «pdtev, 

vòocDv S'dxsoxTiQ Attuvtot^ xXyjdi^osxae, 

Sxav xattX(ia(vovt8Q 'AX^ivou poaìc 

dpcoYÒv aù^T^ocootv 'Hxioo ^ó^ov 

daxoToi xal mfJivaioe Tcpetijiev^ (xoXeiv. IO55 

iozat Tozk TCpea^sóatv AttioXtùv cpdoc; 

sxel Y^'^ipò^ xal 7cav6)[fttaTov cpavév, 

Srav 5IaXdY7cov Y«iav 'A^lfat^tov b*ièri 

jioXovTSc aÌTiCcDOt xotpdvoo jùac, 

éodX^C dpoòpTjc ictap f^xXyjpov )[ftovd^. 1060 

Toòc 8' SIC spsjivov Cwvtac (tìjiTjcrcal tdcpov 

xp6^ouat xoiXtjc sv (xo^^oiq Staacpdjoc 

Toic 8' dxTSpiOTov oijjia Aauvitat vexpcbv 

atT^oooot )[a>aT<p xpoyfAdXcp xatripstpéc;, 

ycópav 8i8òvT6(;, ifjv icsp fypiQCov Xa^slv u)65 

Tofi xpaToppd)TOC ^aiSÒQ dfTpeatoo xd^upou. 

vv. 1048-10f)6. Tomba di Podalirio, fratello di Macaone, sul Gargano — In- 
cubazione — I legati degli Etoli sepolti vivi dai Dauni — Campi Diomedei. 

prirà le ossa di uno dei due fratelli ; e a tutti quelli, che avvolti 
in pelli di pecora dormiranno sulla sua tomba, darà egli nel sonno 
veritieri responsi ; e dai Dauni sarà chiamato curator di mali, al- 
lorquando bagnandosi nelle correnti delFAlteno invocheranno 
lui, figlio di Asclepio, perchè venga in soccorso degli uomini 
e del gregge. E là, appresso, in maniera tristissima e quanto 
mai odiosa vedranno splendere la luce del giorno i legati de- 
gli Etoli, quando giunti nel paese dei Salangi e degli Angesi 
chiederanno i campi del loro principe — eredità di pingue e fer- 
tile terra; e quei crudeli li faranno sparire ancor vivi nel seno 
di profonda voragine, come in tenebroso sepolcro : sopra di lo- 
ro i Dauni porranno, quasi tumulo senza esequie, un mucchio 
di pietre ammassate 1' una sull'altra, dando cosi loro la terra che 
domandan di possedere — la terra del figlio di queir intrepido 
cinghiale, che sorbi V umano cervello. 

E. Cut'KRI. — La AUaandra di Lieo/iunr. 6 



114 LA ALESSANDRA 



Td>v NaeipoXeuov S'stc TÉ|i£aaav èpfóvcov 
vaùTat xota^^xb^ooatv, Ivfta Aa(iicsry)Q 
'Itcxoivìoo icpTjmvoc stc Ty^ftòv xépat; 

oxXì}pòv vÉv£ox£v. èra iè Rptor^Q 2pa>v io70 

Kpoxmvidxtv dvTiicopft}iov aSXooca 
^oùiv dpoxpsòoooatv óXxaup ircEfMji, 
icdtpav AiXatav xdvs|iiMf>£iaQ xé^v 
icoftoòvTSi;, ''Afif taadv ts xai xXsivdc "A^ac. 
^i^^xaia TXijtiov, ooi 8è icpòc iceipmc (iópo<; i075 

(itfivei Suaauov, Ivfta jutoò^occ 7céSai(; 
olxTtoxa ^raXxetìQatv a>p7(itQ>|i8V7) 
^viQ, xupl f Xi^aaa ^cTicoxìbv oxoXov, 
Ix^Xr^Tov atdCooaa KpdfttSo^ xsXac 
TopY<x^v aùóp7](ia ^tvloec BsfiaQ. ]080 

OTCtXdc 8* £X£IV7) a^Q (p£po>VO(iOQ xù^r^jQ 

7C0VX0V icpoGaujaCouGa <p>)(iia6f^G£xae. 

Ot i' al risXaa^cbv d(i<pt Méfi^XTjxoQ pod(;« 
v^aóv xs Kspvedxtv sxicetcXioxoxeq, 
ùircp icdpov Topoìjvòv év AafiTjxiatc io85 

w. 1(>67-I085. Focesi con Schedio ed Epistrofo in Temesa — Setea brucia 
te navi : è crocifìssa — I Locresi, sbalzati presso Milo, giungono nel Bruzzio. 

E giungeranno intanto a Temesa i compagni dei nepoti di 
Naubolo ; là, dove V aspro corno del monte Ipponio si protende 
sul mare di Lampeta. Invece dei campi di Crisa, areranno col 
vomere trascinato dai bovi la campagna Crotoniate posta di 
fronte ali* istmo, bramosi di riveder la patria Lilea e il suolo 
di Anemorea e Anfissa e la famosa Aba< infelice Setea ! ben 
triste sorte ti avanza su quei lidi dove, per avere incendiata 
la flotta dei tuoi signori, colle braccia aperte e legata con ca- 
tene di bronzo, in modo compassionevole finirai la vita commi- 
serando il tuo corpo stesso che sospeso resterà esposto ai vo- 
raci avvoltoi! Quello scoglio che guarda nel mare avrà un no- 
me che ricorderà la tua sventura. 

Ed altri quindi navigando da Troia sin presso le correnti del 
Memblete, fiume pelasgico, intorno all' isola Cemeate, andran- 
no a stanziarsi vicino la foce del Lameto nei campi della Lu- 



DI UCX>FIlONB 115 



S'IvaiGiv, oixi^aooat Aeuxovtbv icXdxac 

Kaì Toòc |ièv dEXpr) TcotxiXeu te oc>|icpopai 

dfvooTov aidCovta^ S^ouatv xó^t^Jv, 

é|id)v exoti duo^diKov ^oaxflqffidtcov. 

Oi8'oi XP^^ noXdvxec doTCooxòx; Soixooc, 1090 

eòxtatov ExXd(ic|>ooat ftojidxmv séXac, 

ydpev Tivovtec KepSuXf Aapovdtf{>. 

ToialoB' e^ivoc |i>jxctvai(; otxofOopcbv 

:capaioX(^et tdc; dXsxtòp<ov xtxpÒQ 

oxe^avoiiocx; ^viAac. oudè vac^^pd^ot 1095 

Xi^^ooot xsvOooQ Soa|i8V6iQ cppoxTcupia^ 

rcòpftoei Stappouaftevtoc 8v veoaxacpèc 

XpÓ<j)St TTOT'sv xXl^pOtO! MTjdÓflVTlC OtéjOQ. 

'0 (ùv jdp d|icpt x^tXa tdc; Sugs^chÌooc 
CY)Td>v xsXsòdooQ aòxsvtOTijpoQ f^fójw 1100 

8v d(icpt^Xi^0Tp<{i auvteTapfavo)(iivoc 
tcKpXdQ (ioxeóaei X^P^ xpooooDXoÒQ pacp de. 

vv. U^6-1102. Sventure dei Greci tornati in patria — Nauplio spinge allo 
adulterio le mogli dei Greci andati in Troia— Agamennone ucciso daClitennestra. 

cania, al di là dello stretto che conduce sul mar Tirreno. 

E cosi da molteplici dolori e da affanni saran sopraffatti i 
Greci, lamentando la sventura di non poter ritornare in patria 
— a causa delle mie nozze violenti. 

E se taluni dopo lungo tempo avranno il piacere di tornare 
in patria, non arriveranno a far splendere le fiamme dei sacri- 
fizi promessi, per render grazie a Zeus, il ricco dio Larinzio; 
che un uomo astuto come un riccio — rovina delle famiglie — 
saprà colle sue arti far peccare le mogli degli intrepidi mariti, 
rimaste in casa come le galline, per crear sventure. Né le fiac- 
cole di segnale, che insidiosamente faran sprofondare le navi, 
basteranno a lenire il dolore della perdita del figlio, cui un 
giorno asconderà una tomba scavata di fresco nei domini di 
Metinna. 

Ed uno, infatti, mentre nel bagno cerca col collo una via che 
non ha uscita, perchè chiusa con un laccio, si troverà come 
inviluppato in una rete e tenterà di aprire le ornate costure che 



116 LA ALESSANDRA 



ftepfiYjv 8' óxai X.ootpd>voc dpveòcuv otépijv, 

Ttp^va xal xu7C£X.Xov épcdp<{i pav£t, 

TUicelc oxsicdpvq) xoj^^ov £Ùdi^<p jjlsoov. hoó 

oixtpà ik Z£)iQpt^ Tatvapov xt£pu^eta(, 

Xuicpocv X£atvY]c sìatSoGa* oixouptav. 

è\m ii ifOKTffi if/} x£iao)iat icé8cp, 

XaXopSuccji xvcbSovTt aavTE&paaa|i£vr|, 

sxe( |JL^, ice6xy]c icpépivov ^ oróxoc 8pciò^ mo 

S]CQf<; ttc òXoxoopoc èpYdTTjc òp86<;, 

pi^^Et icXorcòv xévovxa xol (ircdcppevov, 

xal icdv XoxtCooa* £v cpovatc ({«u^pòv Sépiac 

Spdxatva 8i<|)d(;, xcbctpda* £ic' aòxévoc, 

xXi^a£t ^ijiovra do{iòv cqptac X^^^^ ^^^^ 

«i>c xX£(|>tvu)icpov« xoò 8optxry]tov ^épac 

8óaC>)Xoc datEjipaxta Tt|io>poo|i£v7]. 

pocbaa 8' oò xXòovta Seoxòitjv tcoocv, 

bzùom xai^rpoc t)V£|jlco|1£vt) xtfipolc 

oxòpLvoQ ik Tcaxpòc xf]pa pLaat£6o)v cpdvoo, 1120 

vv. 1 1U3-1 120. Morte di Agamennone — Cassandra uccisa da Clitennestra. 
Oreste uccide Clitennestra. 

gli serrano le mani; ma sprofonderà sotto il caldo coperchio 
del tino e col cervello spruzzerà la caldaia e il trìpode che lo 
sostiene, dopocchè sarà colpito in mezzo al cranio da tagliente 
scure. Volerà la sua anima al Capo Tenaro gemendo altamen- 
te per avere intuito il crudele servigio di quella leonessa. Ed 
io intanto stramazzerò al suolo accanto al tino, ferìta da una 
scure Calibdica; e come il contadino taglia sui monti un fusto 
di pino od un tronco di quercia, cosi colei mi fenderà V ampia 
cervice e il dorso; e lacerandomi di ferite il corpo già esani- 
me, quella vipera velonosa mi monterà coi piedi sul collo e di- 
sfogherà il suo animo pieno di acerba bile, vendicandosi la ge- 
losa, senza misericordia, di me, quasi fossi una druda e non 
una prigioniera di guerra. E invocando lo sposo, il mio signo- 
re che più non sente, gli terrò dietro correndo come traspor- 
tata dalle ali. Ma il figlio poi chiederà conto della morte del 



DI LIGOPRONK 1 1 7 



eie oicXd]Q(v* èx'SvTjc aòxdystp pdc|)£i &cpo(;, 
xotxòv (iiaa)!' IjiQpuXov dXftatvwv xaxtji. 

*E|iòc 3*dxoii7)c Sficu'lSoc v6(icp7]c (2va^, 
Zeòc STcapTtàxatc atjiòXotc xXTj&T^oetai, 
Tijiàc pLe^tatac OìpdXoo téxvotc Xaycbv. 1126 

oò )i7]v é|iov vcóvofivov dvftpa)icot(; ae^a^ 
^oiat, |iapav&èv au&t X7]^i(p axdxtp. 
vaòv ié |ioi teò^ouai Aauvuov dfxpot 
HdXiojc icap*5y^^^> ^' "^^ AdpJavov tcóXiv 
vatooot, XijivTjc oYXt'cépiJLove^ xotcov. iiaij 

xoùpat 8è icap&év£tov Exopufetv C^^fòv 
otav ftéXcoai, vofioptouc dpvo6|ievat, 
TOÒQ 'ExTopeiotc; Tj^Xaioiiévouc xojiatc, 
jiopcp^c; lyovtaQ oicpXov rj |ia)|iap ^svouc, 
èfiòv icepiTCTÓ^oooiv cùXévaic ppetac, 1135 

^fXxap (lé^taiov xicófievat vufiQpeujidxov, 
'EptvòcDV éa&^ta xal pe^uc ^acpdc 
7CS7ca(iivat ftpdvotai cpapfxoxxr^piocQ. 

w. 1 121-1138. Zeus Agamennone onorato in Sparta — Culto di Cassandra 
in Daunia — Le fanciulle di Daunia e la statua di Cassandra. 

padre e colle proprie mani immergerà il ferro nei visceri di quel- 
la vipera curando un male — ereditario nella sua famiglia — 
con un altro male. 

Dagli astuti Spartani intanto il mio sposo — signore d* una 
prigioniera che gli diventa moglie — sarà appellato Zeus, otte- 
nendo grandi onori dai figli di Ebaio. Né io avrò presso gli 
uomini un culto senza fama, il quale col tempo sia oscurato 
dalle tenebre dell* oblio; che un tempio a me innalzeranno sul- 
la spiaggia di Salpe i principi della Daunia e quelli che abita- 
no la città di Dardano vicino alle acque palustri. E allora le 
fanciulle che vogliano sfuggire il giogo del matrimonio ricusan- 
do il fidanzato, che quasi nuovo Ettore faccia pompa della sua 
chioma, sebbene sia di ridicola figura ovvero d'ignobile fami- 
glia, vestite da Erinni e dipinte nel viso col succo d' erbe ma- 
giche, stringeranno tra le braccia la mia statua e conseguiran- 
no efficacissimo rimedio contro le nozze. E dalle donne di quel 



118 LA ALESSANDRA 



xeivatc èf«b dT^vatòv dffdtxoc dea 

papSTjQpopotc Yuvat^ìv oùSTj&i^oojiat. tl4o 

név&oc iè, icoXXalc zap&évo>v t7jTo>|iévatc 
teù^o) ^ovat^iv au&tc, oE otpcrnjXéTìjv 
d&eafioXsxtpov, KòxptSoc Xtqottjv ftedc, 
Sapòv oxÉvouoat, xX:^v eie dvdpotov 

Adpujivo, xal £x€p^Et£, xaì Bodqfpte, 

xaì Kòve, xal lixdpcp sta, xal 4>aXo>p(a(;, 

xal Nap6x£iov ^oiu, xal BpovixtSec 

Aoxpd>v d^uiai, xal Ilcipoivaiat vdicat, 

xal icdc 'OSotSdxstoc Ì)io>c ió^o^ tióO 

6|JL8tc èficbv exoTt Soaa£pQ>v fdficuv, 

Tcotvd^ Fo^auf tioeT"A7ptox(jL dea, 

tóv )^tXici)pov Tdc dvu)i(pe6xouc )rp6vov 

icdXoo ppa^iatc prjpo^ooxoùaat xopao. 

ale dxréptoToc èv ^éviQ ^évouc tà^ 1155 

c|)d|i|i(p xX6So>vo<; Xuxpòc éxxXooOi^aetae, 

Stav dxdpicoK; ][oia aofiopXi^ac; ^otoì^ 

vv. 1139-1157. Vergini locresi inviate nel tempio di Atena a Troia, come 
espiazione dell'oltraggio fatto a Cassandra da Aiace Locrese. 

paese, che portano il bastone, per secoli, anzi p)er sempre, io 
sarò celebrata come una dea. 

Causa di lutto invece sarò a molte madri che resteran prive 
delle loro figliuole e che per lungo tempo gemeranno al ricor- 
do di quel guerriero che viola una vergine prendendo per for- 
za il piacere di Ciprigna : in paese nemico manderanno fan- 
ciulle che restan prive di nozze! O Larinna e Spercheo e 
Boagrio, e voi Cino e Scarfea e Faloria, e tu città di Naricia 
e voi vie locresi del Tronio e selve Pironee, e voi tutte, infi- 
ne, dimore di Oileo figlio di Odedoco, voi delle mie nozze vio- 
lenti sconterete la pena alla dea Agreste di Gigas allevando le 
fanciulle per esporle al giudizio della sorte, che le lascia ver- 
gini sino alla vecchiaia. Esse, straniere, avranno sepoltura sen- 
za esequie in straniera sabbia miseramente sbattuta dalle onde 
del mare, sino a quando Efesto con secchi arbusti non avrà 



DI UOOFRONB 119 



^'HcpaioTOQ eie WXaaaav àtppdaoiQ aico8óv 

T^Q ex Xdcpa)v Tpdpiovoc ècpftttcufiévTjc. 

(TXXat 8è vóxTcop tale davoofisvoK; ?aai li6o 

IStftmvoc eie fto^aipòe J^ovrat 76a(;, 

Xadpaia xdxxeXeu&a TcarcoXcufievat, 

Sax; Sv eìoftpé^woiv *A[icpetpa(; Sojiooc; 

Xetaie £&éveiav ixéTi^ee '(oc>vo6[ievat. 

ftede 8* òcpeXtpe6aooai xoa]toGaa( ^eSov, ll^ó 

Spoau) Te cpoe^daouatv, dotep^^ y6'ko^f 

dat(bv QpuYoùaai. Tcdc ^dp iXteÒQ dvijp 

xópac; Soxeóaec, xétpov èv )^epoìv l^wv, 

"Jj ^do]favov xeXatvov, ij toopoxtdvov 

OTsppdv xò^Tj^iv, rj ^aXoxpatov xXdiov, ll7(ì 

|ia!(itt)v xopéaaai X^^P^ 8tc|)ù>aav cpovoo. 

8^(io(; 8' dvaxei tòv xtavòvr* eicatvéaei, 

TeftjKp yapd^ac, ToòiKXd)Pr|Tov fevoc;. 

^y [i^tep, tt) 86anT^tep, oò8è oóv xXéo<; 
ixuoTov loiat, Ilepaéox; 8è icapftévoc; 1175 

w. 1158-1175. Le vergini locresi in Troia — Tempio di Troia sede del 
Palladio — Ecuba trasformata in cagna da Ecate. 

bruciale le ossa di colei che muore precipitando dalle cime del 
Trarone e gettale le ceneri nel mare. E intanto le une dopo le 
altre di notte giungeranno nella terra della figlia di Sitone, qua- 
si destinate a morire, e cercheranno recondite vie finché non 
giungano a ripararsi nel tempio di Pallade e supplici non scon- 
giurino con preci la dea Battagliera. Il tempio della dea ab- 
belliranno con ornamenti e tergeranno con acqua, dopo es- 
ser sfuggite alla implacabile ira dei cittadini: che ogni uomo 
d' Ilio insidierà alla vita di quelle fanciulle armato di pietre o 
di orrendo coltello, o di forte scure, che uccide anche un toro, 
o d' un bastone del monte Falacreo , agognando di saziare le 
sue mani sitibonde di sangue. Il popolo non punirà chi uccide 
i discendenti di quel colpevole, ma lo loderà, essendo così pre- 
scritto per legge. 

E neanche la tua fama, madre mia — o madre infelice! — 
resterà oscura; che la figliuola di Perse, la triforme Brimo, ti 



120 LA ALESSANDRA 



Bpijia) Tpi|iop<poc ^aeTai a* excuxiSa 
xXoqpfaìat Tap|i6aaooaav evvò^oec; ^poxoòc;, 
oaot |isSoóa7](; Stpopiovoc; ZYjpuvdtac; 

dóadXotc; ^spaiav s^oxeòpievot fredv. nsiì 

^EoSf^ptov iè vTjOtwTixà; atdvo^ 

nà/ovo<; S^ei asjivòv e^ òvetpdxoiv 

tale ^soxoTstatc; còXivatc; w-pccoiiévov 

psf^oDv 'EXa»pou icpdoftsv èxxeptonévrjc;- 

&; 87; Tcap^dxxalQ tXt^^hovoq pavsT ^(oàc n85 

Tptaóyevo<; (ii^vtfia Ssi|iatvo)v ftectc, 

XeooT^pa 7pò>Tov oov£xsv pi^az xétpov 

"AtiiQ xsXaiva)v do)idTo>v dicdp^stat. 

ilo i\ u) ^uvat[JL£« TcXsìoTOv è^ è\irfi ^psvÒQ 
3tsp}(dsi(;, )isXdftpu)v Spfia xat icdtpac ^T|C> 11 Oli 

oòx sic xsvòv xpTjidSa (potvi^etc; cpdv<u 
xaòpoDv, dJfvoxTt tìòv 'Ocptcovoc ftp6v<uv 
xXsiaTac dicapyd;; &0(idT0)v Scopoòuevoc. 
dXX* iterai oe icpòc; YSvgftXiav icXdxa 

vv. 11 76-11 94. Cenotafio di Ecuba sul Capo Pachino costrutto da Ulisse. 
Le ossa di Ettore trasportate in Tebe — Tebe patria di Zeus. 

trasformerà in cagna e alla notte abbaiando atterrirai quei mor- 
tali, che non onorino con fiaccolate la statua della Zerintia si- 
gnora dello Strimone e non la plachino con sacrifizi — lei, la 
dea di Fere. Venerato sarà sul promontorio di Pachino, in un' i- 
sola, il tuo cenotafio, costrutto, secondo l'ammonizione dei so- 
gni, dalle mani del tuo signore innanzi alle correnti dell* Eloro, 
per celebrare i tuoi funerali. E su quel lido a te, o infelice, egli 
farà libazioni temendo l' ira della dea dalle tre teste , per avverti 
lanciata la prima pietra che ti ferisce, offrendoti crudelmente 
ad Ade come la prima delle vittime. 

E tu, o mio fratello, che sei la più grande gioia del mio cuo- 
re e il sostegno della mia casa e della patria tutta, non inva- 
no tingerai V altare del sangue dei tori offrendo al re dei domi- 
ni d'Ofione le premizie di molte vittime; che egli ti condur- 



^ j 



DI LinolTRovii rjl 

TTjv s^dyox; Fpaexoìatv s5o|iv7j[iivr|V, 11^5 

óVi'j acps \yr^Trfi tj zdXrj; s|iiceipa|ioc 

TTiv Tupoa^' dtvaooov sjipaXoOoa Tapxdpo) 

(òStvac éSeXoos Xa&pataQ ifov^c^ 

Tà; TcaiSoPpcÓTOUi; éx^pu^oìia' ófisuvsxo'j 

[>o(vaQ ctoércooc, oò8' èstavev popa r2iH» 

vr,8ùv, TÒv ctvT'icotvov sxXd^aq TCSTpov, 

sv 7utoxoXA.ot(; azap^dvo»; eìX7jji.6vov, 

TUjipoc ^EYcÒQ Kévxaypo; (ù{j.o<pp(ov axopd;. 

vr^ao'.c; Sé {xaxdpcov s-pcaxotxf^osK; |i£*(a<; 

T^pw;, dp«>*(ò<; Xo'.|V.Xtt>v To$£Ci|xdT(ov, rj(»ó 

ozoo as TCsiadsU 'y*(^T^^ axapTÒc Xscò; 

ypr^ojxoìc; 'laipoO Asc[>too TspixtvOso)^ 

iZ 'O^povsioDv Yjp'!(t)v dvetpòaac 

i^si KaXòSvoo TÓpa'.v 'Aovo)v xs "f^v 

j(ox^p', Sxav xd[iv(oa'.v ÓTrX(xi(j axpaxol ijlo 

^rspdovxi yoipav Tr^vspou x' dvdxxopa. 

xXsoc Ss aòv jUY'oxov 'Exxr^v(ov ::po|xot 

vv. ll^>5-1212. Rea caccia dall' Olimpo FAirinome, moglie di Ofione — Rea 
e Crono — Ettore onorato in Tebe come dio. 

rà nel suo paese natale, grandemente celebre tra i Graichi, do- 
ve la madre sua — forte nella lotta, sì da precipitare nel Tarta- 
ro la donna che fu regina prima di lei— sciolse i dolori del parto 
clandestinamente per evitare che colle carni del suo figliuolo 
empiamente banchettasse il marito, cui il cibo non saziò il ven- 
tre, sebbene avesse ingoiato in cambio del figlio una pietra in- 
volta nelle fasce che sogliono rivestire le membra dei bambini, 
egli, crudele come un Centauro, fattosi tomba delle sue crea- 
•ture. E così tu, o grande eroe, ti stanzierai nelle isole dei Bea- 
ti a difesa dei colpi della peste , quando gli Sparti, popolo di 
Ogige, ubbidendo agli oracoli del dio Mediceo e Terminteo di 
Lepsia, tirato fuori dalla tomba di Ofrino ti condurranno tra 
le mura di Calidno e nella terra degli Aoni , perchè li salvi al- 
lora che sono oppressi da un esercito armato che devasta il 
paese e la sacra dimora di Tenero. 11 nome tuo con libazioni 



122 LÀ aLsssanoiìà 



Xoipaìa». xu8avo5a»v d^fttxoK; ?aov. 

"H^si 8è Kvwaaóv xdiri Fóppjvoc 8o|iot>; 
Toòjiòv TaXaivTj; Xìj|iflc, tcccq 8' dvdorato; 121 5 

lorat aTpaxTjYcbv olxo^ où ^dp i^ati}ro<; 
Tcopxsòc 8(xa)TCov asX|ia vaoatoXcbv sXa, 
Asòxov otpopi^acuv ^òXoxa rJJc [iovapy»a(;, 
^o8pàia!v fyftpav [iTj^^avat; dvaopXqfwv. 
5(; oCxs Tsxvcov «psiasr*, oSis ooYTdjiou 1 22t » 

Mi^Sa;; 8d)iaptO(;, 7j]fptco[igvo^ f psvac;, 
oò KXstatdi^potc ftofaxpóc i^q Tiaxrfi Xsyoc 
ftp£7rc<j) SpdxovTt ooptoxatvsasi xtxpdv. 
::dvTa(; 8' dvd^votc yspaiv èv vcup xxsvsl, 
X«>pa'3tv aìxto&évrac; 'Opcaioo ^dftpoo. 1220 

I^svooc Sé zdinccuv tcov èjuov ao^c xXsoc 

aìyjiaU ti xpcoToXetov dfpovrsc ots^c, 
YT^C xa» ftaXdaoTic; oxijrcpa xal jiovapyiav 

vv. 1213-1229. Idomeneo — Nauplio eccita Leuco contro la famiglia d'Ido- 
meneo — Leuco stermina la famiglia d* Idomeneo — I Romani. 

celebreranno altamente i principi degli Etteni, quasi fossi un dio. 

E a Gnosso ed anche alle sedi di Cortina giungerà il lutto 
della mia sventura e interamente rovinata sarà la famiglia dei 
principi; che non avrà l'animo tranquillo il pescatore quando 
navigando con la barca a due remi andrà ad agitare V animo 
di Leuco, cui è affidato il regno, riuscendo con arti fallaci a 
comunicargli V odio suo. Ed allora quegli con la mente sconvol- 
ta non risparmierà i figli del suo signore, né la moglie, Meda, 
che già è diventata sua sposa, né la figlia Clesitera, che il pa- 
dre promette — oh, malaugurate nozze ! — di dare in moglie a 
lui stesso dopo averlo allevato in seno come una serpe: tutti 
ucciderà, tutti colle sue empie mani dentro il tempio, straziati 
da ferite quasi fossero sgozzati sulla fossa Oncea. 

Ma tempo verrà in cui la gloria del mio casato faranno ancor 
più grande i nepoti, conseguendo nelle armi la gloria della vit- 
toria ed ottenendo sulla terra e sul mare dominio e signoria. 



^l"-illfl 



DI I.ICOFKONE 123 

Xapdvtei;. o6Ì' dfjivYjOxov, d&Xia TCOTpic;, 1230 

x0io(; |j.apav&èv £'p(ataxp6c|)ct(; ZÓ<f<\K 

Toto6o8' é|io<; tt<; aù^pfovoc; Xsi^st 8iicXoùc 

ax6nvoti(; Xéoviaq^, l^oyov pcijiiQ Ysvoc, 

ó KaoTvtac; Te rr^^ xs Xotpd)o(; y^^o^ 

Po^Xaìc; òfp»atO(;, oò8' òvootÒ(; iv |idy atc. 1 235 

S(; T:pò)za jùv 'PaixTjXov oìxi^ast jj.oXmv, 

Ktoaoù 7cap*aìicòv 7Cpò)va xal Aacpootiac; 

xepa3Qpopo(x; Yt>vatxa(;. £x 8* 'AX|X(oiciaQ 

7:aXj|ncXavT^TY)v Sé^etat TcipOTfjvia 

AlfY£6(; T£ ftsplJLlOV p£l^OV éxppOtOOfiDV 7C0TÒ>V, 1240 

xal Illa' 'AfuXXrjQ ft* ai TcoXòppYjvot vdTcae. 

aòv 8é ocpi n($£'. (p'Xtov éyftpòc cov orpatov, 

opxoi^ xporci^aa^ xal Xitalc YoovaojidTwv 

vdvoc, icXdvatat irdvr* épsuvi^aa^ jioyòv 

àXo; t£ xal y^q. aòv ?è 8(rcoyot Toxot 1245 

Muottiv cfvaxto^ ou icot' Olxocipò(; 8opu 

Yvd|i«|)£t ftéoivoc Yota auv^aa(; Xù^otc, 

vv. 1230-1247. Enea — Romolo e Remo — Enea in Macedonia e in Etruria — 
Enea ed Ulisse — Enea aiutato da Taroone e Tirreno, figli di Telcfo. 

Né la tua gloria, o patria infelice arriverà ad esser coperta dalle 
tenebre quando già è per svanire ; che di due gemelli, simili a 
leoncelli — progenie insigne per gagliardia — lascerà il seme 
quel mio parente che è figlio della dea Castnia e Coirade, uo- 
mo egregio per senno, né dappoco nelle armi. Prima egli an- 
dfà ad abitare Recelo, presso le alte vette del Cisso, dove le 
donne in onore del dio Lafistio portano le corna ; ma partendo 
da Almopia, errabondo lo accoglierà il paese dei Tirreni, dove 
il Lingeo scarica nel mare correnti d* acqua calda, e Pisa e le 
selve di Cere ricche di armenti. Eki uno che gli é nemico ami- 
chevolmente si unirà coli' esercito a lui, dopo averlo vinto 
con giuramenti e preghiere profferite ginocchioni ; egli, il nano , 
che allora errando qua e là avrà scrutato ogni recesso del ma- 
re e della terra. E gli si uniranno anche i due gemelli figli del 
re di Misia — cui un giorno il dio del vino, che sta in casa, 
farà piegare a terra la lancia inceppandogli le gambe con vi- 



n 



1 24 I.A ALESSANDRA 

Tdpymv zz xal Typar^voc at^ovs; Xùxo^ 

Tcov 'HpaxXsuov èxYS^òjTS;; aijidxtov. 

£v^ TpctzsCav £Ì8àTo)v ^:Kf^fr^ xt/cóv, ij.-^ì 

rr;v uoTcpov ppcu^ìaav è^ òxaovwv, 

livr^jiT^v xaXauov Xr,^>etat ^saxtafidTcov. 

xiiaet ^è ycópav sv totcok; Bopetfovmv 

ò*èp Aapivou Aaovioo t' oixtojiévr^v, 

xòp-jo'j; xp!dxovT\ è$apt^|if|aa{; ^ovct; 1J05 

3t>ò(; xsXaiv^g, >]v die' 'ISauov Xòcp<ov 

xa» AapSaveitov ex tòzcov vaua^Xmactau 

ìor^pi^uov ^ÉxTsepav év xdxo'.c; xdzpc»)v* 

1^; xai zoXst ^sixrjXov dvftr^os» {ita 

yaìUcjì TUTTcóaaQ xal téxvoìv ^A-cnf^'Cpò^cov. ijoiì 

Scijia; 5è ar^xiv MovSia Ila^Xr^viSt, 

7:aTp<iV d^d^jiaT* épcaxoixts» ^(ov. 

5 hf^^ TcapfóaaQ xal $d{iapxa xal xsxva 

xaì xx7j3tv ak\r^y ò|i::v'av x£»jir|>wUov. 

3'jv xol -^zfaim xaxpl xpsapsuóosxa», i_»f>.s 

zsTcXoi; xepiT/còv, :^jio^ alynr^xaì xùve^ 

vv. rJ48-rJ0(). Tarconc e Tirreno —La profezia delle mense — Enea nel 
Lazio La profezia della troia e i trenta porcellini— Enea e i Penati a Lavinio. 

ticci — quei due che nella pugna son fieri come lupi, Tarcone 
e Tirreno, e che traggono origine dal sangue di Eracle. Là egli 
troverà piena di vivande una mensa, la quale poi mangeranno 
i suoi compagni; onde si sovverrà dell'antico oracolo. E così 
stanziandosi nelle contrade degli Aborigeni, terra posta al di là 
delle città di I^rino e Daunio, costrurrà trenta castella, eguali 
di numero ai figli di quella scrofa furiosa, che egli porterà se- 
co sulla nave dalle vette dell' Ida e dalla regione di Dardano, 
e che neir ora del parto diventerà nutrice di trenta porcellini. 
Di essa poi e dei tìgli lattanti egli conserverà T effìgie, scolpi- 
ta in bronzo, in una di quelle città; e dopo aver innalzato un 
tempio a Pallade Mindia vi deporrà dentro i sacri Penati. Tra- 
scurando infatti la moglie e i tìgli e qualsiasi altro oggetto pre 
zioso, quelle statue egli terrà in maggior conto e il vecchio ge- 
nitore avvolto nei propri panni, allorquando i guerrieri vincito- 



bl M(X)FRUNK 125 

xd icdvxa :cdTpa(; ooXXcupu^avTeQ icdXtj), 

ToÒTu) {jLdv(|) Tuopcuaev cttpeoev, Sd(Kuv 

Xa^sìv 8 XpTQCet xdTOvépcaaftat 8dvo<;. 

Ttj) xai ^ap'éyftpoìc sòas^eaTaiot; xpifrsic, rj 70 

riiv icXsìoTov 6|jLV7j8«Ioav év ydp|j.a»(; itdxpav 

év ò«|)'.T£Xvoi(; òXp(av SoDfii^aexai, 

tòpotv iioxsBvdc d{icpì Kipxaiou vdi:a(; 

'Ap^foGi; T£ xXetvòv 5p[iov Anr^tTjv né^av, 

XifivTjc t£ $òpXTi<; Mapat(ov{8(K; word 1270 

Tticóvtdv xs X^^l^®' "^^^ '^^'^^ yfrovÒQ 

86vovxo<; eie dfcpavxa xeuftjiwvoc pd^r^, 

ZwaxTjptou xe xXtxòv, Ivtìtx Tcap^évoo 

OXO^VÒV iltpÙXXYjQ èoxlv OÌXTjXì^plOV, 

*(p(óv(p PepéO-pcp aoYxaxTjpecpèc; cjxe^fTj;;. 1280 

xoaaòxa jiiv 86axX7jxa Tusioovxai xctxd 
01 xf^v £|j.7jv |j.éXXovx£(; aìaxa)3£tv icdxpav. 
Tt ^dp xaXaivTQ jXTjxpl xij; lIpojiTjfréa); 
^ovòv X£^ux£ xal xpocpcj) ilapnqSóvoQ, 
fic Tcdvxoe "EXXr^c xal icéxpat Su[i7cXYlifdS£(; 1280 

v\'. 1207-1285. La potenza di Roma si estende col tempo sulla Campania— 
Circello -^ Gaeta — Lago Fucino — Fonte Pitonia — Cuma — Asia ed Europa. 

ri, voraci come cani nell* ingoiare tutti i beni della mia patria 
sorteggiati, a lui solo daranno la scelta di prendere e portar 
via dalla sua casa, come premio, ciò che voglia. E cosi stima- 
to piissimo anche dai suoi nemici, egli getterà le fondamenta 
d'una nuova patria, che per opera dei suoi nepoti diventerà 
famosa nelle armi e ricca, quasi fortezza posta tra le eccelse 
foreste di Circe e il grande porto di Eeta — famoso per V ar- 
rivo della nave Argo — e le acque di Force, palude dei Marsi, 
e le correnti del Titonio — che attraverso una caverna scendo- 
no nelle oscure profondità di sotterra — e il colle del dio Zo- 
sterio, dove la vergine Sibilla ha V orrida dimora, coperta dalla 
curva volta d'una spelonca. Sì gravi mali dunque soffriranno 
quelli che già sono sul punto di distruggere la patria mia. 

E cosa mai hanno in comune la infelice madre di Prometeo 
e la genitrice di SarpedoneJ* Le divide l'Ellesponto e gli sco- 



m'^m 



126 LA ALESSANDRA 



xa» SaXfJLoSTjaÒQ xal xoxd^sivoc xXò^v, 

ilxó^iai ^eiTtov, xapxepotQ srp^ei irdYotc, 

X(|ivr|V x£ x£)ivaiv Tàvaic dxpa'.^vYjc (isor^v 

psiftpotQ óptCet^ TcpoacptXeotàiTiv Ppotoìc; 

yijicxXa Mauótatat ^r^voòoiv icoSwv. ijgi> 

JXotvxo vaòTOt Tcpòita Kapvìxat xùvs^ 

oT xYjv pocbztv xaupojcdpftevov xopTjv 

AspvTjc; dvT)pet(|>avxo, ^opTTjfoi Xòxo:, 

zXdxtv ^eùaat xijpa Men^pixìQ T:f6\u\u 

ey^ac 8è Tcopoòv ijpov rjiceipoi^ SixXaìc;. 12^0 

ao^C ^àp 5pp»v TTjv Papeìav àpTca^r^; 

Koupi^rsc dvxiicotvov iialot xdxpoi 

CyìxoGvxs^ a»y|iaX.<»xov i^(i7:psuaav icopjv 

£v xaopo|iópcp({) xpà|iX!8o? x:>7ca)|i.axi 

ilaparriav Aexxalov eie; dvóxxopov i3(ì(1 

)d|iapxa KpT^XYjc; *Aaxép<{> axpaxr|XdxTQ. 

oò8* 01 y' dxTjpxÉa&Tiaav dvx* Taoiv Taa 

XaPovx6(;, dXkd xXwTua aòv Ts6xp«^> oxpaxòv 

xal 9Òv Exa)idv$p(p Apaox((p cpoxoaropip 

vv. I2H6-13(>4. Lotta tra T Asia e 1' Europa — Ratto di Io— Iside ed Osi- 
ride — Ratto di Europa — Teucro colonizza la Troadc. 

gli Simplegadi e il fiume Salmidesso, e, a confine degli Sciti, 
il mare Inospitale coi suoi duri ghiacci; e le separa ancora col- 
le sue correnti il Tanai che si mantiene puro quantunque at- 
traversi in mezzo la palude — patria dei Meoti che lamenta- 
no i geloni ai piedi. Oh, fossero anzitutto periti quei cani di 
Carna, mercanti rapaci, che la bella fanciulla, la quale poi fu 
trasformata in vacca, portaron via da Lema, per offrirla in mo- 
glie al principe di Menfi, sollevando cosi fiamme d'odio tra i 
due continenti! Di ricambio, infatti, cercaron di vendicare la gra- 
ve offesa di quel ratto i Cureti, forti abitatori dell' Ida; e den- 
tro nave che avea l'effigie del toro condussero prigioniera la 
fanciulla di Sarapta al palazzo di Ditte, come sposa di Aste- 
rio, signore di Creta. Né furon paghi d'aver reso la pariglia; 
che un esercito mandarono con a capo Teucro e il padre di 
lui, il Drauchio Scamandro, a predare le sedi dei Bebrici, per 



?^^ 



bl UCÒl^ONB 12/ 



sic Bspp6xo)v foTsiXav oìxTfin^ptov, 1305 

ajiivdoiot JTjpioovxac, a>v dico a^opdcq 
s|ioÒQ '^S)fàpya(i é^scpuas AdpSavoQ, 
■p^fiac 'Apia^av Kp^oaav eùfevij xopyjv. 

Kaì SsuT£pou(; ?ice|i{|)av ''Arpaxac; Xòxocj^ 
TaY(ji jiovoxpT^ictSt xXéc|)ovTac vdxTjv, 1310 

SpaxovTOQppo6po!(; èoxsicaofiévTjv oxcncaìc;. 
Se £'.(; Kòxaiav rrjv AipcjOTivTjv jioXcuv, 
xaì TÒv -sxpdicvTjv S8pov sùvdaac ftpovoic, 
xal Yopci Ta6ptt)v paordaa^ xoptTCvocov 
ipotpa, xal Xe^ìjii Baixpeoftsìc; Ss|ia(;, 1315 

oòx da|i£va)<; E|j.ap^6v èppdoo axùXoc, 
ctXX' aÙToxXyjTov dpTcdaac xspaiSa, 
TTjv •p;«)Xocpovttv xal T€xva)v dXdoTOpa, 
sic rrjv XdXyjdpov xiooav f|p[iaTi$aTo, 
«pftoTyJjv sS(óX(uv Xaovtxtxcóv ìt:o 1320 

Ppo-ajoiav tsìaav, Ifxxaiov Spó|i(ov. 

IldXtv 8* ó Tcstpac doxspac dvsepóaac 

w. 1305-1322. Giasone a capo degli Argonauti e il ratto di Medea— Te- 
seo prende la scarpa, la cintura e la spada del padre Egeo. 

poi combattere coi sorci: dalla schiatta di costoro trasse Car- 
dano r origine dei miei progenitori avendo sposato Arisba di 
Creta, nobile fanciulla. 

fe in secondo luogo i Greci mandarono i rapaci Atrici a ru- 
bare per il loro duce — che un giorno fu scalzo d'un pie- 
de — il vello, cui proteggeva la vigile guardia del dragone. 
Giunse egli nella libica Citea e con farmarci assopì quel ser- 
pente della duplice testa e seppe reggere il curvo aratro tirato 
dai tori che spiravan fiamme; egli, che si lasciò cuocere in una 
caldaia. Non solo riuscì con pericolo ad impadronirsi del vel- 
lo dell'ariete, ma portò anche via, e non forzatamente, quella 
donna funesta, che dopo esser stata fratricida uccise i propri 
figli: la condusse dentro una barca loquace come una pica — 
inquantochè dal mezzo dei suoi banchi di legno di Caonia man- 
dava fuori voci umane — ed esperta nel correre il mare. 

Per dippiù poi colui che trasse di sotto dal macigno la scar- 



126 LA ALESSANDRA 



xal ^aX|iuS7]aò<; xal xoxo^stvot; xXòSoov, 

5Ix6ftaiai ^edcov, xapxepoìQ zXf-^zt icd^otc, 

XijivTjv x£ xenvcov TdvaiQ dxpa'.cpvTit; jiior^v 

pe*^t(; ópiCet, xpoacpiXeotàtTiV ppoToU 

yijiSxXa Mawótatat ^Tjvoòaiv icoSiov. 1201 > 

JXotvxo vaÒTCu ^pò>Ta Kapvìxa» xóvs^ 

ot xfjv ^ocbictv xaupojcdp&evov xópr^v 

AepvriC ctvTjpei^avxo, «popxYj^o» Xùxot, 

::Xdxtv ^sGaat x*^ MejicptxìQ 7Cpò{io)^ 

iyj^a^ 8è icopoòv iQpov TjxsipoK; StxXaìQ. r.>q=, 

ao^c; ^ctp Sppiv xfjv popeìav dpTcaY^c 

Koupi^xec; dvxiicotvov 'Iham xdxpoi 

Cr^xo'jvxsQ, aìyfidXwxov i^fxTcpeoaav zóptv 

ev xaupo[iopcp({) xpdniciSoc xy7ccó|iaxt 

ilaparciav Aexxalov sic dvdxxopov |3(X> 

^djiapxa RpT^xr^c; 'Aox£pi{> axpaxr|XdxTQ. 

o'Jì* 01 y' dxTjpxEO&r^aov dvx' Taoiv Taa 

Xa^ovxs^;, dXXd xXcbTua aùv Tsòxpcf) oxpoxòv 

xal aùv ^xa)idv$p({) Apauxtcp cpuxosTidpq) 

\*v. 1286-13(>4. Lotta tra T Asia e 1* Europa — Ratto di lo— Iside ed Osi- 
ride — Ratto di Europa — Teucro colonizza la Troade. 

gli Simplegadi e il fiume Salmìdesso, e, a confine degli Sciti, 
il mare Inospitale coi suoi duri ghiacci ; e le separa ancora col- 
le sue correnti il Tanai che si mantiene puro quantunque at- 
traversi in mezzo la palude — patria dei Meoti che lamenta- 
no i geloni ai piedi. Oh, fossero anzitutto periti quei cani di 
Carna, mercanti rapaci, che la bella fanciulla, la quale poi fu 
trasformata in vacca, portaron via da Lema, per offrirla in mo- 
glie al principe di Menfi, sollevando così fiamme d'odio tra i 
due continenti! Di ricambio, infatti, cercaron di vendicare la gra- 
ve offesa di quel ratto i Cureti, forti abitatori dell' Ida; e den- 
tro nave che avea V effigie del toro condussero prigioniera la 
fanciulla di Sarapta al palazzo di Ditte, come sposa di Aste- 
rio, signore di Creta. Né furon paghi d'aver reso la pariglia; 
che un esercito mandarono con a capo Teucro e il padre di 
lui, il Drauchio Scamandro, a predare le sedi dei Bebrici, per 



^-^■I'-I''lji- '^"^ 



bi UcOt^òNB {21 



eÌQ Beppùxcuv fatstXav obcYjtijpiov, 1305 

a(iiv&o(a( ^Yipioovrac a)v dico oicopdQ 
s{ioò(; ^svdp^^ac; é^ecpuas AdpBavocu 
YTiiiocc; ^Apta^av Kp^aaav eù^jev^ xopr^v. 

Kocl Bsuxépouc Ix6[ic|)av ''A'upaxac Xòxocx; 
TaYiji [lovoxpT^ictSt xXéc|)ovTa<: vdxrjv, nio 

8poxovTo<ppo6potc èoxsicaojiivTjv oxoicaìc;. 
8(; £'.(; Kòtatav rrjv Aipootivyjv [loXcóv, 
xal tòv ieTpd7cvY)v 58pov sùvdaac ^òvotc 
xai 7upà Ta6ptt)v ^aordoa^ icopncvówv 
(Jfpotpoc, xai Xé^TjTt SatTpst>ftet(; Sé)ia(;, 1315 

oùx dafxÉvdx; l{iapc|)sv èppdoo oxòXoc;, 
dW aùtoxXTjTov dpicdaac; xepaiSa, 

TTIV YVCOTOCpdvTtV Xttl t6XV(0V dXdoTOpa, 

sìq tìjv XdX7]&pov xtaaav T^pjiaTt^axo, 
«pftoTyyjv sicóXcov Xaovtttxcbv i%o 1320 

Ppo'Ojoiav tsìaav^ Ifixatov Spdfxcov. 
IldXtv 8'ó %éxfa<: doxipac; dvstpóaocg 

w. 1305-1322. Giasone a capo degli Argonauti e il ratto di Medea— Te- 
seo prende la scarpa, la cintura e la spada del padre Egeo. 

poi combattere coi sorci: dalla schiatta di costoro trasse Car- 
dano l'origine dei miei progenitori avendo sposato Arisba di 
Creta, nobile fanciulla. 

fe in secondo luogo i Greci mandarono i rapaci Atrici a ru- 
bare per il loro duce — che un giorno fu scalzo d*un pie- 
de — il vello, cui proteggeva la vigile guardia del dragone. 
Giunse egli nella libica Citea e con farmarci assopì quel ser- 
pente della duplice testa e seppe reggere il curvo aratro tirato 
dai tori che spiravan fiamme; egli, che si lasciò cuocere in una 
caldaia. Non solo riusci con pericolo ad impadronirsi del vel- 
lo dell'ariete, ma portò anche via, e non forzatamente, quella 
donna funesta, che dopo esser stata fratricida uccise i propri 
fig^i: la condusse dentro una barca loquace come una pica — 
inquantochè dal mezzo dei suoi banchi di legno di Caonia man- 
dava fuori voci umane — ed esperta nel correre il mare. 

Per dippiù poi colui che trasse di sotto dal macigno la scar- 



128 LA ALitSSA?a>RA 

xaì ^aoYóvoo Z^orrifa xal ^(«po; icotpó^;, 

ó ^Tjjiiou icaìc Sxòpoc cu Xu^poìx; -d?poo^ 

xpr|(ivà>v fvspftsv aÌY{Xi^> poeCoo{JL£v(uv 1320 

::aXa' Soxsóst xòq dxop^fóxoo^ pi^i;, 

aiv drfil pXcó^ac Tcjii ordaovTi ^r^ia; 

MóoxTfl TpoTcaiac; jiaorov sSftr^Xov bed<z^ 

CcttOTTipoxXsmg, veìxfK; o>pev£v 3i7cXo?>v, 

aTÓpvTjV t' d{iÉpaa^ xa» 6s|itax6pa(; df^o 1 3:^» » 

TTiv To^óJafivov voa^'oac 'Opftcooiav. 

1^; ai ^uvaijioi rapdsvo» NsrcooviJoc 

"Eptv Xticoùaau Ad^fiov, 7;8è Ti^Xafiov, 

xaì ysGjia 6sp|KÓSovTO(; 'Axralov x'Jpoc;, 

::o!và(; d^sXxTotx; ft' dp^a^àc SiCi^fiSvat, 1335 

òxèp xsXatvòv "lorpov i^aaav ilx6^; 

ir;:oo(;, ófioxXifcsepav isìaat Potjv 

Fpatxoìa'v à{ivà(iot; xs xoU 'Epsyftsco^. 

xot zdaav *Axx>iv s^STiop^^aav 8op% 

xoii; Mo']»oxsiou<; albakòì'sa^ai '^wki, i34<» 

vv. 2323-1340. Teseo ed Eracle contro le Amazoni. Il cinto d'Ippolita e il 
ratto di Antiope — Sp>edizione delle Amazoni contro la Grecia. 

pa del padre e la cintura e la spada, il figlio di Femio — cui 
un'altura dell'isola di Sciro preparava già da gran tempo mi- 
sera fine, quando spinto in fondo ai precipizi, fragorosamente 
sbattuti dal mare, restava senza sepoltura — accompagnando 
quel leone eh' era iniziato nei sacri misteri dopo aver succhiato 
il latte dalla pingue mammella di Era, sua nemica — egli, il 
rapitor del cinto — dava luogo ad un secondo motivo di guerra 
impadronendosi del cinto, non solo, ma anche portando via 
da Temiscira la fanciulla saettatrice. Ma le sorelle di lei, ver- 
gini cavalcatrici, abbandonata Eris e Lagmo e Telamo e il fiu- 
me Termodonte e il monte Atteo, cercarono la vendetta nel- 
r orrendo saccheggio e spinsero i loro cavalli di Scizia al di là 
del pericoloso Istro, lanciando grida di minaccia contro i Grai- 
chi e i nepoti di Eretteo. Tutta l'Attica devastarono colla guerra 
e diedero alle fiamme la campagna di Mopsopia. 



DI UOOFSONS 129 



)ró>pav X* *Eoptmv xai FaXaStpauov TcéSov, 

opooQ fin]^sv d|Mpt IlTivecoò xotoìc. 

OTSppàv xpa^i^Xip Csù'fXav Gt(icpeft6ic xé^atc;, 

ctXxifl v£avdpo<;, exxpsicÉotaToc fsvooQ. 1345 

T^ 8*dvTÌ Toótdiv xdppo^ poTiXdxYjv 

xòv é^dx(Ki|ivov, oxépfoc sT^Xaevoòfisvov, 

oxeO-aact, X(oxpo»(; alròv T^pct«(>cv icd-(ov, 

xòv -q ^aX{|i<ppa>v Fop^dc; èv xXi^poec ftswv 

xafttepcóast, iCYj|idxwv dp)[7)-(éxi<;. 135() 

aofttc Sé xtpxot, T[JLtt)Xov sxXeXoticdxcc 

K(|Jn|>ov xe xal ^^poaep^d IlaxxcoXou icoxd, 

xal vd(ia X((iV7]i;, fv&a Tocpoivog Sd(iap 

xso&|Kovoc alvoXexxpov evdaòee }iO)(dv, 

"A^oXXav Aòaovlxiv staexQ>(xaaav, 1355 

8etv7)v Aqfooxtvotot xoìc x* d<p' oSiiazoQ 

piCctv -(qdvxwv £(ftovo)v xexx7]|iivot(; 

XoYyrjQ év uafiivatat ixt^avxsQ zdXYjv. 

vv. 1341-1358. Regno di Ilo in Europa— Eracle distrugge Troia — Tirreno 
e Tarcone in Etruria — Echidna — I Pelasgi. 

Un mio avolo, intanto, distruggendo le pianure della Tracia 
e il paese degli Eordi ed i campi dei Galadrei, fissava i confini 
del regno sino alle correnti del Peneo e poneva sul collo di 
quelle genti un giogo fortemente legato, quand^era ancora gio- 
vine, ma pieno di forze e di illustre schiatta. Ma tosto a ven- 
dicare quelle offese mandava V Europa con una flotta di sei na- 
vi quel conduttor di bovi che coperto di pelle leonina seppe 
radere al suolo V alta rocca — egli, cui la dea Gorgas, mutato 
avviso, consacrava come dio, dopo esser stata per lui autrice di 
tanti mali. Ma due avvoltoi intanto abbandonavano il Tmolo 
e il Cimpso e le aurifere correnti del Fattolo e le acque di pa- 
lude, presso cui negli orrendi penetrali d'una caverna riposala 
moglie di Tifone; e invasero le campagne di Cere, in Ausonia, 
venendo alle lotta delle armi, sui campi di battaglia, coi Ligu- 
stini e con quei che traggono origine dalla schiatta dei Gigan- 

E. ClACBBl. — La Alessandra di Lieo/rone. 9 



130 LA ALBSSANDRA 

elXov iè nioov xai JopòrcTjxov ybó^a 

zdoay xatstp-fdaavTo "rijv ''0|Jippcov xsXa^ \m^ì 

xat ^aXrloiv ps^cboav ò^^^ptbv icdjo>v. 

AoioftoQ V é^S'lpst Yptivò; dp^aiav fpev, 
TcGp eo^ov i^Ti TÒ icplv s^drrajv ^fXo^t, 
eicsl lIsXaoYO^C sI8s 'Pov8axoò xotàv 
xptuaootatv ò&vsio(0( pd«(>avTa(; Yàvo<;. i36ò 

T, 8'a5ftt<; oìaTpf|aaaa Ttii(i>poo(iivr| 
xpeTcXàc xsTpcncXàc òvriTiaerot flXàfkw^ 
Tcop&oùoa )(a>pa(; dvtt^copftt^ov iQova. 

11ptt>to; n£v i^^ei Zt|VÌ xtji Aoxepaitp 
ó)itt>vo|io(; ZsÒQ, Se xatoupornj; {loXcùv 1371) 

oxTircco icopmaet icdvta Sua(ieviov oro^d. 
O'jv (u ^voò(iau xdv v£xpoì(; aTpttKpcu(iivr| 
TCt Xoix* dxoóoo) Toòd*, S vòv iiiXXoi [>pO€tV. 

'0 SsÒTEpoQ 8è ToO xsrpaajiivoci x£Xfi>p 
sv dn^ptpXf^aTpo!(;, IXXotcoq |iov8oO 8ixtjv, 1375 

xotae^Xcùast "(atav òdvsiav, |ioXtt>v 

vv. 135^-137^». Paride rapisce Riena Gli Argonauti— Agamennone a capo 
dei Greci contro Troia - Morte di Cassandra - Oreste colonizza TEolide. 

ti di Sitonia. Presero Pisa e sottomisero colle armi tutto il paese 
che si estende vicino gli Unìbri e sino alle alte vette delle Alpi. 

Ultimo a risvegliare le antiche discordie è colui che, vera 
fiaccola, riaccende colla fiamma un fuoco già innanzi sopito, 
dopo aver inteso che i Pelasgi attinsero acqua con vasi stra- 
nieri alle correnti del Rindaco. Ma allora la Grecia, di nuovo 
mossa da ardente brama di vendetta, al triplo e al quadruplo 
farà scontare i danni sofferti, devastando le contrade del lido 
opposto. 

E primo verrà colui che porta lo stesso nome di Zeus La- 
perseo e appena sceso a terra incendierà, quasi fulmine, le dì- 
more dei suoi nemici. Io morrò assieme a lui, e volto il cam- 
mino verso il regno dei morti udrò queste rimanenti cose, che 
ora son sul punto di narrare. 

Secondo a venire sarà il figlio di colui che fu ucciso den- 
tro una rete, a guisa di muto pesce : egli darà alle fiamme un 



DI LICOFRONB 131 



Tp'TOQ 8' dfvOXTOQ TOÒ BpUTjXOTCOO jòvo^;, 

TTjv TsopicXdoTtv Tcap&évov Bpa^fyyjotav 

^capatoW^ac ^wXov 6|ncecpop|i£VTjv 1380 

vao|JLOt(; òps^ai tip xsxpTjjxevtp Sdvoq 

afpa^ìBa SsXxcp «iaxTÒXcuv écpap(ioaat, 

0^tpà)v òpstav vdaastat |iovap)[(av, 

TÒv xp(otò|iiaftov Kctpa Sìgcóaai; orpatov, 

oxav xopYj xaowpti;, sic èicetatov 1385 

yXsÒYiv ùXaxTT^oaaa, XTjxdoiQ Ydjiocx; 

vojxcpsta Tcpòc xrjXcDOTOt xappdvcuv xsXsiv. 

Oi 8* ao xexapTOt ttjc AojiavTetou oxopdi;, 
Aax[uóv(o( TE xal Koxivalo'. KdBpot, 

0? ©qpov oìxT^ooyot Sdxvtov x' Jpoc 1 390 

xal 5(epoòvTioov xou TcdXa». XYixxTjpiav 
beq, Kopixa icdjiicav 60xyY7]|i6voo, 
x^(; Tcavxojidpcpoo Paoodpaq Xa|ixoop(8oc 
xox^oc, y[x' ctXcpaìoi xaìq xa^' 7i|i.6pav 

w. 1377-1394. Neleo colonizza la Jonia — I Dori colonizzano la Doride 
asiatica — Erisittone e Mestra . 

paese straniero, giungendovi con un esercito di uomini che par- 
lano diverse lingue, giusto l'oracolo di Apollo. 

Terzo sarà il figlio del re boscaiuolo; ed indurrà con ingan- 
no la figliuola di un vasaio del paese di Branco a dargli in 
dono un pezzo di terra impastata con acqua, quasicchè gli bi- 
sognasse per porre su d' una lettera il sigillo dell* anello ; e sta- 
bilirà la sua signoria nella regione montuosa dei Ftiri, dopo 
aver distrutto l'esercito dei Cari — primi ad arruoUarsi come 
mercenari — allorquando la figlia lasciva, rivolgendo sconce 
parole alle parti vergognose del proprio corpo, esorterà gli uo- 
mini ad unirsi con lei nei lupanari di gente barbara. 

Quarti a venire saranno i discendenti di Dimante, antichi abi- 
tatori di Lacmone e di Citina ; e si stanzieranno in Tigro e 
sul monte Satnio e nella punta della penisola di quell'uomo 
che già era riuscito del tutto odioso alla dea Demetra e che 
avea generato una lasciva volpe, capace di trasformarsi varia- 



132 LA ALESSANDRA 



^xstvov dXftatveoxsv etx|jiaiav -aaifò^ 1395 

òdvsìa YaxojioOvToi; AtBtuvoc rcspd. 

'0 Opò^ ò* dSsX^v al|ia tt|io>pou(JLSvo^ 
zdXtv TtdTjvòv dvTiiwopdi^ase yftova 
ToO vexpoxdjoo, xd^ d^icsótouq Stxac 
?pfttTotot (>r|Tps6ovT(x; dorspis» xpoicci). i4<hì 

81; Si^ 7C0T* d|if (ódovtoc s^ dfxpwv Xopcbv 
cp&épaa(; xòcpsXXa, xaXXuvst rapcotiSa^, 
8arcaì(; xttòoxwv aqioicaitatatv <pdpov. 
T(o xdaa OXsjpdc ala SooXoifti^aeTat 
Bpaii^oooia ts Bstpdq 1^ T*éxdxxto!; \mXì 

OTopfto'jS TiTcovoQ aT t£ St&dvfuv TcXdxs; 
naXXT|v(a T*dfpoopa, tyìv ó poóxspoiQ 
Bpòjrctìv Xticaivst, pj-^evàv 6icYjpéTr|(;. 

IloXXcbv 8*6vaXXd5 iaj|idx(i>v dxdp^sta*. 
KavSatoc t) MdjispTo;, t) t» ypyj xaXetv un» 

TÒv aijiofòpTOK; saxwófjisvov [idyatc; 

vv. 1395-1411. Erisittone e Mestra — Mida regna in Tracia e in Macedo- 
nia — Minosse — Mida nasconde le sue orecchie colla tiara. 

mente: coi guadagni giornalieri essa riparava alla fame smi- 
surata del padre Etone, che già arava campi non suoi. 

E un re di Frigia intanto vendicherà il sangue dei suoi fra- 
telli distruggendo per la seconda volta la terra che fu madre 
di colui che presiede al regno dei morti e detta rigidamente al- 
le ombre leggi inviolabili. Egli un giorno, celando le sue orec- 
chie d'asino sin dalle estreme radici, saprà ornare le sue tem- 
pia ed incutere timore alle mosche che vorrebbero succhiargli 
il sangue. E a lui sarà soggetto tutto il paese di Flegra e il 
colle Trambusio e, non lungi dal mare, il monte Titone e la 
campagna Sitonia e i prati di Pallene, fecondati dal cornigero 
Bricone che corse in aiuto dei Giganti. 

E all'una e all'altra parte di molti mali sarà autore il dio 
Candeo o Mamerto, ossia colui — e come conviene chiamarlo 
altrimenti ? — che in mezzo alle cruenti battaglie banchetta al- 
legramente. 



DI LICOFRONB 133 



Où |iotv ÓTcei^et ^'^ 'lajiriftécoc •coxd(;, 
ctXX' dvTi Tcdvtwv IlepascDC èva o^opdc 
oreXeì ii^avra, ttp ftdXaaaa [lèv parrj 
icsCq> TcoT*loTat, 7^ 8è vatioftXcofti^aeta'. 1415 

pi^oaovTt iCYjSolc .yepaov. 01 8s Aa<ppia<; 
o?xot Maiiipaac, iQfta>.(0[JÌvoi ^p^o^l 
aòv xaXivoeai tctjrecov 7cpopXi^|iaa(, 
xòv ypYjaiioXéajrTiv aìitdaovia'. pXdpY](;, 
c[>aivyvfta ftgOK'Covta HXoótwvo? Xdtp'.v. 1420 

OTpaTq) 8* (Z}itxtq) icdoa jièv Pp(i>fr>joeTai, 
cpXoecbxev sxBòvooaa SticXoxa axéxiqv, 
xapxoTpòcpoc 8pO<; d^pedi; t' òpetftaXi^c. , 
a7i:a(; S^dvaupcov vaa|iò(; aòavOi^aetat, 
}[av8òv xsXatvTjv 8(<j>av atovcufiivcuv. 1425 

x6<peXXa 8* ìibv nrjXóftsv potCoojiivcDv 
6icèp xdpa on^oooat, KijAjjLSpoc ^*Sic(oc 
axed xaXò^Ei icsppav, dii^Xòvcuv aéXa;. 
Aoxpòv 8' óicota zaòpov dv^aac pd8ov, 

vv. 1412-1429. Spedizione di Serse contro la Grecia — L* oracolo di Delfo 
e l'incendio dell'acropoli d'Atene. 

Ma non cederà allora la madre di Epinìeteo e, a preferenza 
tli ogni altro, manderà uno della schiatta di Perseo, forte come 
un gigante, cui un giorno sarà lecito attraversare il mare a pie- 
di e la terra in barca, aprendosi coi remi il cammino attra- 
verso la campagna. E quando sarà distrutta dair incendio la 
casa di Pallade Lafria o Mamersa assieme alle mura di difesa 
fatte di legno, incolperanno della sventura la profetessa, qua- 
sicchè annunziando notizie avute da sotterra predicesse cose 
false. Divorato sarà da quell' esercito di nemici anche V albero 
che si spoglia, quasi d'una veste, di duplice corteccia — la 
fruttifera quercia che incolta cresce sui monti. E persino le cor- 
renti dei fiumi verranno meno, giacché quelli calmeranno l'a- 
spra arsura bevendo a gola aperta. E faran sorgere sul capo nu- 
bi di dardi — che si senton stridere da lontano — simili al- 
la caligine della Cimmeria, che oscura il sole indebolendo la 
luce. Ma egli sarà simile ad una rosa locrese, che ben pre- 



134 LA ALESSANDRA 



xal tóvTo tpXe^ac, mors xàptavov orà^ov, i430 

aSfttc 7caXt|i7cXo)Xoto -(eùaetai fopjc, 
jióGOUva cpYpfoteoxTov, ók X(ixo<|)iav 
xópY] xv£<pa*av, ijn xa(icpaXo>|JLSvo<;, 

)[a>JOjXdTl{) XVO)J{0Vtt d£t{iaT00(l£V7]. 

IloXXot S'dqràvsQ xal cpdvot {israiyjitot i43ó 

Xòaooaiv dvipcbv oi |iiv Aqatotc xdXac 
8'vatatv clp)f>J; dfwpiJYipuojisvmv, 
oi 8* sv (ircacppévo(9t ^axpofoec y^»v<j^ 
£(!)(; £v alftcDV £ÒvdaìQ ^apòv xXòvov 

dic^Aìoxoò te xdicò Aap^dvou is^o); 144O 

Bsazpfuiò^ df(iQpo> xoi XctXaatpatoc Xéwv, 
xpTjVi^ &*ó|iai)io>v zdvta xuxcóaaQ §d|iov, 
dvoqfxdoTQ xn^^ovra; 'Ap-jeicuv icpo|ioo(;, 
o^vat FaXdSpac xov otpaTT|XdTr|V Xòxov 
xai ax^rcp' òpé^ae n^c; xdXai jiovopyiaQ. 1445 

m 8tj \ì£b' exTTjv -(évvav aùfrat)io>v ejiòq 
sU TIC xaXatOTJ^^ ao|ipaXo>v dXxf^v iopò; 

vv. 1430*1447. Battaglia di Salamina- Altre guerre tra la Grecia e la Per- 
sia-Alessandro M. signore della Grecia -Antipatro— Alessandro e la Persia. 

Sto appassisce; e dopo aver dato il fuoco ad ogni casa, co- 
me ad un campo di secche spighe, esperimenterà alla sua 
volta la fuga tornandosene per mare, appena tutto all'intorno 
scorgerà un muro di legno — a guisa d'una fanciulla che di 
notte tempo si vede minacciata da un colpo di coltello. 

Molte battaglie, infine, e stragi scambievoli daranno sfogo al- 
la lotta di uomini che si contendono il primato : le une sul ma- 
re Egeo, le altre sui campi coltivati della terra ; sino a che non 
porrà fine alla guerra funesta un uomo battagliero discenden- 
ti di Eaco e di Cardano, Tesproto e ad un tempo Calastreo, 
e forte come un leone. Egli, dopo aver distrutta la casa, già 
cadente, dei suoi parenti, costringerà i capi trepidanti de^ Ar- 
givi ad accarezzare il duce di Galadra, fiero come un lupo, e 
a consegnargli lo scettro dell'antica signoria. E — già venuta 
la sesta generazione — con lui un mio parente, forte nella lotta. 



DI UGOFRONB 135 



icdvxoy TE xal ^^^ xeic BeaXXoqdc; (loXcóv, 

icpéaptotoQ èv (p{X.o(atv ójivTjOi^aetae, 

oxùXoDv d%afyd(i Tctc 8optxn7Xoo<; Xa^cóv. 1450 

Ti (loxpct tXi^iiiov sic òvTjxoocx; %éxpa^ 
sU x5|xa xoxpdv, eie vdicai; 8aaxXT^Te8a(; 
pa6C<i)i X6VÒV «(>dXXoooa (idoroxo^; xpotov; 
TCiotiv -(otp TÌ|jid)v A6«(>e6£)C evo'a^peae, 

^£oS7)Yopo((; ^T^jiatatv è^xp^^ac ^^^ 1455 

xal &8acpdTiov Tcpofiavttv (X(})8o8iJ ypdvtv, 
XéxtpoDv axepTj^lc (ov èxdX^^aevsv xoyvy, 
drizzi h' akrfiyi, oòv xaxol 8é Ttc jiafttóv, 
oT'oùSev forai jii^/oq còcpeXelv Tcdtpav, 
TYjv cpotpòXT|rcov alvéasi jreXsJdva. 1460 

Tdaa' rj^opsoe, xal icaXiaaotoQ Tcoalv 
fpaevev stpxt^(; ivxó^, ev 8è xap^iqL 
^Etp^voQ èoreva^e Xotafttov \ukfjQ^ 
KXdpoo Mt|iaXX(i)v, ^ MeXa^xpalpa; xdicic; 

vv. 1448-1464. Alessandro e il popolo persiano — Cassandra lamenta di 
non esser creduta — Il custode di Cassandra e il re Priamo. 

ingaggiando la battaglia delle armi, verrà a trattar la pace sul- 
la terra e sul mare, e sarà rinomato fra i più grandi amici di 
lui, prendendo la parte migliore del bottino della guerra. 

Ma perchè mai io, infelice!, me ne sto a far lunghi discor- 
si alle sorde spiagge e alle onde che non danno ascolto e al- 
le aspre selve, mandando fuor della bocca un vano clamore ? 
Che già ogni fede mi tolse il dio di Lepsia dando la veste del- 
la menzogna alle mie parole e alla verace scienza degli ora- 
coli che predice il futuro, per esser stato respinto dal mio let- 
to, cui bramava accostarsi. Ma tuttavia egli farà avverare le 
mie predizioni, e qualcuno apprenderà ciò con danno, quando 
non ci sarà più alcun mezzo d'aiutar la patria, e allora darà 
lodi a me, come a rondinella che sveli le cose future. 

Cosi parlò; e voltasi air indietro rientrò nel carcere modu- 
lando in cor suo T ultimo gemito, simile ad una Sirena; essa, 
la baccante di Claro, che parla un linguaggio contorto ed oscu- 



136 LA ALESSANDRA 



Nr^aoùc OojaTpdc, i] ti $txiov xepac i465 

sXtxtd xwTiXXouaa Soocppdcarcoc Ixy). 

s^oj Ss Xo^òv fìkbfà^f cqpféXXwv, dtva^, 

aol Tdv8e jiOftov icop&évoo ^paorpiac, 

è%ei |i* Ita^aQ ^póXcoca Xaivoo ot6YY)(: 

xat icdvta fpdCetv xdvaic£|iicdCstv Xo'fov i470 

sT>iT6|ia)<; f^ppov (utpovac tpd^ftv. 

Sai(i.(Dv Ss fi^fiac sic xo Xtpov 6xSpa[Jis*v 

Tsó^sisv, ooicep otòv xpoxi^Ssxae dpdvwv, 

a<óC«>v icaXaedv Bs^póxcuv icaptXYipiov. 

w. 1465-1474. Il custode finisce di riferire al re Priamo il discorso di 
Cassandra. 

ro, quasi riferisse le parole delia Sibilla, figlia di Neso, ovvero 
fosse una mostruosa Sfinge. Del resto, qui io venni per riferir- 
ti, o Sire, questo ambiguo discorso della delirante fanciulla, 
una volta che tu mi facesti custode del suo carcere ordinan- 
domi di venire a narrarti, anzi a ripeterti fedelmente, tutte le 
sue parole. Voglia intanto volgere in meglio questi vaticini il 
dio protettore della tua casa, salvando il vetusto regno dei Be- 
brici! 




ì 



COMMENTO 



ALLA 



ALESSANDRA DI LICOFRONE 



V. 1. — 1 versi 1-30 comprendono il prologo: un servitore del re Priamo 
si accinge ad esporre le prorezie ascoltate dalla bocca di Cassandra. Costei 
predice il futuro, ma per condanna di Apollo non trova fede in chi l'ascolta, 
essendosi rifiutata alle voglie del dio, dopo avere appresa da lui l'arte del 
vaticinio ( Afollod. IH. 12. 5; cfr. Sbrv. Aen. II. 247). Il padre Priamo la 
pone sotto la custodia d' un domestico, cui dà ordine di ascoltare e quindi 
riferirne le profezie (cfr. w. 348, 1451, 1462; cfr. óxó^oiv Lyc. Alex, in Cod. 
Par. A. et Vai. 1307 pubb. dal Bachmann in ed. Lyc). In Omero non si ha 
alcun cenno dell' arte profetica di Cassandra; ma pare che fosse nota all'auto- 
re delle Ciprie (Procl. in E. G. F. K p. 17) il quale conoscendo che Cas- 
sandra nel momento in cui Paride partiva per Sparta , presagiva il futuro 
(xaì Kaasóv^a xspì xiìiv ^XXóvnuv icpoÒr^^ot) doveva necessariamente anche 
sapere eh' essa non era creduta, una volta che Paride e gli altri Troiani non 
ne tenevan conto. Del resto, che alle profezie di Cassandra non si dava ascolto 
era già noto al poeta Eschilo (Agam. 1212); e Pindaro (Pylh. XI [^9] 33) 
di queir arte profetica faceva esplicita menzione. Intorno alla causa dell' in- 
carceramento di Cassandra cfr. n. al v. 349. 

6. — Si attribuiva anticamente alle foglie di alloro forza magica: «(wfhtsiv 
oi vLOVTsc Wf va^ icpoco^'eiv (Schol.) e quindi ^tpvTj^pcqo; ( = nutrito di alloro) 
significa fatidico. — ^poipIdCw, che altrove da Licofrone (731 , 875, 1166) è 
usato nel suo proprio significato di purgare, tergere, qui prende il valore 
translato di vaticinare, in quanto le profezie sono vi bzla xo&apà xal d'krfifi 
{Schol. J; cfr. Konzb, de dictione Lycophronis Monasterii 1870 p. 69. 

7. — Cassandra parlava oscuramente come la Sfinge. Si deve interpretare la 
voce xaXaivfJc come ** crudele „ e non come ** oscura „ perchè già l' idea del- 
l' oscurità è data dalla stessa parola Sfinge ; tanto più poi che Licofrone usa 
sempre xtXaivó; nel senso di orribile, orrido, crudele, furioso, pericoloso; cfr. 
vv. 325, 471, 1169, 1188, 1336, 1356, 1425. L* idea della crudeltà però non 
si riferisce per nulla a Cassandra: cfr. Bachmann ad v. 1256; cfr. pure Kon- 
zb p. 70 che a ragione confronta il^q^ xsXaivi^ con S^qi' oVóaixov di Aksgh. 
Sept. 541 e con Eurip. Phoen. 1506. 

IO. — 1 vv. 10-12 sono un vero es. di amplificano et exornaiio sermonis 
usate da Licofrone: cfr. Konzb p. 69. 

13. — Giustamente vide l'Holzinger (ed. Lyc. ad /.) che qui PaXffi; ha il si- 
gnificato che ne dà Esichio 5. v. , cioè della fune tesa dinanzi alle carceri 
dov' erano le corse , la quale si calava quando la corsa dovea aver princi- 
pio ; e che quindi significa la fune stessa (v^Tjpiv^;): non c'è poetica inver- 



140 ooMMBNTo: vv. 15-22 




sione in ^X^t^ jirjptv^o, come crede lo scoliasta. — «apav non vale Tpamp*, 
come pensa Tzetze. ma è un puro pleonasmo: e però ben avea tradotto lo 
Scaligero: ego at soluHs carccrum repagulis, 

1 5. — icpiÓTT, v(>03a, secondo la giusta interpretazione di Tzetze, vale il 
luogo donde i cavalli prendevano le mosse, contrassegnato da una colonna, e 
quindi le carceri stesse; ond* io traduco * steccato „. 

16. — <lhrjeoo xcqo; corrisponde evidentemente al monte di cui parla Plinio 
(H.h, IL 91 [93] 205): Pìugium Aeihiopiae iugum excelsissimum, ianqmam 
HOH infida grassareniur et lì toro, A cominciare da Omero (//. XIX. I) si con- 
siderava r Oceano come dimora di Eos, mentre al tempo di Licofrone si par- 
lava del paese degli Etiopi (cfr. Eurip. fr. 771): l'Oceano e l'Etiopia indi- 
cavano in tal caso gli stessi luoghi; e dalle parole di Plinio appare come 
il Fegio fosse vicino al mare. 

17. — Credevasi comunemente che Eos fosse trasportata da un carro tirato 
da due o da quattro cavalli , e ciò dava un motivo alla pittura vascolare ; 
cfr. RoscHBB, Lex. 1. 1276 sgg. Più tardi si disse che Eos, dopo la morte di 
Bellerofonte , avea avuto in dono da Zeus il cavallo alato, P^aso (Ascut- 
piADBS apd Schol. II. VI. 155) e Licofrone segue questa tradizione. 

18. — Non era ben conosciuta la località dell'isola di Cerne, tanto che 
Strabone (I. 47) ne nega l'esistenza. Licofrone ne dà un'idea indeterminata: 
pare che secondo lui sia ad oriente dell' Etiopia meridionale e, forse, in accordo 
con Eforo che la credeva dinanzi al golfo Persico e dirimpetto all'Etiopia 
{Pus. n. k. VI. 31 [36] 198) = fr. 96* in F. H. G. M I. p. 261): se poneva 
il monte Fegio vicino alla costa della parte media dell'odierna Africa orien- 
tale, evidentemente Eos nel suo viaggio si lasciava dietro l'isola di Cerne. 
Molti oggidì han cercato di precisarne la località; ma lo stesso Geffcken 
{Titnaios' Geog. p. 23) riconosce come ci sia poco da fare. — Tìtone, figlio 
di Laomedonte e quindi fratello di Priamo, per la sua bellezza era stato 
rapito da * Eos, che l' avea fatto suo sposo : essa otteneva per lui da Zeus 
l'immortalità, ma dimenticava di chiedere l'eterna giovinezza; ond'^li per- 
deva la fresca età e diventava eternamente vecchio, ed era trasformato in 
una cicala: antica tradizione riferita già da Ellanico ( fr. 142 in F. H. G. 
M I. p. 64). Sul significato del mito si consulti Prkller-Robkrt, Gr. Mylh. l. 
p. 442; Rapp in Roschbb Lex. I. 1264 sgg. 

19. — ec(Lf i|LT}Tpio^: fratello nato d» diversa madre. Priamo e Titone erano 
figli di Laomedonte; ma l'uno avea avuto per madre Leucippe, l'altro 
Rhoio {Schol.)f ovvero Strymo o Placia (Apollod. HI. 12. 3). 

20. — * La cava pietra , serviva per legarvi le funi che dovean fer- 
mare le navi presso il lido. Il poeta chiama tranquilla la fune, per significare 
la tranquillità del mare; quindi la fune non era ben tesa, ma lenta. 

2 1 . — Su ksiàCooay = ioyoCov cfr. Konzb p. 29. 

22. — xop^cvoxTÓvov 8£Tiv= Ellesponto, cioè il luogo dove Teti, il mare, 
inghiottì e fece perire la fanciulla Elle, sorella di Frisso, quando fuggiti dalia 
Grecia attraversarono il mare sull'ariete dal vello d'oro. Qui Ellesponto si 



commento: w. 23-31 141 



riferisce a tutto il mare che dall'Asia giunge in Grecia, come s'intendeva nei 
più antichi tempi: cfr. Strab. VH. 33 U 57. 

23. — Le navi dai molti piedi (fouXÓTsCoi) e cioè dai molti remi, sono 
dette sòwxs^ perchè xópau fanciulle. 

24. — Falacra era detta una delle vette dell' Ida (Stbph. B. s. v. ; Schol. 
NiG. A 40): le navi di Paride sarebbero state costruite col legname di quel monte. 
Sulla questione che il monte Ida fosse o no boscoso cfr. Klausrn, Aeneas 
u. Penaten p. 29, ove sono raccolte le varie testimonianze degli antichi. 
Probabilmente Licofrone non allude alla boscosità dell'Ida, ma chiama le 
navi Falacrcc, soltanto nel significato di Troiane. Cfr. Horat. carm. I. 15. 
1 sq: postar cum trahtret per f reta navibus \ Idaeis Helenen. Cfr. n. v. 1 170. 

25. — Le Calidni sono isolette poste, secondo Strabone (XUl. 604) fra 
Tenedo e Lesbo. Da Tenedo dovean le navi scender verso sud, se il poeta 
dice che eran spinte -dal vento di tramontana: è più naturale quindi che il 
poeta considerasse le isolette al sud di Tenedo. 

36. — àfKa^-oa. : l' ornamento della poppa, la poppa stessa della nave : cfr. 
Etym. M. 177. 41; e ^oioawv^vela: cfr. Etym. M, 804.23. Coi vv. 25-26 è de- 
scritto l'allontanarsi delle navi: prima sì distinguono i remi, poi l'ornamen- 
to delle poppe (forse dipinte a vivi colori) e infine soltanto le vele. 

27. — icpyjoxTJp è il forte vento, il turbine, che soffia da tramontana — a?^»>v 
comprende l'idea del fuoco che distrugge; indica quindi la forza, la violen- 
za, e così pure l'ardire e l'audacia. Qui si deve intendere, secondo me, nel 
senso di freddo, rigido: noi diciamo che i geli bruciano la campagna. Del 
resto, in at&tuv c'è sempre l'idea della violenza del fuoco e Licofrone l'usa 
nel senso di violento, audace, riferito a persona (v. 109) e di violento, fiero, 
intrepido, riferito ad animale (246, 530, 925, 1248, 1439). 

29. — Ate : monte della Frigia, dove sarebbe caduta Ate, precipitata dallo 
Olimpo da Zeus preso dall' ira, quando nella circostanza della nascita di 
Eracle si vide sopraffatto dall'astuzia di Era (Hom. //. XIX. 126 sg. ; cfr. 
{Schol, ad /.) Ivi Ilo fondava la città di Ilio (Stbph. fì. s. v. 'IXiov) essen- 
dovisi fermata la giovenca, cui egli avea tenuto dietro secondo l'ordine 
dell'oracolo (Apollod. IH. 12. 3; cfr. Lbssrs Lampsagbnos apd Schol.): mo- 
tivo che si ripete frequentemente nella greca mitologica; cfr. Klausbn. Aen, 
u. Peti. p. 148 sg. Dal racconto di EUanico, confusamente riferito dallo scoliasta, 
risulta che a Dardano, progenitore d' Ilo, era stato ordinato da Apollo di non 
abitare Ate. Si può pensare con M. Welmann {Comment. philolog. GryphiswalJ. 
Berol. 1887 p. 63) che qui Licofrone attingesse ad EUanico; cfr. il Geffcken 
{Zur Kenntniss Lyc, in Herm. XXVI p. 575) il quale si associa indiscussamen- 
te alla opinione del Welmann. Certamente Licofrone allude a quanto è nar- 
rato da Apollodoro e da Lesses, che alla loro volta possono dipendere da 
EUanico. II poeta imagina Cassandra sulla cima dell' Ate: essa poteva guar- 
dare il mare, come già risulta dai versi precedenti (cfr. v. 1452). 

31. — Terminato il prologo, comincia il discorso di Cassandra, riferito dal 
custode. Il pensiero della futura rovina della patria richiama alla mente di 



142 OOMXSNTO: w. 33-38 



Cassandra il ricordo della prìma distruzione di Troia per opera dì Erack. 
Se ne ha già cenno in Omero nel dialogo fra Tlepolemo e Sarpedonte (//. 
V. 640 sgg. ) : Eracle distruggeva Troia per vendicarsi del re Laomedonte 
che gli avea promessi i suoi famosi cavalli, in cambio della liberazione della 
figlia Esione, e poi glieli aves^ negati. 

33. —Qui, come altrove (vv. 45*^,697, 917) Eracle è detto leone, perchè 
il più forte dei mortali ; cfr. Konze p. 74. Osserviamo però che il parago- 
ne, oltrecchè alla forza dell' eroe, si riferisce forse alla circostanza eh' egli por- 
tava sulle spalle la pelle del leone Nemeo.— Tpiioxepoc è detto Eracle, perchè 
la notte, in cui Zeus giacque colla madre di lui, durò tre volte dippiù del- 
l' ordinario (Apollod. U. 4. 8; Diod. IV. 9. 2). Probabilmente questa forma 
della leggenda risale allo storico Ferecide, non solo perchè egli avea nar- 
rata la visita di Zeus ad Alcmena ( fr. 27 in F. H. G. M I p. 77) ma per- 
chè ApoUodoro, immediatamente dopo aver parlato della triplicata notte 
( /. e.) fa il nome di Ferecide. — Alla leggenda della spedizione di Eracle 
contro Troia si lega direttamente 1' altra di Esione, cui si allude in questo 
luogo ( vv. 33-37 ) : adirato Posidone contro Laomedonte, perchè dopo aver- 
gli costrutte le mura della città assieme ad Apollo, non ne avea ricevuto 
la pattuita mercede, lanciò sul lido troiano un mostro marino, che ne in- 
festasse il paese; per ordine dell'oracolo Laomedonte esponeva sul Udo la 
figlia Esione, perchè fosse divorata dal mostro, quando giungeva Eracle e la 
salvava uccidendo la bestia, mosso dalla promessa del re di averne in pre- 
mio i cavalli, che al re stesso avea dati Zeus in compenso del rapito Ga- 
nimede ( Apollod. II. 5. 9 ; Diod. IV. 42 ). Del particolare però, cui accenna 
Licofrone. che, cioè, Eracle entrò nel ventre del mostro e ne tagliò i visceri, 
abbiamo notizia soltanto in Ellanico ( fr. 1 36 in F. H, G. M I. p. 64 ) ; 
ed è evidente che il racconto del poeta dipende, direttamente o no, da quel- 
lo dello storico. Cfr. Wklmann, Comment. etc. p. 64. Né in scrittori an- 
teriori ne troviamo cenno. Omero conosce la tradizione dell* ira di Apollo 
e Posidone contro Laomedonte per la mancata mercede ( //. XXI. 450 sgg. > 
e di Eracle che combalte contro il mostro marino sul lido troiano ( //. XX. 
145 sgg.); ma non ricorda il particolare dell* uccisione di quel mostro. Cfr. 
v. 469. 

34. — Dice •• cane di Tritone „ nel senso di mostro marino— r^jMtXa^ ha il 
significato di nascondere, far sparire, come nota lo scoliasta ; cfr. Hbstcb. 
s. t\: cfr. ixX<rVa; al v. 1201. 

36. — Il ventre del mostro era caldo come una caldaia sopra le fiamme ; 
ed Eracle ne ebbe bruciati i capelli. 

38. — Eracle è detto infanticida, perchè, preso da follia, uccise i figli che 
avea avuti da Megara, la figlia di Creonte. Questo racconto, che pare esser 
stalo esposto dall'autore delle Ciprie (Procl. in E. G. F. K p. 18) da Stesi- 
coro e da Paniasi ( Paus. IX. 11. 2) e da Ferecide (fr. 30 in F. H, G, M 
I. p. 78) era diventalo oggetto di una bella tragedia d'Euripide ('H(HrxX^; 
iMfivóu.ìvo':) il poeta più vicino per ragione di tempo a Licofrone. 



coMMRNTo: w. 39-43 143 



39. — Era è detta seconda madre di Eracle, nel senso di matrigna, perchè 
moglie di Zeus, padre di lui ; e forse anche perchè dicevasi eh' essa per 
istigazione di Atena e per inganno di Zeus avesse data la mammella ad 
Eracle bambino (Diod. IV. 9; Paus. IX. 25. 2). Non credo, come pensa 
l'Holzinger, che Licofrone chiami Era matrigna di Eracle, perch'essa lo adot- 
tò per figlio prima che diventasse sposo di Ebe ( Diod. IV. 39. 2 ) ; giacche 
in tal caso il rimprovero dato ad Eracle, d' aver ferita la sua seconda ma- 
dre, sarebbe inopportuno, essendo ciò avvenuto quand' egli viveva ancora 
in terra vita mortale, e non dopo che in Olimpo era stato adottato dalla dea. 
Del resto, questo particolare dell'adozione (del quale non abbiamo notizia in 
nessun altro scrittore, compresi quelli che da Omero (Odyss. XI. 603) ad 
Ovidio ( trist. III. 5. 42 ) ricordano le nozze di Eracle con Ebe ) in ciò che 
riguarda la cerimonia, sente un po' troppo di quello sciocco razionalismo 
che riscontrasi così comunemente nella mitologia diodorea. Forse al tempo 
di Licofrone non s' era neppur parlato di simile adozione. 

40. — Che Eracle avesse ferita Era, si ricordava sin da Omero (//. V. 392 
sgg.); forse a Pilo nel combattimento dell'eroe contro Neleo. 

41. — Eracle, istituiti i giuochi di Olimpia, sfidò chiunque volesse lottare 
con lui : nessuno avutone il coraggio, si presentò Zeus; ma la lotta riuscì a 
lungo eguale ed allora il nume si svelò al proprio figlio. Cosi narra lo sco- 
liasta. Ma secondo Licofrone, Eracle, che riusciva a sollevare di peso il dio, 
sarebbe stato vincitore. Se non che di questa forma della leggenda non ab- 
biamo altra notizia. V'era la tradizione che l'eroe fosse invincibile nei cer- 
tami di Olimpia e che , conformemente a quanto dice lo scoliasta , nessun 
mortale osasse affrontarlo , sì eh' egli ne restasse assoluto vincitore (Diod. 

IV. 14. 2); come anche l'altra, secondo cui Zeus avesse lottato con Crono 
per il possesso di Olimpia (Paus. V. 7. IO); ma niente altro sappiamo della 
lotta del dio coli' eroe. 

42. — V era vicino allo stadio d' Olimpia il monte Cronio (v. ad es. Paus. 

V. 21. 2; VI. 19. 1; VI. 20. 1); e qui serve a designare il luogo dei certami. 

43. — Pausania (VL 20. 15 sgg.; cfr. X. 37. 4) ci fa sapere che non solo 
nell'ippodromo d'Olimpia, ma anche in quello dell'Istmo, di Nemea e di 
Delfo, v'era qualche cosa giudicata come spauracchio d^i destrieri, ma che 
il più funesto e.ra il Tarassippo dello stadio olimpico: v'era un'ara di forma 
rotonda , cui s' era dato quel nome per l' efTetto che produceva sui cavalli, 
ed indicava una sepoltura ; ma varie erano le voci che correvano sulla per- 
sona sepolta in quel luogo, e si parlava di Olenio e di Dameone e di Mirtilo 
e di Enomao e di Alcatoo e di Pelope. Ora Licofrone crede che in quella 
tomba giacesse il gigante Ischeno, che, a detta dello scoliasta, era figlio di 
Ermete e di lereia , detto appunto Tarassippo perchè atterriva i cavalli. La 
voce riferita dallo scoliasta, che nell' ippodromo fosse un albero di alloro, le 
cui foglie mosse dal vento disegnavano sul terreno un'ombra ch'era spau- 
racchio dei cavalli, svela un' interpretazione razionalistica di nessuna impor- 
tanza. Certo è che ivi era un'ara dedicata ad un nume e che dava luogo 



144 OOMMBNTO : w. 44-49 



a vari racconti. A ragione , secondo me , Max -Mayer (citato dallo Stoli in 
RoscHKR, Lex. n. 359) considera Ischeno come hyposUtsis di Posidone; ma 
già lo stesso Pausania (VI. 20. 18) avea compreso che Tarassippo niente al- 
tro fosse che cognome di Posidone Ippios, od equestre. Sarà stata, dunque, 
la tomba d* Ischeno, di cui parla Licofrone, un'ara del dio protettore dei giuo> 
chi equestri. 

44.— Conducendo innanzi a sé i bovi di Gerione, Brade, giunto sullo stret- 
to di Sicilia, uccise Scilla, che gli portava via i bovi {Sckol, cfr. Sckot. Odyss. 
XII. 85). È questo un motivo che ritoma frequentemente nel mito di Eracle: 
dappertutto , cioè , dove passa tornando dall' Iberìa in Grecia uccide quelli 
che tentano rubargli il ricco armento. Esiodo già menziona i bovi dì Ge- 
rione {Thcog. 290 sgg.); ma il poeta Stesicoro fu forse il primo a localizzare il 
mito in Occidente, nella sua Gerioneide (fr. 5-9 in P. L. G. fì III p. 208) facendo 
percorrere all' eroe la penisola italica e l' isola di Sicilia, dove trovava onore e 
culto divino; cfr. il mio Contributo alla storia dei culti dell' aut. Sicilia, Pisa 
1894, p. 67 sgg. E lo stesso poeta d' Imera trattava in versi la leggenda di 
ScilU (Schol. Apollon. Rh. IV. 828 = fr. 13 in P. L. G. B III. p. 210); e forse 
egli per il primo metteva in relazione la morte di lei col viaggio di Eracle. 
Nulla possiamo asserire su ciò, ma che così fosse non potrà sembrar strano, 
una volta che il poeta avea cantato l'uno e l'altro personaggio: a Stesicoro 
solevan ispirarsi posteriormente tutti gli altri poeti e storici d' Occidente. Ma 
dell' uccisione di Scilla per opera di Eracle non abbiamo ricordo in scrittori 
anteriori a Licofrone, il quale , se non direttamente da Stesicoro , avrà po- 
tuto attingere la tradizione da Timeo; sebbene in Diodoro (IV. 22 sgg.) che 
riferisce, secondo lo storico di Taormina, il passaggio di Eracle in Sicilia, 
non trovasi nessun accenno a Scilla. 

45. — In questa forma di leggenda pare che Scilla sia considerata figlia di 
Forcis e di Ecate (cfr. n. al v. 47) ed è noto come già sin da Omero (Odyss. 
Xn. 73 sgg.) fosse rappresentata quale terribile mostro, che gridava con voce 
stridula simile a giovine cagna, e che avea dodici zampe e sei lunghi colli, in 
ciascuno dei quali una testa con tre file di acute zanne, nelle quali s' incon- 
tra va sicura morte; cfr. Pellkr-R. Griech. Mytk. I. p. 617 sgg. Per questo il 
poeta la paragona 'alla cagna e al leone : gridava come 1' una, ma era terri- 
bile come l'altro. A tradizione più recente devesi la metamorfosi di Scilla, 
cui il poeta accenna più oltre; cfr. n. v. 650. 

Mi. — Io intendo ùxsp 3x7^X0770; nel senso di al di là, fuori della spelonca, 
dov'era solita stare. 

47. — Morta Scilla, suo padre Forcis (cosi chiamato anche da Acusilao: fir. 5 
in F. H. G. M I. p. KK^) la fece risuscitare bruciandola nelle fiamme: SckoLad 
ì. ; cfr. pure Schol. Odyss. XII. 85 dove come fonte è citato Dionisio, forse 
il Ciclografo, come ben osserva il Geppcsken, Tim. pag. 28 n. 1. 

49. — Leptinc=Persefone. A ragione dice Tzetze: Asxxuviv — 01 8s Tf;v llsp- 
3£cpóvT,v cpastv oìov TTjv /^sxTyvo'jsav za aui^Ta Tmv dxodavóvnuv. Cfr. Etym. 
M. 5^)0. 53. 



cx>MifBNTo: w. 50-52 145 



50. — Il mito della morte di Eracle fu cantato da Bacchilide (carm, XV. 23 
sgg. Blass) e servì a Sofocle d'argomento nella tragedia le Trachinie: quan- 
do il centauro Nesso, nel passaggio del fiume Eveno, portava sul dorso la 
moglie di Eracle, Deianira, tentò usarle violenza; l'eroe l'uccise, ed egli pri- 
ma di spirare raccomandava a Deianira di raccogliere il suo sangue e va- 
lersene come fìltro, efficace sull'animo del marito; e quando Eracle si inva- 
ghì della bella Iole, Deianira gli mandò una tunica segretamente intinta del 
sangue di Nesso, sperando eh' egli tornasse a riamarla ; ma la tunica lo rese 
furente, quasi cacciandogli il fuoco addosso, e lo spinse a salire sul rogo. 
Per questo Licofrone dice che Eracle fu ucciso da un morto. La tradizione 
rimase diffusissima presso prosatori e poeti ; v. ad es. Apollod. II. 7. 6 sg. 

51. — Preferisco coU'Holzinger la lezione òs^ioó^svov (già seguita dal Pot- 
ter, dal Bachmann e da altri edKori ; cfr. Scurer in ed. Lyg. praef. p. XVI) al- 
l' altra ^^oó^svoc, perchè riferendosi questo participio a vixu; si avrebbe il 
senso, che Nesso era ben accolto da Ade per aver preparata la morte di 
Eracle (Tzbtz.) e cioè per averlo vendicato degli affronti patiti: interpreta- 
zione troppo ingegnosa. Riferendosi invece ^s^ioó^isvov ad Eracle, si ricava 
che (costui) lòv xoXai ysipnia-Tiisvov xòv Aròr,v. ói^ xat "Ojir^po; (//. V. 395 sgg.) 
come dice lo stesso Tzetze ; e, cioè, che Eracle periva per opera d'un mor- 
to, dopo che già egli stesso avea vinto Ade, venuto in aiuto della città di 
Pilo (cfr. Apollod. II. 7. 3). Questa interpretazione è efficace, inquantochè 
mette in rilievo l'antitesi. 

52. — Cassandra vaticinando crede già di veder Troia distrutta una secon- 
da volta per opera dei Greci; ai quali era stato predetto che allora soltanto 
sarebbero riusciti ad espugnarla, quando avessero portate sotto Troia le frec- 
ce di Eracle e le ossa di Pelope e fosse venuto a combattere con loro un 
Eacide. Questa tradizione doveva di già trovarsi nel poema della Piccola 
Iliade^ dove pare si dicesse che Eleno, caduto nelle mani di Ulisse, facesse 
ai Greci quella profezia; e che quindi i Greci facessero venire da Lemno 
Filottete, che possedeva l'arco di Eracle, e Neottolemo, o Pirro, figlio di Achil- 
le, che era un Eacide (Procl. in E. G. F. K p. 36); cfr. Sophocl. FU. 
604; Bacchiud.- fr. 16 in P. L. G. B III. pagina 574). Del terzo elemen- 
to della tradizione, che si riferisce alle ossa di Pelope, e che si trova in 
Pausania (V. 13. 4) ove ci è detto che i Greci avrebbero trasportato da 
Pisa dell' Elide a Troia un osso della spalla di Pelope, non abbiamo men- 
zione nella Piccola Iliade. Ma è da credere che vi si trovasse riferito, 
constatando la corrispondenza che corre tra il racconto di Proclo e l'e- 
pitome della biblioteca di Apollodoro, ove "(salvo che la profezia dell'ar- 
co di Eracle è attribuita a Calcante, anziché ad Eleno) è detto come per 
prender Troia i Greci dovessero richiamare Filottete e Neottolemo, e tra- 
sportare in Troia le ossa di Pelope (Apollod. epit. 5. 8 sgg. in Myih. gr. 
W p. 205). Il racconto di Appollodoro, anche tracciato su diverse fonti, sa- 
rà risalito all'autore della Piccola Iliade. Dei vari Eacidi ch'erano sotto Troia 
soltanto a Neottolemo e ad Epeo, il costruttore del fatale cavallo di legno, 

E. CUCEBL — La AUsiandra di Lieo/rone. 10 



146 ooMMBNTO : w. 54-57 



riferiscono gli scoliasti le parole Afoxstoi; /3f>3( ; ma è da credere che Lico- 
frone qui alluda, secondo la tradizione la più diffusa, a Neottolemo, figlio di 
Achille e quindi nepote di Peleo e pronepote di Eaco (Apolloo. IH. 12. 7 
sgg.) Forse in relazione al racconto che parlava di Ulisse e di Eleno, che 
figuravano come i più astuti e saggi degli eserciti greco e troiano, in un 
tempio di Olimpia erano le loro statue poste l' una di fronte all'altra (Paus. 

V. 22. 2). 

54.— Le ossa di Pelope giacevano, secondo il nostro poeta, in Letrìna, città 
dell' Elide, così detta dal fondatore Letreo, figlio dello stesso Pelope (Paas. 

VI. 22. 8). — zaiòó; si riferisce a Pelope, figlio di Tantalo ; il quale, invitato 
a banchetto dagli dei, uccideva il proprio figlio e cottene le membra in una 
caldaia le offriva come cibo ai commensali dell'Olimpo: mito che ebbe gran- 
de diffusione da Pindaro {ol. 1. [36] 24 sg.) ad Ovidio (mei. VI. 4i^ sqq.) 

56. — L'interpretazione di questo verso ha dato luogo a molte discussioni, 
e si è cercato di correggerlo e dallo Scheer (Progr, Ploen 1876 p. 4 sq.) e 
dal Wilamo\'VÌtz (de Lyc. Alex. p. 1 o.); ma io credo che nella lezione accettata 
dal Kinkel esso non presenta alcuna difficoltà : sì riferisce alla predizione 
fatta ai greci, da noi più sopra esposta, che, cioè, essi avrebbero presa Troia 
allorquando avessero avuto l'arco di Eracle, posseduto da Filottete. Né le 
parole di Licofrone posson riferirsi ad Eracle e lasciar quasi vedere che que- 
sti fosse stato il distrutttore di Troia, anche la seconda volta. — La voce 
TsuTapctoi; accordata con Tr:£,oo>jia3i sta in luogo del genit. Tsuiàpou in ac- 
cordo con ^ouxóXou. È questo uno di quei casi di hypalìages frequenti in 
Licofrone ed osservati dal Konze, il quale a proposito dice (p. v>2) : quanta 
autcm fuerit Graecorum facilitas, compìures notiones cogitatione proxime in- 
ter se coniunctas ad unitatem constrnctionis compìecUndi, maxime " traiectio- 
ne epitheiorum , ostenditur, vel eo dicendi genere, quod sub * kypallages^ 
nomine pìerisque notum est. La voce ^ouxóXou esprime l'antitesi, nel senso 
che le frecce d' un semplice pastore avrebbero rovinato Troia. — Lo scita 
Teutaro, pastore di Anfitrione, avea addestrato Eracle nel tiro dell'arco e gli 
avea donato il suo arco colle frecce; cfr. v. 458. Gli Sciti già erano ritenuti 
dagli antichi quali inventori dell'arco e delle frecce (Pun. n. h. VIL 56 (57] 2CU). 
La tradizione di Teutaro era anteriore a Licofrone ( Hbrodor. f. 4, 5 in F. 
H. G. M II. p. 29); ma pare che fosse egualmente diffusa l'altra, che fa- 
ceva maestro di Eracle, nell' arte dell'arco, Eurito (Apollod. II. 4. ^, II); 
sebbene si dicesse anche che Eracle avea avuto l' arco da Apollo (Apoixod. 
/. e. ). L'eroe lasciava l'arco e i dardi a Filottete per ricompensarlo d' aver da- 
to fuoco alla pira su cui egli era salito per trovarvi la morte (Dioo. IV. 38. 
4; cfr. V. 917); tradizione, che risai? almeno sino a Sofocle (FU, 8()2 ) ; 
mentre secondo altri si credeva che Eracle avesse fatto il prezioso dono al 
padre di Filottete, Peante (Apollod. II. 7. 7). 

57.— Enone, già moglie di Paride, adirata contro di lui che avea preferite 
le nozze di Elena, e mossa dalle querimonie del proprio |>adre, mandò il 
figliuolo Corito, avuto da Paride, presso i Greci, perchè ne guidasse la spc- 



commento: vv. 61-74 147 



dizione contro la patria (Schol.). Ignoriamo a quale fonte potesse attingere 
Licofrone ; giacché in scrittori anteriori a lui non abbiamo traccia di questa 
tradizione, se si eccettua EUanico(fr. 126 in F. H. G. M I. p. 61) che ri- 
corda come Corito, figlio di Enone, fosse ucciso da Paride, per avere ispi- 
rato amore alla matrigna Elena : racconto che non ha nessun rapporto col- 
r altro, cui allude Licofrone. Cfr. Grppckbn, Zur Kenntniss Lyc. in Herm. 
XXVI pag. 57rì. In epoca più tarda l'amore infelice di Enone trovò diffusione 
presso prosatori e poeti (Conon, 23 ; Parthbn. erot. 4. 34 ; Ovid. her. V). In 
quanto al racconto su Conto, non vale certamente la pena di riferirsi a Cefalo- 
ne Gergizio ( citato da Partenio ) grande impostore di tarda età. 

61. — Si parla della morte di Enone (vv. 61-68). Enone avea avvertito 
Paride che se fosse ferito ricorresse a lei, che, sola, avrebbe potuto me- 
dicarlo: egli, ferito dalle frecce di Filottete, ricorse a lei, la quale invece, 
piena d* ira, ricusò di medicarlo : Paride moriva, ed Enone pentita, ma trop- 
po tardi, si toglieva la vita (Apoux>d. HI. 12. 6). Ignoriamo a quale epoca 
appartenga questa tradizione e se, pur avendo a fondamento elementi mol- 
to antichi, si sia formata nell' età alessandrina : certo si è che di essa non 
si ha traccia né nei poeti ciclici, né nei tragici, come Euripide, e neanche 
nei monumenti dell' arte arcaica ovvero in quelli del So e 4» secolo. Cfr. 
WnzsXcKER in Roscher, Lex. III. 785. 

63. — I dardi di Eracle eran domatori di giganti, perch* egli nella lotta dei 
giganti contro gli Dei avea coli' arco combattuto in aiuto di Zeus, e doma- 
to particolarmente Alcioneo e Porfìrione (Tzki'z. ): antica tradizione della 
Grecia. Cfr. Prkllkr-R. Griech. Myth. I. p. 6M sgg. ; J. Ilbbrg in Roschkr, 
Lex. I. 1641, 

69. — Si allude a Troia distrutta tre volte : lo da Eracle; 2o dai Greci; 3) 
dalle Amazoni (Schol.). — atsvtD, 3xsv<o è ripetizione propria dei tragici (cfr. 
v. 73 ) ; cfr. Konze p. 93. 

71.— ivaoYdCoooov: tempo presente, in luogo del futuro, usato efficacemen- 
te per mostrare che il fatto si presenta nella sua realtà alla mente esaltata 
di Cassandra vaticinante. 

72. — Tutta la città verrà distrutta e non sarà risparmiata neanche la tom- 
ba di Dardano, figlio di Elettra, la figlia di Atlante. Già Ellanico ( fr. 56 in 
F. H. G. M I. p. 52) conosceva questa discendenza di Dardano; e pare 
eh' egli nel primo libro delle sue storie troiane descrivesse il viaggio di lui 
da Samotracia a Troia (fr. 129, 130). 

74. — Per óxota cfr. vv. 182. 1429. — Dardano fa il viaggio da Samotracia 
a Troia, sotto un terribile diluvio, chiuso in un otre galleggiante sul mare. 
La similitudine dell' otre é comune nella mitologia greca : così l' oracolo 
pitico dice a Teseo che sarà sbalzato dalle onde come un otre (Plut. Thes. 
24). Del diluvio in Samotracia parla Diodoro (V. 47. 5) e Dionisio d'Ali- 
camasso (1.61). — La parola icopxó; è stata oggetto di varie interpretazioni: 
messa in relazione con |iov>j(ir,;=n.óvo; (Konze p. 27) ha preso il significato 
d' un cinghiale delle foreste del Danubio (Cantbr, Scaligero) conformemente 



148 OOMMBNTO : w. 76-87 



a tjuanto dicono gli scoliasti ; o d* una bestia marina (Wilamowitz, de Lyc. 
Aitx, p> 14). Ma preferìbile è l'interpretazione dell' Holzinger , secondo cui 
ICQfil^ In relazione a xsTpasxsXYj; significa una specie di nassa, retta da quat- 
tro bustoni, che avrebbero usata i pescatori dell' Istro , o di Istro città del 
ponto. 

7^, — Ritimna (Pun. u. h. IV.12 [2(»1 59; cfr. Protx>M. HI. 17. 7; Steph. B. 
s. rj €ittà della costa settentrionale di Creta: oggi Rethimo: cfr. Bubsian, 
Geograpkic von Gricchenland^ II. p. 554. 

77.— Nella grotta di Zerìnto.in Samotracia, in onore di Ecate (Stsph. B.5. v. 
2yjwl^^>;) e dei Coribanti si celebravano misteri di carattere orgiastico ; e alla 
dea sì offrivano sacrifìci di cani , a testimonianza dello scolìasta di Aristo- 
fane \Pac. '211) e secondo Sofrone , l'autore dei Mimi {Scko!. Lya oJ. /.; 
€frt V. 1178); cfr. Roschkr, Lex. I. 18M3). La forma Zijf>uv^ sta invece di 
Zr^piwfttov, come 'Axapo; (v. I3t>l) per \\Td(>io;, Ktti^po; (v. 1427) per 
Ktu^éfii'i;; cfr. Konzb p. 35. 

78. — lo credo che qui Saon non sia = Samo = Samotracia; ma che ìndichi 
soltanto la mitica città di Samo, nell' isola di Samotracia, fondata dall'eroe 
Samo^ (EusTATH. Oii Dion. Pkr. 553) o Saon (Diod. V. 48) o Saos (Arist. apd 
SihoL Apoll. Rh. I. 917); e che stia in relazione coli' isola istessa, nel senso 
che li diluvio inondò tutta l'isola ed abbattè persino la forte città di Sao. 
sede dei Coribanti. Il diluvio colpiva soltanto l' isola di Samotracia e non 
lutto ìì mondo. Licofrone poteva aver presente la narrazione di Aristotele. 
I Coribanti di Samotracia erano, come i Cureti, i Cabiri, i Telchini, famiglie 
demoniache abitatrici dei luoghi vulcanici. Intorno ai Coribanti e ai Cureti 
T. [mmisch in RoscHSR, Lex. II. 1587 sgg. 

4 H4. — Intorno all'amore delle foche per gli uomini narra un aneddoto Elia- 
nò (h. V. IV. 5ò). 

Bò.— Due imagini sono fuse insieme: l' uccello rapace e la fiaccola. Paride 
è paragonato ad una fiaccola perchè già Ecuba , prima di darlo alla luce . 
avea cognato di partorire una face che incendiava tutta la città : egli sa- 
rebbe stato la rovina di Troia; e quindi era esposto sul monte Ida (Apolloo. 
HI. ILV 5). L'origine di questa tradizione, cui altrove accenna lo stesso Li- 
w'-ofronc (vv. 225, 913) dovea risalire ad epoca assai antica: ve n'è un ac- 
cenno in Euripide (Traad. 922) e forse anche in Sofocle (F. T. G. N p. 373). 
Dai tragici greci avrà attinto il poeta Ennio (apd Cìcbr. de dir. 1. 21. 42): 
inàltr gravida parere ex se ardentém facem \ visdst in somnis Hécuba — 
tum tsse exitium Tróiae^ pestem Pergamo. 

87.— Elena è chiamata Pefnaia da Ili^vo;, località della costa occidentale 
della Laconia, presso cui stava un' isoletta dello stesso nome (Pads. III. 2ò. 2). 
Perno pare esser stato un piccolo porto o una semplice rada ; cfr. Boa- 
sih^, Gfog. V. Gr. 11. p. 153 sg. A queir isoletta allude ApoUodoro (fr. 139 
in F. H. G.M \ p. 452). Pefno era stata detta «in dal poeta Alcmano (Paus. /. e.) 
patrm dei Dioscuri ; e quindi si sarà creduto che anche ivi nascesse la loro 
sorelli* £lena. — Anche nell'Iliade (VI. 344, 356) è delta ximov Elena; ed il si- 



OOMMENTO : w. 88-94 149 



gnifìcato di questa voce è dato dall'altro appellativo di xuvojxi^, attribuitole 
dallo stesso Omero (II. III. 180): imprudente, sfacciata; cfr. Schol. — La co- 
lomba, come è noto, era sacra ad Afrodite ed indicava amore e lussuria ; e 
forse per questo Elena è paragonata anche ad una colomba. Nel noto Vaso 
di Ruvo ai piedi di Elena svolazza una colomba ( Roscubr, Lex. I. 1961 ). 
Cfr. v. 131. 

88.— Intorno alla nascita di Elena dall'uovo v* erano due leggende; secon- 
do runa, la più diffusa. Zeus invaghito di Leda la ingannava prendendo 
forme di cigno, ond'essa partoriva un uovo dal quale nasceva Elena; se- 
condo r altra. Elena era figlia di Nemesi, che s'era trasformata in oca per 
sfuggire il dio, ma non era riuscita all' intento, ed avea partorito l' uovo che 
dava la vita ad Elena (ApofJx>D. III. 10. 6). La seconda forma della leggen- 
da, che parlava di Nemesi, risaliva alle Ciprie (fr. ò in E, G. F. K p. 24); 
ma evidentemente Licofrone seguiva la prima forma, la più diffusa e che di- 
ventava motivo erotico dell'arte greca; v. ad es. Roschbr, Lex. II. 1927, 1930. 
Se il verbo ijCKoyzùofh.\ abbia significato di generare o di partorire e se quindi 
il soggetto TÓpjoc si debba riferire a Zeus, conformemente alla prima forma 
della leggenda, ovvero a Nemesi, giusta la seconda forma, e cosa, a mio 
credere, di poco momento ; giacché lo stesso Licofrone attesta di seguire la 
tradizione la più diffusa, e di credere Leda madre di Elena, là ove chiama 
Elena Pleuronia (v. 143) e cioè figlia di Leda, ch'era figlia di Laofonte, 
cui fu padre Pleurone secondo la genealogia data da Ferecide (fr. 29 in F. 
H. G. M I. p. 78). Si può anzi pensare che il nostro poeta abbia attinto 
da Ferecide la leggenda, la quale, del resto, era ben nota ad Euripide, che 
particolarmente vi accenna nel drama Elena {Hel. 214 sg; cfr. ìphig. A. 
79.5 sgg.). — TÓpfo; ÓYpó^oixo; si riferisce a Zeus : un cigno violento come un 
avvoltoio. 

90.— Paride, partito da Troia, giungeva presso il Capo Tenaro (Capo Ma- 
tapan) dove si credeva esser una strada sotterranea che conduceva all' Ade ' 
(cfr. BuRSiAN, Geo£. v. Gr. II. p. 150); e già egli col viaggio in Grecia si 
avviava per il regno d' oltre tomba, avendo perduto la vita per Elena (Schol.). 

91.— icy-(a|>jo;= effeminato (cfr. //. III. 39); qui però non ha il significato 
di lussurioso, ma di timido, come spiega lo scoliasta riferendosi all'autori- 
tà di Sofocle (fr. 977 N); cfr. Etym. M. p. 695.49. È evidentemente chiara 
l'antitesi f ra i due concetti del Paride pastore, uso a frequentare le stalle pa- 
terne, e del Paride nocchiero, che si avventurava in lungo viaggio : egli era 
un timido nocchiero. In Euforione (fr. 49 M) si ha xaiptj){jai powv xóicpoi; = 
le stalle paterne dei bovi ; ma qui xóicpou; non può valere " stalle „ essen- 
do queste significate in poooiod^v del v. sg. 

93.— Si accenna al noto giudizio di Paride, che segna il principio della 
guerra troiana, conosciuto già da Omero (//. XXIV. 25 sgg.) e dall'autore 
delle Ciprie (Procl. in E. G. F. K p. ì 7). Paride doveva giudicare chi fosse 
la più bella delle tre dee, Afrodite, Atena ed Era. 

94.— ra^i<pTjXit<; ovoo: mascella d' asino =Onugnathos, e cioè l'odierna iso- 



150 ooMMKNTO : w. 95-105 



letta di Elafonisi, al sud della Laconia, così detta anticamente dalla sua for- 
ma, essendo legata al continente quasi come una mascella d' asino (Paus. III. 
22. 10; 23. 1 ; Ptolom. lU. 16. 9; Strab. VUI. 360, 364). Cfr. Bubsian» Geog. 
V. Gr, U. p. 103, 140. 

95. — Paride da Onugnato giunge nella città di Las e da qui a Gythiom. 
Trovavasi Las nel golfo laconico, sulla costa orientale della penisola dd 
Taigeto (HoM. //. II. 585 et Schol. ad L ; Thuc VUL 91; Sctl. Peripl 46; 
Strab. VIU. 364; Paus. III. 21. 7, 24. 6; Ptolom. IH. 16. 9; Stkph, B, s. r.; 
Liv. XXXVllI. 30). Cfr. Bursian, Geog, v. Gr. II. p. 147. Las si rcpuUva 
distrutta dai Tindarìdi al loro ritorno dalla spedizione argonautica; cfr. n. 
al V. 511. 

97.—* Piedi Fereclei , son chiamati i remi delle navi, costruite da Fercclo, 
figlio di Armonide e grande artefice, che con quell' opera preparò danno ai 
Troiani e a se stesso (//. V. 59 sgg.). Secondo un uso favorito da Licofro- 
ne qui il nome proprio Fereclo, anziché al gen. sing., è adoperato come ag- 
gettivo attributivo. Cfr. Bachmann ad /. et ad v. 98; Konzb p. 91. 

98. — Gythium trovavasi a nord di Las sulla medesima costa. Fu por- 
to militare degli Spartani, e sin all'epoca romana scalo commerciale im- 
portante. Oggi esistono le rovine (Paus. 111. 22. 3; Ptolom. IH. 16. 9); cfr. 
Bursian, Geog. v. Gr, 11. p. 144. — ^laoat oaKotyi^at significa che Paride vi- 
sitò due porti, e cioè non andò direttamente da Onugnato a Gizio, ma pas- 
sò da Las facendo così due traversate. 

101. — Paride viaggiava con nove navi: e così aveva detto Ferecidc 
{Schol.)\ e forse nel descrivere il viaggio il nostro poeta ha presente lo stori- 
co. — Qui il verbo ìaóoi ha il significato di xaùcu. 

103.— Le due figliuole di Elena erano Ifigenia, avuta da Teseo, ed Ennio- 
ne da Menelao. Soltanto Ermione è ricordata da Omero {Odyss. IV. 14); ma 
secondo il Wilamowitz (Die beiden Elektrcn in Herm, XVIII. p. 261) anche 
r autore della Teichoskopia {II. III. 144) avrebbe conosciuto il ratto di Ele- 
na eseguito da Teseo, e cosi pure l'avrebbero presupposta gli autori delle 
Ciprie e della Piccola Iliade. Il Wilamowitz però non dà importanza alla 
notizia di Pausania (II. 22. 7) secondo cui non solo Euforione ed Alessan- 
dro Pleuronio, ma anche Stesicoro avrebbe detto Elena madre di Ifigenia. D 
Geffcken {Zur Kenntniss Lyc. in Herm. XXVI p. 572) invece riconosce esatta 
la notizia di Pausania; ed in vero, a mio credere, nessuna meraviglia v'è 
che Stesicoro cantasse la leggenda di Elena rapita da Teseo e liberata dai 
fratelli Dioscuri, ma diventata madre di Ifigenia ( = fr, 27 in P. L. G. B 
III. p. 216) una volta che questa leggenda era divulgatissima da storici, quali 
Ellanico (fr. 74 in F. H. G. M I. p. 55) Ferecide (fr. 109 in F. //. G. M L 
p. 97) e Duridc Samio (fr. 3 in F. H. G. M II p. 470). Ed è noto come Stesi- 
coro parlasse spregevolmente di Elena, moglie di più mariti; cfr. n. al v. 
146. Secondo Licofrone pertanto Elena cadeva nella rete la seconda volta, 
essendo stata già rapita prima da Teseo. 

105. —Ben comprese lo Scaligero che xrsfwiv è eguale al lat. formido: 



commento: vv. 106-108 151 



la fune ornata di penne d' uccelli, che serviva a spaventare le fiere e farle 
cadere nelle reti. Di questa frode dei cacciatori parla il poeta Grazio ( v. 
75 sgg.). 

106. — Elena era rapita da Paride mentre nella spiaggia sacrificava alk 
Baccanti e ad Ino Leucotea. Le Thysai o Thyiades erano Baccanti; cfr. Prel 
LER — R. Gr. M. I. p. 694. Byne ( v. 107 ) corrispondeva ad Ino Leucotea; 
cfr. RoscHBR, Lex. I. 840. Le Baccanti erano legate al culto d'Ino, inquan- 
tochè costei, figlia di Cadmo, era sorella di Semele, la madre di Bacco, ed 
anzi si credeva che avesse educato il giovine nume, il quale era rimasto 
senza madre. Ino, la infelice madre che fuggendo col figlio Melicerte tru 
le braccia, per scansare la follia del marito Atamante, che già avea uccìso 
l'altro figlio Learco, precipitava nel mare, era adorata quale divinità ma- 
rina. Elena dunque sacrificava ad Ino ; ma dove ? Stando alla descrizione 
del viaggio fatta da Licofrone parrebbe che Paride trovasse Elena sulta 
spiaggia vicino Gizio. E non sarebbe egli giunto a Sparta ? È noto come 
la tradizione vulgata facesse rapire Elena a Sparta (Apollod. III. 12. 6); e 
quella tradizione avrà probabilmente seguito Licofrone. lo credo che il poe- 
ta scrivendo avrà avuta presente qualcuna delle feste che solevan celebrar 
si in onore di Leucotea; la quale godeva grande culto in Laconia (Sam 
Wide, Lakonische KuHe^ Leipzig 1893, p. 227 sgg.). È naturale pensare 
che Leucotea venisse considerata anche come divinità fluviale, oltreché ma- 
rina. In Amicle, città non lontana da Sparta e posta anch' essa suU' Eurota. 
accanto al culto di Dioniso e di Semele, si avea traccia di quello di Ino an- 
che al tempo di Pausania ( III. 19. 3 ); onde è da supporre eh' ivi si cele- 
brassero feste in onore di Ino e di Bacco e delle Baccanti, e che Licofrone. 
facendo sbarcare Paride a Gizio ed incamminare verso Sparta, imaginassc 
che rapisse Elena in una di quelle feste. Pertanto io traduco àv xftóxo^ai 
(v. 107) * sulla riva del fiume „. Per Byne cfr. Euphor. fr. 91 M. 

108. — Paride, in compagnia di Elena, va in Attica passando perScandea, 
porto dell'isola di Citerà (Cerigo) già ricordato da Omero (//. X. 268) e 
per Aigilia ( Cerigotto) isoletta tra Citerà e Creta. Cfr. Bursian, Geog, v. 
Gr. II. p. 103, 141 sg. Evidentemente qui si hanno gli elementi di due tra^ 
dizioni diverse. Non tenendo conto dell'antica tradizione omerica che al 
ludeva ad un soggiorno di Elena in Fenicia e in Egitto ( //. VI. 29< > 
Odyss. IV. 227 sgg; Hbrod. IL 116) e dell' altra delle Ciprie {E. G. F. K 
p. 17 sg.; cfr. Herod. II. 117^ che faceva invece viaggiare Paride ed Elenn 
direttamente da Sparta ad Ilio, si diceva comunemente che Paride, fuggilo 
da Sparta, avesse goduto il frutto della sua rapina, per la prima volta, nel 
r isola di Cranae ( Ps. Plut. de vii. Hom. I. 7 ) che secondo alcuni era at 
sud della Laconia, di fronte a Gizio ( Paus. III. 22. 1 ; cfr. Stbph. B. s. v 
Kpavarj ) od era la stessa isola di Citerà ( Eustath. Hom. 433. 21 ; 278. 34 ) 
ovvero secondo altri, col nome d'isola di Elena, era posta accanto all'At- 
tica (Strab. IX. 399; cfr. Eurip. Hel. 1673; Pomp. Mel. II. 7. 109; cfr. 
Bachmann ad. l.J, Queste due opinioni corrispondono alle due forme deJia 



162 commento: w. 109-112 



leggenda, 1* una delle quali faceva andare Paride da Sparta in Attica, e for- 
se in base ai ricordi che si avevano in Atene della venuta di Elena, rapita 
da Teseo e affidata alla madre Etra ; l' altra, da Sparta, e quindi da Giiio, 
Egilo, Scandea lo conduceva in Egitto, secondo la tradizione della Palinodia 
stesicorea e della narrazione di Erodoto ( cfr. n. al v. 112). Licofrone ri- 
corda simultaneamente entrambe le tradizioni, e lascia che Paride vada in 
Attica e in Egitto. Le due tradizioni possono coesistere senza contraddizione. 

K>M. — Traduco «t^iv • ardito , ; cfr. n. al v. 27. 

110.— Seguendo V interpretazione dello Scheer. tolgo la virgola dopo códov 
e la pongo dopo Wx-nJ; (v. sg.) e costruisco òr/éa; xódfiv svt opdxovxo; yr^o^ 
'Ax-r^;, axr^KXouyio; òi)LÓ(>tpou pr^ysvoO;. La medesima cosa sono ^ijiópipoo piX«voò; 
e ^óxovto; : l' una espressione serve a chiarire T altra. — *Axxrj, come è no- 
to, era 1' antico nome dell* Attica ; e lo stesso Licofrone così la chiama al- 
trove (V. 1339); cfr. Euphor. fr. 27 M. Qui si allude all' isoletU dell'Attica, 
Cranae, che, come dicemmo, era anche chiamata Elena-, perchè era conside- 
rata come il luogo dove Paride per la prima volta godette della sua pre- 
da. Ad essa evidentemente allude Euripide, quando indicando il luogo dove 
Ermete nascose Elena, dice {Hel. 1673)— xop' 'Ax-qf xìtojùvtjv vìJsov Xijm, 1 
'EKsvTj TÒ Xoiròv 5v ^poxoì; x£xXr^3£tcti. E a ragione quindi 1' Holzinger osser- 
vò che erra Tzetze stimando che qui si parli dell'isola di Salamina e del 
mito di Cicreo (cfr. n. al v. 451). Ma a torto egli pensò che Licofrone in- 
tenda parlare di Eretteo. E vero che sin da Omero ( //. U. r>48 ) Eretteo 
era considerato come nato dalla terra: cosa comunissima presso, i popoli 
che si credevano autoctoni; ma la tradizione diffusa che parlava del re del- 
l'Attica, figlio della terra e della forma di serpente, riguardava Cecrope, e 
c'è riferita da Apollod. III. 14. 1 : Kix(>o^ aÒTÓ/^v, s'j^^us; iywv smfia 
ccvòpò': xat òpóxovTo;, Tf^i 'Arcixf^; ì^ajCkz'jzz ^cfxùto;, xa\ xìjv -pfjv xpóxspov 
X*Yo^uvr|V 'AxTTJv. — Manifestamente la tradizione di ApoUodoro corrisponde 
a quella del nostro poeta, e ci spiega perchè Cecrope, re dell' Attica, fosse 
chiamato figlio della terra e di duplice natura, non tenendo conto delle 
varie spiegazioni date da Tzetze ( Philocu. fr. 10 in F. H, G, M I. p. 386). 
Cecrope è detto ò()LO(>t&o; perchè mezzo uomo e mezzo serpente. Così Ovidio 
{tHci, II. 5r>ó ) lo dice gcminuSy e Giustino (li. 6. 7) biformis, 

112. — Buona l'interpretazione dell' Holzinger della frase ^Jis(>Qnf iraXov 
K6t(>iv ( = -(oqio;): ** il secondo giorno delle nozze , ; interpretazione fon- 
data sull'autorità di Axionikos (apd. Athkn. III. 9ó e.) il quale, secondo in- 
tende il (^saubonus { Animadvers. III. e. 15 tom. 1 p. 229) usava ìtoXov 
r^^i^ nel senso del primo giorno delle nozze. Cassandra prediceva che Pa- 
ride non avrebbe visto il secondo giorno delle nozze con Elena, e cioè, co- 
me io traduco, al secondo giorno delle nozze non avrebbe vista Elena. 0>- 
me intende lo scoliasta, infatti, il poeta imagina che Paride abbia goduto 
in Attica la prima, e la sola volta, la compagnia di Elena, e che partito e 
sbalzato dalle onde in Egitto sia stato da Proteo derubato della preda: egli 
non giungeva a godere il secondo giorno delle nozze e non restava padro- 



coMMBNTO : w. 1 1 2-1 1 5 1 53 



ne che d'un semplice etSwXov di Eiena. Se ammettiamo col Preller (Gr. M. 
II. p. 112 n. 2) che manchi di verisimiglianza la notizia d'uno Schei. Lyc. 
V. 822, secondo cui prìmo Esiodo avrebbe parlato dello stScoXov di Elena, 
dobbiamo ritenere che primo a farne menzione sia stato Stesicoro, il quale, 
volendo risarcire l' ingiuria fatta ad Elena in precedenti versi , scriveva la 
Palinodia negando che Elena fosse andata con Paride in Troia ed asseren- 
do che di lei ivi fosse giunto solo un st^Xov (fr. 26 in P. L. G. B IH. p. 
214; cfr. i luoghi ivi riferiti: Isoìirat. Encom. Hel. 64; Plat. Phaedr. p. 
243 A; repub, IX. 58 C; Aristot. II. 72). Erodoto poi, pur non facendo 
menzione dello st^Xov, riferiva la tradizione locale dell'Egitto, appresa dai 
sacerdoti, secondo cui Paride giunto sul Nilo avrebbe avuta tolta Elena dal 
re Proteo, perchè fosse restituita al legittimo marito (II. 112 sgg.). Euripide 
quindi informava a questa tradizione il drama Elena, rappresentando la bella 
greca in Egitto affidata al re Proteo e riserbata al marito Menelao, e l'st^uXov 
di lei presso i Troiani {Hel. argom.i cfr. Apollod. epit. 3. 5, 6. 30 in My- 
thogr. gr. W. p. 189, 227). La tradizione di Licofronc comprende la stesi- 
corea e la erodotea; cfr. n. al v. 820. 

115. — È Proteo una divinità marina, rappresentato quale protettore delle 
leggi d'ospitalità: punisce Paride che avea ingannato l'ospite Menelao, ma 
non lo vuole uccidere perchè suo ospite (Hkrod. II. 115). Probabilmente la 
mancanza della facoltà di ridere e piangere è attribuita a Proteo come simbolo 
di giustizia severa ed inflessibile; e forse a ragione il Canter ad l. la spie- 
ga nel senso che Proteo non potesse accogliere ne lietamente né mestamen- 
te la notizia della morte dei nefandi figliuoli. I vv. 126-127 mostrano chia- 
ramente ch'egli era d' Egitto e non di Tracia, come mostra di credere Vir- 
gilio {Georg. IV. 3^K)). Egli dall'Egitto era andato in Pallene, detta antica- 
mente Flegra dai Campi Flegrei, ov' erano i Giganti; cfr. n. al v. 127. Da 
Torone (forse personificazione della omonima città) avea avuti i figli Poli- 
gono (o Tmolo) e Telegono, che usavano uccidere gli ospiti vinti in lotta; 
ond'egli sdegnato di tanta nefandezza pregò il divino suo padre Posidone di 
farlo ritornare nella sua patria, in Egitto; e vi tornò per una via sotterra- 
nea. Apollodoro (li. 5. 9) ci fa sapere che i figli di Proteo furono uccisi da 
Eracle; ma non sappiamo chi, prima di Licofrone, avesse parlato del mera- 
viglioso viaggio di Proteo. Si pensi però come nell'antichità fosse comune la 
credenza che sotterranee vie mettessero in comunicazione correnti d' acqua 
o di fuoco, e come spesso a ciò si desse mitologicamente un significato amo- 
roso. Così, non tenendo conto del notissimo mito di Alfeo ed Aretusa, si 
credeva che l' Inaco, fiume personificato, scendesse dal Pindo e passando 
attraverso il paese degli Anfilochi e degli Acamani s' immischiasse nelle ac- 
que dell' Acheloo e quindi attraversasse il golfo di Corinto, per spuntare poi, 
sotto forma di sorgente, nel villaggio di Lirceio (Soph. apd Strab. VI. 271); e 
parimente che 1' Asopo del Peloponneso e il Meandro d'Asia fossero lo stes- 
so fiume, e che l'inopo, fiume dell'isola di Delo, traesse origine dal Nilo, e 



154 coMMBMTo: w. 116-132 



il Nilo stesso comunicasse coU' Eufrate (Paus. li. 5. 3, 4). Dei fiumi che odio 
maris ipsa subeunt vada discorre Pun. w. *. 11. 103 (106) 225. 

1 16.— Si ha uno degli esempi di amplificazione frequenti in Licofrone; cfr. 
KoNZB p. 96; cfr. Edkip. Hippol. 1 260 : ou&*i^$o)Lai ':otaì*oi>T*sx€t)r^o^tai xozoì;. 

119. — Tritone è nome antichissimo del Nilo (Apollon. Rh. IV. 269 et 
Schol.ad. /.); cfr. v. 576. 

127. — Pallene è detta nutrice di Giganti, perchè ivi, nei Campi Flegrei, si 
credeva avvenuta la lotta di quei mostri cogli dei e con Eracle. I campi Pie- 
grei in due località diverse si collocavano dagli antichi : in Pallene (v. ad es. 
Hkrod. vii. Ì 23; Abschyl, Eum, 295; Eurip. lon, 988; Eprob. fr. 70 in F. 
//. G. M I p. 255; Strab. Va 330. 25, 27) e in Campania (Tm. apd Dioo. 

IV. 21 =.fr. 10 in F. H. G. M I. p. 195; cfr. Strab. V. 245. 248; VI. 281). 
La lotta dei Giganti solevasi localizzare nei luoghi vulcanici, sebbene oggi 
non paia che il suolo di Pallene sia di natura vulcanica; cfr. Ilbbbo in Ro- 
scHKR, Lex, l. 1652. Cfr. n. al v. 688. 

1 28. — Guneo, a detta dello scoliasta, era un arabo rinomato come giudice 
scrupolosissimo, onde dalla regina Semiramide veniva mandato a sedare i 
Babilonesi ed i Fenici ribelli. Si ricordavano pure un Guneo di Tessaglia ed 
un altro di Arcadia ; ma non pare che abbiano relazione col primo. Cfr. Stoix 
in RoscHKR, L€x, I. 1777. 

1 29. — Temide era adorata in Ichnai, città della Tessaglia Ftiotide o della 
Macedonia (Strab. IX. 435; Hbrod. VII. 123; Hbstch. s. v. '*I)rvai7j); onde avrà 
preso il nome di Ichnaia, sebbene più tardi questo nome si sia voluto spie- 
gare nel senso che la dea tenesse dietro alle orme degli uomini (SckoLJo 
alle tracce dell' ingiustizia, come intendeva il Welckcr (Grieck, GótUrUkrc, 
HI. p. 19 apd Dbcharme, Myth. de la Grece antiq. p. 214 n. 4). Temide, 
comunemente detta fìglia di Urano, secondo altri era chiamata figlia di Elios, 
o Sole (QuiNT. Smtbn. XIII. 299) forse per significare che la Giustizia vede 
e sente tutto (Schol.J. 

131. — Elena è paragonata alla colomba, sacra ad Afrodite; cfr. n. al 

V. 87. Che la voce xdosa, contenente l'idea della oscenità, possa aver rap- 
porto col nome kaasctv^, come pensò il Klausen ("Aen. u. Pen. I. p. 189) 
non è da ammettersi. 

132. — Afflitti dalla peste, i Lacedemoni furono consigliati dall' oracolo di 
sacrificare sulla tomba di Lieo e Chimereo, figli di Prometeo e Celeno, che 
giacevano sepolti in Troia. Vi mandarono Menelao, il quale fu ospite di Pa- 
ride. Ma questi allora uccise involontariamente il giovinetto Anteo, figlio di 
Antenore, e da lui amato , onde, temendo d' andare incontro ad una pena, 
partì da Troia assieme a Menelao. Non possiamo stabilire col Welmann 
{Comment. Pkil. Grypkiswald. p. 65) che questo mito di Lieo e Chimereo a- 
vesse tolto il nostro poeta da EUanico, solo per il fatto che costui, {>arlando 
delle figlie di Atlante eh* ebbero prole divina, avrebbe ricordata Celeno quale 
madre di Lieo (fr. 56 in F. H. G. MI p. 52); mentre ignoriamo se pure ac- 
cennasse al fatto della peste e alla missione di Menelao. 



GONMKNTO : w. 134-145 155 



134. — Il nome 'A'Szù'Z indica da per se stesso la vaga giovinezza ed 
è comune nella mitologia greca. 

135. — Aqot'wv = Aqottoc è un appellativo di Posidone, che trova riscontro 
in Àqot, la dimora del dio ricordata da Omero (//. XIII. 21) e che serve ad 
indicare il moto impetuoso delle onde. Cfr. Prbllbr-R. Gr, Myth. I. p. 568 
sg. — Il sale era considerato come simbolo di ospitalità ; onde il costume di 
porlo in tavola innanzi agli ospiti. Era stimato purificatore d'ogni male. L'an- 
tico scoliasta riferisce il verso di Euripide (Ipk. Taur. 1193): &cfXa?3a xXu^si 
icovTot zòybpóitcmv maxà. Sul significato dato al sale dagli antichi disputa Plut. 
quacst. conv. V. 10. 

138. — Esposto Paride, appena nato, sul monte Ida (cfr. n. al v. 86) 
fu per cinque giorni allattato da un' orsa , sinché fu raccolto da Agelao 
(Apollod. III. 12. 5). Non abbiamo nessun dato per credere che questa leg- 
genda si trovasse già nelle Ciprie, come lascia supporre il Prbllbr, Gr. 
Myth. U p. 411 sg. 

139. — Paride cantore è rappresentato anche da Horat. carm, I. 15. 14: 
grataque fcminis \ inbelli citkara carmina divides. La forma <i»aXd30siv corri- 
sponde a 4«7.X«tv ; cfr. Konzb p. 24. Su ti; xsvóv cfr. Parobmiogr. Gr. II. 
p. 752. 19 ed. Leutsch, già ricordato dal Kinkel ad Schol. ad l. 

141. —Si allude alla distruzione di Troia per opera di Eracle. 

143. — I cinque amanti di Elena sarebbero stati : Teseo, Menelao, Paride, 
Deifobo, Achille. — Elena baccante già sacrificava alle Baccanti; cfr. n. al v. 
1(^. — Elena è detta Pleuronia, come già era stata chiamata dal poeta Ibleo 
(Schol. Apollon. Rh. I. 146 = fr. 39 in P. L. G. B III p. 249) perchè secondo 
la genealogia di Ferecide (fr. 29) era figlia di Leda, la Aglia di Laofonte cui 
fu padre Pleurone; sebbene secondo un'altra genealogia, e forse la più comune, 
padre di Leda era Testio, figlio di Agenore, figlio di Pleurone (Apollod. 1. 
7. 7; Paus. in. i9. 8). Non ha valore la spiegazione di Pleuronia, data da 
Tzetze, da Pleuron, città del Peloponneso corrispondente a Terapne ; e neppu- 
re si potrebbe derivare da Pleuron, città dell' Etolia (v. ad es. Strab. X. 451); 
che quella città non era patria di Elena: è da credere in\rece che il nome 
della città si facesse derivare dal nome dell' eroe. 

145. —Era destino che Elena sposasse cinque mariti. Le zoppe figlie di 
Teti (dea del mare) sono le tre Parche (Moìpat): Cloto, Lachesis ed Atropos. Nella 
Teogonia di Esiodo le Parche son figlie di Zeus e Temide (v. ^XH sg.) seb- 
bene altrove (v. 217) dallo stesso poeta sieno indicate, senza nomi, come 
figlie della Notte, evidentemente secondo un'altra tradizione che svela la 
majicanza d' unità nel poemetto esiodeo, q^uale noi possediamo, ma che pro- 
babilmente era la più vetusta. Qui Licofrone le chiama figlie del Mare, cioè 
di Teti; e forse egli ha presenti le relazioni che secondo gli antichi aveano 
le Parche colle feste nuziali : esse erano considerate, non solo, come rego- 
latrici delle sorti umane in genere, ma dei lieti e tristi casi che tengon die- 
tro al solenne atto della vita, il matrimonio ; onde i fidanzati sacrificavan lo- 
ro, avanti il matrimonio; e negli Uccelli d'Aristofane (v. 1734) nella festa 



156 ooMMBNTO : vv. 14f)-149 



di nozze di Zeus con Era le Parche cantano 1* imeneo. Le Parche son 
dette juioi (v. 144). secondo lo scoi tasta = zoppe; e il Canter ad. l. (rife- 
rendosi ad EusTATH. ad Iliad. Vlfl. 4U2 p. 720. 13 e DC. 500 p. 768. 26) 
intende zoppe propUr inaequalitatem et dissimilitudinem fatorum. Il Bach- 
mann ad l, invece (riferendosi ad Hkstch. s. v, fuiat) spiega questa voce nel 
senso di dcbiles sive decrepi toc, iia ut Parcae antiquissimae matris j^ram- 
daevae filiae dicaniur, 

146. — Stesicoro avea narrato che Afrodite era stata offesa da Tindaro, il 
quale la avea trascurato in un sacrilìzio offerto agli dei: xstva SI TuvSapéou 
xópai; I yoK<»iaa|uva ^joi^oa; xs xat xpijcrjiou; xt^^aiv | xat XiicsscÉvopa; (fr, 26 
in P. L. G. B 111. p. 216). Da qui la leggenda dell'accecamento del poeta e 
la ragione della sua Palinodia. Secondo la tradizione s^^ìta da Licofrone, 
non due o tre, ma cinque furono i mariti di Elena. 

147. — Teseo e Paride sono i due mariti di Elena paragonati a lupi e ad 
aquile. Credo che le due imagini si riferiscano simultaneamente ad entrambi : 
neirimagine del lupo c'è l'idea della rapacità, e quindi dell'intensità della 
brama ; e in quella dell* acquila v'è il concetto della rapidità e dell' acutezza 
della vista. 1 due rapitori furono di buona vista nel senso che scelsero co- 
me preda la bellissima Elena. 

148.— xpiópyr^; da Plinio (n. A. X. 8 [9] 21) è annoverato nel numero degli 
sparvieri : ma è da credere che dal nostro poeta sia considerato come una delle 
specie d'aquile, e che questa voce sia usata come un appellativo dell'aquila 
stessa. Quale idea esprima qui veramente, non sappiamo; forse quella della 
salacità, come reputò il Bachmann adì. e quindi dell'arditezza e dell'audacia. 

I4M. — Il senso dei vv. ]49-15C^ nei quali si parla di Menelao, none ab- 
bastanza chiaro. Alcuni critici hanno giudicato scorretto il v. 15i), quale 
ora si legge nell'ed. del Kinkel, ed hanno proposto nuove lezioni. Così lo 
Scheer legge ^Kfiywrvi (>(Cav, togliendo dopo quest' ultima parola la virgo- 
la; e il Wilamowitz (dt Lyc, Alex. p. 7 n"') propone di leggere ^apHépvj. 
L'Holzinger è ritornato alla vecchia lezione; ed io credo a ragione ; senonchè io 
seguo lo Scheer nel togliere la virgola dopo f^t'C^jc. Sintatticamente il ver- 
so (15i)) può correre, e riguardo al senso io non vedo quelle difficoltà che 
altri pare v'abbia trovato. L'idea principale del periodo sta nella voce 
^^apov, volendo il poeta far rilevare che Menelao non poteva dirsi un 
vero greco, perchè d'origini barbare. Né qui do peso all'osservazione, ap- 
parentemente giusta, dell' Holzinger, il quale non crede che Cassandra, che 
vanta origini frigie (v. 1397) possa chiamare barbaro il frigio Pelope, come 
già r avea chiamato Sofocle {Aiax. v. 1 292) ; poiché qui è da pensare che 
parli più il poeta greco, Licofrone, che la frigia Cassandra; che già neila 
bocca di lei la parola " barbaro „ non potrebbe avere valore alcuno. Me- 
nelao, secondo il poeta, era un greco, ma non di puro sangue: in ogni ra- 
mo della sua famiglia si rintracciava l' elemento barbaro. Ciò posto, la voce 
^ctpplapov rappresenta il soggetto logico della proposizione principale e tutto 
il resto del periodo serve a spiegare l' idea compresa in quel soggetto ; don- 



ooMMKNTo: vv. 152-153 157 



de viene anche che la parola 'Kicsióv(v. 151) prende il significato di ^ della 
gente epea ^ e non di Epeio propriamente detto, in modo che cbe^itpvfj ^o- 
vatr si riferisce non soltanto ad ^Apfstov ma ancora ad *£iC5tóv, proprio co- 
me pensa lo scoliasta: fr^otv ouv oh ooxs 'Eicsiò; owts 'Apralo; (zx(9ai(pv(ì);. 
Veniamo al particolare. Menelao era libio, perchè discendeva da Atlante, 
ch'era di Plino, città della Libia, e quindi un barbaro (Atlante, Sterope, 
Enomao, Ippodamia, Pelope, Atreo, Menelao : SchoL ad l. ; cfr. Apollod. III. 
10. I ). Ma Pelope era fìglio del frigio Tantalo, del paese vicino alla Caria ; 
e quindi Menelao risentiva anche l' origine asiatica. E qui credo che Kaptxtìiv 
xoxtMv (che secondo me non ha niente da vedere né col Kaptxó; della La- 
conia, imaginato da Tzetze, né col Kopuòv xst)ro; dell' Africa, di cui parla 
r Holzinger) abbia appunto il significato generico di ^ discendenza barba- 
ra ^ essendo noto come presso i Greci, cario significasse mezzo barbaro, 
tanto che xopcCo» valesse parlare come un barbaro (Strab. XIV. 663; Hbsych. 
5. V. xopixa'Csiv, xapp'^Csiv, xoppatCsiv) ; e per poppapo; si usava la voce xdp- 
^apo^, che si metteva in relazione con Kdp, il mitico progenitore dei Cari ; 
cfr. n. al v. 6<.>5. Menelao poi era anche cretese, quale discendente di Mi- 
nosse (Minosse, Catreo, Erope, Menelao); v. Sckol. ad /. ; cfr. Apollod. 
III. 1. 2, 2. 1. Ma Minosse era figlio di Europa, figlia di Agenore o. secondo 
altri, di Fenice (Apollod. III. 1. 1.) della gente fenicia, onde Menelao nean- 
che poteva dirsi vero Cretese. Potea chiamarsi Epeio, inquantochè Ippoda- 
mia era nata in Elide, detta sin da Omero paese degli Epei (//. II. 619; Odyss. 
XIII. 275; cfr. Strab. Vni. 336; Paus. V. 1. 4, 8 ; Steph. B. v. v. 'HXi;); 
come pure si poteva chiamare Argivo, o della Laconia, perchè ivi avea si- 
gnoria; ma di sangue non era né un vero Eleo, né un vero Lacone. 

152. — Da qui al v. 167 si parla di Pelope. Degli dei che banchettavano in 
Olimpo, la sola Demetra, la dea di Enna, sopraffatta dal dolore per la per- 
dita della figlia Cora, non si avvide d' avere nel piatto le carni di Pelope 
e ne mangiò 1' omero ; cfr. n. al v. 55. 

153.— Ercinna (Herkynna) figlia di Trofonio, innalzò a Demetra un tempio 
a Lebadea in Beozia, e dal suo medesimo non» V appellò Demetra Ercinna 
(TzKTZ.). Pausania (IX. 29. 2) ci fa sapere che in Lebadea sorse il tempio 
della ninfa Ercinna, compagna di Cora. Evidentemente il culto della ninfa 
fu identificato con quello di Demetra e Cora.— In Telpusa (o Telphusa) città 
dell' Arcadia, presso il fiume Ladone, Demetra era onorata come Erinys (An- 
timach. apd Paus. Vili. 25. 4 = fr. 28 e 29 in E. G. F. K p. 248 sg; Cal- 
UMACH. apd Schoi. Lyc. 153, 1225 = fr. 2(17 Schn. p. 456; Schoi, Lyc. 1040); 
e secondo Ottofredo MuUer questa Demetra Erinys era originariamente iden- 
tica alla Erinys Tilphossa della Beozia. Sui particolari del mito e del culto 
cfr. Walter Immbrwahr, Die KulU und Mythen Arkadiens (Leipzig 1891) 
p. 109 sg. 113 sgg. ; cfr. n. al v. 1040, 1225. — Boupta era detta Demetra, 
secondo lo scoliasta, perché diventata furente di dolore per la perdita della 
figlia. Ma io credo che la giusta interpretazione sia quella che si legge nel- 
la parafrasi bizantina (apd Schbbr. ed. Lyc. I. ad /.): chcò -::óX£<u;, '::a^jà 8ou- 



158 ooMMENTo: vv. 154-159 



ptoiT ouTiu xi)uu(isvr| e che qui s' intenda Turio, la città della Magna Grecia, 
dove già fioriva il culto di Demetra; cfr. Roschrr, Lex. II. 1 3(Ì6. — Infine De- 
metra è chiamata Hitpr|^ó(>o;, perchè in Beozia era rappresentata colla spada 
in mano (Schol), 

154. — aaopxa sta per a3af>xov= senza carne, spolpato, e cioè 1* omero pri- 
vo della carne, che la dea avea già mangiato. — Per siÙ)l^3U3«v cfr. v. 413;e 
per *€Ìpc{> V. Etym. A/. 780. 3C>: fapu^S *«f^ **^ fépat — ói; \. ìzù^ì^vjssv 
cpdpip, òvTÌ Toù <&afiOfYi. Cfr. Schcbr in Rhein, Mus. XXXIV. p. 279 ; cfr. G. 
Hermann, Opusc. p. 236, il quale respinge la lez. Tdopip preferita dal Bach- 
man n. Io non credo che il mito abbia carattere razionalista, alludendo a 
Demetra, o la terra, che nel seno inghiotte i chicchi del grano, come pensò 
il Gbfpckbn, Zur Kenntniss Lyc, in Hcrm. XX\1. p. 570; e reputo che ve- 
ramente il poeta usi la parola «dpcu per (pd(>u]fYt. Anche l'autore della più 
antica parafrasi greca (riportata dallo Scheer in ed. Ltc.) spiega : xorsfoqfs 
Ttf <pdf>0T(i Cfr. Introduz. p. 28 sg. 

155. — (wXfivtxr^v yóv^v indica la cartilagine dell'omero, e cioè l'osso 
senza carne. Ben tradusse lo Scaligero la voce iv^ou^iivTj vorax epulata. 

156. — Pelope fu richiamato in vita da Ermete, secondo lo SckoL Pend. oI. 
I. 37. La tradizione pindarica (o/. I. [63]41 sgg.) lo fa rapire da Posidone ed 
abitare 1' Olimpo, egualmente che Ganimede. Ammesso che Licofrone segua 
tale tradizione, pare che Pelope a malincuore stesse accanto al dìo, e che 
fosse fuggito dall'Olimpo col consenso di Zeus, il quale lo mandava in Le- 
trina, e cioè in Elide. 

157. — Nao^s&ov =» Posidone, il dio dei naviganti. 

1 58.— 'Ef>r/^ó; secondo alcuni valeva Posidone, secondo altri invece Zeus 
(Schei), Comunemente, in vero, soleva indicare Posidone, e che in Atene e 
in Arcadia significasse Zeus, c'è detto soltanto dallo Schei. Ltc. 431; ma 
si pensi che lo stesso Licofrone in quel luogo (v. 431) dice Zeus Eretteo, e 
tanto basta. Ciò osservò il GefTcken (Zur KenntHtss Lyc. in Hcrm. XXYI. 
p. 568 ) ; e, del resto, stando al senso del racconto , una volta ammesso 
che qui Eretteo equivalesse a Posidone, non si comprenderebbe bene come 
mai Pelope, da un canto, volesse fuggire il dio, e, dall' altro, questi lo man- 
dasse in Elide. — In quanto a Letrina, città dell' Elide, cfr. n. al v. 54. 

15^. —Da qui al v. 167 si allude alla corsa vittoriosa di Pelope e alla mor- 
te di Enomao. Era Molpide eroe dell* Elide cui eran consacrati un tempio ed 
una statua per avere spontaneamente sacrificato se stesso a Zeus ('O^i^o; o 
'Ojippo; od anche 'ViTio;=sil dio delle pioggia) affinchè, secondo l'ammonimento 
dell' oracolo, avesse termine la siccità che affliggeva il paese (ScholJ. Nulla 
sappiamo di questo eroe; pare che a lui alluda Ovid. Ib. 397 : ut qui post 
ìongum, sacri monstrator iniqui^ \ cìicuit pluvias victima caesus aquas. Lo 
scoUasta dice che per MóXiciòo; xsipav si debba intendere tutta l'Elide, e 
cioè il paese dove Pelope gareggiò nella corsa con Enomao; sicché, in tal 
caso, il poeta potrebbe significare che i cavalli e le ruote del veloce carro 
di Pelope avean ridotte in polvere le pietre dell' Elide. Pelope avea ricevuto 



coMMBHTo: w. 162-165 159 



il carro e i cavalli dal dio Posidone(PiKD.o/. I. [139] 9C>). Enomao prometteva 
la mano della figlia Ippodamia a chi l' avesse superato nella gara della cor- 
sa (da Pisa, neir Elide, all'istmo di Corinto, secondo Diod. IV. 73, 3 ov- 
vero nella stessa Elide, secondo Paus. Vili. 14. 12); e i competitori vinti 
uccideva, finché gareggiando con Pelope precipitò dal carro, tradito dal- 
l'auriga Mirtilo, il quale fece sì che nell'impeto della corsa le ruote saltassero 
fuori del fuso. Mirtilo, innammorato anch' egli d' Ippodamia, avea voluto 
porsi ai servizio di Enomao, come auriga, e poi s' era lasciato vincere dal- 
le promesse di Pelope. Ma Pelope non rispettò la promessa ed uccise Mir- 
tilo facendolo precipitare nel mare, che da lui prese nome. Il mito di Eno- 
mao, Ippodamia e Pelope pare esser già cantato nelle grandi EU (Paus. VI. 
21, 10=fr. 158 in E. G. F. K p. 141). Vi accennava Pindaro (oL I. [112] 
72 sgg.) ma lo stesso Fericide pare ne desse ampia notizia ( fr. 93 in H, 
G. F. M I p. 94). E forse a Ferecide attingeva Licofrone. 

162.— Mirtilo era ritenuto Aglio di Ermete (Cadmilos o Casmilos =" Er- 
mete con carattere eh tonio) e i Greci ne mostravano la tomba (Paus. VIII. 14. 
10 sgg.). In Pindaro ( fr. 51 B) compare il nome Muf>T(j>ov, ma non sap- 
piamo se si riferisca a Mirtilo; che già la tradizione che spiegava il nome 
del mare Mirto da Mirtilo non era la sola, e Pausania (Vili. 14. 12) la 
combatteva preferendo l'altra, secondo cui il mare avrebbe preso il nome 
dalla donzella Mirto. Forse la tradizione pindarica non conosceva il mito 
di Mirtilo. Per la prima volta esso ci appare ricordato da Ferecide ( fr. 93 
in F. H. G. M I. p. 94) da Sofocle (Eìectr. 508 sgg.) e da Euripide (Or. 
990 sgg. ); e la circostanza che il racconto licofroneo pare si trovasse in 
tutti i suoi particolari nella biblioteca di Apollodoro (epit 2. h sgg. in 
Mythogr. gr. W I. p. 184) ci fa pensare che Ferecide ne sia stato l'autore 
e che da lui abbia attinto Licofrone. 

163. — Xoìo^^ov axucpov = sT/axov axó<pov {Schoì.) nel senso che Mirtilo, 
precipitato in mare, bevette per l* ultima volta. Non credo che la circostan- 
za riferita dallo Schoì. II. II. 104, che Ippodamia manifestava il suo amore 
a Mirtilo nei momento in cui Pelope scendeva dal carro in cerca d'acqua, 
sia sufficiente per giungere alla ingegnosa interpretazione dell' Holzinger, 
secondo cui il mito avrebbe spiegato l'ira di Pelope coli' imaginare che Ip- 
podamia, dopo aver bevuto, offrisse amorevolmente il bicchiere d'acqua a 
Mirtilo. Il racconto più semplice pare fosse riferito da Apollodoro ( epit. 2 . 
8 io Myth. gr. W I. p. 184) secondo cui Mirtilo, nel momento in cui Pe- 
lope scendeva dal carro per attingere V acqua, tentava di usar violenza ad 
Ippodamia, e Pelope lo precipitava nel mare che da lui si disse Mirteo. E 
forse ciò narrava Ferecide. Cfr. n. al v. 162. 

164.— Nereo, il dio figlio di Pontos ( Hbsiod. Theog. 233)=il mare. 

165. — Morendo Mirtilo lanciava una terribile imprecazione, che poi dovea 
tanto pesare sulla schiatta di Pelope (Apolixjd. epit. 2. 8 in Myth. gr. W 
I. p. 184: ó 8à (>iicto6^i»vo; Gt{>à; ithxo xazà Toy IliXoTro;) offrendo ampio ar- 
gomento al drama greco. 



160 ooifMKNTo: w. 166-174 



166.— Mirtilo guidava i cavalli di Enomao, Psilla ed Arpiona, veloci più 
che il vento (Hygin. fab, 84 Schm. pag. 83) e, come le Arpie, simbolo Af\' 
r uragano. 

168.-1! quarto marito di Elena era Deifobo, figlio di Prìanio e quindi fra- 
tello di Paride. — All'amore di Deifobo per Elena accenna già Omero (OJ. 
IV. 276) e ne parlava esplicitamente la Piccola Iliade: {tstà ìà toòto Av^t- 
«pojlo; 'E>.£vr,v ^[ajtst (Procl. apd E. G. F, K p. 36); cfr. ApoijjOo. cpit, 5, 
9 in Mythogr. gr. W 1. p. 205; cfr. Tztrz. Posthom, v. (A\\. 

1 69. — xtpxou, secondo Tzetze, può riferirsi tanto ad Ettore, quanto a 
Paride ; ma evidentemente serve ad indicare quest' ultimo, che il poeta ha 
più avanti (v. 48) paragonato all'aquila rapace; mentre il ricordo di Ettore 
sarebbe qui inopportuno. — Morto Paride, Priamo prometteva Elena a chi 
dei suoi figliuoli si sarebbe mostrato più bravo nelle armi : fu questi Dei- 
fobo, che quindi, dopo Ettore, era riconosciuto il più valoroso dei Prtamìdi 
( Schol. II. XXIV. 251 ). Non è qui da intendere che Deifobo prendesse par- 
te ad una lotta coi propri fratelli ; che già Ettore era morto e non si com- 
prenderebbe come Deifobo avesse il secondo premio dopo di lui. Egli io 
guerra mostrò d'essere il più valoroso dei Priamidi, appunto perchè non 
c'era più Ettore. 

172.— Il quinto marito di Elena è Achille. Dei loro amori parlavano già 
le Ciprie^ a testimonianza di Proclo (fi. G. F. K p. 20: ^A^i^^ùc 'E>ivr,> 
£Ki^o^i2t ihdsaodaL. xat aovrjajsv aòioù': ziz "ò aÒTÒ 'A©(>o5itiì xaè 8sTi;>. 
E in due frammenti epici, da non molto ritrovati, si ha, a quanto pare, un 
dialogo in esametri fra Elena ed Achille che presenta affinità colle parole di 
Proclo (A. LuowicH, Carminis Iliaci deperditi reliquiae, Regimontii 1897, 
p. 4. sgg. ). Ma mentre la tradizione legata alla Palinodia stesicorea, e nar^ 
rata dai Crotoniati e dagli Imeresi, faceva convivere Achille con E lena nel- 
l'isola di Leuce, presso la foce dell' Istro (Paus. IH. 19. 11 sgg.); Licofroae 
soltanto in sogno fa godere ad Achille la compagnia della bella donna, ar- 
restandosi quasi alla prima parte della narrazione delle Ciprie (ixilhifut 
^cfsaa&ai). Pure fra il racconto di Pausania e la tradizione di Licofrone non 
v'è contraddizione: han questo di comune, che Achille in vita non avrebbe 
goduto di Elena, ma soltanto dopo morte, nei Campi Elisi, avrebbe convis- 
suto con lei. Ora il motivo del sogno, che suona favorevolmente ad Elena, 
ricorda 1* altro dell' si^uXov (v. 142) di Elena posseduto da Paride; e può 
far pensare che anch'esso fosse cantato nella Palinodia di Stesicoro: nep- 
pure Achille avrebbe posseduto Elena. Cfr. n. al v. 188. — sj òvsipttiv: ben 
a proposito il Potter ricorda il luogo di Soph. Oed. Tyr, 981 sg. e, meglio 
ancora, il Bachmann l'altro di Eurip. Alcest. 354 sgg. 

174.— La leggenda del matrimonio di Achille con Medea nei Campi Elisi 
è ben antica; e secondo lo Schol. Apollon. Rh. IV. 814 ne avrebbe parla- 
to per il primo Ibico ( = fr. 37 in P. L. G. B III. p. 248) e poi Simonide 
( = fr. 213 in P. L. G. B lU. p. 527) e pare sia staU riferiU anche da Apol- 
lodoro {epit. ò. 5 in Myth. gr. W 1. p. 204).— Patria di Medea era Kìna o 



coMMRNTo: vv. 175-178 161 



Kuraea, città della Colchide (Strph. B, s. v.). Secondo il Kaibel. {Herm. XXI, 
p. 5i)7) anche Eforo (fr. 10) avrebbe scritto Koiau/j (KuTrjicf; M) 

175.— Medea è detta Jsivopdxyrj perchè s' innammorò pazzamente dell'o- 
spite Giasone. Cfr. n. ai vv. 897 e 131^9 sgg.— Padre di Achille era Peleo, 
fratello di Telamone e figlio di Eaco: avendo ucciso l'altro fratello Foco, 
fuggì dall' isola di Egina (così detta da Egina, figlia di Asopo e madre di 
Eaco, mentre dapprima si chiamava Enone) e riparò in Ftia, donde fuggito 
una seconda volta andò in lolco (Apollod. HI. 12. 7 sgg., 13). Licofrone si 
riferisce a queste leggende , che pare abbiano già trovato largo posto nelle 
genealogie di Ferecide (fr. 15-18 in F. //. G. M I p. 72 sg.) il quale poi 
sarà servito di fonte ad Apollodoro (cfr. Fbrbc. fr. 16 et Apollod. III. 13. 
1-3). Che l'isola di Egina si chiamasse prima Enone, riferisce anche Erodo- 
to (Vili. 46) cui era nota l'orìgine degli Eacidi (V. 80) parimenti che a Pin- 
daro, il quale invece chiamava l' isola Etiopia (Isim. VII [Vili] 21 [45] sgg.). 

1 76. — Narravasi che Eaco trovandosi solo nell' isola di Egina ottenesse 
dal padre Zeus di mutare in uomini le formiche (Apollod. III. 12. 6). Questa 
leggenda, che probabilmente avea narrato Ferecide (cfr. n. al v. 175) ci è 
esposta diversamente da Licofrone, inquantocchè secondo lui, non Eaco in 
Egina, ma il figlio Peleo, in Tessaglia, otteneva il mutamento delle formiche 
in uomini. Forse la relazione etimologica di ULup^ioi con Mup^i^óvs; (gli ome- 
rici popoli della Tessaglia, che, stando ad Hrllanic. fr. 17 in F. H. G. M 
I p. 48, discendevano dall' eponimo Mirmidone) contribuì a fare nascere tra 
Egina e la Tessaglia una comunanza mitologica; e forse questa derivò da 
una reale comunanza di origine (acaica) dei popoli dei due paesi. E pare 
che a mettere in maggior rilievo tale affinità miri la tradizione di Licofrone, 
che è evidentemente meno vetusta dell'altra che si legge in Apollodoro. 

177. — Achille è detto Tifone per la sua grande forza, e Pelasg iota perchè 
della Tessaglia; cfr. v. 245. Anche Omero (//. XVI. 233) chiama Achille pelasgi- 
co. La Pelasgiotis, che nell' età storica serbava il nome dei Pelasgi, era quella 
parte della Tessaglia orientale che si estendeva lungo la penisola di Magnesia, 
dal golfo Pegaseo verso nord sino ai confini della Macedonia, e compren- 
deva la pianura intorno a Larisa; cfr. Bursian, Geogr. v. Gr. I. p. 44. E i 
Pelasgi si ritenevano antichi abitatori della Tessaglia ; cfr. Ed. Mryrr, Gesch. 
ti. Alterth. I. p. 56; Busolt, Gr. Gesch. l. p. 165. Cfr. n. al v. 1355. 

178. — Volendo Tcti rendere immortale il figliuolo Achille lo poneva di 
notte sul fuoco, e di giorno l'ungeva d'ambrosia; ma accortosene Peleo 
lo sottrasse, spaventato, alle cure materne e lo affidò al centauro Chirone 
(Apolcx)d. III. 13. 6; cfr. Apollon. Rh. IV. 869). Già l'antico poema che pren- 
deva nome dal re Aigimios avrebbe parlato di Teti che bagnava nell'acqua 
bollente i figli avuti da Peleo per renderli immortali {Schoì. Apollon. Rh. 
IV. 816). Dice Licofrone che Achille era il settimo figlio di Peleo e Teti, e il 
solo che si salvò dall'opera distruggitricc delle fiamme; e così pure legge- 
si nello Schol. II. XVI. 37; Ptolom, Hrph. 6; cfr. Flrischrr in Roschrr, 
Lex. I. 24. 

E. Ciackri. — La AUitandra di Licofrone. U 



162 commento: w. 180-188 



180. —Si torna a parlare di Paride. Il paragone dei Greci che, come ve- 
spe stuzzicate dai fanciulli, si slanciano contro i Troiani, trovasi già in 
Omero (lì. XVI. 2òM sgg.). Son d'accordo coli' Holzinger nel preferire la lez. 
;:aXi^róf)£UTov all' altra xaXnixópsyTo;, conformemente al v. 628. Già icaXiuxó- 
psoTov lesse il fìachmann, e così intendeva leggere anche lo Scheer (praef. 
ed. Lyc. XVn. 

182. — Per óxota cfr. vv. 74, 1429. 

183. —Dopo ot ò'au si sottintende il verbo t^^^vrai. — oc, come sof^etto 
logico = i Greci; grammaticalmente = s^ijxe;. In questo luogo (v«rsi \^'^- 
185) c'è uno degli esempi di amplifìcazione favoriti da Licofrone , e no- 
tati dal KoNZR p. *>6. lo do a xpo^cWT^Tstf^ov il significato di " conce- 
pire , e ad svToxov "/»r/iti quello di * partorire ,. — Già il poema delle 
Ciprie narrava come, giunta nel porto d'Aulide la flotta greca, non riu- 
scì a salpare oltre per i venti contrari, mossi dall' ira di AKemide con- 
tro Agamennone ; e Calcante ordinò che si sacrificasse alla dea la figlia 
stessa di .'\gamennone. Ifigenia, facendola venire sotto il pretesto che do- 
vesse sposare Achille (Procl. in F. E. G. K p. IM). Ma secondo Licofrone 
Ifigenia è figlia di Elena e di Teseo, e soltanto allevata da Clitennestra (cfr. 
n. al v. Iii3); e dippiù è madre di Neottolemo, avuto da Achille; mentre, 
stando alle Ciprie e alla tradizione vulgata, Neottolemo è figlio di Achille e 
di Deidamia, la figlia di Licomede, re di Sciro (Proo.. in P. E. G. K p. 1M; 
Apoixoi). III. 13. 8). Come la tradizione che faceva Ifigenia figlia di Rlena 
(cfr. n. al v. 103) così l'altra che la chiamava moglie di Achille, potevan ri- 
salire al poeta Stesicoro (v. Gkffckkn, Zur Kenntniss Lyc. in Herm. XXVI. 
p. 573); giacché anche in Duride Samio, contemporaneo del nostro poeta, Iro- 
vavansi entrambe queste tradizioni (fr. 3 in F, H. G. M II p. 470) che forse 
erano le due parti d'una medesima narrazione, la stesicorea. — Alla fine del 
cfr. IS.'ì segno virgola, non ammettendo che tra questo verso e il seguente 
ci sia lacuna. 

180.— Secondo il poema delle Ciprie, Artemide volendo salvare Ifigenia 
appressi) all'altare una cerva e mandò la fanciulla in Taurìde. facendola im- 
mortale (Procl. in F. E. G. K p. 19). Secondo Licofrone poi. Achille aven- 
do saputo che Ifigenia era giunta in Scizia andò a cercarla, ma non riuscì 
a trovarla e si fermò a lungo in quel paese. — Mare Salmidesso == Tra 
cico; cfr. n. al v. 1286. 

187. — 'K/^Xdòo; xofiOTÓ^iov = che toglieva la testa ai Greci. 

188. — Da qui al v. 199 si parla dell'infelice amore di Achille per Ifi- 
genia. Il luogo dove si fermava .Achille, e che da lui prendeva il nome, è 
dal poeta designato dinanzi alle foci dell* Istro, o Danubio. Le parole «a^- 
fAÒizay azi7.ov fanno pensare che s' intenda parlare della nota isola di Leu- 
ce ; cfr. Schol. V 362 in Cram. A. P. 1 98. 4 xai xsxpct «paXi^ptinaa rofxì zm 
\. r] Asyxr; v^3o;. E così intende lo Schoì. Lyc. Ma lo '.\yiX>iio; ò(>ó)io;« 
cui accenna lo stesso Licofrone (v. 193) era già da Erodoto (IV. àó) de- 
signato sulla costa scitica, presso la città di C'arcine, e non lungi dalla 



commento: vv. 188-189 163 



foce del Boristene, o Dnieper (v. Diosys. Pkr. 306). E questa distinzione 
tra l'isola di Leuce e VA. Dromos si mantiene anche in Plin. IV. 12 [26] 83. 
Evidentemente in Licofrone si ha la fusione di due tradizioni diverse, per cui 
il Dromos di Achille viene identificato collisola di Leuce: fusione che si ri- 
scontra in Euripide (Iphij^. Tanr. 436 sg.) il quale colloca il Dromos nel- 
r isola. Le due tradizioni fuse, o confuse, sono: 1' una, quella che si riferi- 
sce air unione di Achille con Elena nell'isola di Leuce (Paus. IH. 19. 11 sgg. 
cfr. n. al v. 172); l'altra, quella che riguarda, non solo l'amore dell'eroe 
per Ifigenia, già ricordato da Duride Samio (fr. 3 in F. H. G. M II p. 470 ; cfr. 
Schoì. PiND. Nem. IV. 79) e forse prima da Stesicoro (cfr. n. al v. 184) ma anche 
il viaggio di Achille in Tauride. La più saliente differenza fra le due tradi- 
zioni è, che dall* una Achille è imaginato morto, nei Campi Elisi (isola di 
Leuce) mentre dall' altra egli è rappresentato ancora in vita. Delle due sem- 
bra più recente la seconda, in quanto tratta di Achille che va in cerca di 
Ifigenia ; ma forse essa risale ad Alceo, che parlava di Achille andato nel 
paese degli Sciti (fr. 49 B in P. L. G.). Noi incliniamo a credere che la 
fusione di quelle due leggende non si debba attribuire a Licofrone, ma ad 
autore più antico e a noi ignoto. Certo si è che la fusione appare ancor più 
manifesta in Anton. Lib. 27, secondo cui Ifigenia, già da Artemide condot- 
ta in Tauride e fatta immortale col nome di Orsilochia, conviveva con Achille 
neir isola di Leuce; cfr. Eustath. ad Dionys. Per. 10f>. Sulla localizzazione 
del mito di Elena di fronte all' Istro, nell'isola di Leuce, e di quello di Achille 
(A. Dromos) alle foci del Boristene, e in generale sulle coste del Mar Nero, 
dove diventava nume protettore dei naviganti, localizzazione probabilmen- 
te avvenuta per opera dei coloni Milesi, cfr. Ed. Mkykr. Gesch. d. Alter th. 
II. p. 452. 

189. -Che questo episodio di Achille, il quale va in cerca di Ifigenia, si 
svolga secondo Licofrone presso le foci dell' Istro, o Danubio, non è messo 
in dubbio ne dagli antichi, né dai moderni commentatori. Si può dire che 
la disparità di opinione consista nell' intendere con qual nome il poeta abbia 
voluto indicare quel fiume. La lez. data dal maggior numero dei codici e se- 
guita dal Kinkel, e già prima accettata da altri editori, come il Bachmann, 
è KiXTfiOU, mentre lo Scheer ha preferito leggere addirittura "latpou, e l' Hol- 
zinger KsXtoG, accostandosi alla traduzione ** Celti „ (fiume celtico) del 
Canter e dello Scaligero. Io son d' opinione che Licofrone, per rendere mag- 
giormente enigmatico il racconto, abbia voluto indicare il Danubio, non col 
nome di Istro, ma di " fiume celtico „ ; onde escludo la lez. dello Scheer. Il 
Bachmann infatti, tenendo presente l' opinione di Erodoto ( li. 33; IV. 49 ) 
che r Istro avesse le sue sorgenti nel paese dei Celti, all'estremo occidente 
d'Europa, e la descrizione data da Timageto ( apd. Scìud. Apollon. Rh. IV. 
259 ) secondo cui l' Istro sarebbe disceso dai monti celtici, e passando per 
il lago celtico si sarebbe diviso in due rami, l' uno diretto al Ponto Eus- 
sino e l'altro al Mar Celtico (cfr. Schnì. Apoux)n. Rh. IV. 284, 3(X), 321; 
Kustath. ad Dionys. Pkr. 298) il Bachmann, dunque, osservò come a buon 



164 commknto: vv. 190-197 



diritto Licofrone potesse chiamare l'Istro fiume celtico, e concluse che KsX- 
"Zfàtyj sta in luogo di Ks>.tixoò ^TCpou. Del resto, è noto come gli antichi cre- 
dessero che un ramo dell' tstro sboccasse nel mare Adriatico, e come tale 
credenza durasse sino a che i Romani, mosse le armi contro gì' Istrì, eb- 
bero esatta conoscenza di quei luoghi ( Diod. IV. 5^). 7. ). Ma 1' Holzinger 
ammette che Licofrone considerasse l' Istro come fiume celtico, per stabilire 
che lo chiamasse KcXtó; e non KsXtpo;, quasicchè fosse assurdo, e al di là 
delle strane licenze licofroniane, pensare che il poeta per ReX^tucoù 'lyz^'j 
usasse la forma sincopata KìXt^ì'j. Noi manteniamo la lez. KiXx^ou seguita 
dal Kinkel, pensando che Licofrone volesse che il lettore nella voce enig- 
matica Keltros riscontrasse la radice del nome Kelti e sentisse il suono 
della parola Istros. E se, da una parte, ricordiamo quante licenze si sia 
permesse Licofrone nel tagliare ed accorciare i nomi propri (p. s. Xs(>m»o; 
per X5pfiów;ao; v. 034: '1*U per 'I^qsvsia v. 324; cfr. Konzr p. 3<.> sq.); 
dall' altra, consideriamo come di tanti nomi propri usati da Licofrone non 
ci sappiamo rendere chiara ragione, anche perchè non giungiamo a com- 
prendere quale trasformazione essi abbiano subita sotto la penna del poeta. 

1 9( ». — òd|iapia = Ifigenia. 

193.— òrx;uo;: cfr. n. al v. 188. 

19.5.— .Achille non rivede più il volto di Ifigenia, che è diventata crudele 
sacerdotessa di Artemide ; e il poeta, o meglio Cassandra, mostra di provare 
un senso di meraviglia al pensiero di questa trasformazione (r//Aoi(«iuiv7^v) 
della fanciulla. La trasformazione è da intendersi nel significato morale , e 
non materiale ; che, come ben osservò il Wilamowitz {Die beidcn Elektren 
in Herm. XV'IH. p. J.V) n.) non è da credere che Ifigenia da Artemide, di- 
nanzi all'altare d' Aulide, sia stata mutata in una vecchia (^paiov v. |9fi) 
come, fra le altre interpretazioni, riferisce lo scoliasta al v. 183; ma che 
nella voce ^patov sia da vedere il femminino di Fpato^ abitante della città 
di Tpata (=Tanagra: Hom. //. II. 498: Paus. IX. 2c». 2; SxKPh. B. s. v.) nel 
significato di Auìidensis. E il Wilamowitz nello stesso tempo osserva come le 
parole s^^siiuv ni'ka^ (y. 190) sieno da riferirsi ai sacrifìci celebrati da Ifige- 
nia in Tauride, e non a quello preparato a suo danno in Aulide. In Tauride 
era il culto di Artemide Tauropolos, cui si sacrificavano i forestieri che ap- 
prodavano in quelle spiagge, e di cui diventava sacerdotessa Ifigenia (Hsrodot. 
IV. H»3; Dion. IV. 44. 7); ed è noto che Ifigenia in origine era la stessa 
.Artemide (Artemide-Ifigenia). Cfr. Prki.i.rr-R. Gr. Myth. I. p. 314; Stoll in 
RoscHRR, Lex. II. 3lM. — Io dopo *!Vì; metto una virgola, considerando 
y*>J^oio»aivr^v V(tai(rv come apposizione. 

19*i.— In luogo di (jOaìav scrivo dunque rf»aìav; cfr. n. v. 19.'!. Ben a 
proposito il Bachmann ricorda Eirip. Ipkijt^. Taur. 33."ì: £•; yi|ivtjkr; ts xaì 

3'ia','SÌ* ixsiixi 301. 

197.— Ifigenia bolle in una caldaia i corpi degli uccisi ospiti. Lo scoliasta 
parla d' una caverna donde uscivan fiamme e dove si gettavan quei corpi 
(cfr. Ei'HiP. Iphig. Taur. 020); ma, stando a Licofrone. è da intendere che 



commento: vv. t98-2(M 165 



fossero bolliti nella caldaia, posta sulla caverna e quindi scaldata dalle fiam- 
me che venivano da sotterra, e cioè dall'Ade. 

198.— jiiXaiv«, riferito ad Ifigenia, dà, secondo me, non tanto l'idea del 
fuliginoso e dell'orrido (Scaligero: aira.cfr. Wilamowitz, //^rwi. XXVI. p. 
256 n.) quanto quella della spietatezza e della crudeltà. Lo stesso Licofro- 
ne, infatti, chiama altrove (v. 325) Ifigenia xs/.aivrj, e cioè crudele. Cfr. n. 
al V. 325 e al v. 7. — Xf>ifó£ar:o; ha Euphor. fr. % M. 

2lKJ. — Achille, avviatosi per la strada che da lui si disse \\7iVa.ì«ì; òpó^io;, 
viaggiava per cinque anni nel paese degli Sciti, in cerca d'Ifigenia. Questa 
tradizione originariamente era diversa dell'altra, che lo rappresentava assie- 
me ad Elena nell'isola di Leuce. Cfr. n. al v. 188. 

2(y2. — Mentre i Greci eran intenti a sacrificare, in Aulide, un serpente sbu- 
cò di sotto l'altare e, salito sur un platano vicino, ingoiò otto passeri, che, 
piccini, se ne stavano nel nido e la loro madre: Calcante spiegò il prodigio 
nel senso che tanti anni quanti erano i morti passeri (nove) sarebbe dura- 
ta la guerra sotto le mura di Troia (Hom. //. II. 305 sgg). Il serpente è in- 
dicato da Licofrone coli' appellativo di icpójiav-t; Kpòvou: profeta di Crono. È 
chiaro perchè sia chiamato profeta, inquantocchè per lui si conosceva l'av- 
venire; ma non è chiaro perchè sia detto di Crono, quando Omero (/. e.) dice che 
esso era stato mandato da Zeus. Le spiegazioni degli scoliasti son prive di 
valore. Il Bachmann suppone che Licofrone trovasse il racconto diversamen- 
te esposto nel poema delle Ciprie^ che consta aver parlato del serpente, dei 
passeri e di Calcante (Procl. in E. G. F. K p. 18). L' Holzingcr invece re- 
puta che Kpóvou sia = yj>óvou, nel senso che il serpente era indovino del- 
la durata della guerra troiana: spiegazione troppo ingegnosa. Io credo che 
la spiegazione più semplice sia quella d'intendere K(>óvou, nome del dio, 
come un appellativo del serpente, che valga ad indicarne la crudeltà. Il ser- 
pente è detto ** profeta Crono „ in quanto divorava quei poveri piccini, i 
piccoli passeri. Ed è noto, infatti, come Crono, che inghiottiva i propri figli 
appena nati (e lo ricorda lo stesso Licofrone al v. IIW) nel suo carattere 
orientale fosse considerato nume crudele, e come a lui presso gli orientali, 
e in genere presso i popoli barbari, si offrissero sacrifizi di bambini. Cfr. 
Max. Maybr in Rosohkr, Lev. II. lólH sgg. Preferisco quindi tradurre ** il 
crudele profeta ,. 

2m. — I Greci in Aulide giuravano una seconda volta di non sciogliere 
la spedizione comandata dagli Atridi, se non dopo aver presa Troia. Erronea 
è l'interpretazione degli scoliasti fondata sur una tradizione, che pare risal- 
ga a Stesicoro (Schol. II. II. 339) e che c'è riferita da Apollodoro (III. 10. 8) 
secondo cui, per consiglio d' Ulisse, Tindaro, prima di dare in moglie Elena 
a Menelao, avrebbe fatto giurare i proci di lei che ciascuno ne avrebbe di- 
feso il marito, per evitare che tutti uniti insorgessero dopo contra di lui, il 
preferito. Il giuramento cui accenna Licofrone si riferisce invece alla spedi- 
zione di Troia. Ed Omero (//. II. 286 sgg.) ricorda infatti un primo giura- 
mento dei Greci, pronunciato avanti che partissero contro Ilio; sicché in 



166 coMMKNTo: w. 2U6-212 



Aulide giuravano per la seconda volta. Ma Omero parla d'una sola spedi- 
zione contro Troia; mentre Licofrone poco appresso (v. 206) mostra di am- 
metterne due, giusta la tradizione seguita dalle Ciprie (Pbocl. E, G. F. K p. 
1 8 sg.) secondo cui i Greci prima erroneamente sarebbero sbarcati nella Mi- 
sia, ove avrebbero sostenuto il combattimento con Telefo, che, ferito da 
Achille e poi da lui stesso guarito in Grecia, secondo V ammonimento del- 
l' oracolo, avrebbe guidata la seconda spedizione. Cfr. Apoux>d. epit. 3. 20 
in Myth. gr. W I. p. 194). Ma, d'altra parte, Licofrone non segue l'autore 
delle Ciprie in ciò che colloca il prodigio del serpente dinanzi V altare di 
Aulide nella seconda spedizione, e non nella prima, ch'egli già ricorda co- 
me compiuta (v. 206). Segue egli pertanto l'una e l'altra tradizione, l'ome- 
rica e quella delle Ciprie, intrecciandole insieme. Il primo giuramento si può 
sottindere avvenuto in Argo, secondo Omero, ovvero in Aulide , nella prima 
spedizione, secondo le Ciprie. 

206. —Qui, come ai vv. 1 246 sg, si allude alla prima spedizione cantata 
dall' autore delle Ciprie (cfr. n. al v. 204; cfr. ScìwL IL L 5Q e Sckol. Lyc) 
nella quale i Greci giunsero in Misia, ov'era re Tclefo, tìglio di Eracle e di 
Auge. Telefo faceva strage dei Greci e stava per uccidere .Achille, quando, 
inciampato nei tralci di vite, per opera di Bacco, cadeva a terra ed era fe- 
rito. Achille restava incolume ed i Greci potevano liberamente far ritorno 
in patria. Perciò il poeta chiama Bacco aoiTi^p, liberatore, e (v. 207) a^'X-nr,*: 
(da atpcfA.>.«i: far cadere) che io traduco ** insidiatore „. A ciò alludono anche 
Pindaro (ol. IX [HO] 72; isthm. IV [V] 41 [51]; VII [Vili] 50 [110]) e Pro- 
perzio (II. 1. 63). La tradizione seguita da Licofrone potea trovarsi nel dra- 
ma di Euripide Telefo ( cfr. T. G. G. N p. 579 ) e dovea certamente es- 
sere diffusa se era accolta nella biblioteca di Apollodoro {epit. 3. 17 sgg. 
in Myth. gr. W I p. 193; cfr. Hygis. fab. 101 Schm. p. 94. E difatti un fram- 
mento d'un poema dell'età alessandrina accenna a questa leggenda di Telefo; 
V. The Oxyrhynchus Papiri ed. Grenfell and Hunt, London 1899, II. p. 28. 
I viticci, nei quali inciampa Telefo (v. 213) stanno in relazione con Bacco, 
il dio della vite; il quale vuole esser grato ad Agamennone (v. 211) che pri- 
ma della spedizione avea sacrificato a lui a Delfo, nel tempio di Apollo 
Delfìnio. 

208. — Apollo delfìnio era nume dei naviganti. — Lo stesso Apollo era det- 
to Cherdoo dai doni che gli venivano dagli oracoli {Sckol.; cfr. Prri.ijsk-R. 
Griech. Myth. I. p. 264 n. 2) e quindi gli ** antri del dio , si riferiscono al- 
l'oracolo di Delfo. — Tolgo la virgola alla fìne del v. 207 e la pongo inve- 
ce dopo AsX^ivtoo. 

211.— Cfr. n. al v. 2iV3. 

212.— Bacco era concepito come toro (v. 2iK)) o della forma del toro, nel 
culto orgiastico: e così è chiamato da Euripide {Bacc. 920) come nota il 
nostro scoliasta; e probabilmente in relazione a questo culto, e quindi alla 
danza, a Samo era detto Enorches (Hksych. 5. v.). —È già chiamato Figalio 
dalla città di Figalia, nel sud-ovest dell'Arcadia, dove il dio era grandemente 



commento: vv. 213-J24 167 



onorato (Paus. Vili. 39. 6; Diod. XV. 40; Athkn. IV. 148 f); cfr. Bursia.n, 
Geogr. V. Gr. II. p. 2b(.) sg. ; Immerwahr, Die Kulte und Mythen Arkadiens 
p. 185 sg. 1 ^M.). — Fausterios, infine, perchè i suoi misteri si celebravano al 
lume delle fiaccole ( Schol. ). Questo titolo corrisponderebbe a quello di Lam- 
pteros, col quale era festeggiato Dioniso in Pellene, città dell' Acaia : \y\ 
suo onore si celebravano le Lampteria ( Paus. VII. 27. 3 ). 

213. — Non è propria l'imagine del leone (Tclefo) che miete coi denti e 
colle mascelle un campo di spighe (i Greci): c'è la fusione di due meta- 
fore, r una riferentesi al leone che divora la carne, e l'altra al cinghiale che 
miete le spighe, come fu notato a cominciare dal Potter ad. /. e dal Reì- 
chard (in ed. Lyc. pracf, XXXII); cfr. Konzb, p. 83. — Qui Ì7vo; = icow; 
egualmente che in altri poeti alessandrini ; cfr. Mbinekk ad Callitnach. in 
Del. 230 p. 58. Cosi pure, per imitazione, in Propbrt. I. 3. 9; cfr. Konzk p. 68. 

216. — Cassandra crede già di vedere le navi greche avvicinare su Troia. 
Forse il poeta colla voce 3icst(>av vuole dare l'imagine del serpeggiare della 
flotta, vista da lontano, come intende l' Holzinger. Ma io spiego óXxatW 
come sostantivo ** le navi „ e xaxtwv invece come aggettivo, riuscendo così l' i- 
magine più semplice e il senso più chiaro : una spira di (cattive ) malefì- 
che navi. Per maggior chiarezza nella traduzione trasporto aX|n(j (v. 217) 
nella proposizione antecedente (216). 

218.— I Greci non solo minacciavano di distruggere Troia, ma la distrug- 
gevano di fatto. 

219.— Cadmos (=al Cadmilos del v. 162) è = all' Ermete di Samotracia in 
relazione al culto dei Cabiri e forse anche del Cadmo Tebano ; v. Prbllbr-R. 
Gricch. Myih. I. p. 387, 580. Fu padre di Prili, avuto dalla ninfa Issa, ìa 
quale diede il nome all'isola che poi si chiamò Lesbo (Schol, Strab. 1. 60 ; 
cfr. Stbph. B. 5. V. *Ia3a). 

222.— Secondo la visione di Cassandra, la flotta greca giunge a Lesbo e 
Prili predice ad Agamennone la presa di Troia mediante il cavallo di legno 
( Schol. ). Pertanto Prili è detto con linguaggio figurato distruttore dei pa- 
renti di Cassandra (i Troiani) quasicchè egli ne fosse direttamente l' auto- 
re ; cfr. KoNZE p. 86, il quale ricorda Eurip. Orcst. 735. Ermete era figlio 
di Maia, figlia di Atlante, onde Prili era pronepote di Atlante, l'infelice che 
dovea sostenere sulle spalle le colonne del cielo, e quindi era parente dei 
Troiani, essendo il progenitore di costoro, Dardano, figlio di Elettra, an- 
ch' essa figlia di Atlante ( v. 72 ). 

223.— Nel là XcjTaia si deve sottintendere tò 'EX>.svucd,come nota Tzetzc. 

224.— Esaco, figlio di Priamo e di Arisbe, inteso che Ecuba, mentre ancora 
portava nel ventre Paride, avea sognato di partorire una fiaccola che bru- 
ciava tutta la città ( cfr. v. 86 ) presagiva che quel figliuolo sarebbe stato 
rovina della patria ed ordinava che fosse esposto (Apollod. III. 12. 5). A 
questa tradizione pare si sia attenuto avanti Licofrone ( v. 138) dove ac- 
cenna a Paride esposto ed allattato dall' orsa. Ma qui egli segue l' altra 
tradizione, secondo cui Esaco avrebbe ordinato che Ecuba e il figliuolo fos- 



168 coMMBNTo: vv. 226-233 



sero mandati a morte a prò della patria, leggenda forse diffusa dai tragici 
greci ( cfr. n. al v, 86). Le due tradizioni però non si contraddicono. Pria- 
mo invece dando volontariamente una falsa interpretazione all'ordine di 
Esaco, mandava a morte, in luogo di Ecuba e Paride, Cilla e Munippo: era 
Cilla sua amante, segretamente da lui fatta madre di Munippo (Tzrrz.). A 
questa seconda parte della leggenda accenna Licofrone nei w. 32i) sgg. E 
da credere collo Knaack {Euphorionea in Jahrb. /. class. Pkilolog. 1888 
p. 146 sg. ) che la tradizione licofronea sia stata seguita da Euforione (fr. 
150 = Sbrv. ad Aen. II. 32). 

226. — -f>ù; òtxXoò;: Ecuba e Paride. 

227.— Credo che Ar^^ivaiiji xu(>t si debba intendere con Tzetze come un'e- 
spressione che indichi genericamente il fuoco. Neil* antichità si credeva che 
il fuoco fosse stato trovato per la prima volta in Lemno (HKLLANia fr. 112 
in F. H. G. M I. p. Ò9). 

228.— Lo Scheer lesse IrsxXu^; ma tutti i codici, come rileva il Bachnuuin, 
danno la forma dell' aoristo. Il tempo passato del verbo trova la spiegazio- 
ne nel fatto che Cassandra nell* esaltazione profetica si rappresenta la distru- 
zione di Troia come un avvenimento già compiuto. 

229.— Cassandra imagina che la flotta greca giunga a Tenedo e quivi la 
veda il dio marino Polemone-Melicerte, il figlio di Atamante e di Ino-Leu- 
cotea (cfr. n. al v. 107) il quale in quell'isola era festeggiato anche con 
sacrifizi di bambini {SchoL), 

231.-''Q72voc='Qx«avó;; cfr. Prbu.kr-R. Griech, Mytk. \ p. 31 n. 2). 
Oceano e Teti contavano fra i figli di Urano e Gea: i maschi si dicevano 
Titani e le femmine Titanidi (Appolod. L 1. 3). 

232. — Cicno, troiano, avea avuti dalla prima moglie Procleia i due figliuo- 
li Tenne ed Emitea. La seconda moglie Filonome, invaghitasi di Tenne e vi- 
stasi non corrisposta, per mezzo d* un certo Molpo o Eumolpo, suonator di 
flauto, accusò il giovinetto presso il padre di tentata violenza. Questi, adi- 
rato, chiuse in una cassa, che gettò in mare, i due figliuoli ; i quali furono 
trovati sulla spiaggia dell* isola di Leucofri, che quindi da Tenne fu delta 
Tenedo. Conosciuta la verità, Cicno uccise la moglie e andò a convivere 
coi figliuoli; ma sopraggiunti \ Greci nell'isola. Achille uccise lui e Tenne, 
mentre Emitea fuggendo dinanzi all'eroe era inghiottita dalla terra. Questa 
leggenda, che, a quanto pare, risulta di due elementi, la morte di Cicno e 
le avventure dei suni figliuoli, dovea risalire ad antichi tempi se era, nel 
suo primo elemento, nota a Pindaro (ol. 11. [147] 9C>) all'autore delle Ciprie 
(Procl. in E, G. F, K p. 19) ad Ellanico (fr. 31 in F. H. G. M I p. 4^*) e, 
nel secondo elemento, al logografo Ecateo (fr. 139 in F. //. G. M l p. Q). 

233. — Alla lez. rjirivxa, seguita dal Kinkel, preferisco quella dello Sca- 
ligero Turivxi, riportata dal Meurs e seguita dallo Scheer e dall' Holzinger ; 
se non altro perchè, secondo me, più consentanea alla tradizione a noi nota, 
secondo cui .Achille non colpiva Cicno e i figliuoli di lui, giacché Emitea 
spariva nella fuga; onde il verbo non può intendersi in senso complessivo 



COMMENTO : vv. -'37-24Ó 169 



{vjxivza) e quindi in numero plurale. — Io son d'accordo coli' Holzinger 
nel dare alla voce lùofpytp, e perciò al fatto dell* uccisione di Cicno, il si- 
gnificato di un ** bel principio della guerra „ come già avea intuito il Ha- 
chmann, sebbene leggesse zòà(r/yj {qui faustissime bellum auspicatus est). 
Ma reputo che l' Holzinger erri nel credere, riferendosi alle Ciprie (Proci.. 
in £. G. F. K p. l*>)che Licofrone voglia dire che Achille uccideva nell'i- 
sola di Tenedo i Agli di Cicno, ma lo stesso Cicno dinanzi Troia. Noi, 
secondo la tradizione più comune, quale pare riferita da Apollodoro (epii. 
Apollod. 3. 26 in Myth. gr. W 1 p. 1<>6) dobbiamo intendere che Cicno era 
ucciso neir isola, prima che i Greci sbarcassero nella Troade, e cioè prima che 
il greco Protesilao fosse ucciso da Ettore ; giacché se Licofrone sa che Achil- 
le sbarcando nella Troade dava il segnale della guerra (v. 25(0 sa pure che 
primo a sbarcare e a combattere fu Protesilao (vv. ò3t» sgg.). Achille secon- 
do Licofrone doveva evidentemente combattere prima di Protesilao, e cioè 
neir isola di Tenedo prima di giungere a Troia. Del resto, soltanto appresso 
Licofrone parla dell'arrivo dei Greci nella Troade e dello stesso Achille 
(vv. 243 sgg.). 

237.— Cicno era nato dagli amori segreti di Calice col dio Posidonc (Hyoin. 
fab, 157 Schm. p. 14) e dalla madre era stato esposto sulla riva del mare 
nutrito da un uccello acquatico, era stato trovato da alcuni pescatori, che 
avean tenuto dietro ad un cigno {Sckol. ; cfr. Hboksianact. apd Athkn. IX. 
393 e). Risulta quindi chiara l'antitesi nel nostro caso: Cicno affidava i H- 
gliuoli proprio alla medesima sorte, cui era stato condannato egli stesso. 

24().— Teti mandava ad Achille il garzone Mnemone per ricordargli di non 
uccidere Tenne, figlio d'Apollo, essendo già stabilito dai fati ch'egli sareb- 
be morto, se avesse tolta la vita ad un figlio d' Apollo. Mnemone, presente 
all' uccisione di Tenne, non ricordò d* avvertire Achille ; e questi, preso dal- 
l' ira, uccise anche lui (Schol.). Il racconto trovasi in Plutarco {quaest. f^r. 
28); cfr. Eustath. ad Odyss. XI. 521 p. 1697. 57; Apollod. epit. 3. 26 in 
Myth. gr. W I p. 196. 

241.— Licofrone non dà il nome del garzone, ma lo indica col participio 
)iv7j)iojv. Ben notò il Bachmann ad l.: optime etiam convenit haec expli- 
catio mori LycophroniSy nomina propria eorum, quorum fata exponit^ ubi- 
cumque fieri poteste supprimendi. 

243. — Non si può qui parlare della città di Mirina sulla costa dell' Boli- 
de, né dell'altra nell'isola di Lemno, ma del colle posto di fronte a Troia, 
e che così si chiamava dall' amazone Mirina ivi sepolta. È il colle ricordato 
da Omero, detto dai mortali Batiea e dagli immortali tomba di Mirina (//. 
IL 811 sgg.). Mirina era una delle Amazoni cadute nella guerra contro Pria- 
mo (Strab. XU. 573; XIII. 623; cfr. Eustath. ad Iliad. IL 811 p. 35(). 44 
sgg.. II. 813 p. 351. 13 sgg.). Cfr. Tt^MPBL in Roschbr, Lex. IL 33(J9 sg. 

245.— Achille, paragonato ad un lupo (v. 246) dalla nave lancia un salto 
sulla spiaggia, e dove batte col piede nasce una sorgente d'acq uà.— JlsXas^fóv 
si riferisce logicamente ad Achille e nel senso di Tessalo, come al v. 177.- 



1 70 COMMENTO : w. 24b-25l> 



Xoi'^ipoò xoòó; corrisponde ad 'AyiX^o Xai-ijnrjpóv di Omero (//. XXI. 263 sg.); 
cfr. EuRiP. Elect. 439. 

246. — A torto lo Schcer lesse Kota^ov. indotto evidentemente da ciò che 
dice appresso Io stesso Licofrone (v. 279) che, cioè. Achille sbarcava sulla 
terra troiana l' ultimo dei Greci. Qui, altro vuol dire il poeta. Sebbene egli 
dia sempre a Xota^o^ Xoìa^^ Xota^iv l'idea del tempo (vv. 81, 246, 441, 
1463; 163, 279, 1362; 789, 999) qui l'adopera rispetto allo spazio. Ciò am- 
mette anche il Wilamowitz, il quale ha recentemente discusso questo luogo 
di Ltc. in relazione alla iscrizione eleusina C. /. A. II. 834* 17 e al v. 1597 
dtW Elena di Euripide (//rrw. XXXIV. p. 612 sgg). Ma lo stesso Wilamo- 
witz intende Xoiadtov ^tva come l'estremo lido, nel senso dell'orlo della 
spiaggia. Io credo invece che estremo lido qui abbia il significato della " par- 
te più interna della spiaggia „ ove terminano gli scogli e comincia la terra 
propriamente detta. L' idea di estremità è da intendersi dal di fuori al di 
dentro, dal mare, cioè, donde Achille lanciava il salto, alla terra. Il luogo, 
ove Achille battendo col piede fa nascere la sorgente, non può essere il nu- 
do lido formato di scogli, ma la parte ultima della spiaggia. Dippiù il salto 
dell' eroe è meraviglioso, appunto perchè si estende dalla nave alla parte in- 
tema della spiaggia. In quanto ad cuBttiv cfr. n. al v. 27. 

247.— Della tradizione che fa nascere una fonte sotto il piede d'Achille, 
della quale parlano gli scoliasti di Licofrone, si può supporre avesse cono- 
scenza Euripide (Androm. 1139) quando al tìglio di Achille faceva lanciare 
xò Tpoixòv xrfiri'^a. Ma Euripide non ne parla chiaramente. Ciò fa il suo 
scoliasta, il quale fa risalire la tradizione ai a'jvxerayóxs': tò Tfxwixcf. Più 
precisa è però l'indicazione data dagli scoliasti di Licofrone e da Tzetze, 
che riferiscono alcuni versi di Antimaco (fr. bO in E. G. F, K p. 295) ove 
si menziona la fonte di Achille nel suolo troiano; e T Antimaco sarebbe 
quello di Teo, e non l'altro di Colofone, stando all'opinione del Wilamowitz 
(op. ciL apd n. al v. 246). Ora noi crediamo che in Antimaco ed Euripide 
si riscontrino staccati i due elementi della tradizione: mentre l'uno poeta 
parla semplicemente della fonte di Achille, l'altro mostra di conoscere sol- 
tanto il salto dell' eroe. Evidentemente la tradizione ha carattare locale, in 
quanto possiamo pensare che nel suolo della Troade esistesse realmente una 
fonte, che mitologicamente fosse legata al nome di Achille. 

249. —Sbarcati i Greci con Achille sul lido della Troade, secondo la visio- 
ne di Cassandra, cominciano le sconfìtte e le sventure dei Troiani. Achille 
è paragonato ad *Apr;; W.^i^"^/^» ® ^^^ ^^ *^*® ^^^ ^ agilissimo nel combat- 
tere e va alla pugna con lieto animo quasi prendesse parte alla danza. La 
frase è spiegata dallo Eiym. M. 634. 54: òpy.^^^ 'Apr^r, ó ^òìdvT^Xf^^ xtnà 
xó>wS|iov, dove è notato come òpyTjTcrJ; è detto Merione nell'//ia^. XVI. 617; 
cfr. Hesych. s. V. 

25(\— È noto che negli antichissimi tempi si usava il guscio di conchiglia 
come tromba di guerra. — a^^avr^pfiv vó^iov ( = il motivo cruento = il segna- 



commento: vv. 2ó'J-26("> 171 



le della battaglia) sta in relazione al paragone della battaglia ad una danza. 
Sulla frase cfr. Eustath. ad Iliad. II. 273 p. 219. 30. 

252.— ici^pixov (=ics<ppixa3i) è spiegato dallo scoliasta come forma dialet- 
tale dei Calcidesi e degli Bretriesi, cioè della gente di Eubea. Lo stesso sco- 
liasta poi cita HoM. //. Xlll. 339. — (uai in accordo con cèiC'iaTT/.^ovx*; 
(v. 253) e da intendersi coU'Elmslcy {ad Eurip. Heracl. 839 apd Schbkr 
in Rhein. Mus. XXXI V. p. 287 n. 2) come derivato dal mascolino ('Jr^;, si- 
milmente che al V. 847. 

253. — In ot|j.n)YT3 ivòaXXsia» v'è la figura detta acyrologia; cfr. Konzk 
p. 84 sq.: gemituum tamquam imagines ita Cassandrae menti obversabantur, 
ut vide re eas et audire videretur. Il Potter ad /. avea già ricordato il xiuzov 
òiòofixa di Abschyl. Sept. 103; e il Konze riferisce altri esempi. 

255. -Cfr. HoM. //. XIII. 837. 

258. — Sulla ripetizione di ixsìvo (v. 259) cfr. n. al v. 69. 

260.— Da qui al V. 268 si accenna alla scena dell'uccisione di Ettore, per 
mano di Achille, di cui si occupa il libro XXII dell' Iliade. Questo luogo, 
oggetto di tante discussioni, fu chiarito principalmente dallo Scheer {Pro- 
gr. Ploen. 1876 p. 11) il quale notò commesso risulti di due parti, delle 
quali la prima (vv. 26(^262) parla della fuga di Ettore, la seconda (263- 
268) descrive il morto eroe, legato al carro di Achille e trascinato intorno 
alle mura di Troia. L' Holzinger ad l. ha poi osservato che questa seconda 
parte si suddivide in altre due, nel senso che la descrizione del cadavere 
trascinato è compresa nei vv. 267-268, mentre i vv. 263-266 alludono al 
combattimento dei due eroi. Così abbiamo tre momenti: Ettore inseguito, uc- 
ciso e trascinato. Io credo che a queste osservazioni se ne debba aggiunge- 
re un'altra riguardo al v. 263: esso indica il passaggio del primo al secon- 
do momento dell'episodio, essendo più proprio il gridare di Achille nel mo- 
mento della fuga, che nell' altro del combattimento. — Lo Scheer sciolse il 
nodo della difficoltà scorgendo nella voce (vat^tj) (v. 262) l'ottativo paifioì; 
mentre T Holzinger pensò di trovare la voce verbale in crfxóX^ (v. 262) che 
egli scrive òjxóXXu (da cqxóXXso^ai). Ma io preferisco la lez. dello Scheer, 
non solo perche riesce più piana la costruzione, ma anche perchè si evita 
l'irregolare accordo di jiai^to col femminino ^aasi; sebbene Tzetze lo giu- 
stifichi come un atticismo. Nel testo del Kinkel muto quindi soltanto f>aip(j» 
in (ioapot. — Come notò il Bachmann, il poeta mette insieme tanti epiteti 
per dare l'idea del terribile Achille. Egli è paragonato all'aquila; ma que- 
gli epiteti si riferiscono confusamente in parte a lui, e in parte all'uccello, 
lo nella traduzione li riferisco all'aquila, che nell'episodio ha la parte più rile- 
vante.— XaBpaCoiv: cum vehementi impetu irruens (Bachmann).— icspxvó;: di 
colore nero; cfr. Iliad. XX1V\ 316. — ar/^ir^xrjc; : pugnax (Canter). Su /«{mijv, 
che propriamente si dice del fulgore degli occhi del leone e delle fiere in genere, 
e che qui si riferisce allo sguardo dell'aquila, ben notò il Bachmann ad /.; 
cf. KoHZB p. 60. Licofrone poi usa questa voce per indicare il leone stesso 
(vv. 455, 660). 



172 comiENTo: vv. 2M-272 



261. — Si accenna alla fuga di Ettore innanzi ad Achille, e alla loro corsa 
per ben tre volte intorno alle mura di Troia, di cui parla 1* Iliade (XXll. 
16Ó sg. 2(^). Anche l'imagine dell'aquila trova riscontro nel paragone ome- 
rico di Achille ad uno sparviero che insegue una colomba (//. XXIL 13M 
sg.): i piedi di Achille erano simili alle ali dell'aquila: egli toccava la terra 
come un'aquila che volando si imagini sfiorasse il suolo colle ali. 

262. — Su p«i?ot cfr. n, al v. 260. — TuxtMxf^v -zò^t^ay ( = la ben calcata or- 
ma) significa la forza del piede d'Achille. 11 verso letteralmente suona: * trac- 
ci all'intorno in curvo corso la ben calcata orma „. 

263.— Cfr. n. al v. 261). 

2f>4.— Mi scosto dalla trad. lett. riferendo t'ìv ^pT/vXcrcóv aou a Cassandra 
che parla, anziché al cuore di lei, cui e rivolto il discorso (v. 258). 

26Ò.— Secondo Stesicoro ed Ibico, Euforione ed Alessandro Etolo, sarebbe 
stato Ettore figlio di Apollo {Sckol. Lyc. ad /. / Porphir. apd Sckol. lliad. 
111. 314). Sul colle Ptoo in Beozia era un tempio di Apollo, famoso per il 
suo oracolo; onde il dio era detto Ptoo (Herodot. Vili. 135; Strab. IX. 413; 
Paus. IX. 23. 6; cfr. Bursian, Geogr, v. Gricch. I. p. 212). Secondo il poeta 
Asio, il monte e il dio avrebbero preso nome da Ptoo, tìglio di Atamante e 
Temisto (Pais. /. cr.). — apx«3«; ^xopaiw corrisponde al òyjicba': òipia; del 
V. 41: sollevare in alto, nel senso di atterrare nella lotta l'avversario. 

267.— ■a\prj=i luoghi incolti, in apposizione a ^òov=luogo coltivato, prato. 

268.— Intendo ouXoxo; come "solco, e/^opà; come "ampio,: il cadavere 
di Ettore fu legato al carro in modo che il capo strascinasse a terra (//. XXll. 
3<^8) tracciando quindi sulla polvere una strìscia, un solco, pieno di sangue. 

269.— Achille vende al re Priamo il cadavere di Ettore a peso d'oro (v. 
276: Achille vsx(>oxipva;). Nell'Iliade ciò non avviene, ma è soltanto accen- 
nato ipoteticamente: Achille dice ad Ettore morente che non lo restituirebbe 
al padre, neppure se questi ordinasse di rìscattarlo a peso d'oro (//. XXIL 
3Ó1 sg.) E poi il cadavere è riscattato con doni (//. XXIV). Pare che la tra- 
dizione, cui accenna Licofrone, si trovasse già nei Frigi dì Eschilo (Scbkkb, 
Progr. Ploen 1876 p. 11 sg.) Cfr. Vkro. Ach. 1. 484: cxanimumque auro cor- 
pus vendebat Ackilics. 

271. — Un giorno Achille dovrà restituire (o meglio, per lui, restituiranno 
i Greci) l'oro avuto da Priamo. Narravasi che Achille, invaghitosi di Polis- 
sena figlia di Priamo ed avutala promessa in moglie, si recò nel tempio di 
.Apollo Timbreo (Tymbraios); ma ivi furtivamente con un dardo fu colpito ed 
ucciso da Paride: i Troiani allora non vollero consegnare il cadavere dì A- 
chille ai Greci, prima che non fossero restituiti loro i doni che lo stesso 
.Achille avea avuti da Priamo per il riscatto del cadavere di Ettore (Sckol.). 
Ignorasi quale scrittore abbia difTuso per il primo questa tradizione. Forse 
ne parlava Ellanico a proposito del tempio di Apollo Timbreo (fr. 135 in 
F. f/. G. M I p. 63). 

272.— Il fiume Pattolo, che scendendo dal monte Tmolo, in Lidia, tra- 
sportava polvere d'oro, è già ricordato da Erodoto (V. lUl. 2). 



ooMMRNTo: vv. 273-274 173 



273,— Secondo Omero (//. XXIll. 91 sg.) l'ombra di Patroclo pregava 
Achille perchè le ossa di entrambi fossero chiuse insieme nell'urna d'oro 
che all'eroe avea donato la madre Teti; ed appresso Agamennone narrava 
(Odyss. XXIV. 71 sgg. ) come le ossa del Pelide unitamente a quelle di Pa- 
troclo ed anche ( sebbene separatamente ) a quelle di Antiloco fossero state 
chiuse neir urna d* oro che Teti avea ricevuto da Bacco e eh* era fattura di 
Rfesto. La tradizione era questa: avendo Dioniso, o Bacco, ben accolto 
Efesto nell'isola di Masso, ne ricevette in dono un'urna d'oro; ma ap- 
presso egli, essendo perseguitato da Licurgo ed avendo trovata buona ac- 
coglienza presso Teti, fé' regalo a lui di quell'urna: la dea la diede al 
figliuolo Achille, affinchè, morto, vi fossero chiuse le ossa di lui, come nar- 
rava Stesicoro {Schol. Iliad, XXIII. 91; cfr. Tzbtz.). Così si comprende per- 
chè Licofrone dica che l'eroe scendeva nell' urna di Bacco. Egli evidente- 
mente collega alla omerica la tradizione stesicorea. Cfr. Gbppckbn, Zur Kennt- 
niss Lyc. in Herm, XXVI. p. 272. 

274. — Che Achille fosse pianto dalle Muse, narravano Omero {Odyss. 
XXIV. 60) e l'autore dell' Etiopide (Procl. in E. G. F, K p. 34) e Pindaro 
{Isthm. VII. [Vili] 58 [127]). Le Ninfe delle quali parla Licofrone, come osserva 
lo scoliasta, equivalgono alle Muse; che già è noto come presso gli antichi le 
une fossero assimilate alle altre e come quindi, parimenti che le Ninfe, le 
Muse fossero onorate presso le fonti. Il rapporto che corre tra le Muse e 
le Ninfe, e tra queste e Teti, spiega la loro partecipazione al lutto per la 
morte di Achille : Teti è seguita dalle figlie di Nereo e a queste tengon die- 
tro le canore Muse {Odyss. XXIV. 55 sgg.). E qui si parla di fiumi e di 
sorgenti della Macedonia, riferentisi alle Muse dell'Olimpo: Befiro era un 
fiume che scendeva dal versante nord dell'Olimpo (Paus. IX. 30. 8^ e Li- 
betra e Pimplea erano, a detta di Strabone (VII. 330. 18) due località 
della stessa Macedonia, non lungi dalla catena dell' Olimpo, e stando a Li- 
cofrone l'una dovea sovrastare all'altra; e, come ben osserva lo scoliasta, 
accanto alle due città dovean esservi le omonime fonti o sorgenti. In que- 
sti luoghi si ricordava il più antico culto delle Muse: cfr. Caiximagh. hymn. 
in. Del. 7 sg. ; cfr. Prbllbr-R. Griech. Myth. I. p. 485 sg. Veramente più 
diffuso divenne il culto delle Muse dell' Elicona in Beozia. Una certa comu- 
nanza di nomi si riscontra fra i due paesi dell' Olimpo e dell' Elicona ; 
e Pausania ( IX. 34. 4 ) ci fa sapere che in Beozia, presso Coronea, v' era 
un monte Libetrio, con due sorgenti ov' erano onorate le Ninfe e le Muse, 
dette appunto Libetridi; cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. I. p. 23ó ; mentre, 
d'altra parte, lo stesso Pausania (IX. 3() 8 ) ci ha detto che il Befiro scen- 
dendo dall' Olimpo, nel suo primo corso, aveva il nome di Elicone : la co- 
munanza di nomi nei luoghi sarà stato effetto della comunanza delle varie 
forme del culto : dapprima monti, fiumi e sorgenti della Beozia avranno pre- 
so il nome dalla Macedonia, dove il culto era più antico, e quindi in Ma- 
cedonia saranno passati nomi dalla Beozia, dove il culto delle Muse acqui- 
stava sempre maggiore rinomanza. Che poi elementi del culto macedonico, 



174 comntNTo: w. 276-286 



quale quello delle Muse Lìbetrìdi, fossero stati importati in Beozia da anti- 
chi coloni Pieri (Dbcharmk, Myth. de la Grece ant. p. 226) non possiamo 
asserire. Le Muse pierìdi della Macedonia erano vicine al paese di Achille. 

276.— v£X(>oxipvc[;: cfr. n. al v. 269. Secondo la tradizione vulgata, che si 
legge in ApoUodoro (IH. 13. 8) Teti. sapendo che se il figliuolo Achille 
avesse preso parte alla guerra troiana vi avrebbe perduta la vita, vestitolo 
d'abito muliebre, quasi fosse una donzella, lo condusse in Sciro e lo affidò 
al re Licomede, che lo tenne fra le sue figliuole. Alla dimora di Achille in 
Sciro accenna Licofrone, sebbene non creda, come reputavasi comunemente, 
che in Sciro Achille dalle relazioni con Deidamia, la figlia di Licomede, aves- 
se avuto il figlio Pirro o Neottolemo; cfr. n. al v. 184. Da Ulisse poi Achille 
fu indòtto a partire per Troia. Achille in Sciro era già ricordato dalle Ciprie 
( Proci.. ^. G. F. K p. 1M ) e dalla Piccola Iliade (fr. 4 in £. G F. K p. 
4<>). Licofrone, in odio ai Greci, fa dire a Cassandra che Achille non fu con- 
dotto a Sciro dalla madre, ma spontaneamente e per paura vi si rifugiò. 

278. — Spregevolmente il poeta rappresenta Achille quale donna che tessi. 
Ho tradotto xop' tt^ot; ** telaio „ ed a questo ho riferita l* idea compresa 
nella voce xpóiwv. 

279. —Sapendosi" che sarebbe toccata la morte a chi per il primo avesse 
messo piede sulla terra troiana, scese arditamente dalla nave Protesilao e fu 
ucciso : Achille quindi avrebbe mostrato paura a sbarcare per il primo 
( Schol. ). Non esser stato il primo non significa certamente esser stato l'ul- 
timo ; onde qui si manifesta una eccessiva esagerazione, che si potrebbe at- 
tribuire tanto a Licofrone, quanto ad altri a lui anteriori. Il Wilamowitz 
(//rrm. XXXIV. p. 612 sgg. ) pensa che Licofrone avesse dinanzi un drama, 
come p. s. " i Pastori , di Sofocle, lo non credo necessario che Licofro- 
ne leggesse ciò in uno scrittore anteriore. Qui non si ha niente altro che 
l'ostile esagerazione di Cassandra verso l'eroe: essa lo rappresenta atter- 
rito dalla vista di Ettore, che già secondo l'antica tradizione delle Ciprie 
( pROCL. in E. G. F. K p. 19) sarebbe stato l'uccisore di Protesilao. L'e- 
sagerazione è un fatto psicologicamente naturale, non solo, ma quasi ne- 
cessario: Cassandra è mossa dall'odio contro il nemico della patria, uc- 
cisore del suo glorioso fratello Ettore. Achille avea ben iniziato la guerra 
uccidendo Cicno, ma in Tenedo, prima di giungere in Troia, mentre qui il 
primo fatto di guerra è compiuto da Protesilao; cfr. n. al v. 232. 

281.— Da qui fino al v. 3(K> Cassandra parla di Ettore: lo rappresenta già 
ucciso e ne glorificale gesta. Come nota Tzetze, anche Pindaro (ol. IL |14f>] 
9(>) avea chiamato Ettore colonna incrollabile di Troia. 

284. — Forse, come intende l'Holzinger, il poeta chiama dorico l'esercito gre- 
co riferendosi ai capi Agamennone e Menelao, ch'erano dell'Argolide e della 
Laconia; forse questa designazione di dorico corrisponde al linguaggio non 
comune del vaticinio. 

286. — Cassandra dice che i Greci, già prima di ucciderlo, sconteranno la 
gioia di veder morto Ettore, ed imagina i Greci fuggenti dinanzi all'eroe, che 



commento: vv. 288-307 175 



dà persino fuoco alle loro navi. Questo episodio è già ricordato da Omero 
(//. XV. 718 sgg; XVI. 112, 122 sgg.) 

288.— Zeus Oó^io; era considerato dai Greci Come protettore dei fuggi- 
tivi. A lui quindi si raccomandavano i Greci che, inseguiti da Ettore, erano 
costretti a rifugiarsi sulle navi. 

29(). — I Greci non possono giovarsi dei ripari e delle fortificazioni costrui- 
te intomo alle navi stesse, e cioè nel loro campo. 

292. — ^fitaa, che lo scoliasta dice = al axs^ovat, serve, secondo me, ad 
indicare gli schermi dietro i quali, in cima alle fortezze, si combatteva so- 
stenendo la difesa. 

295.— Questo luogo (vv. 295-297) è stato oggetto di varie discussioni: alla 
lez. data dal Bachmann ed accettata dallo Scheer {Progr. Ploen 187f) p. 2«0 
secondo cui mrjBiìivxs; si riferisce ad sj sBoiXicuv, noi preferiamo quella propo- 
sta dall'Hermann (Opusc. V. p. 238: dove cita il xtjÒcòvt» Tcsòta di Sophoci.. 
Ai. 30) e sostenuta dall'Holzinger, riferendo icy)5<wvT2c ad a<pXaaxa xal xó- 
(>ufL^a Àzk. La voce -ìctjwovts; ha qui il significato di correre di qua e di là. 
L'episodio devesi considerare composto di due elementi: l'uno, la fuga dei Greci 
sulle loro navi, l'altro, il saltar dalle navi sopraffatti dal fumo. Ma Licofro- 
ne sottintende il primo elemento, e si riferisce soltanto al secondo che è il 
più interessante: i Gieci si sono già rifugiati sulle navi quando sono so- 
praffatti dal fumo e dalle fiamme. Costretti a scappare corrono qua e là 
(xr^cJtòvTs;) per le navi stesse (a^Xaaw xtX.) alla rinfusa, spingendosi gli Uni 
sugli altri (icuxW) sì da precipitare giù a terra (xy^iaxTjTfjps;) dalle navi, e 
cioè dai loro posti di rifugio (i^ i^uXuov). 

297. — xóviv = sabbia = spiaggia. 

298. — Ettore ucciderà molti dei più illustri capitani greci. — xfxuTÓXsia 
'KXXcf$o(;=la migliore preda fatta dai Greci. 

299.— ctìyiiTj ®sf>ovxa<: = ottengono colla lancia. 

3(X).— Il Kinkel legge col Bachmann o^if((>i[ioi; ma lo Scheer preferisce, e 
a ragione, la lez. o^pi^oi. 

3C)2. — I danni patiti dai Greci non allieteranno l'animo di Cassandra, si 
da farle sopportare meno aspramente la sventura della morte di Ettore. 

307. — Cassandra prevede anche la triste fine del fratello Troilo. Invaghi- 
tosi Achille di lui, lo inseguì ed era sul punto di raggiungerlo, quand'egli 
si rifugiò nel tempio di Apollo Timbreo, suo padre: Achille tentò d'indurlo 
a venirne fuori, ma non vi riusci ed allora l'uccise sull'altare del dio, dove 
però appresso Apollo vendicandosi faceva perire lui stesso (Schol.). Troilo 
era il più piccolo dei figli di Priamo, e qui è rappresentato come tenero fan- 
ciullo (Apollod. hi. 12. 5). Si può imaginare giovinetto quand'era ucciso, 
ma nel momento in cui parla Cassandra dovea esser bambino, e non mai 
coetaneo di lei, come intende lo scoliasta (òiòti^oy; stvai T(>oj(Xov xaì Kaocfv- 
òpav). In Omero (//. XXIV. 257) invece Troilo è ricordato come valente com- 
battente; e ciò mostra che la leggenda dell'amore di Achille per lui è po- 
stomerica. Non sappiamo se ne parlasse l'autore delle Cìprie, dove era detto 



n' 



176 commento: w. 308-316 



che Achille uccise Troilo (Procu in E, G. F. K p. 20); ma certamente è 
notevole che anche la tradizione virgiliana {Aen, I. 474 sqq.) faceva ucd- 
dere Troilo da Achille in combattimento. Potremmo piuttosto pensare che 
dell'amore dell'eroe per Troilo parlasse Ellanico a proposito del tempio di 
Apollo Timbreo (fr. 135 in F. //. G. M I p. 63) cosi come pensammo che 
egli discorresse della morte di Achille avvenuta dentro quello stesso tempio 
(cfr. n. al v. 271); e quindi credere che ad Ellanico attingesse ApoUodoro, 
se dalla notizia, che Achille tentando insidie a Troilo l'uccise nel tempio di 
Apollo Timbreo (Apollod. eptt 3. 32 in Mytk. gr. W I p. 198) sì potesse 
dedurre che Apollodoro facesse cenno di quell'amore. 

308.— La frase * dolce abbraccio dei tuoi fratelli „ si può intendere nel sen- 
so che i fratelli di Troilo provassero gioia nell' accarezzarlo. 

3(»9. — Si paragona Achille a fiero dragone per dare efficacia al concetto 
che Troilo, fanciullo, feriva un sì forte eroe: lo feriva coi dardi d'amore. 

311. — Tpóvov ^òv (xot) elaxspj^ {Sckoì: aorcrcov) indica l'instabilità di 
Achille, il quale passò subito dall' amore all' ira, uccidendo il suo amato. Cre- 
do sufficiente tradurre * per breve tempo ,, 

312. — Achille amando Troilo non fu riamato. Si noti l'antitesi: il fan- 
ciullo coi dardi d'amore domò l'eroe, ma questi l'uccise. 

313.— Troilo era creduto figlio di Apollo Timbreo (cfr. n. al v. 307).— Qui 
Tt^^o; = ^«^d^ come al v. 613. In questo senso l'usava lo storico Durìde. 
secondo Sckol. Lyc 614 ( = fr. 73 in F. H. G. M II p. 4H(>). Cfr. Lrc. w. 
335, 992; cfr. Konze p. 61: Vero. Aen. II. 742: tiimulum aniiquae Cereris 
sedcmque sacratam. 

314.— Cassandra chiama usignuoli le due sue sorelle, Laodice e Polis- 
sena, delle quali prevede la fine infelice. 

315.— Chiama cagna la sventurata madre sua, Ecuba. Che Ecuba diventas- 
se cagna, è detto già in Eurip. Ecub. 1265. Licofrone ne parla poco appres- 
so, ai vv. 333 sg. 

316.— Qui (vv. 316-317) si ha uno degli esempi di amplificazione preferiti 
dal nostro poeta : cfr Konze p. 96. — L' una delle infelici sorelle di Cassan- 
dra, Laodice, nella distruzione di Troia inseguita dai Greci sprofondò in una 
voragine {SckoL), È ricordata da Omero (//. III. 124; VI. 252). È certamen- 
te postomerica la leggenda licofronea: noi ignoriamo a quale autore risalga ; 
ma se veramente era accolta da Apollodoro {epìL 5. 25 in Mytk, gr, W I 
p. 212) si può anche credere che abbia origini vetuste. Forse si trovava ac- 
cennata nella Distruzione d' Ilio d' Aretino, dove Acamante, egualmente che 
il fratello Demofonte, si fa giungere in Troia (fr. 3 in E. G. F. K p. 51); 
cfr. n. al v. 495. La leggenda, a quanto pare, era posteriormente riferita 
dal poeta Euforione calcidese, stando all'osservazione del Meineke {AmÉl. 
Alex. p. 97) secondo cui in Euforione Laodice doveva apparire perseguitata 
o maltrattata dai Greci, dopo la presa di Troia, perchè Pausania (X. 2(>. 7 
sg.) biasima il poeta di non esser d'accordo con Omero ne con Lesche, se- 
condo i quali Laodice era moglie di Licaone, risparmiato dai Greci, e costui 



commento: vv. 319-325 177 



figlio del troiano Antenore, che avea ospitato in casa sua Menelao ed Ulis- 
se e che, in cambio, dallo stesso Ulisse era stato salvato (cfr. TOmpbl in Ro- 
scHKR, Lex. II. 3229); sicché gli Atrìdi avrebbero anche risparmiata Laodice, 
della casa di Antenore. Euforione avrà potuto attingere alla stessa fonte di 
Licofrone; ma certo è che qui Licofrone segue una fonte diversa di quella 
che pare abbia presente poco appresso (v. 340) quando rappresenta Anteno- 
re traditore dei Troiani, perchè altrimenti non si comprenderebbe che i Gre- 
ci maltrattassero Laodice, della casa di Antenore, loro alleato. La nostra 
leggenda si riscontra anche in scrittori posteriori, come in Nicol. Proqymn. 
2. 1 p. 269 = Mythogr. gr. Westermann p. 376. 44 e in Dionys. Chalcid. 
in Schei. EtiRip. Androm. 10, come ha osservato l'Hòfer in Roscher, Lex. 
IL 1830. Cfr. n. ai vv. 495, 497. 

319. — oXjia vòv TÒ aX.ao; {SchoL). Nonno di Laodice era Laomedonte; 
ma nella voce icohrico; si può intendere uno dei progenitori di lei. Lo sco- 
liasta, infatti, pensa a Troos ; ma meglio è seguire coli* Holzinger l' opinio- 
ne del Potter, che qui sia da pensare alla tomba d' Ilo, ricordata da Ome- 
ro (//. X. 415; XI. 166, 371 sg. ; XXIV. 349). 

320. — Laodice sprofondava nel luogo stesso ov'eran stati seppelliti 
Cilla e il figliuolo Munippo, per ordine del re Priamo; il quale falsava l'in- 
terpretazione del presagio di Esaco e mandava a morte quei due, in luogo 
di Ecuba e Paride; cfr. n. ai vv. 86, 224. Cilla era moglie di Timoeta, fra- 
tello di Priamo ; ma da costui, per segrete relazioni, avea avuto il tìglio 
Munippo (SchoL). 

323. — L'altra delle infelici sorelle di Cassandra è Polissena. Innamo- 
ratosene Achille, per causa di lei fu ucciso da Paride nel tempio di Apollo 
Timbreo. Caduta Troia, Achille apparve in sogno ai capi dei Greci chieden- 
do in sacrifizio Polissena, quasicchè l' amasse ancora dopo morto. Sulla sua 
tomba la sgozzò il figlio Pirro, o Neottolemo ( Schol. ; cfr. Eurip. Tro. 39 
sg.: Hec. 37 sgg. 521 sgg. ). Il poeta imagina quindi che Polissena, uc- 
cisa sulla tomba di colui che l'avea amata, fosse condotta a nozze. L'uc- 
cisione di Achille dentro il tempio di Apollo Timbreo era forse, come si 
disse (cfr. n. al v. 271) riferita da Ellanico. Può darsi che questi, sempre 
a proposito di quel tempio, narrasse anche la fine di Polissena : Achille, Po- 
lissena e Troilo Ccfr. n. al v. 313) eran periti nello stesso tempio, di cui 
forse parlava minutamente lo storico di Miti lene. Certo è che della fine di 
Polissena trattava già la Distruzione d* Ilio CProcl. in E. G. F. K p. .VO. 

324. — Neottolemo è detto leone, figlio di Ifis, cioè d'Ifigenia (v. 183). 
Su ^I^i':, forma accorciata di M'fqsvsia, v. Konzb p. 31. Che il poeta Eufo- 
rione derivasse il nome Ifigenia da 'Ic&i; è detto in Etym. M. 480. 8 (fr. 61 
M). Eschilo invece di Amphiaraos avea scritto Amphis {Etym. M. s. v. 
'Aii'fi; ). 

325. — Neottolemo che uccide Polissena fa ricordare sua madre Ifigenia 
che in Tauride sacrificava vittime umane e conosceva 1' arte di cuocere i 
cadaveri nella caldaia; cfr. n. al v. 197. Traduco quindi liberamente la vo- 

E. ClACRHI. — La Ales»amìra di Licoftone. \l 



178 OOMMKNTO: w. 326-329 



ce ^^épvt^a; per 'arte di sacrifìci umani „ ; e come al v. 198 alla voce iii- 
Xaiva, qui all'altra xsXaivf^;, entrambe riferentisi ad Ifìgenia, do il significa- 
to di * crudele „ ; cfr. n. al v. 7. 

326. — Gli scoliasti si mostrano dubbiosi se il pfx>nome relativo r^v, e 
quindi i vv. 326-329 debbano riferirsi a Polissena (Scaligero) ovvero ad 
Ifigenia (Bachmann); ed adattano il significato delle varie parole all'una o 
all'altra interpretazione. Lo Scaligero traducendo riferisce questi versi a Po- 
lissena, e a ragione lo segue 1' Holzinger. Anch' io intendo così, sia perchè 
sarebbe inopportuno che qui Licofrone tornasse a parlare d* Ifigenia e la 
imaginasse realmente uccisa in Aulide, dopo aver detto che fu salvata da 
una cer\'a ( v. 1 90 ) e che andò in Tauride ; sia perchè si ricorda la Ifige- 
nia crudele di Tauride appunto per dare idea della crudeltà del figlio Neot- 
tolemo, e sarebbe cosa sconveniente ch'essa contemporaneamente venisse 
paragonata alla innocente Polissena. Dippiù, pensando all'Ifigenia in Tauri- 
de, non si comprenderebbe bene perchè qui (v. 329) si dovrebbe ricordare il 
primo, o i primi giuramenti come vuole lo scoliasta, mentre lo stesso Li- 
cofrone ha detto innanzi (v. 203; cfr. n. ad. l.) che in Aulide i Greci fe- 
cero il secondo giuramento. Qui si parla evidentemente di Polissena uccisa 
da Neottolemo, paragonato come altrove ( v. 185) al dragone, il quale con 
tale sacrifizio scioglieva i Greci, cui era apparsa in sogno l'ombra d'Achille, 
dal giuramento di vendicare la morte di lui. — Toi^JOvZ^iia è da intendersi col- 
lo Scaligero, col Canter, collo Scheer e coli' Holzinger nel senso di coppa o 
vaso e non lIonMzv5p>ta=TdvaYpa (Stbph. B.) e quindi = Beozia = Aulide. 
come pensò il Bachmann, che derise i precedenti editori (cfr. ad. /.) e co- 
me dopo ha giudicato il Wilamowitz ( Die beiden EUktren in Herm. XMII. 
p. 255 ) il quale ha veduto in questo luogo di Licofrone il sacrifizio di Ifi- 
genia in Aulide. È quindi da scriversi xoniavòptct e non II. come nel testo 
del Kinkel. I vv. 326 sgg. traduco liberamente tentando di rendere meglio 
il concetto del poeta. 

328. — ©«OYOvto : il coltello col quale Neottolemo uccise Polissena, e cioè 
la spada che la tradizione ricordava in possesso di Peleo presso Acasto, 
signore di lolco ( Apollod. III. 1 3. 3 ; cfr. Hbsiod. fr. 82 Lach. ; Pind. 
Xem. IV. [95] 59) e come dono del dio Efesto: da Efesto era passata in 
mano di Peleo, poi era stata ereditata da Achille ed infine da Neottolemo ; 
onde il poeta la chiama Tpiicchpw (Schoì.). E così KavScrcov viene ad essere 
appellativo di Efesto, sebbene ricordi il Kandaion e Kandaios dei vv. 938, 
1410. È da credere, infatti, che Kandaios o Kandaon, nel suo vero signifi- 
cato, non sia che un appellativo di Efesto, il dio del fuoco (kov^ìo; ìx ^««D 
xottsiv xaì Satsiv secondo Paus. apd Eustath. ad Hom. 437. 12.). Cfr. Lorrntz 
in RoscHRR, Lex. II. 946. Licofrone pertanto quando vuole chiamare così Ares 
(vv. 938, 1410) sente il bisogno di determinarlo coli' altro nome di Mamer- 
tos. L' idea del fuoco, e quindi della distruzione, del resto, è tanto in Efe- 
sto che in Ares. 

329. — Lupi son detti i Greci, i quali uccidendo Polissena si scioglie- 



H.li,". 



ooiiMBNTo: vv. 330-335 179 

vano dal giuramento di vendicare Achille (cfr. n. al v. 323). E Neottolemo 
uccideva la fanciulla. Intendo X(>io-óa»ctxxov opxiov nel senso che il sacrifizio 
di Polissena era il primo di quelli che i Greci avean giurato di compiere 
dopo la presa di Troia. 

330. — Tolgo collo Scheer la virgola alia fine del verso. Cassandra si 
rivolge alla madre Ecuba, ricordata innanzi assieme alle due sorelle (v. 315) 
e le predice che sarà trasformata in cagna e quindi lapidata ed uccisa dai 
Dolonci, popoli abitanti le spiagge della Tracia. Questa leggenda si trova 
già accennata da Euripide sulla fine della tragedia Ecuba, dove (v. 1265) 
Polimestore dice alla stessa Ecuba: xwov YfiVTJ^st icópa'tyooact Sspfjiorca, aggiun- 
gendo ch'ivi, e cioè in Tracia, essa avrà sepoltura (v. 1271) e xovò; TaX.at'vr,; 
97j^a, vauTiXoi; Tsx^ap (v. 1273). Già la scena della tragedia euripidea si svol- 
ge sulla costa del Chersoneso Tracico, precisamente dove Erodoto (VI. 34 
sgg.) colloca i Dolonci, e dove a cominciare da Tucidide (Vili. 104) si co- 
nosceva un promontorio appellato Kuvò; o^^ta, ricordato poi da scrittori po- 
steriori. Cfr. HoFRR in Roschbr, Lex. I. 1883. L'argomento della tragedia di 
Euripide riguarda la vendetta di Ecuba su Polimestore : a lui Priamo ha 
affidato il figlio Polidoro con i tesori della reggia, e per imposessarsi di que- 
sti Polimestore uccide Polidoro; ma Ecuba lo trae in una imboscata, lo ac- 
ceca e gli uccide i figliuoli. Polimestore quindi predice ad Ecuba la fine in- 
felice. If racconto è svolto interamente da Ovidio {mei, XIII. 505 sqq.) il 
quale, esposta la vendetta di Ecuba, aggiunge come essa venne lapidata dai 
Traci e mutossi in rabbiosa cagna. Alla tradizione euripidea sono pertanto 
inspirati i versi di Licofrone, secondo il quale poi (v. 117ó) Ecuba in forma 
di cagna accompagna Ecate. 

331. — Sulla forma r] zpio^'jr^ usata invece di T^ xpsa^cia, e su simili 
licenze, cfr. Konzb p. 45 sg. 

333. — Respingo, come inopportuna e superflua, la lez. dello Scheer e 
dell* Holzinger xóicaaai;. 

334. — Meglio leggere Mcttpot; coli' Holzinger. che ji. col Kinkel. Maira 
era detto il cane fedele di Icario: ucciso costui dai pastori dell'Attica, la 
sua figliuola Erigone ne cercò il cadavere e il cane Maira glielo seppe in- 
dicare (Apollod. III. 14. 7). Dippiù Maira era una fanciulla che soleva ac- 
compagnare Artemide a caccia, secondo dice Ferecide (fr. 79 in F. H. G. 
M I pag. 91) e stando a Pausania (X. 30. 5) nel Lesche di Delfo, da una 
pittura di Polignoto essa era rappresentata seduta sopra una rupe in com- 
pagnia di Atteone e d'un cane da caccia. Evidentemente v'era stretto lega- 
me tra il cane d'Icario e la pittura di Polignoto: la leggenda dovea imma- 
ginare la fanciulla Maira mutata in un cane. V era poi 1' antica tradizione 
che questo cane fosse in seguito trasformato in una costellazione " canicu- 
la ^iH\Q./ab. 130 Schm. p. 112); e il Prrller-R. {Griech. Myih. I. p. 459, 667) 
stimò che Maira, la costellazione del Cane, fosse semplicemente l'ardore di 
Sirio concepito in forma muliebre. 

335. — Cassandra prevede la fine del padre Priamo: trascinato da Neot- 



180 commento: w. 336-340 



tolemo, figlio d'Achille, dinanzi all'altare di Zeus, è ucciso. Zeus è chiamato 
'A^o^iévviuv, secondo l'appellativo che avea a Sparta. Oltre di Licofrone. te- 
stimonianze antiche attestano questo culto spartano: Clrm. Alkx. Proir. p. 
33 Pott. ; Athbnao. Presbeia I; Eustath. ad II, p. 168. 10 sgg. cfr. Sam 
Wide, Lakoniscke Kulte, p. 3, 6, 12; Ed. Mrykr, GeschichU dts Aìtertkums, 
II. p. 187. Ed è da credere che il soprannome Agandennone fosse origina- 
riamente il nome proprio del nume e che poi identificato con Zeus ne venisse 
quasi sopraffatto, diventando un semplice appellativo. Cfr. Drnkken in Ro- 
scuBR, Lex. I. 244<>; cfr. Wros, op. di, p. 1 2; cfr. lo stesso Licofrone ai w. 
IILM, 136M. La tradizione vulgata, che risale alla Distruzione d'Ilio d'Are- 
tino (Ppocl. in E. G. F. K p. 4^) faceva uccidere Priamo da Keottolomo 
dinanzi all' ara di Zeus 'Epxsto;, il dio, secondo i Greci, difensore dello Sta- 
to: sebbene si fosse detto nella Piccola Iliade (Paus. X. 27. 1 = fr. l.'i in 
E. G. H. K. p. 45) eh' egli era stato ucciso innanzi le porte della sua 
casa. Evidentemente Licofrone segue la tradizione \nilgata. — Su TJuflo^ = 
^ft>^ó; cfr. n. al v. 313. 

336. — Su xrjo) = K&'jxw v. Konze p. 6ó sq. : itaqne suspicor Lycopkro- 
nem— /orlasse respexisse ad zàr^o^ candì dus saly vel xcqsi»>r. pruina^ eius- 
sque niveum coloran ei suffecisse^ ut voculae huic xrjó; talem ■ albi , 
potestatem subiiceret. 

337. — Priamo, figlio di Laomedonte, si chiamava primieramente Podar- 
ce. Avendo Eracle distrutta Troia diede Esione, figlia dello stesso l^ome- 
donte, al compagno Telamone e a lei concesse di condurre seco chiunque 
volesse. Esione chiese di liberare il fratello Podarcc ed avendo Eracle rispo- 
sto che lo riscattasse, essa diede il velo del capo come prezzo del riscatto: 
r^ 05 xixp«3xou.ivou T/jV xa't^ÙTrzfjov à^psXoaévr, Tf,; xs^paX^; òvrs^xsv òlfsv* Ilo- 
òa(>xr,; Ilf>ta|io; ^x\rfir^ (Apollod. II 6. 4); cfr. Hyo. fab. H9 Schm. p. 8^): 
Priamus est appella tus chcò toD iq^aoHai. Così Priamo facea ritomo in Tn^ìa, 
ma abbandonava il suo primo nome. Ciò che dice qui Licofrone corrispon- 
de al racconto di Apollodoro; dippiù il poeta appresso (v. 467 sgg.) accen- 
na al salto di Telamone sulle mura di Troia e al matrimonio di luì con 
Esione, di cui parla lo stesso Apollodoro (/. e). Ma questi particolari intor- 
no a Telamone ed Esione erano narrati da Ellanico (fr. 138 in F. H. G. 
M I pag. 64) a proposito della guerra di Eracle contro Laomedonte. dopo 
che l'eroe avea salvato Esione dal mostro marino (fr. 136); onde si può 
pensare che anche Ellanico parlasse del riscatto di Priamo compiuto dalla 
sorella Esione, così come Apollodoro, e che quindi alle storie troiane di 
Ellanico s'inspirasse, anche in questo luogo, Licofrone. Cfr. n. al v. 33. 

'Ò40. — Questo verso si collega direttamente col v. 336: Priamo e ucci- 
so quando i Greci prendono Troia per il tradimento di Antenore e di Si no- 
ne; anzi, in ordine di tempo, la presa della città precede l'uccisione del re- 
fe naturale che alla mente di Cassandra si affacci prima la orribile scena 
dell'uccisione del padre e poi la presa della città. — Il troiano Antenore, «se- 
condo Omero (//. \'I. 2*>H) marito di Teano, sacerdotessa di Atena e figlia 



commento: vv. 340-342 181 



di Cisseo, era uomo di senno (//. IH. 203; VII. 347) tanto da essere con- 
siderato come il Nestore dei Troiani (Eurip. apd Athbn. XV. 665a). Non 
e' è, infatti, in Omero nessun accenno al tradimento di Antenore, e quando 
egli, convinto che i Greci erano stati ingiustamente offesi, consiglia ai Troia- 
ni di restituire loro Elena ed i beni di lei, mostra d* esser persona d* ani- 
mo retto e prudente (//. VII. 350); e quando narra d' avere un giorno accol- 
ti onorevolmente gli ambasciatori Ulisse e Menelao, lascia vedere che non 
era venuto meno ai doveri d' ospitalità (//. III. 207). Si noti come questo 
episodio dell'ospitalità data da Antenore a Menelao ed Ulisse era anche can- 
tato da Bacchilide nel carme gli ** Antenoridi „ del quale si ha un solo 
frammento (carm. XIV. Blass p. 115); ed è da credere che lo sia stato 
pure da un poeta epico dell' età Alessandrina, se, come io penso, a ta- 
le episodio si riferisce il frammento pubblicato da Arturo Ludwich (Carm. 
Jliac, deperditi reliq. Regimontii 1897 p. 3) dove pare che Cassandra voglia 
indurre i Troiani a restituire Elena ai Greci. Certo si è, che questo favore 
o simpatia, mostrata da Antenore verso i Greci, avrà a poco a poco dato 
luogo alla tradizione del tradimento. L' Oertel (in Roschbr, Lex. I. 366) ri- 
cordando che secondo la Piccola Iliade (Paus, X. 26. 8 = fr. 13 in E. G. 
F. K p. 44) Ulisse, in notturna battaglia, riconosciuto Elicaone, figlio di An- 
tenore, lo trasse ferito fuori d'ogni pericolo, e che nel Lesche di Delfo era 
dipinta la casa di Antenore con una pelle di leopardo sospesa sulla porta, 
quale tessera di riconoscimento, perchè non fosse abbattuta dai Greci (Paus. 
X. 27. 3) pensa giustamente che la pittura di Polignoto sia stata inspirata 
alla Piccola Iliade. E a questo poema io credo si sia anche inspirato So- 
focle che ripeteva quel motivo della pelle del leopardo (Strab. XIII. 608) 
forse nel drama gli * Antenoridi „ (cfr. T. G. F. N p. 160). Ora io osser- 
vo che in relazione col racconto della Piccola Iliade stava la tradizione 
che, a quanto pare, era narrata da Apollodoro e che dovea risalire ad anti- 
ca età, secondo cui Antenore salva vra Menelao ed Ulisse dal furore dei Troia- 
ni, che riuniti in assemblea pensavano di ucciderli, e poi alla presa di Troia 
Menelao ed Ulisse salvavano Licaone, figlio di Antenore (Apoljx>d. epil. 3. 
29; 5. 21 in Myth. gr. W I p. 197, 21 1). Ma quando si sia formata la tradi- 
zione del tradimento di Antenore, non sappiamo: ad essa si riferisce certa- 
mente Licofrone, il quale rappresenta V eroe che colla fiaccola in mano apre 
i fianchi del cavallo di legno per farne uscire le schiere dei Greci, e lo pa- 
ragona ad un serpente, o dragone, come simbolo, a mio credere, del tradi- 
mento; e lo dice ** irsuto „ come i due serpenti virgiliani che nuotando vanno 
incontro a Laocoonte; iubeaeque sanguinae superant undas (Aen. II. 206). 
342. — xòv oi^tvovTa [iicxov]: il cavallo di legno che partoriva (À^óy.ov) 
schiere appostate insidiosamente. Traduco (òòtvovTa ** gravido „ essendo l'idea 
del partorire inclusa in ciò che si dice nel v. sg. : •(aaupò; iXxósa; Cw^a. Le 
voci >»óyov e ^^'^d rappresentano i Greci in due momenti diversi, prima den- 
tro il cavallo e poi fuori. Del cavallo di legno già parlavano la Piccola Ilia- 
de e la Distruzione d'Ilio (Procl. in E. G. F. K p. 37, 49). 



182 commento: vv, 344-349 



344. — Mentre Antenore aiutava i Greci ad uscire dal cavallo di legno, 
Sinone dava il segnale agli altri che s'erano ritirati nell'isola di Tenedo e 
di Porceo dinanzi Troia, perchè venissero ad assaltare la città. Ulisse per 
la sua astuzia è paragonato alla volpe, detta Sisitìa, perchè, come dice lo 
stesso scoliasta, secondo alcuni egli era stato generato da Anticlea e da Si- 
sifo, prima ch'essa sposasse Laerte. Perchè .Anticlea era sorella di Esimo, 
padre di Sinone, Ulisse e Sinone erano cugini. La leggenda che fa Ulisse 
figlio di Sisifo, riferita da Igino {fab. 2(>1 Schm. p. 128). sebbene sia estra- 
nea all'epopea omerica e alla ciclica, è tuttavia assai antica; e si trova già 
accennata nei tragici greci; cfr. Ioh. Schmidt in Roschkr, Lcx. IU. 613 sg. La 
parte avuta da Sinone nella presa di Troia era menzionata nella Distruzio- 
ne d' Ilio (Procl, in E, G. F. K p. 49: xctì Stvctjv toÙ; xupooù; àvtoysi tu»?; 
'.Ayaioì;) e a quanto pare anche nella Piccola Iliade (Aiustot. PocL 23 p. 
1459* 3C) in E. G. F. K p. 38). Che Sinone fosse ricordato da vetuste tra- 
dizioni, si rileva anche dal fatto che, a detta di Pausania (X. 27. 3) era 
dipinto nel Lesche di Delfo. 

dMì. — Anche il racconto della ritirata dei Greci nell' isola di Tenedo 
risale alla Piccola Iliade e alla Distruzione d'Ilio (Procl. in E. G, H. K 
p. 37, 49).— Che l'isola di Tenedo fosse primieramente detta Leucofrìs, po- 
teva esser noto allo storico Ecateo, il quale conosceva che l' isola avea preso 
il nome di Tenedo da Tenne , figliuolo di Cicno (fr. 1 39 in F, H, G. M I 
p. 9; cfr. Lyc. V. 232); come pure potrebbe pensarsi, a mio giudizio almeno, 
che la tradizione, la quale attribuiva all'isola l'antico nome di Leucofrìs, 
fosse nata dal culto di Artemide Leucofrìs, molto difTuso nelle coste dell* Asia 
Minore. Su questo culto cfr. Roschbr, Lex. IL 2UKK 

347. — Le isole di Porceo erano le Calidni , donde vennero a nuoto i 
due serpenti che uccisero uno o due tigli di l^ocoonte , sacerdote di Hosi- 
done (Schol.): e che i due serpenti uccidessero Laocoonte ed uno dei suoi 
figliuoli era detto nella Distruzione d' Ilio (Procl. E. G. P. K p. 49); e che 
venissero dalle Calidni, si leggeva in Bacchilide (Sbrv. V'esg. Aen. IL '2k^\). 
JloffXS'j; in luogo di IIo^x?;; nota il Konzb p. 38 accanto al li^^'j': del v. 
Il7ó in luogo di ll*par|;. 

348. — A questo punto Cassandra viene a parlare di se stessa, per (tas- 
sare poi a discorrere delle sventure dei Greci nel loro rìtomo in patrìa (vv. 
365 sgg.): causa della sua sventura l'aver rifiutate le nozze di Apollo. Essa 
veniva oltraggiata dal locrese Aiace nel tempio di Atena ; ma la dea, offesa, 
malediceva i Greci, che partiti da Troia erano assaliti dalla tempesta. 

349. — Cassandra, condannata da Apollo a non esser mai creduta nei 
suoi presagi, fu dal padre Priamo chiusa, come prigioniera, in una torre, dove 
ora lamenta la sua sorte; cfr. n. al v. 1. Evidentemente, secondo il nostro 
poeta , Cassandra è già prigioniera quando Parìde parte per Sparta e da 
quella partenza essa trae motivo a predire la rovina della patria (v. 20). 
Anche nelle Ciprie pare predica Cassandra le sventure della patrìa nel mo- 
mento in cui Paride scioglieva le vele per la Grecia (Procl. E. G, F. K p. 



COMMENTO : vv. 349-350 1 83 



17); ma ignoriamo se si facesse cenno della prigionia di lei. Già la tradi- 
zione comune, riferita probabilmente da Apollodoro (Epit. 5. 17 in Myih. 
gr, W I p, 2U9) e seguita da Virgilio {Aen. II. 240) presentava Cassandra 
che invano sconsigliava l'introduzione del cavallo di legno nella città; ma 
non accennava alla prigionia di lei. Oltre Licofrone, ne parla soltanto il poeta 
Trifiodoro nella sua Presa d' Ilio (v. 358 sgg.), il quale rappresentava Cas- 
sandra in prigione quando avviene la scena del cavallo di legno ; e T En- 
geimann (in Roschrr, Lex. II. 976) crede che Trifiodoro attingesse a Licofro- 
ne. Ma, ammesso anche ciò, non resterebbe dimostrato che Licofrone avesse 
inventata la scena della prigionia. E da credere che al suo tempo vi fosse 
già qualche tradizione, che ricordasse l' incarceramento di Cassandra, e che 
egli quindi per il completo svolgimento del suo tema , 1' avesse imaginata 
prigioniera sotto la custodia d' un domestico del padre Priamo, e sin dal mo- 
mento della partenza di Paride verso Sparta. Noi ignoriamo perchè, secondo il 
nostro poeta, il re Priamo facesse chiudere in prigione la fìglia. Non abbiamo 
esplicite spiegazioni degli scoliasti, se si toglie Tzetze, il quale nel dare l'ar- 
gomento del libro di Licofrone ci dice che Priamo fece chiudere in un car- 
cere la fìglia , perchè non sembrasse impazzita ai Troiani e non ne fosse 
quindi dileggiata (iva jif, Sox^ xoì; TfKwol yLatvsoB^i xal SiaxatCsa^i). Alle pa- 
role di Tzetze pare tragga inspirazione il Canter, nei suoi prolegomeni al- 
l' ediz. di Licofrone, per asserire che Cassandra veniva chiusa in una torre 
dai suoi genitori, stanchi dal sentirla presagire sempre cose infauste e tristi 
(exosi, quod infausta semper et adversa praediceret omnia), E dalle parole 
del Canter pare sia mosso l'Holzinger per affermare {ad v. 1) che Priamo 
metteva sotto custodia la fìglia, perchè contava come pazza e perchè nel po- 
polo troiano quei tristi presagi non recassero sconvolgimenti. Ma né la ra- 
gione addotta da Tzetze è sufficiente a spiegare l' incarceramento di Cassan- 
dra ; né ciò che dicono il Canter e l' Holzinger si adatta alla scena imagi- 
nata da Licofrone, secondo cui Cassandra vaticina nel momento in cui Pa- 
ride parte per la Grecia , e cioè prima che in Troia si potesse parlare di 
guerra coi Greci , e quindi in tempo in cui i presagi di lei non avrebbero 
potuto inquietare il popolo troiano. È da pensare invece che anteriormente 
a Licofrone fiorisse la tradizione secondo cui Cassandra veniva incarcerata, 
per non portare scoraggiamento, durante la guerra coi Greci : forse quan- 
d'essa sconsigliava i Troiani a non accogliere nella città il cavallo di legno; 
forse anche prima , quando volea indurli a restituire Elena ai Greci , come 
pare ci indichi un frammento epico dell' età alessandrina, recentemente pub- 
blicato (Artur LuDviCH, Carm. Iliad, deperditi reliq. Regimontii 1897 p. 3). 
Licofrone poi, che faceva parlare Cassandra sin dalla partenza di Paride per 
la Grecia, imaginava che sin d'allora essa si trovasse prigioniera, e fanta- 
sticando ne dipingeva il carcere. 

350. — Gli scoliasti, stando a quanto dice il poeta, credettero ch'egli in- 
tendesse parlare d' una torre di pietra di forma piramidale (otxov Tcupo^ioei^f]); 
ma si potrebbe anche pensare ad una torre di forma cilindrica, in cui l' aria 



184 commento: vv. 351-307 




e la poca luce entrassero da fessure o piccole finestre praticate nella parte alta 
della torre istessa. Che se il poeta dice che la stanza era senza tetto {àympo%vf) 
non devesi intendere che ne mancasse del tutto, come non è da .credere che 
non vi penetrasse affatto la luce (v. 351: Xy^ota;). Egli vuole significare 
che Cassandra , cresciuta nella r^gia del padre , era costretta a vivere in 
una misera stanza, fatta tutta di pietra, senza legnami e senza un tetto ab- 
bellito di fregi (ccvic xspójivojv; cfr. v. 3f>l) priva di grandi finestre e solita- 
ria (v. 349 -Ro^fhyihyoz). Mentre Cassandra parla è fuori di quella stanza o 
torre, giacché guarda da una parte il mare e dall'altra la campagna (v. 1461) 
e terminato il discorso si ritira dentro (v. 1461): devesi imagìnare o salita 
sulla torre o uscita dinanzi la porta, sotto la vigilanza del custode. 

351. — ó>»iflò6oj (= immergere nel mare) usato metaforicamente serve a 
dare V idea del corpo che sprofonda in modo da non vedersi , da perdersi. 
Suir uso di questo verbo V antico scoliasta si riferisce a Callimaco (fr. 269). 

352. — Apollo, il glorioso dio di Ptoo (cfr. v. 2f>5) è anche detto Thoraios 
ed Horites, forse perche considerato nella sua potenza e bellezza , volendo 
Cassandra significare come diventasse così misera per avere rifiutato l'amo- 
re d' un nume glorioso, bello e potente ! — Thoratcs era detto Apollo in La- 
conia, a testimonianza di Csichio {s. v.); ed io credo con Sam Wide {Lako- 
nischc KulU p. 9i>) che i due nomi Thoraios e Thorates stessero in rela- 
zione a Thornax, altro appellativo dello stesso Apollo in Laconia, dov'era 
r omonimo monte , sulla strada che da Sparta va a Scillasia. Thoraios (ra- 
dic. &op) vale, secondo me, generatore , ma non nel senso limitato di pro- 
tettore del gregge , come intende il Preller-R {Grìech. Myth. I p. 270), ma 
nel significato del dio solare, che genera ogni cosa sulla terra, venendo così 
alla spiegazione data da Tzetze , secondo cui Apollo Thoraios equivale al 
Sole, che tutto produce, nutre e fa crescere. Ha qui, dunque, Thoraios prcs- 
s' a poco lo stesso significato dell' altro appellativo, Horites, che vale in- 
dubbiamente Apollo considerato come il Sole, conformemente osserva lo stes- 
so Tzetze. Egualmente Apollo era detto Horomedon : cfr. Roscher, Lcx. I. 424. 

353. — Apollo, invaghitosi di Cassandra avea tentato d' indurla ai suoi 
voleri; ma essa si negò (Apollod. 111. 12. 5; Hyg. fab. 93 Schm. p. 88), 

356. — Secondo Tzetze, Lafria, epiteto di Atena è la forma sincopata di 
Aa^'jpict T^ (iqfouw va ìx "coO i:o>ijiou Xctipupa. In tal caso Atena sarebbe consi- 
derata come divinità guerresca. Licofrone anche altrove chiama così la dea 
(vv. 985, 1416). Del resto, anche Artemide e Britomartis erano in Grecia 
venerate sotto questo nome ; e Lafrio era soprannome di Apollo, di Ermete e 
forse anche di Zeus; cfr. Hòfbr in Roscher, Lex. 11. 1848sgg. Lo stesso Lico- 
frone chiama Lafrio Ermete al v. 835. — lluXaÌTi;, secondo Tzetze, era detta 
.Atena quale dea custoditrice delle porte della città e delle case; cfr. Sckol. 
Akschyl. Sept. no. 

357. — "^V-^T si riferisce alla notte dell' incendio di Troia e corrisponde 
al óxav del v. 340. — Cassandra è detta colomba per la verginale timidez- 
za. Altro significato ha questo appellativo dato ad Elena nei vv. 87, 131. 



commento: vv. 358-361 I8ó 



Le caste fanciulle, paragonate alle colombo che trepidano dinanzi allo spar* 
viero, si riscontrano in Akschyl. Suppl. 223 sg. 

358. — Seguo la ottima lez. dello Scheer y/^'lfalov^ ctp7:ai; ( cfr. ediz. 
Lyc. pratf. p. IX.) e intendo opzr,, la falce, come equivalente ad artiglio. 
Seguo poi coir Holzinger l' interpretazione dell'Hermann (Ojpmsc. V. p. 23*0 
il quale riferendosi ad Ofpian. Cyn. IV. 235 fa oivct; = ^aivd;: quac vox ac 
cofHodatissima est divinitus commotac Cassandrae. Maivd; infatti è detta Cas- 
sandra da Euripide (Tro. 173). Così la similitudine risulta chiara: Cassar 
dra è trascinata da Aiace, come una colomba dallo sparviero. 

359. — Atena, detta Budeia, perchè insegnava ad aggiogare i bovi al- 
l' aratro, come intende Tzetze, era adorata in Tessaglia (cfr. Stkph. B. s. v. 
Boó^ia) ; e probabilmente , accanto ad Erettco, l'era anche in Atene dove 1 
sacerdoti della dea erano della famiglia dei Butades (Eustath. ad Hom. //. 
XVI. 57 1 ; Paus. l. 26. 5). — Atena Boarmia, come è detta altrove dallo stes? 
so Licofrone (v. 520) ha un simile significato (cfr. Prbllbr-R. Griech. Mytk* 
I. p. 222 n. 1); e dallo scoliasta sappiamo che così era chiamata in Beo- 
zia. — Coir epiteto di At^ia (fologaj Atena era considerata in relazione 
alla navigazione e Pausania (I. 5. 3; 41. 6) ci dice che sulla costa di Me^ 
gara era uno scoglio che prendeva nome da Atena Aithyia.— Atena, infine, 
è detta Kópr^ nel senso di fanciulla, vergine, come Cassandra. 

360. — aùòd^9a: l'aoristo trova spiegazione in ciò, che Cassandra si rap* 
presenta rapidamente alla mente l' atto della violenza di Aiace, di fronte al 
quale la vana invocazione d' aiuto diventa cosa passata. — 70110; è usato 
nel senso di stupro. 

361. — La statua di Atena, inorridita della temerità di Aiace, volge lo 
sguardo altrove, verso il tetto del tempio. Qui il poeta, come al v. 1143, 
parla chiaramente di violenza usata dall'eroe a Cassandra nel tempio istes- 
so, mentre la più antica tradizione, seguita dall'autore della Distruzione 
d'Ilio (Procl. in E. G. F. K p. 49) parlava soltanto della tracotanza di Aia- 
ce, che strappava la fanciulla dalla statua della dea, facendo cadere questa 
a terra: tradizione celebrata anche, a testimonianza di Pausania, sull'antica 
arca di Cipselo (V. 19. 5) e nel Lesche di Delfo (X. 26. 3) e nel Pecile dì 
Atene (I. 15. 3). Certamente lo svolgimento della tradizione, che fa usare viu* 
lenza da Aiace a Cassandra, doveva essere posteriore al V sec. se, a quantij 
pare, fu sconosciuto dai grandi tragici. Non possiamo, infatti, dalle sole pani- 
le di Euripide Aia; zlhL& Kaoavòpov fltqt (Tro. 70) ed sxflaxysóooaov KaaovSporv 
(fi'. 180) dedurre eh' egli conoscesse il mito della violazione di Cassandra e 
che con queste parole non volesse dire soltanto che Aiace colla violenza avea 
strappata la fanciulla dalla statua della dea ; considerando poi che se Euripide 
avesse avuta conoscenza di quel mito, l'avrebbe molto facilmente cantato e 
svolto nei suoi drami. Il mito della violazione di Cassandra sarà probabi)* 
mente sorto nella prima metà del IV sec. a. Ce forse non molto prima 
dell'altro delle vergini locresi inviate a Troia, come espiazione della colpii 
di Aiace: cfr. n. al v. 1141. — Dovea invece esser nota anche ad Omem 



186 GOMMBNTO .* W. 3()3-36Ò 



la tradizione dì Aiace che strappava la fanciulla dalla statua della dea» se 
dell' ira della dea contro Aiace e contro tutto l'esercito greco si fa raen- 
sione neir Odissea (IV. 502 ; V. 108). Nei poemi poi della Distruzione d' Ilio 
e dei Ritorni , stando a Proclo (£. G. F. K p. 49, 50, 53) si avea il lega- 
me tra r empietà di Aiace e l'ira dalla dea verso i Greci. Possiamo però 
pensare che tanto la prima quanto la seconda parte del racconto, cui ac- 
cenna Licofrone, a cominciare, cioè, dalla violenza di Aiace presso la sta- 
tua di Atena, che volge lo sguardo al cielo, a finire nell'ira della dea con- 
tro l'eroe e i suoi compagni, entrassero ben presto nella tradizione comu- 
ne, se ci è lecito ammettere col Wagner che tutto il racconto si trovasse 
esposto nella biblioteca di Apollodoro (epit. 5. 22 in Mytk. gr, W p. 212; 
5. 25 p. 213). 

363. — Sebbene nei poemi omerici non si faccia cenno del Palladio, an • 
tichissima ne dovea essere la conoscenza presso i Greci. Dobbiamo distin- 
guere il modo in cui l'arte greca imaginava i Palladi, e quindi anche quel- 
lo Troiano (la dea tutta armata e in atto guerresco) dal tipo della ^IXi^; 
^ABr^và della nuova Ilio, alla quale evidentemente si riferisce la descrizione 
del Palladio troiano data da Apollodoro (III. 12. 3) ; cfr. Furt^'Xnglkr in 
RoscHKR, Lex. 1. 690. Del Palladio troiano si parlava nella Distruzione 
dllio, a testimonianza di Dionys. Hal. I. 69 (=fr. 1 in E, G. F. K p. 50); 
e l'autore della Piccola Iliade descriveva come fosse stato rapito da Dio- 
mede ed Ulisse (Procu in E. G. F. K p. 37). Ferecide poi (fr. 101 in F. H. 
G. M 1. p. 95) ne trovava l'etimologia in xdXÌUiv, anzicchè in ^(zKX£iv, 
come cosa caduta dal cielo. 

364. — xehnco; ha il significato di progenitore ed anche qui, come al 
v. 319, si riferisce ad Ho, padre di Laomedonte. Ad Ilo, infatti, attribuisce 
la tradizione comune la ventura d'aver avuto da Zeus il Palladio, lanciatogli 
dal cielo come segno di protezione (Apollod. IH. 12. 3): prezioso acquisto 
(ypfjp.a) che colla sua presenza nel tempio di Atena avrebbe impedita la di- 
struzione della città. 

365. — Da qui Cassandra comincia a presagire la sorte infelice che in- 
contreranno i Greci al ritorno in patria, scontando, per opera di .\tena , la 
colpa d'un solo (Aiace). La tradizione virgiliana (Aen. I. 39 sgg.: Pallasne 
exurere classem \ Argivornm atque ipsos potuti submergere ponto J mnius 
ab noxam et furias Aiacis Oili ?) corrisponde a quanto dice Licofrone e 
trova già riscontro nel poema dei Ritorni, stando alla testimonianza di 
Proclo {E. G. F. K p. 53). Qui si accenna appunto alla (ine infelice dei Gre- 
ci, dei quali non giungeranno in patrìa né le ossa ne il cenere, e cui i pa- 
renti costrurranno semplici cenotafi ornati d* inscrizioni. Accetto la lezione e 
l'interpretazione deH'Holzinger, leggendo al v. 367 ÒTCo^vJxa; invece del 
dat. ÒTro&njxai; (K) ed i^r^jisvoiv (cioè i Greci) invece deH'acc. ifiq^LSvwr: 
(K) facendo dipendere dall' acc. -cttpoo; il participio xsùBovra; (v. 368); sc- 
nonchè io considero il v. 367 come un inciso esplicativo, in quanto il poe- 
ta spieghi che vuole parlare di cenotafì, che non contengon nulla, né ossa 



(X3MNENTO : vv. 370377 



187 



ne cenere. Intendo quindi òoioBTjxai non come vasi contenenti le ossa, e ri- 
posti dentro la tomba, ma senz'altro come sepolcri. Dippiù dopo o^xo&Tjxa; 
tolgo la virgola. 

370. — xsvTJptov si legge in Euphor. fr. 81 M. 

373. — Le navi dei Greci, al ritorno da Troia, incalzate dalla tempesta 
vanno a sbattere sulle coste dell' Eubea verso il promontorio Cafareo, pre- 
cisamente come avrebbe cantato 1' autore dei Rilorni stando a Proclo ( E. 
G. F. K p. 03): x«(>t i«; Kaf7]pt^; itixpa;. Qui ( vv. 373-386) Cassandra 
muove una apostrofe ai monti e alle spiagge dell' Eubea, che saranno te- 
stimoni della rovina dei Greci. — Ofelta e Zarace sono intesi come due mon- 
ti d' Eubea, così chiamati da Ofelta figlio di Caristo ( Karystos ) e da Zara- 
ce, figlio di Archemoro: Etym. M. 408. 7; Tzbtz. ad /.; cfr. n. al v. 580. 

374. — Seguo la lez. mi Tptr/avra (xat Tpuyaxa K) proposta da G. 
Hermann (Opusc. V. p. 240 ) ed accettata dallo Schecr. Il Canter avea già 
osservato il luogo di Stbpu. B. Tpóyoi* xóXi; EO^ota;. Aoxótppojv òi jtixof posa; 
Tpùyovra xaXit. xò ihnxùv Tpo/có;, xoo òì Tp6)favxo; Tpuyóvxioj; ; e 1' Hermann 
proponeva di leggere in Licofrone xóx Tpóyovxa collegando questo nome 
con oxi)»oi X3. Non seguo la lez. dell' Hòlzinger xctì Tpuyoivxa (vocat. sing.= 
il monte Tricante ) perchè fondata sopra una interpretazione, a mio giudi- 
zio, troppo ingegnosa del luogo di Stefano B., secondo la quale questi avreb- 
be voluto dire che oltre della città Tptiyat v'era il monte Tpcr/a;, ma che 
Licofrone, invece della forma Tp6/o;-vxo;, si valesse dell' altra Tpoy<5fvxTj':-oti. 
Noi non possiamo dire se e come sia corrotto il luogo di Stefano B., ma 
crediamo che così come trovasi sia ben intelligibile: ** la città d'Eubea si chia- 
ma Tpu/oi, ma Licofrone trasformando il nome lo fa Tpóya; ,. Meravigliato 
di questa audacia soggiunge: " Secondo Licofrone da Tpóya;-vxo^ si avreb- 
be l'etnico Tpuyctvxio;, mentre questo è Tpuyeu; ,. Leggendo 3ia7.oi xs xàx 
Tpuyovxa si ha una indicazione determinata e ben a proposito. Licofrone 
ha presenti i luoghi d' Eubea, suo paese, e perciò li indica singolarmente : 
non sarebbe naturale in questo caso ch'egli si rivolgesse agli scogli (o'kiKok) 
in genere, bensì a quelli ben determinati, posti accanto la Città di Triche. 
Anche il Nedon devesi intendere come monte d'Eubea (Tzbtz.). 

375. — Dirphossos = Dirphys è la catena di montagne d' Eubea ; cfr. 
BuRsiAN, Geogr. v. Grieck. II. p. M\). Il Dirfìs, a detta dello stesso scolia- 
sta, era ricordato da Euforione (fr. 83 M. ). Colla voce Diacri sono indica- 
ti i paesi montuosi dell' Eubea, probabilmente dal Dirfis in giù sino al Ca- 
po Cafareo. 

376. — Forcis: divinità marina. — Credo che colla voce o!xr)X7Jpiov il poe- 
ta voglia indicare le spelonche vicine alla costiera dove avviene il naufragio. 

377. — Intendo vExpwv come cadaveri; ma penso che il poeta con que- 
sto verso rappresenti i due momenti della scena straziante : prima gli infelici 
sono travolti dalle onde e mandano lamenti ; poi, già morti, sono sbalzati sul 
lido. Grammaticalmente faccio dipendere axsvcqjiòiv dal genit. sxpsflpaajiswiv 
interpretando : i gemiti degli infelici che sono sbalzati sul lido dopo morti. 



H^^""^»* 



HMjwNix^ : vv. 379-386 



. .c.lu innanzi (v. 377) e l'altro che segue (s. 381) 

, MS). 
' 'iL'^j(jQÌfi\'3v* V. Wii^MOwiTZ, ite Lyc. Alex. p. 7. 
^li infelici, gettati dalla tempesta sul lido, ai tonni, 
^j nettano in padella; il fulmine viene a gustarli, cioè 

iJc < vv. 384-386) all'inganno di Nauplio, che attira i 
, I J' Kubea. Nauplio era celebrato nell'antica mitologia co- 
.. .aure, ma restò specialmente noto per aver presa vendetta 
X -ioli vollero dargli soddisfazione dell'uccisione del figlio Pa- 
i le mure di Troia ; tornò in Grecia pieno d'ira, e nel ritorno 
. ..o\u l'occasione della sua vendetta; giacché avendoli visti as- 
i u 11) pesta accese, nella notte, fuochi sul promontorio Cafareo, per 
lUiiJerc loro eh' ivi fosse un porto di rifugio per le loro navi, 
\ . V aiiJavano a sfrantumarsi sugli scogli ( Apollod. epit, 6. 7. 8. 
. \/w;i. j^r. W. l p. 216; 5cAo/. Eurip. Or. 432; Eurip. Hel, 767 sgg. 
X, Irò, ^M»; H^QW. fab. 116, 249 Schm. p. lol. 138; Schol, et 
I iui. /.; cfr. Lyc. 1093). Per altre antiche testimonianze cfr. Wagnkb 
. \.i 1 liKu, Lex. 111. 24 sgg. Di questa leggenda della vendetta di Nauplio 
I pailu Omero e dalla testimonianza di ApoUodoro ( U. 1. 5. ) pare che 
UHI umiliente se ne facesse menzione nel poema dei Ritorni ( = fr. I in 
r t h.\\ p. 53) ; e si può pensare che fosse anche ricordata nei Ritorm 
it Mic^uoro (Ps. Phalar. ep. ^) t certamente era trattata da Sofocle nel 
, lu Suuplios Pyrcaeus {T. G. F. N. p. 223 sgg.). Possiamo poi ammettere 
kt.l (jeffcken {Zwci Dramcn dcs Lykophron in Herm. XXVL p. 37 sgg.) 
hi; U> '•lesso Licofronc abbia parlato dei Greci periti sul Capo Cafareo 
111 Ita ^ua tragedia ** Nauplio „ attingendo ad una tradizione locale, la qua- 
le parlasse anche della rovina della casa di Idomeneo per opera di Nauplio 
\\.\i,. 1215 sgg.). Simile tradizione infatti poteva trovare il nostro poeta nella 
t>ua patria, l'Kubea, dove il promontorio Cafareo era sin dai più antichi tempi 
Ultimato per le sue tempeste (cfr. Bubsian, Geogr. v. Grieck, 11. p. 4iK0 e 
^li abitanti famosi per rubare le navi (Stbph. B. 5. i;. kcefopsa;). E da cre- 
ile! e pert) che patria di Nauplio originariamente fosse Nauplia e che appres- 
to egli venisse localizzato in Eubea. Nauplia , che accanto ad Argo rappre- 
-^eiituvu uno dei grandi empori commerciali dell'antichità, avea innalzato a 
questo eroe di Posidone un tempio CPaus. 11. 38. 2). È infine da credere che 
la leggenda dell'inganno di Nauplio non fosse originariamente legata col- 
iHltra della morte di Aiace, perchè, come già è stato osservato, la vendetta 
Ji Nauplio non è altro che una debole ripetizione di quella di Atena. — Che 
I tireci partissero da Troia col capo intorbidato dal vino, si asseriva dalla 
tradizione omerica (Odyss. III. 139.) 

38(). - La voce ^tvxr^;, colla quale è indicato Nauplio, è da Omero ri- 
ferita al lupo e al leone (//. XVI. 353; XX. 165); ma qui comprende l'idea- 
della malvagità e della frode. Nauplio attirava a rovina i Greci col fuoco 



coMMBNTo: vv. 387-388 189 



(Hygin. fab. 24Q Schm. p. 138: faces sceleratae; cfr. fab. 116 p. 102; Senkc. 
Med. 658: igne fallaci nociturus) : e credo che (r((JÙTv(|) Tsyv^ non si rife- 
risca all'arte del navigare, ma a quella stessa d'accendere il fuoco durante 
la notte, istancabilmente e senza lasciarsi vincere dal sonno. Può darsi che 
Licofrone chiamando Nauplio atvTr;; avesse in mente i Sinties o Sintoi, per- 
sonaggi mitici di Lemno, compagni del dio Efesto, e, come tali, esseri ma- 
ligni, che gli antichi consideravano quali popoli reali della Tracia (cfr. Prri.- 
LKR. — R. Griech. Myth, I. p. 178): Nauplio si valeva del fuoco come i com- 
pagni di Efesto. 

387. — Si parla (vv. 387-407) della morte di Aiace Locrese, avvenuta 
presso gli scogli Gyrai, e cioè nelle vicinanze delle isole di Micono e di Delo 
Già nell'Odissea (IV. 5(KÌ sgg.) si ha la morte di Aiace, al ritorno da Troia, 
presso quegli scogli; ma egli, inviso ad Atena, perisce per opera di Posido^ 
ne, e non direttamente per opera della dea, come nella tradizione posteriore 
(Strab. Xin. 600). Il mito pare fosse trattato nel poema dei Ritorni (Procl. 
in E. G. F. K p. 53); ma dalla notìzia che ne dà Proclo non risulta se se- 
condo quel poema la morte di Aiace avvenisse presso il promontorio Ca- 
farco d' Eubea, dove rovinava la flotta greca per opera di Nauplio, o più al 
sud, verso Delo; in altre parole, non appare se la tradizione seguita da Li- 
cofrone sia quella dei Ritorni. Credo però che il racconto di Licofrone cor- 
risponda alla tradizione comune del suo tempo, se, come sembra, era espo- 
sta nella biblioteca di ApoUodoro (epit. 6. 6 in Afytth gr. W I p. 216) il 
quale pare dicesse che Teti seppellì Aiace in Micono. La corrispondenza fra 
ApoUodoro e Licofrone sembra risultare anche nei particolari: Atena perse- 
guita Aiace e Posidone lo ferisce col tridente (v. 393). Del resto, se Lico- 
frone, appena accennato il naufragio al Capo Cafareo, parla della morte di 
Aiace, ciò non vuol dire ch'egli sia morto nello stesso naufragio. Conside- 
rato Aiace come causa di tanto male, è naturale che subito il poeta venga 
a parlare di lui, prima che degli altri eroi greci. Egualmente pare cantasse 
il mito Callimaco {Schoì. II. XIII. 66 et Tzbtz. ad Lyc. 1141 = Calumach. 
fr. 13 d Schn. p. 126). — Qui Aiace sbattuto dalle onde, in modo che ora 
sparisce ed ora ricompare, è paragonato ad un alcione (xrjpwXoc = il maschin 
degli alcioni, cfr. Schol.) che suole tuffarsi nell'acqua; onde il poeta lo dice 
òórxr^;. Così pure chiama nei vv. 750, 752 Ulisse, il quale è altrimenti det- 
to xauTjS (w. 741, 789). Forse il poeta avrà voluto anche alludere a quan- 
to narra Antigono Caristio (Tzbtz.) che, cioè, i maschi alcioni, diventati 
vecchi, si lasciano trasportare sulle ali dalle femmine. — Lo stretto cui si 
allude è, come dicono gli scoliasti, quello compreso tra le isole di Micono e 
di Tenos; che già secondo Hksych. 5. v. Fop^oi ed Eustath. ad Odyss. IV, 
5(X> gli scogli Gyrai sarebbero presso Micono, mentre poi lo stesso Hrsych. 
s. V. Fupd; ricorda un monte così detto in Tenos. Devono gli scogli Gyrai 
ricercarsi tra Tenos e Micono e forse nel promontorio meridionale di Tenos, 
cfr, BuRSiAN, Geogr. v. Griech. II. p. 445. 

388. — Aiace era trascinato dalle onde nudo come un pesce. Sul pescf 



190 ooMMBNTo: vv. 390-401 



«flqpo; vedi quanto dice Ateneo rvn. 1 33 d) il quale si riferisce ad antichi 
autori e. fra le altre cose, ci fa sapere ch'esso soleva trovarsi presso Ere- 
tria e presso Delo, e cioè nei luoghi cui accenna Licofronc. 

390. — Aiace, già paragonato all'alcione, giunto a nuoto sugli scogli di 
Gire (cfr. n. al v. 387) si asciuga. Si accenna alla tradizione omerica (Odyss. 
IV. 5011 sgg.): Posidone tirava Aiace in salvo sugli scogli di Gire, nonostan- 
te che fosse inviso ad Atena, ma dopo, uditolo millantare che si sarebbe 
salvato anche contro il volere degli dei, aperti con un colpo di tridente que 
gli scogli, lo faceva sprofondare nelle acque. La tradizione è seguita da Eu 
ripide (Tra. 78 sgg.) da Igino {/ab. 116 Schm. p. 101) e, a quanto pare, an 
che da Apollodoro {eptt. 6. 6 in Myih, gr. W. l p. 216); Cfr. n. al v. 387 

391. — La frase òey^yov uh^r^ a-cbsi corrisponde alla omerica fOJyss, 
IV. 511) n'sv àX^iupòv aòcKip. 

393. Posidone è detto mercenario 0»flr:ps6;) per avere, assieme ad Apol- 
lo, costruite per mercede al re Laomedonte le mura di Troia: tradizione co- 
nosciuta già da Omero (II. XXI. 445, 457) e fiorita sino ad Apollodoro (11. 
5. 9). Cfr. Lyc. 52 1, 617; cfr. n. al v. 33. 

395. — Aiace gridava inutilmente come un cùcùlo. Si allude al suo vano 
linguaggio, che mosse l' ira di Posidone (Hom. Odyss. IV. 503 sgg.). Sofocle 
(i4f. 1142) lo chiama av^ 7>.o»aa^^ J^aayv. Cfr. n. al v. 390. 

397. — 11 corpo di Aiace è dalle onde rigettato sul lido, come un morto 
delfino. — Sirio, comunemente considerato come una costellazione e rappre- 
sentato come un cane , qui sta per il sole , parimenti che in Archiloco (fr. 
61 B) mentre altri poeti, quale Ibico (fr. 3) indicavano con Sirio qualsiasi 
astro lucente. 

3W. - Nesaia, una delle Nereidi (//. XVIU. 40) era figlia di Nereo e di 
Doride: sua sorella era Teti (Hbsiod. Thcog. 244. 249; cfr. Apollod. 1. 2.5). 

4CM). — Quando Era e Posidone ed Atena assieme ad altri dei tentarono 
d'incatenare Zeus, Teti chiamò in cielo il gigante Briareo in aiuto del dio 
e lo salvò dal pericolo (//. I. 338 sgg.). — • Disco „ era detta anticamente 
dai Greci quella piastra di pietra di forma ovale, che adoperavano nel giuoco 
dello stesso nome , e che più tardi venne sostituita dalla palla di bronzo. 
Qui disco vale pietra , alludendosi alla leggenda di Rea , che a Crono , il 
quale divorava i propri figli, dava una pietra nelle fasce, invece del pìccolo 
Zeus (HssiOD. Theog. 485). — È poi Zeus detto Kynaitheus perchè era ado- 
rato in Kynaitha, città d'. Arcadia: i Cinetensi posero in Olimpia una statua 
del dio, tenente il fulmine in ambo le mani (Paus. Vili. 19. I; cfr. V. 22. U. 
Tzetze (ad /.) trova la spiegazione del nome in ciò, che gli Arcadi erano 
amanti della caccia, e quindi dei cani. 

4(ìl. — Si parla dell'isola di Delo. In cambio di xx£f>oujiivrj; (K) prefe- 
risco leggere collo Scheer e coli' Holzinger xsxpou^tsvr^^ (opTjjo^): la quaglia 
di pietra. -- Asteria, sorella di Latona, per fuggire gli amori di Zeus si mutò 
in quaglia e si gettò in mare; ma il dio la mutò in pietra, e cioè in una 
isoletta vagante che si disse Ortigia, ma che diventò ferma e prese il nome 



commento: w. 402-411 191 



di Delo, quando Latona vi partorì Apollo ed Artemide: Pind. Prosod. fr. 8t 
B; Euiup. Hec. 454; Calumach. in Del. 37 sgg. ; Apollod. 1. 4. 1; cfr. Sbrv. 
ad Aen. III. 73, che espone dettagliatamente la leggenda ed Htoin. fab. 53 
Schm. p. 58, che fa Asterìa mutare in quaglia e precipitare nel mare da Zeus. 
Licofrone dice espressamente che Aiace fu sepolto presso Delo e non in Delo. 

402. — La tomba di Aiace, sita sulla spiaggia del mare, freme sotto i 
colpi delle onde, che pare lo perseguitino anche morto. Il poeta dice: sepuh 
crumy quasi timore tremens , aestum Agaei maris speculari (Bachmann). 
Non sappiamo quale valore possa avere la notizia (Schol. ad l.; Tzetz. ad /. 
et o^ V. 1 141; Eustath. ad Dionys. Pbr. 525 et ad Odyss. X. 3 p. 1644. 51) che 
neir isola di Delo, o lì presso, fosse un certo luogo chiamato Tpi^mv, in cui 
era stato sepolto Aiace. A questa notizia il Bachmaon negò ogni fede, re- 
putandola una mera invenzione degli scoliasti; l'accolsero invece altri, come 
lo Scheer, che non esitò a leggere in Ltc. T(9Sfi.ctjv. Io seguo col Bachmann 
e col Kinkel la lez. xpsiicuv, pur ammettendo che Licofrone, scrivendo così 
potesse anche alludere ad una località chiamata Tpé^iv, come fa col ^vyJ^uìv 
del V. 241. Ad ogni modo, sarà meglio credere che Licofrone segua la tra- 
dizione riferita da ApoUodoro (cfr. n. al v. 387) secondo cui Teti seppelliva 
Aiace neir isoletta di Micono. Anche il Peplos attribuito ad Aristotele {P. 
L. G, B IL p. 347 [16]) poneva in Micono la tomba di Aiace. 

403. — Aiace malediceva Afrodite, la dea dell'amore, che lo spinse ad 
usare violenza a Cassandra , e che quindi era stata prima causa di tanto 
male. Afrodite era grandemente onorata in Aspendo, e cioè in Panfilia, dove 
era il monte Castnio, dal quale prendeva l'appellativo di Castnia (Dionys. 
Per. 853.; Stkph. B. s. v.; Hòpbr in Roschkr, Lex. IL 997>. Castnietis era 
detta Afrodite in Tessaglia, a testimonianza di Callimaco (fr. 82 in Calli- 
mach. Schn. II. p. 238 = Strab. IX. 438). ~ Dippiù Afrodite è detta Meli- 
naia dal culto che aveva in Melina, città d'Argolide: Stbph. B. s. v. MsXe'va. 

408. — Dopo aver accennato al naufragio presso il Capo Cafareo e ri- 
cordata la triste sorte di Aiace , eh' era la causa di tanto male toccato ai 
Greci (vv. 387-407) Cassandra viene a parlare della fine degli altri eroi greci; 
senonchè vuole accennare prima al lutto di tutta la Grecia, e cioè alla sven- 
tura di quelli che qua e là saranno travolti dalle onde (413-415) e degli al- 
tri, che, pur scampando alla tempesta, non riusciranno a riveder la patria 
(413-416). — In questo verso ad cfeaoa aggiungi 71} [t«ùv ' KXXrJvtnv] (Schol.). 

4(^. — La Grecia è indicata da alcune designazioni di confine. Araithos 
è fiume d' Epiro, così detto anche da Callimaco {Schol. ad l. = Callimach. 
fr. 203) mentre il suo vero nome sarebbe Arathos, come osservò B. Niese 
(cfr. ScHBSR in ed. Lyc. praef. XVI). Con * Porte Libetrie „ ( =» gole) il poeta 
vuole indicare la catena dell'Olimpo (cfr. n. al v. 275) mentre con la voce 
AoiTiov, pianura posta ai pie dell'Ossa (Strab. IX. 442; I. 61; Diod. V. 61) 
accenna alla Tessaglia e non all' Olimpo, come vorrebbero gli scoliasti. Su 
AóiTiov, ricordato dagli antichi scrittori, cfr. Stkph. B. 5. v. 

411. — Transiius a terra ad incoi as fi t pronomine ojr prò ij"ivi, quia 



192 commento: w. 412-424 



ad òraoa sdì. 'EXXotc v. 408 referendum est (Konxv p. 89). I Greci ram- 
pogneranno Aiace, causa della loro sventura, persino quando saranno nd 
regno dei morti. 

412. — jcqio; ha il significato di * stupro ^ come al v, 3ò(». 

417. Penice è sepolto nella città di Eione (w. 417-423). Omero (//. IX. 
447 sgg.) già ne conosce l' istoria: figlio di Amintore (Amj'ntor) d* Ormeno. 
era stato costretto ad abbandonare la Grecia per fuggire l' ira e le maledi- 
zioni paterne, dopo che, ad istigazione della madre, avea avute relazioni 
amorose colla druda del padre. Giunto in Ftia, trovò festosa accoglienza 
presso il re Peleo, che gli affidò l'educazione del figlio Achille. Secondo 
Strabone (IX. 428) la tomba di Fenice era presso le Termopoli, mentre se- 
condo Licofrone è in Eione, e cioè alle foci del fiume Strìmone: i Bisalti, gli 
Absinti. i Bistoni e gli Edoni son tutti popoli della Tracia, posti presso lo 
Strìmone. Licofrone probabilmente segue la tradizione che faceva tornare da 
Troia in Ftiotide, per terra, Neottolemo, il figlio d'Achille, e Fenice: giunti 
in Tracia, Fenice moriva e Neottolemo gli dava sepoltura. Questo racconto. 
già esposto nei Ritorni (Pboci.. in E. G. F. K p. 53) pare corrispondesse 
alla tradizione comune accettata da ApoUodoro (Apollod. epii. 6. 12 in 
Myih. ;fr, W I p. 218 = Apollod. apd Tzrrz. ad Lyc. 9t>2 = fr. 2 in F. 
//. G, M 1 p. 18C). 

419. —Fenice è paragonato al xoqfoopo;, pesce marino, per la pelle 
aggrinzila e dura, segno della sua tarda vecchiaia, ricordata anche da Ome- 
ro (//. XVII. 5f)l : IX. 446); cfr. Konzb p. 82. — 3eo«(ioipó*o;: perchè precet- 
tore di Achille (//. IX. 485 sgg.) 

42(». — Il Tymphrcstos o Typhrestos, ricordato da Strabone (IX. 433) 
vicino ai Dolopi, è un alto monte (oggi Veluchi) al confine della Dolopìa 
e dell' Etolia. Cfr. Blrsian, Geogr. v. Griech. I. p. 87, 13^>. Fenice aN'vian- 
dosi verso il monte Tinfresto ritornava al suo regno dei Dolopi, che avea 
ricevuto in dono da Peleo (//. IX. 484). T'j^i»pr,TCoto ctìirij; ha Euforìone, 
come ricorda lo Schoì. — fr. 84 M. 

422. — Del particolare dell* accecamento parla ApoUodoro (111. 13. 8> 
dicendo che Fenice avea avuto tolta la vista dal padre, ma che poi la rieb- 
be per opera di Chirone. Cfr. Etym. M. 754. 44 tsTpiJvo; SifircpuTTjsa; A.— 

423 — L'amante di Amintore, padre di Fenice, si chiamava Klytia {Sckoi. 
//. IX. 448; TzKTZ. ad Lyc. 421) ovvero Phthia (Apollod. HI. 13. 8). Apol 
lodoro (/. e.) dice ch'essa accusò falsamente Fenice, presso il padre, di 
averla sedotta. Il poeta chiama il letto della druda vó^v tpYjpuvf^; appunto 
perch'essa non era la moglie legittima di Amintore; e chiama costei colom- 
ba, essendo quest'uccello, sacro ad Afrodite, simbolo di amore e di lussuria: 
cfr. n. al v. 87. 

424. — Calcante, Idomeneo e Stendo sono sepolti nei boschi del monte 
Cercafo. presso il fiume Alente e, cioè, vicino Colofone (Stuab. XIV, <>42; 
Paus. Vili. 28. 3). Ivi era un bosco sacro ad Apollo Clario, ov' era un anti- 
chissimo oracolo (Strab. /. e; Pavs som. VII. 5. \0)i e quindi si compren- 



coMMBNTo: vv. 424-425 193 



de come ivi si localizzasse la leggenda degli indovini Calcante e Mopso sin 
dal tempo di Esiodo, o dell'autore della Melampodia esiodea (Strab. /. e.) e 
forse anche dall' età di Gallino (fr. 8 in Strab. XIV. 6n8) il poeta elegiaco 
di Efeso, che narrava esser morto Calcante in Claro. Siccome egli diceva 
che Mopso, morto Calcante, passò in Panfilia, si può pensare che parlasse 
anche di Mopso in Claro e che quindi conoscesse la gara fra i due vati. Si- 
mili tradizioni, che rispecchiavan la colonizzazione greca nelle coste dell' Asia 
Minore, dovevan tornare care al poeta di Efeso in un tempo in cui si credeva 
che la penisola fosse minacciata dalle terribili invasioni dei Cimmeri e dei 
Treri. E forse anche il colofonio Mimnermo contribuiva a diffondere questa 
leggenda; cfr. n. ai vv. 432, 439. Così pure si potrebbe pensare a Senofa- 
ne di Colofone, che scrisse la /.ti'ai; della sua città natia. Si ricordi che una 
tradizione faceva Mopso fondatore di Colofone (Pomp. Mrl. I. 17). Del resto, 
la diffusione della leggenda dell' argivo Mopso deve risalire all'antica poten- 
za commerciale di Argo; e cosi pure quella del mito di Calcante alla poten- 
za di Micene e di Megara (Paus. I. 43. 1). — Giusta la predizione dell'ora- 
colo. Calcante sarebbe perito qualora si fosse incontrato in un indovino 
più saggio di lui : tradizione nota, a quanto pare, al poeta Sofocle (fr. 181 
N ; cfr. Strab. XIV. 643). Secondo Licofrone, Mopso (indovino, figlio di Man- 
to, la figliuola di Tiresia) rispondeva a Calcante, che dimandava quanti frutti 
avesse un caprifico; ma Calcante non sapeva predire quanti porcellini avreb- 
be partorito una scrofa: perciò- egli, incontratosi in un competitore più sa- 
piente, finiva di vivere. Stando ad Esiodo (/. e) e Ferecide (apd Strab. /. e. 
= fr. 95 in F, H. G. M l p. 94) uno solo sarebbe stato il quesito e pro- 
posto da Calcante; secondo l'uno, era il calcolo dei fichi, secondo l'altro il 
calcolo dei porcellini : Mopso risolveva il quesito e Calcante moriva. Ma lo 
stesso Strabone soggiunge che, a detta di altri, Calcante dimandava sui fichi 
e Mopso sui porcellini, conformemente quindi a quanto dice Licofrone. Noi 
ignoriamo l'autore di quest'ultima tradizione; certo è però, ch'essa doveva 
essere ben antica e diffusa, se era seguita da Apollodoro (ApoujOd. fpìt. h. 
2 sgg. in Myih gr. W I p. 214) il quale pare narrasse dettagliatamente il 
racconto cui accenna Licofrone. E naturale credere che Licofrone pensasse, 
egualmente che Apollodoro, che Calcante andasse a piedi da Troia a Colo- 
fone. Apollodoro diceva che Calcante era sepolto iv Notttu; e stando alla te- 
stimonianza di Livio (XXXVin. 39) Nozio era presso Colofone. Che Calcan- 
te andasse a piedi a Colofone, era anche detto nei Ritorni (Procl. in E. G. 
F. K p. 53); ma questo solo dato non basta per stabilire le relazioni tra la 
tradizione dei Ritorni e quella di Licofrone ed Apollodoro. Non si può dire 
che al racconto di Licofrone corrisponda esattamente il fr. 46 M di Euforio- 
ne ( = Skhv. ad Vero. ed. VI. 72). Cfr. n. al v. 980. 

425. — 1^ lez. "AXsvTo; fu sostituita alla vecchia 'AXsvtg da G. Her- 
mann, il quale stabilì anche la costruzione del verso: Hrrmann, Opusc. V. 
p. 24(ì; cfr. Schkkr in Rhein. Mus. XXXIV. p. 288. — Forse Calcante, Idome- 
mo e Stenelo son detti gabbiani perchè vecchi, come intende Tzetze, e quin- 

E. ClACCBi. — La Alessandra di Licofrone. 13 



194 óommbnto: w. 426-433 



di nel senso di bianchi, canuti. xa(j7;xs;ha Euphor. fr. 88 M. Cfr. w. 741, 78*^. 

436. — Apollo è indicato coi tre epiteti di Molosso, Cipeo e Coito : ne 
ignoriamo il vero significato e non sappiamo quale valore possa avere la 
spiegazione data da Tzetze. secondo cui il dio è detto Molosso, perchè ado- 
rato nella Molossia, e Cipeo, perchè porta una specie di veste (xysa;). " Coi- 
to „ significa probabilmente generatore, come dio solare, e nel senso del To- 
raio del v. 353. — Calcante è detto cigno di Apollo, e cioè indovino. 

438. — oXovfto; è propriamente il fico selvatico. 

431. — Il secondo degli indovini è Idomeneo, figlio di Deucalione cui fu 
padre Minosse, figlio di Zeus che qui è detto Eretteo (cfr. n. al v. 158). 
Idomeneo pertanto rappresenta la quarta generazione di Zeus. 

433. — Il poeta allude alle finzioni di Ulisse, che, secondo l'Odissea 
(XIX. 183) giunto in Itaca, per non esser riconosciuto, si finge fratello di 
Idomeneo e si dà il nome di Etone: la menzogna quindi non si riferisce allo 
scrittore, e cioè al poema, ma ad Ulisse. La tradizione omerica (Odyss. III. 
191) faceva giungere Idomeneo felicemente in Creta, sua patria, dove, dopo 
la morte, meritava culto insieme a Merione ; e Diodoro (V. 79) ne riferisce la 
inscrizione sepolcrale. Secondo Licofrone invece 1* eroe toma, sì. in Creta 
(vv. 1314 sgg.) ma muore presso Colofone. Evidentemente egli segue la tra- 
dizione che parlava del ritomo d* Idomeneo in Creta, della sua lotta con 
Leuco, che gli avea rovinata la casa, e della sua fuga, vincitore o vinto, 
dair isola (cfr. n. al v. 1315): passato in Asia avrebbe finiti i suoi giorni 
presso Colofone. Ignoriamo l'autore di questa tradizione. Certo è che nell* età 
postomerica varie tradizioni sorsero intorno ad Idomeneo, che lo facevano 
anche giungere nelle coste d' Italia (V'ero. A^n. III. 400 sgg. 531 et Skkv. 
Oii /.; cfr. Strab. VI. 381): ed accanto a quelle vi sarà stata la nostra. 
Forse il nome dell'eroe era associato al culto di Apollo, e le antiche rela- 
zioni fra la isola di Creta e le coste d'Asia, specialmente della (3aria, attra- 
verso la dorica Rodi (il nome del monte Orcafo era = a quello dell' eroe 
rodio padre di Camiro: Dioo. V. 56, 57; Strab. XIV. 654) avran fatto sì. 
che la morte dell'eroe cretese si localizzasse nel bosco di Apollo Clario 
presso Colofone. Potrebbe pensarsi anche che a tale localizzazione avesse 
contribuito il poeta Mimnermo; cfr. n. al v. 434. 

433. — Il terzo degli indovini è Stenelo, il figlio di quel Capaneo che, 
già noto ad Omero (//. II. 564; IV. 4(>3) era ricordato fra gli eroi che mos- 
sero contro Tebe e poi rimase celebrato dai tragici greci; i quali misero in 
rilievo la sua audacia di prender Tebe anche contro la volontà di 2^us 
(Arschyi. Sept. 438 ; Emip. Suppl. 499) e rappresentarono la sua caduta sotto 
il fulmine del dio, mentre tentava di saltare le mura di Tebe (Soph. Antìg, 
134; EuRiP. Phoen. 118(); cfr. Apollod. III. 6. 7). — Ecteni (cfr. v. 1313) 
eran detti gli antichi abitatori della Beozia al tempo di Ogige (Paus. IX 5. 
1); cfr. n. al v. 13(Vj. Ecteni (originariamente 'EpTr^vs';) significherebbe sem- 
plicemente • stanziati „ * domiciliati „; cfr. Bursian. Geogr. v. Grieck. I p. 
303. Su gli antichi abitatori della Beozia cfr. E. Mkyrr, Gesch. d. Aìterikums 



coMMRNTo : vv. 434-439 196 



II. p. 189 sgg. — Su ^iÓ3TJva; cfr. Konzr p. '>5, il quale ricorda Eiym. M. 
091. 33; Apollon. Rh. II. 381 sgg. 1016 sg.; Xenoph. Anab. V. 4. 20, 

434. — Su floo^a^sìv il Konze (p. ól) cita l'opinione del Lobei;k , i[ 
quale spiegava òià ^omv jxchrTsiv, nel senso di abbattere la città dalle fon- 
damenta, ricordando l' oraziano — s'mpnmereUjue muris \ hostiìe artiimm 
exercitus insolens {od. I. 10. 2<.0- 

435. — L'epiteto Gongylates dato a Zeus si riferisce al giro {\H['[*jh/^) 
del braccio nel lanciare il fulmine. A ragione lo scoliasta fa '[ujijKfi:;, (cfr. 
V. 981) = aif»ofY'jX'>':, rotondo, ritorto; sicché Zeus Gongylates corrisponde 
airiuppiter qui fulmina torqnet di Virgilio {Aen, IV. 208). Cfr. Konuk p. 24. 
E forse anche corrisponde al Zeus zspauvoJlóXfj; di Tegea; cfr. Phkller-R, 
Griech. Myt. I. p. 118 n. 1. — Zeus flooKaio; (consigliere) era, come è nolo, 
adorato in molti luoghi della Grecia. — Z. MuXsó; era probabilmente uno de- 
gli dei MoXdvTioi ricordati da Stbph. B. 5. v. MuXaviia col signjfk^utcì Ji 
** mugnaio „ (cfr. Prrllrr-R. Griech. Myth. I. p. 608) e quindi, come Jice 
Tzetze, ó «(ìxoSóttj; àxò t^; v^ùXtj;. 

437. — Le figlie della Notte sono le Erinni, le Furie, che spinsero ad 
uccidersi scambievolmente i due fratelli Eteocle e Polinice, i quali erano nel' 
lo stesso tempo fratelli del loro padre Edipo, avendoli costui incestuosamen- 
te generati dalla propria madre locasta. Il mito di Edipo, che fu poi tanto 
celebrato dai poeti tragici, era noto ad Omero {Oilyss. XI. 271 sgg ) il q^xaìc 
forse alludeva ai casi di Eteocle e Polinice quando accennava ai moli portati 
nella casa di Edipo dalle Erinni, invocate dalla madre locasta (ih. v. 'iHi>). 

439. — Nella parte orientale della Panfilia, accanto al fiume Piramu^cra 
la città di Mallo, fondata da Anfiloco e Mopso, reduci da Troia: essen- 
do Anfiloco andato in Argo e, al suo ritorno, volendo Mopso escluder- 
lo dalla partecipazione al glorioso oracolo, ovvero alla signoria della citta» 
contesero colle armi in mano e si uccisero scambievolmente: furono sepolti 
in modo che dalla tomba dell'uno non si potesse scorgere quella Jcir^ìtro; 
e le tombe erano presso il Piramo e la città di Megarso (Strab. XIV. óTfn 
cfr. EuPHOR. fr. 50 M; cfr. Apollod. fr. l in F. H. G. M p. 180=- Apou.on. 
epiL (). 19 in Myth. gr. W I p. 222). Secondo Licofrone, dunque, Mopso* 
morto Calcante (v. 430) passava in Cilicia in compagnia di Anlilofu. Kra 
Anfiloco figlio di Anfiarao ed Erifile di Argo (Paus. X. 10. 2) ed uno degli 
eroi della guerra degli Epigoni contro Tebe; è ricordato dell'Odissea omeri- 
ca (XV. 248) e pare sia stato fatto dai poeti ciclici partecipe della spedizio- 
ne contro Troia: è ricordato tra coloro che pretendevano alla mano di Kle- 
na (Apollod. 111. 10. 8) e tra quei che si chiusero dentro il famoso cavallo 
di legno (Qoint. Smyrn. XII. 323). Nei racconti dei Ritorni il suo nome 
sarà stato associato a quelli di Calcante e Mopso. La tradizione Licofronea 
risale forse allo VIII sec. a. C. e probabilmente al poeta Gallino di Efeso, il 
quale cantava il ritorno da Troia di Calcante e Mopso e l'arrivo di i^ucsto 
ultimo in Cilicia (fr. 8 in Strab. XIV. 668). Si può supporre clic Cullino 
parlasse anche di Anfiloco in Cilicia e della contesa con Mopso, tiintu più 



n 



1Q6 commento: vv. 440-447 



se sì consideri che mentr*egli (Strab. /. e.) cantava la morte di Calcante pres- 
so Colofone e il viaggio di Mopso in Panfilia, in Cilicia e in Siria, un' al- 
tra ìinUca tradizione ricordava l'amico di Calcante e di Anfìloco in Panfilia 
(Hrroliot. vii. ^1) e, dippiù, considerava come fondata da Anfìloco la città di 
Posìdeo, posta tra i confini della Cilicia e della Siria (Hrrouot. III. MI). Del 
resto, alla localizzazione del mito di Mopso ed Anfìloco, entrambi argivù 
nelle coste meridionali dell'Asia Minore, avrà probabilmente influita 1* espan- 
sione commerciale d'Argo, attraverso le colonie dorico-argive che da Creta 
si estendevano sin sulle coste d'Asia. Cfr. n. al v. 424. 

44i I. — .Apollo era detto Derainos, secondo lo scoliasta, dal luogo omo- 
nimo vicino Abdera, dov'egli avea un tempio; aggiungendo che così lo chia- 
mava Pindaro in un suo peana (fr. 63 (35] B) — Mopso ed Anfìloco son 
Jettì cuni di Apollo, nel senso di seguaci, fedeli alunni. 

442. — La figlia di Panfilo era Magarso, dalla quale avea preso nome 
la città {ScholX Presso le torri della città di Magarso combatterono Anfìloco 
e Mopso. Il poeta dice Panfilia invece di C^ilicia, facendo il medesimo scambio 
che, parlando dello stesso avvenimento, avea fatto Sofocle (Strab. XIV. dltt): 
cfr. n, al v. 43*>. — Qui KTspva ha il significato di ^aai':; cfr. Konzr p. 72. 

44^. — Magarsa (Strab. XIV. hlu) ovvero Magarso (Arrian. Ah. II. 5. 
*t: Stsp, B. s. V.) città della Cilicia, era posta sul mare, alla foce del Pira- 
mo, e pare ergesse su d' un grande promontorio (Lyc 443) ove era il ri- 
nomalo tempio di .Atena Magarsis (cfr. Hòprr in Roschsr, Lex. II. 2231). Il 
poeta chiama col suo vero nome la città dopo averla indicata sopra colla fra- 
se " figlia di Panfilo „. Egli, dopo aver detto che Anfìloco e Mopso moriro- 
no combattendo sotto le torri di Magarso, aggiunge che le due tombe furo- 
no ì?i:-avate, e cioè i due vati furono sepolti, nelle due parti opposte del pro- 
montorio su cui giace la città, per impedire che ciascuno di essi, sepolto, 
pottjsse vedere la tomba dell'altro. Questo particolare del mito nota anche 
Strabone (/. e.) aggiungendo che quelle due tombe si mostravano ancora al 
suo tempo. 

447. — I cinque eroi che, secondo la predizione di Cassandra, saranno 
*ibaizali nell'isola di Cipro sono: Teucro, Agapenore, Acamante, Cefco e 
Prassandro; dei quali il primo è di Salamina, il secondo arcade, il terzo atti- 
co, il quarto lacone e il quinto acheo. La localizzazione in Cipro di questi 
tnitici personaggi, che riflettono il trionfo dell'ellenismo sull'elemento fenicio. 
pur risiiJendo ad antichissima epoca, dovette necessariamente avvenire non 
prima del VII secolo e in tempi vari. Cipro, che nell'antichissima storia rap- 
preìtenta il punto di congiunzione tra l'Oriente e l'Occidente, e che per la 
!tua posizione e per le ricche miniere di rame teneva un posto importante 
nelle industrie, particolarmente d'armi e d' utensili, cagionava un continuo 
conflillo tra i popoli orientali e i commercianti greci, potrà avere avute rela- 
zioni colla Grecia sin dall'epoca micenica, ma dai Greci non sarà stata ve- 
ramente colonizzata che in età più tarda. Indubbiamente verso il sec. Vili 
1* isoia era in gran parte ellenizzata, come ci indica la scrittura; ma per 



cx>MMKNTu : vv. 448-449 197 



quanto varie possano essere le opinioni dei critici, certo è che proprio 
sulla fine di quel secolo l'isola riconosceva l'alta sovranità del regno assi- 
ro, e alla caduta di questo veniva sotto la signoria egiziana. Cfr. Bbloch, 
Griech. Gesch. I p. 5, 58, 195 sg.; cfr. pure Busolt. Griech. Gesch. 1 p. 318 
sgg. ; Ed. Mbybr, Gesch, d. AlUrthums II p. 219 sgg. Soltanto più tardi 
quindi l'attività greca vi trovava assolutamente libero campo trionfando de- 
gli elementi orientali; e le relazioni tra V isola e il Peloponneso saranno cre- 
sciute all'epoca della grande potenza d'Argo, per l'espansione commerciale 
che prendeva le mosse dal golfo argolico e per le emigrazioni che quella 
stessa potenza occasionava nel Peloponneso. E a quell'epoca, fra il VII e il 
VI sec, si può far risalire lo stanziamento in Cipro di culti e miti pelopon* 
nesi, dell' Argolide prima e dell' Acaia, e poi della Laconia e dell'Arcadia, e 
cioè di Sparta e di Tegea. E invece solo dopo la metà del òCK), e cioè quan- 
do Atene cominciava ad avere potenza coloniale, avrà avuto principio l'in- 
fluenza attica suir isola di Cipro e quindi la localizzazione dei miti di quel 
paese. Sui culti greci in Cipro cfr. O. Gruppk, Griech. Mytholog. u. Reli- 
gionsgesch. (Miinchen 1897) p. 337 sgg. I Greci avranno fatto a gara coi 
Fenici nel localizzare miti e leggende nell'isola, e la tradizione troiana of- 
friva loro buona occasione, facendo ivi stanziare gif eroi dei loro paesi. Non 
sappiamo se Licofrone trovasse raccolte le leggende sugli eroi greci stanziati 
in Cipro nell'opera d'antico logografo. Si potrebbe pensare ad Ellanico, che 
consta aver composto un libro intorno a Cipro (fr. 147 in F. H.G.M I. p. 65) 
egli che tanta cura poneva nel raccogliere le leggende dei paesi. — Licofrone 
chiama Cipro Sfecta, perchè questo nome avca anticamente preso dagli Sfeci, 
come diceva lo storico Filostefano (apd Schol. = fr. 10 in F. H, G. M III. 
p. 30; cfr. Stbph. B. 5. v. S^pTJxaia) e Cerastia, per i molti colli e promontori 
che sono nell' isola, secondo Xenagora (apd Schol. = fr. 8 in F. H. G. M 
IV. p. 527; cfr. Pun. h. h. V. 31 [35] 129; Strph. B. s. v. S^rixsict) ovvero 
pyerchè gli abitanti dell'isola portavan le corna, secondo lo storico Menan- 
dro (apd. Schol. = F. H. G. M IV. p. 448). 

448. — Satraco (Setrachos apd Stbph. B. s. v. TXtj): fiume di Cipro.— 
Presso il promontorio Curio, nel sud dell' isola, v' era secondo Tzetze il luogo 
Hyle sacro ad Apollo, detto appunto Hylates, e cioè Silvanus (cfr. Stbph. B. 
/. e. che riferisce il verso di Licofrone): culto greco, che si riscontra anche 
in Magnesia, Neopafo , Tembro , Eristea e Amamasso , e che forse traeva 
origine da Hyle, città della Beozia; cfr. O. Gruppe, Griech. Mylh. p. 337. 

449. — Famoso era nell'antichità il culto di Afrodite in Cipro, e parti- 
colarmente nella città di Pafo. Licofrone indica la dea coi nomi di Morfo e 
Zerintia. Morfo era detta Afrodite a Sparta (Paus. III. 15. 10) ed evidente- 
mente nel significato di dea della bellezza e della grazia (Prbllbr-R. Griech. 
Myth. I. p. 368) e non di divinità delle tenebre, infera, come vorrebbe Sam 
Wide, seguendo l'opinione del Tiimpel (Sam Widk, Lakonische Kulte p. 141). 
Apollo Zertntio ed Afrodite Zerintia erano adorati sulle coste della Tracia 
(Liv. XXXVIII. 41) mentre lo stesso Licofrone (v. 77) ricorda in Samotracia 



198 COMMENTO : w. 4ò»M.Sl 



l'antro Zerìntio, ove avea culto Artcmìde-Ecatc. E il Klausen (Aemeas «. Pem. 
p. 4<l^» sgg.) credette che Afrodite Zerìntia stesse in relazione colle divinità 
infere. Cfr. w. 958. 1178. 

4ó<K — Teucro era figlio di Telamone e di Esione, la figlia del troiano 
Laomedonte, e quindi soltanto per parte di padre era fratello di Aiace, al 
quale era stata madre Perìbea, nepote di Pelope (Apollod. ni. 12. 7). Se- 
condo Licofronc, Telamone, vedendo tornare da Troia Teucro solo, l'accusa 
di aver partecipato alla morte di Aiace, forse nel senso di non averla im- 
pedita, e quindi lo scaccia dalla patria Salamina. Ignoriamo come trattasse 
Sofocle nel drama Teucro questo mito, che ai suoi tempi dovea esser molto 
diffuso; cfr. le parole di Teucro in Soph. -4f. K»i)r> sgg.; Paus. I. 28. 12. 
Teucro, in cerca di nuova patria, giunge in Cipro, dove fonda la città dì 
Salamina ( Pihd. Xcm. IV [75] 46 et Schol. ad /.; Strab. XIV. 682). Per fl 
significato storico di questo mito si consideri come gli Eacidi Salamini di- 
ventarono eroi dell'Attica (cfr. Prbllrr-R. Gricck. Myik, IL p. 4<>3, 463); 
e ciò sarà avvenuto intomo al tempo di Pisistrato, che riusciva a strappare 
ai Megaresi l'isola di Salamina. Ora l'espansione della potenza ateniese, ap- 
presso, avrà localizzato 1' Eacide Teucro in Cipro (cfr. n. al v. 447) ; e vi 
avrà probabilmente contribuito la politica di quegli illustri ateniesi, che si 
vantavano discendenti d^li Eacidi, come Milziade, Alcibiade e Cimone par- 
ticolarmente, che in nome di Atene con 2lK) triremi tentava occu|>are l'isola 
di Cipro; cfr. O. Grcppb, Gricck, Mytk. p. 389. Efficacemente poi la tradizione 
si sarà diffusa quando diventava re di Salamina, la più importante città 
di Cipro. Evagora (verso il 410 a. C.) colui che liberava l'isola dalla signo- 
rìa fenìcia, aprendola al commercio e all' influenza ateniese. Evagora si van- 
tava discendente degli Eacidi dell' ateniese Salamina , e quindi di Teucro , 
avvalorando la sua signoria in Cipro e l'amicizia con Atene (IsocR. E rag. 
19 sgg.; Paus. I. 3. 2; IL 29. 4); cfr. Bbloch, Gnech, Gesch, U. p. 143 sgg. 
E probabile quindi che la tradizione della venuta di Teucro in Cipro si sia 
formata non prima del sec. VI. Del resto, il mito della persecuzione patema 
di Teucro è palesamente una ripetizione di quello che si narrava intomo al 
suo padre Telamone : avendo ucciso nel giuoco il fratello Foco, fu dal pa- 
dre cacciato dalla patria Egina e si rifugiò nell' isola di Salamina presso il 
re Cicreo (Apoixod. III. 12. 6, 7). 

451. — Cicreo (ricordato anche da Euphor. fr. 17 M) era figlio di Po- 
sidone e di Salamina , la figlia di .\sopo : re di Salamina ospitò Telamone 
(cfr. n. al v. 45(>) e morendo a lui lasciò il regno, dopoché Telamone, od an- 
che egli stesso, ebbe ucciso il serpente che devastava 1* isola (Apoixod. III. 
12. 7; DiOD. IV. 72). Cicreo intanto veniva identificato col serpente (Stkph. 
B. 5. V. Kuyji3ìo; xcqo;> e cioè era considerato come autoctone, o nato dalla ter- 
ra, e quindi divinizzato avea in suo oaore un tempio; e narravasi che, nella 
battaglia di Salamina, avendo visto gli .Ateniesi in mezzo alle loro navi un 
grande serpente, avessero appreso dall'oracolo esser quello l'eroe Cicreo 
(Pais. L 3t». 1). Secondo Strabone (IX. 3<^>3) Esiodo avrebbe parlato del scr- 



coMMErrro : vv. 4ó2-46(> 199 



pente Cicreidc, cacciato dall'isola da Euriloco ed accolto da Dcmetra in Eleusi. 
L'isola di Salamina era pertanto detta Cychreia (Abschyl. Pers. 570; Strab. 
/. e; Stbph. B. /. e). Cosi si spiega la frase di Licofrone " gli antri di 
Cicreo jf. Lo storico Ferecide (fr. lo in F. H. G. M l p. 72) avrebbe men- 
zionata Glauca, tìglia di Cicreo, come madre di Telamone; e forse egli stesso 
narrava il mito del serpente. — Bocaros era detto il tiumc che probabilmente 
scorreva nella parte sud-ovest dell'isola (Strab. IX. 394); cfr. Bursian, Gcogr. 
V. Griech. I p. 363. 

452. — Teucro» figlio di Esione, sorella di Priamo, era cugino di Cas- 
sandra. Era fratello di Aiace soltanto per parte di padre; cfr. n. al v. 45(). 

453. — Nel monologo di Teucro néiV Aiace di Sofocle (vv. 992-1039) vi 
e non solo il sospetto di Telamone, che Teucro avesse contribuito alla morte 
del fratello, e la circostanza che Aiace si uccideva colla spada avuta da Et- 
tore, ma vi sono anche espressioni riprodotte da Licofrone, come bene han- 
no osservato lo Scheer (Progr. Ploen 1876 p. 12) e T Holzinger ad l. 

454. — Si accenna alla pazzia di Aiace, che uccideva il gregge credendo 
che fosse l' esercito greco. Questo motivo, cui pare già accennasse l' autore 
della Piccola Iliade ( AiotQ V sjuiovrj; ^svó^isvo; xi^v xs /.r^i'ov xtòv 'Ayawòv Xy- 
|tcRV£Tai apd Procl. £. G. K K p. 36) è svolto da Sofocle {Ai. 144 sg., 175, 
185, 231 sgg.). 

455. — Su ydpojv = leone cfr. n. al v. 260. yopojva ha Eupuor. fr. 47 M. 
Della invulnerabilità di Aiace non fa cenno l' Iliade ; ma sappiamo che se 
ne parlava nelle grandi Rèe (SchoL Pind. Isihm. V [VI] 53 p. 547 B.). Se- 
condo Pindaro (Istkm V. [VI] 45 [65]) Eracle prega Zeus di concedere al- 
l' amico Telamone un figlio che sia di natura invulnerabile e forte come la 
pelle del leone nemeo, ch'egli porta addosso. Zeus, per significare d'aver 
ascoltata la preghiera, manda un'aquila (aisióc); ed Eracle stabilisce di dare 
al futuro figlio dell'amico il nome di Aiace (Aia;); cfr. Apoli/)d. III. 12.7. 
Licofrone si riferisce ad una tradizione alquanto diversa , secondo cui Era- 
de copriva della pelle del leone nemeo il bambino di Telamone e pre- 
gava Zeus di renderlo invulnerabile; e il dio assentiva; senonchè il piccolo 
Aiace restava vulnerabile in quel luogo del corpo su cui poggiava quella 
parte della pelle, che, quando la indossava Eracle, avea posato sulla faretra 
e quindi non era stata a contatto del corpo dell' eroe, e non poteva comu- 
nicare la virtù della invulnerabilità. Questa tradizione era già diffusa al tem- 
po di Licofrone (Plat. Symp. p. 219 E; Abschyl. fr. 83 N = Schol. Soph. 
Ai. 833 et Schol. Lya ad. L; Schol. II. XXIII. 821.). Cfr. Roschbr, Lex. I. 
121. Tzetze fonde insieme la tradizione licofronea e quella di Pindaro. 

458. — La parte vulnerabile del corpo di Aiace, dove perciò egli pote- 
va trovare la morte, è detta ** via che conduce all'Ade „. L'arco di Eracle 
era un dono dello scita Teutaro; cfr. n. al v. 56. 

459. — Sotto il nome di Comiro si adorava Zeus in Alicarnasso (Schol. J. 
Il leone è Eracle. 

460. — 3f <i» = £<{). Eracle si rivolgeva a suo padre Zeus. 



20U coMMKNTO : vv. 461-467 



461. — Seguo coir Holzinger la lez. òsixa ( voce beota = òrcoO : aquOa) 
già preferita dal Potter e dal Sebastiani, e dal Bachmann dottamente soste- 
nuta, sebbene poi da lui stesso rifiutata e sostituita con òtia nei Corrigenda 
della medesima ed. Ltc. p. 625. Evidentemente qui il poeta, parlando del- 
l'aquila, vuole alludere al nome di Aiace, anztcchè al padre di lui. Telamo- 
ne, amico di Eracle. In quanto all'interpretazione però io non credo che 
qui Licofrone voglia notare il particolare dell' apparizione dell* aquila (cfr. n. 
al V. 455) e che quindi dica zap* «qxaXaiaiv àstTa nel senso di zap' «Eicrò 
xtipojiv, come ingegnosamente intende l* Holzinger. A Licofrone non pre- 
me notare quel particolare ch'era già penetrato nella tradizione comune (Apol- 
LOD. III. 12 7) ma soltanto determinare il personaggio di cui ha spiegato 
la virtù dell' invulnerabilità , e chiama Aiace oxó^ivov òsiTa , celando il no- 
me proprio sotto un nome comune, ovvero sotto lo scherzo etiroologico 
( cfr. KoNZR pag. M) ) essendo diffusa 1* opinione che Aiace avesse pre- 
so il nome dall' aquila. Con questa frase egli non intende dare l' idea 
della paternità di Aiace, ma dice il * piccioletto figlio dell' aquila , nel senso 
della ** piccola aquila „ e cioè del bambino eh' ebbe il nome dell* acquila, 
come se dicesse tnó^vov atstov. Del resto, Licofrone anche senza riferirsi ad 
una tradizione diffusa, come in questo caso, suole indicare i suoi personaggi 
coi nomi d' aquila, lupo, leone, toro, falco etc. 

462. — Teucro non riesce a convincere il padre Telamone, che Aiace si 
sia tolta la vita da sé. — Lemno era nell'antichità l'isola del fuoco (cfr. n. 
al V. 227); e quindi Lemnio vale distruttore, sterminatore. La circostanza 
che Ellanico (fr. 113 in F. H. G. M 1 p. fÀ)) parlava di Lemno come del 
luogo ove si fossero inventate le armi da guerra, non è sufficiente per cre- 
dere che qui egli sia stato fonte di Licofrone, come afferma il Geffcken {Zur 
Kennlniss Lyc, in Herm. XXVI p. 576). 

464. — ^apw:pp<ov: imitazione 4©! J^O'^'Jyo; di Soph. Ai. 319, dove Aiace 
è anche detto loùpo; (v. 322) come osservò lo Scheer {Progr, Ploen 1876 
p. 12). Credo che ^a()6f(>«iv si riferisca al dolore che spinse Aiace al furore 
e quindi al suicidio; onde segno la virgola dopo Tpaxst; (v. 463) e la tolgo 
dopo fla(>6^(H«v. 

465. — Il suicidio di Aiace non è menzionato da Omero; soltanto pare 
che vi si alluda nell'Odissea (XI. 54<>). Ne parlava invece la Piccola Iliade^ 
stando a Proclo {E. G. F. K p. 36: — xaì iouxòv £va«(>2!). — Neil' Iliade (VII. 
303 sgg.) e detto che Ettore, battutosi con Aiace, gli donava la sua spada 
e ne riceveva in cambio un cinto. Questa circostanza offriva un elemento 
dramatico a Sofocle {Ai. 661, 817, U>27); e poi restava celebrata dalla co- 
mune tradizione; cfr. Hyo. /ab. 112 Schm. p. W: Aiax Hcctori donavit 
balteum unde est tractus, Hector Aiaci gladium undc se inUrfccit. 

467. — Telamone caccia da Salamina Teucro, che qui viene indicato co- 
me il fratello di Trambelo. Secondo lo storico Istro, citato dallo scoliasta 
( = TzETz.- ad ì. = fr. 22 in F. H. G. M I p. 421) dopoché fu presa Troia 
da Eraclc, Telamone ebbe in premio Teanira, detta anche Esione, la quale» 



coMMKNTO : w. 468-472 201 



già fatta da lui incinta, saltava dalla nave e a nuoto giungeva in Milcto. 
Lo scoliasta ( = Tzbtz.) aggiunge che in Milelo partorì un bambino detto 
Trambelo, che dopo la presa di Troia fu ucciso da Achille (cfr. Parth. erot. 
XXVI; Ai'HBN. II. 43 d, che chiama Trambelo re dei Lelegi, e cioè di Mileto, 
che, secondo Stbph. B. s. v. MiXr^xo^, avea il soprannome di \^Kz'{r^i^; cfr. 
Strab. vii. 321). Evidentemente qui si tratta d'un altro lòcalizzamento de- 
gli Eacidi (in Mileto); e infatti lo stesso Partenio (/. e.) dice che quando A- 
chille, ucciso Trambelo, seppe ch'era figlio di Telamone, lo pianse molto e 
gli innalzò un tumulo che esisteva ancora (cfr. Schol. et Tzbtz.): lòcaliz- 
zamento che forse si doveva alle buone relazioni di Mileto coi potenti Ate- 
niesi. Probabilmente la tradizione ammetteva che Esione si negasse di segui- 
re Telamone in Grecia e che partorisse Trambelo prima di giungere in Sa- 
lamina, dove appresso generava Teucro. Forse, anche, una tradizione ante- 
riore faceva Trambelo tiglio di Teanira, e poi si identificò costei con Esio* 
ne e lo si fece figlio di Telamone. Ad ogni modo l' indentificazione di Tea- 
nira con Esione pare già esistita al tempo di EUanico (Tzetz. ad v. 46<> = 
fr. 138 in F. //. G. M l p. 64). Licofrone considera Trambelo come figlio 
di Esione : ne fa menzione per trarne occasione a ricordare le vicende di lei. 
In caso contrario non si comprenderebbe perchè nomini Trambelo e perchè, 
considerando Teucro solo figlio di Esionc, debba ripetere che costui era suo 
parente (v. 468) dopo averlo detto innanzi (v. 452). Quindi io riferisco a 
Trambelo il pronome ov che è a principio del v. sg. 

468. — Esione madre di Teucro e di Trambelo, era sorella di Priamo, 
padre di Cassandra. 

469. — Quando Eracle ebbe salvata Esionc e liberata Troia dal mostro 
marino, il re Laomedonte negò di dargli i promessi cavalli di Zeus; e l'eroe 
fece una spedizione contro Troia (cfr. n. al v. 33) e la distrusse (//. V. 642) 
uccidendone il re e dando Esione in premio al compagno Telamone (Apollod. 
III. 12. 7; Hygin. /ab. 89 Schm. p. 86; Diod. IV. 32). Fonte principale di 
questa narrazione è lo storico Ellanico, che raccontava sin dalle origini la 
guerra di Eracle contro Troia (fr. 136, 138 in F. //. G. M I p. 64) come 
già notò M. Welmann {Commeni. Philolog. p. 63); cfr. Gbpkckkn, Zur Kennt- 
nniss Lyc. in Herm. XXVI. p. 576. In xopjooxa^po) vedo cogli scoliasti 
Telamone, non tanto perchè da Ellanico è detto che Telamone, avendo ab- 
battuta una parte del muro di Troia, vi entrò prima di Eracle (tradizione 
dìfTusa ed accettata da Apollod! II. 6. 4) quanto perchè Esionc, a testimo- 
nianza di quelli stessi scrittori, fu data da Eracle a Telamone, come premio 
e cioè come bottino di guerra, conformemente alle parole di Licofrone. 

471. — Su xsXaivóv cfr. n. al v. 7. 

472. — Fenodamante (Phoinodamas) vedendosi costretto dal re Laomedon- 
te ad esporre le sue tre figliuole al mostro marino, convocato ad adunan- 
za il popolo troiano, sostenne toccare a Laomedonte, causa di tanto male, 
d'esporre la propria figlia Esione; e riusci a convincere di ciò i Troiani. E 



^"V^crip- 



202 ooNMKNTo : vv. 476-480 



infatti, invece delle figlie di Fenodamante, venne esposta Estone (Sckol.). Cfr. 
n. al V. 953. 

476. — xiTcó è un piccolo uccello; e probabilmente il poeta vuole indi- 
care un uccelletto marino che possa diventare cibo del mostro del mare : 
questo credeva d' ingoiare un uccelletto (Esione) ed invece ingoiava un pe- 
ricoloso scorpione (Eracle): cfr. vv. 33 sgg. et m. ad I. 

477. Forco, che sta in relazione con Nereo e con Proteo, e il dio dei 
mostri marini; e infatti la Teogonia esiodea (vv. 238, 270) gli dà per sposa 
Keto. Qui il poeta imagina che il mostro, avendo ingoiato Eracle, vinto da 
atroci spasimi, scenda nel fondo del mare per chiedere aiuto a Forco. 

478. — 7J>^'Co»v TwN»^ traduco liberamente * bramando avere ,. 

479. ~ Oltre Teucro, giunge in Cipro, a capo degli Arcadi, Agapenore, 
reduce da Troia. Agapenore, fìglio d'Ahceo, era uno degli eroi omerici che 
presero parte alla guerra di Troia (//. II. 6(t9). Discendeva da Pelasgo nel se- 
guente ordine: Licaone, Callisto, Arcade, Afìdante, Aleo, Licurgo, .\nceo 
(Apolix>d. III. 8. 9). Era re dì Tegea (AporojOD. III. 7. 5) e la tradizione del 
suo arrivo in Cipro sta in rapporto alla colonizzazione arcade dell* isola, 
avvenuta probabilmente fra il VII e il VI secolo, quando alla potenza di 
Argo succedeva quella di Tegea e di Sparta ; cfr. n. al v. 447. Ignoriamo 
quando il mito dell' arrivo di Agapenore in Cipro entrasse nella tradizione 
letteraria ; ma certamente prima di Erodoto, il quale già dice (VU. 90. 2) che 
alcuni popoli di Cipro erano provenienti d' Arcadia ; e doveva essere ben 
diffuso se veramente era esposto nella biblioUca di ApoUodoro {epiL 6. lo 
in Myth. gr, W I p. 219). Agapenore avrebbe fondata la città di Pafo e co- 
strutto il tempio dì Afrodite, la dea dell'isola (Strab. XIV. 683; Paus, W\\. 
5. 2); mentre poi la figliuola di lui, Laodice, cresciuta in Cipro, avrebbe 
innalzato nella patria Tegea un tempio ad Afrodite Pafìa (Paus. Vili. 53. 7) 
ovvero avrebbe mandato da Cipro un peplo ad Atena Alea di Tegea (Pacs. 
Vin. 5. 3); sebbene un'altra tradizione facesse Laodice figlia di Cinira 
e sposa dell'arcade Elato (Apollod. III. 9. 1): tutti racconti, che rispecchia- 
no le relazioni di Cipro con Tegea. — Il popolo arcade era ritenuto dagli 
antichi come autoctono e pelasgico, nel senso che i>er lungo tempo fosse 
vissuto senza venire a contatto con altri popoli, serbando i costumi primi- 
tivi. Lo stesso Omero (//. II. 614) notava come gli Arcadi non conoscessero 
il commercio del mare. Perciò Licofrone chiama * agreste „ Agapenore: e 
questo appellativo, egualmente che gli altri del v. sg. , si riferisce al paese 
di lui, l'Arcadia. 

48(.). — yepsaìo;: riguarda gli abitanti dell' Arcadia in genere ( = conti- 
nentale); e così pure aùió^To;, che secondo me vuole qui significare colui 
che ha da vivere e che perciò se ne sta appartato, lontano dal consorzio 
umano; cfr. n. al v. 479. — .Arcade, figlio di Zeus o di Apollo e di Callisto 
(figlia di Licaone) essendosi incontrato a caccia con una delle ninfe Amadria- 
di, che stava per essere sopraffatta da un fiume assieme alla quercia in cui 
era nata, la salvò deviando il corso del fiume e rafforzando con terra U 



wmif^ 



GOMMBNTo: w. 481-486 203 



quercia: da lei quindi egli ebbe due figliuoli, dai quali discese il popolo di 
Arcadia (Schol. et Tzbtz.). Tzetze si riferisce per questo racconto all' auto- 
rità dello storico Carone di Lampsaco (fr. 13 in F. //. G. M I p. 35) e al 
poeta Cumelo (fr. 15 in E. G. F. K p. 194; Apollod. III. 9. 1). Minor valo- 
re ha certamente l'altra tradizione, secondo cui Agapenore traeva origine da 
Dryope, cosi detto perchè, appena nato, la madre Dia lo nascondeva nel tron- 
co d'una quercia ("rij; 5poó;: Schol.); cfr. Schol. Apollon. Rh. I. 1283. Di- 
pende poi da misintelligenza del testo la spiegazione riferita da Tzctze, che 
Nittimo fosse stato partorito da una quercia. Cfr. Wagner in Roschbr, Lcx. 
ni. 498. 

481. — Nittimo era uno dei cinquanta figli di Licaone (ApoLtx>D. III. 8. 1) 
e finiva miseramente. Avendo Zeus notizia delle scelleragini della casa 
di Licaone, volle averne una prova e, sotto finte spoglie, vi si presentò e vi 
si fece ospitare: i figli di Licaone, tagliate a pezzi le carni del fratello Nit- 
timo, mescolate ad altre carni, le offrirono come pasto a Zeus, il quale adi- 
rato colpì di fulmine quelli sciagurati, alcuni uccidendo altri trasformando 
in lupi (Tzbtz.). Sulle varie forme di questa leggenda cfr. Inmkrwaur, Die 
KulU u. Myihen Arkadiens p. 14 sg.; ma erra 1* Immerwahr nel credere 
che questa leggenda (in cui l'ucciso è Nittimo figlio di Licaone) sia una 
versione dell'età imperiale: egli ha presente Tzctze e dimentica che di Nit- 
timo fatto in pezzi parla proprio Licofrone. 

482. — Son detti gli Arcadi più antichi della luna, come popoli ritenuti 
antichissimi ed autoctoni; cfr. Hbrodot. I. 66.— La tradizione che faceva gli 
Arcadi mangiatori di ghiande si riscontra nella risposta della Pizia, riferita 
dallo scoliasta e già nota ad Hbrodot. /. c.\ cfr. Paus. VIU. 1. 6. 

484. — Agapenore, giunto in Cipro, attenderà a cavare fuori della terra 
i metalli. Si allude alle ricche miniere di rame dell'isola, che davan luogo 
all'industria d'armi e d'utensili, e ch'eran ricercate dai Fenici e dai Greci. 
Forse colla leggenda di Agapenore quei di Tegea avran sostenuti i loro di- 
ritti sulle miniere dell'isola. Cfr. n. al v. 447. 

486. — Padre di Agapenore era Anceo, uno dei compagni di Meleagro 
che presero parte alla famosa caccia del cinghiale Calidonio, che la dea Ar- 
temide avea mandato a devastare le campagne di Calidone, in Etolia, per 
vendicare la trascuranza del suo culto da parte del re Oineo: Anceo cadde 
ucciso dalla belva (Apollod. I. 8. 2; Paus. Vili. 4. 10; cfr. Ovid. met. Vili. 
399). Questa tradizione della morte d'Anceo pare risalga a Bacchilide {carni. V. 
117 Blass) secondo la congettura del Kenyon. Il poeta imagina che il cin- 
ghiale scendesse in Etolia dal monte Oeta; onde dice ** il dente d' Octa „. 
La fine d'Anceo era già ricordata dallo storico Ferecide (fr. 81 in F. H. G. 
M 1 p. 91) e da Scopa era stata rappresentata nel frontispizio del tempio 
d'Atena Alea in Tegea: da una parte del cinghiale stanno i compagni di 
Anceo, mentre, dall'altra, egli, già ferito e nell'atto di gettare a terra la scu- 
re, è sollevato da Epoco (Paus. VIII. 45. 6 sg.); cfr. Oertbl in Roschbr, 
Lex. L 354. 



2C>4 commento: w. 487-494 



487. — Sulla fcriU di Anceo Ovidio {mei. Vili. 4iX>) dice: summa fcrms 
geminos dircxit ad inguina dcntes. 

488. ~ Mentre Anceo stava per uccidere il cinghiale e credeva di rac- 
cogliere l'ambita gloria, cadeva morto a terra: egli imparava, come dice Li- 
cofrone, un adagio noto nella antichità. Tzetze, volendo spiegare 1* origine 
di tale adagio, narra il caso avvenuto ad un Anceo, figlio di Posidone ed 
.Astipalea: mentre stava per piantare una vite ebbe predetto da un vate, che 
non avrebbe gustato il vino di quella vite ; e maturata l' uva e strizzata den- 
tro un bicchiere, Anceo si preparava a bere il succo e a deridere il vate, 
quando questi gli disse: xoXÀà (UTo^j Ttksx xùXixo^ xat yetXso; àxpou; e subito 
si gridò che uno smisurato cinghiale devastava la campagna: Anceo, depo- 
sto il bicchiere, corse contro la belva e cadde ucciso (cfr. SchoL Apollon. 
Rh. 1. 1 88). Tzetze si riferisce all'autorità d'Aristotele; e l' Holzinger, riscon- 
trando questo luogo nella Politica aristotelica di Samo (fr. 571 Rose) osser- 
va come Ltcofrone abbia applicato questo adagio, narrato intomo ad Anceo 
di Samo, al caso incorso ad Anceo d'Arcadia. 

492. — Qui si dice che il cinghiale prima di morire si sia vendicato; ma 
su chi, e cioè chi sia stato colpito nel tallone, non è chiaro. Tzetze discute 
se si debba leggere xtovoòv-', riferendolo ad Anceo, ovvero xrctvóvx' a Melea- 
gro, che sin da Omero (//. DC 543) era riconosciuto l' uccisore del cinghiale. 
Ma si è osservato che Meleagro non morì per opera del cinghiale; onde l'Hol- 
zinger, dando al xton^óvT' quasi il significato d* un aoristo di conato, pensa ad 
Hyleus, che, secondo Apollodoro (I. 8. 2) parimenti che Anceo, sarebbe stato 
ucciso dal cinghiale calidonio. Sarebbe forse meglio, in tal caso, pensare ad 
Agclao, fratello di Meleagro, che cadeva assieme ad Anceo, già secondo Bac- 
chilide {carm. W 117 Blass). Ma io credo che si debba leggere col Kinkel i^v 
xtovóvt' ( = colui che l' uccise) e che si debba riferire a Meleagro. Non dice 
Licofrone che Meleagro morì per il colpo avuto dal cinghiale, ma, soltanto, 
che non riuscì ad evitare il colpo; non dovendosi interpretare la voce cKp'jxxro;, 
come fa lo sfesso E. Kuhnert (in Roscubr, Lex. II. 26CX)) nel senso che Me- 
leagro, dopo quel colpo, non potè sfuggire alla morte. Noi non abbiamo una 
tradizione dell'età alessandrina che narri il particolare di Meleag^ ferito al 
piede dal cinghiale morente ; ma ci può aiutare a pensare a tale tradizio- 
ne anche Ovidio che, parlando di Meleagro accanto al cinghiale morente 
{mei. Vili. 425) dice: ipse pcde inposito caput exitiabile pressiti II cinghia- 
le faceva a tempo a ferirgli il piede, prima di morire, e quindi a trame ven- 
detta. — Nella traduzione, per maggiore chiarezza, faccio soggetto del perio- 
do il cinghiale istesso, e non il dente del cinghiale. 

4**3. — 'ìf^yr^axoD significa agile nel combattimento; cfr. n. al v. 249. 

4*)4. — Il terzo che giunge in Cipro, dopo Teucro ed Agapenore, è Aca- 
mante, figlio di Teseo. Teseo era figlio di Egeo e di Etra, la figlia di Pitteo 
di Trezcnc . ma nella medesima notte , che Egeo , anche il dio Posidone 
giacque con Etra, Quando Egeo si partiva da Trezene verso Atene, nascon- 
deva la sua spada e i suoi sandali sotto un grosso macigno, e dava inca- 



GOMMBNTO : w. 494*495 205 



rico ad Etra che, se avesse partorito un maschio, qualora questi giungesse 
a sollevare il macigno e ad impadronirsi di quelle cose, lo mandasse a lui 
(Apollod. hi. 15. 7; cfr. Hyqin. fab. 37 Schm. p. 68; Plutarch. Thes. III. 
9 sgg.). Etra partoriva Teseo , il quale, cresciuto negli anni, alzava il ma- 
cigno , s' impadroniva della spada e dei sandali del padre e andava a tro- 
vare costui in Atene (Apollod. III. 16. 1 ; cfr. Hyqin. /. c; Plutarch. Thes. 
VI. 3 sgg. — La famiglia di Teseo, come quella di Eaco , subì nella greca 
mitologia r influenza della politica ateniese. Come Egeo, padre di Teseo e 
figlio di Posidone, appartenente più alla leggenda megarese che alla at- 
tica, fu legato alla famiglia dell'ateniese Cecrope (cfr. Prrllrr-P. Griech. 
Myth. II. p. 156); così lo stesso Teseo, nato a Trezene e quindi apparte- 
nente alle tradizioni dell' Argolide , fu rivendicato da Atene come uno dei 
suoi eroi nazionali e dei suoi primi re, forse verso i tempi di Solone e di 
Pisistrato. E già nella battaglia di Maratona non pochi degli opliti ateniesi 
avrebbero vista l* ombra di Teseo, che innanzi a loro combatteva contro i 
Persiani ; e, dopo, Cimone trasportava dall' isola di Sciro in Atene le ossa 
dell'eroe, cui si dedicavan culto e feste (Plutarch. Thes.KWW. Il; XXXVI. 
1. sgg.; cfr. Prbllkr-P. Griech, Afyth. II, p. 286). E cosi il Teseide Acamante, 
di cui non fa menzione V epopea omerica, si faceva entrare nella leggenda 
troiana, e pare che l'autore della Distruzione d* Ilio (Procl. et fr. 3 in E. 
G. F. K p. 50 sg.) e lo storico Ellanico (fr. 75 in F. H. G, M l p. 55) lo 
facessero giungere in Troia. Parimenti che Teucro quindi, s' imaginava che 
anche Acamante, assieme all'eroe ateniese Palerò, approdasse nell'isola di Ci- 
pro e fondasse la città di Soli (Strab. XIV. 683). E la politica ateniese e 
probabilmente lo stesso Cimone, che avea trovate le ossa di Teseo in Sciro, 
avrà contribuito al localizzamento del fìglio dell' eroe ateniese in Cipro, 
egualmente che per Teucro (cfr. n. ai vv. 447, 45t)); mentre poi vi si lo- 
calizzava anche il fratello di Acamante, Demofonte ( PLUTARfiH. Sol. XXVI. 
3; Apoli/>d. epitom. 6. 17 in Myth. gr. W I p. 221). 

495. — xsXwp ToO ^dp'^ovTo; è il figlio di Teseo , Acamante , e YqavTo; 
oxXa sono la spada e i sandali di Egeo, detto gigante perchè apparteneva 
alla schiatta di Eretteo, appellato fi^fsv^j; (Schol.)\ cfr. Hkrodot. Vili. 55 : 
'Epr/^o; Toy frj^ivso;. — Intorno ad ix miKr^;, iriipa; cfr. Plutarch. Thes. 
III. 9: rsupav ^dkr^ svxòr iyoooctv xoiXóxr^xa. — Preferisco coH'Holzinger leg- 
gere ToD icox' si; Xiyo; facendo dipendere queste parole dal verbo t^sTcti (v. 
497) dal poeta intromesso nella propos. relat. r^ C<«»a' xxX. (cfr. Schrrr, 
Progr. Ploen 1876 p. 5) ; e tolgo la virgola dopo icó(>i; alla fine del v. 496. 
Felicemente tradusse lo Scaligero : cttius in torum \ Idaea iunix sponte con- 
sccndet sua, | quae viva Averni obibit umbras. Diomede ed Acamante, figlio 
di Teseo, prima che i Greci facessero la spedizione, andarono a Troia, co- 
me ambasciadori, per richiedere Elena. Allora Laodice, figlia di Priamo, presa 
d'amore. per Acamante, sen giacque con lui e divenne madre di Munito, 
che affidò ad Etra ('madre di Teseo e quindi bisavola dello stesso Munito) 
la quale si trovava con Elena da quando era stata rapita dai Dioscuri (Tzrtz. ; 



206 COMMBNTO: w. 497-503 



cfr. Parthen. eroi. XVI). ÌBoio xópi; (v. 496) e quindi Laodice. Secondo 
un'altra versione, Plutarco (Thes. XXXI V^ 3) fa Munito figlio di Laodice e 
di Deraofonte, fratello di Acamante. La Distruzione d' Ilio (Procl. et fr. 3 
in E. G. F. K p. 50 sg.) e lo storico Ellanico (fr. 75 in F, ff. G. M I 
p. 55) dicevano che Acamante andava in Troia per riavere la madre Etra. 
Che Etra avesse seguita Elena in Troia, era noto anche ad Omero {II, UI. 
144); cfr. Plutarch. Tkfs. XXXIV. 2. 

497. — Laodice , atterrita alla vista della distruzione di Troia e della 
miserevole fine dei suoi, si precipitava viva in una voragine, come è stato 
detto innanzi al v. 317. Erra Tzctze nel biasimare Licofrone, che qui venga 
in contraddizione con quanto ha detto al v. 318, in quanto ivi volesse dire 
che Laodice moriva di dolore per la perdita del figlio in Tracia, mentre qui 
dice che sprofondava sotterra alla vista della rovina della patria. Xon enim 
sic aii LycophroH, Laodicem in Thracia morluam esse, postqnam fiìium summ 
periisse cognovit; sed ita, Laodicem, quae fuit Muniti ma ter, prae ni mio 
dolore ex incendio Troiae vivam se praecipitem dedisse (Cantcr). In quanto 
a questa tradizione che fa sprofondare sotterra laodice cfr. n. al v. 316. 

4*^>. — Munito . figlio di Acamante e Laodice , finì i suoi giorni nella 
penisola Calcidica : trovandosi col padre a cacciare in Sitonia e nei monti 
selvosi di Olinto, fu ucciso da un grosso serpente (Euphor. apd Tzktz. ad 
V. 495 = EuPHOR. fr. 55 M; cfr. Knaack, Eupkorionea in Jahrb. /. class. 
Phiìolog. 1888 p. 148 sg.; cfr. Parthkn. erot, \\\). Licofrone indica la lo- 
calità col nome generico di Crostone, cioè la Tracia (cfr. Hkrod. VII. 1 24 ; 
Vili. 116; V. 3; Thuc. 11.99) così detta da Crcstone, figlia di Ares e Cirene 
(Tzktz.) e quindi sorella del tracio Diomede (Apollod. II. 5. 8); cfr. v. 937. 

5cH. — Acamante era uno di quei Greci che nella presa di Troia erano 
entrati nel famoso cavallo di legno (Paus. 1. 23. 8). Il poeta imagina che ivi 
Etra, avola di Acamante, nel momento del pericolo, gli mostrasse il piccolo 
Munito, ch'essa avea allevato di nascosto, e dicendogli ch'era figliuolo di 
lui glielo lanciasse tra le braccia; cfr. n. al v. 495. Che Acamante e il fra- 
tello Demofonte andassero a Troia per riavere Etra, lo diceva già 1* autore 
della Distruzione d' Ilio (Procl. et fr. 3 in E. G. F. K p. 50 sg.) e lo stesso 
Ellanico (fr. 75 in F, //. G. M I p. 55); mentre la Piccola Iliade parlava 
di Etra , consegnata al nepote Demofonte , dopo la presa di Troia , perchè 
facesse ritorno in Grecia (Paus. X. 25. 8 = fr. 17 in E. G. F. K p. 46). — 
oxov logicamente va legato col v. 498: i due vv. 499-500 si devono consi- 
derare come dentro una parentesi , ove si accenni di passaggio alla moKe 
di Munito. Laodice si getta disperata nella voragine quando Etra afì&da Mu- 
nito ad Acamante. 

503. — Teseo e Piritoo, mossi dalla bellezza di Elena , ancor fanciulla, 
la rapirono a Sparta e la condussero ad Afidna, ove Teseo l'affidò alla ma- 
dre Etra. Andarono quindi al ratto di Proserpina ; ma intanto i Dioscuri, fra- 
telli di Elena, assediavano Afidna, la prendevano e riacquistavano la sorella, 
accontentandosi di prendere con sé soltanto Etra (Apollod. IlL 10. 7; Plutarch, 



' f 



GOMMKNTO : w. 504-510 ?Cì7 



Thes, XXXI sgg.). Questo mito era stato narrato da Ellanico (fr. 74 m 
H. G. F. M \ p. 55) il quale dava ad Etra l'età di sette anni, mentri,* b 
la tradizione apoUodorea (^epii. 1. 23 in Myth. gr. W 1 p. 181 sg.) Li fa- 
ceva, più ragionevolmente, di dodici anni; e, dippiù, era stato cantato dfu Li- 
rici Alcmano, Stesicoro e Pindaro, a testimonianza di Pausania (I. 41. ^ sg. ; 
n. 22. 7); cfr. Stoix in Roschbr, Lex, I. 1932, 1956. 

5()4. — 'Axiattov = gli Attici, e cioè gli abitanti della *Ax-:r; (v. IHj, 1 
Dioscuri son detti lupi nel senso di predatori; cfr. v. 524. 

505. — Elena è detta baccante, come al v. 143; ma credo che qui bue* 
cante significhi danzante, e che cioè Licofrone voglia alludere alla traditic- 
ele che facea rapire Elena da Teseo mentre danzava nel tempio di Artemide 
(Plutarch. Th€S. XXXI. 3; cfr. Hygin. fab. 79 Schm. p. 81 : virginem Jt 
/ano Dianae sacrificantem rapuerunt. Egli altrove (v. KKj; cfr. n. aif Lì 
dice che Elena fu rapita da Paride mentre si celebrava la festa alle Baccan- 
ti. Il concetto del ratto è unito, in entrambi i casi, a quello della festa. 

5(V). — I Dioscuri o Tindaridi, Castore e Polluce, erano rappresentati 
col pileo in testa, specie di berretto di forma ovale, somigliante, come dìt*c 
Licofrone, alla metà d'un guscio d'uovo. Licofrone evidentemente riferisce 
questa similitudine all'uovo di Leda, dal quale nasceva Elena, e cui egli ^\m* 
so ha dinanzi accennato (v. 89; cfr. n. ad. /.) quasicchè dall'uovo fosserti 
nati anche i Dioscuri; ma la più antica letteratura non mette la loro riti- 
scita in relazione coU'uovo di Leda; né, d'altra parte , abbiamo monumrnlt 
attestanti il pileo come loro attributo, che sieno anteriori al III sec. a. C; 
cfr. FuRTWANQLKR in RoscHBR, Lcx. I. 1159, 1172. Il rapporto tra i pilei dei 
Dioscuri e l'uovo si sarà quindi imaginato nell'età alessandrina. Non ciiinL' 
Dioscuri, ma come Tindaridi, e cioè hgli di Tindaro e Leda, essi sono ctin- 
siderati dall'epos omerico (Odyss. XI. 298 sgg.; cfr. //. III. 236 sgg.); men- 
tre poi negli inni omerici (XVII. 2; cfr. XXXIII) son detti figli di Zeus. « 
cioè Dioscuri. Più tardi nelle Ciprie (fr. 5 in E. G. F. K pag. 23) Castfirc 
è detto immortale e mortale Polluce (cfr. Pino. N^em. X. [149] 80) credendo- 
si evidentemente che da Zeus Leda avesse avuti Elena e Polluce e da Tin- 
darò Castore, come appresso ammetteva la tradizione comune (Apollod. IIL 
10. 7; Hyoin. fab. 77 Schm. p. 80. 

508. — I Tindaridi occupavano Afidna per riavere la sorella Elena. ra- 
pita da Teseo e Piritoo, e già gli Ateniesi eran presi da grande paura cr\!- 
dendosi perduti ; ma i Tindaridi non entrarono in Atene da vincitori, e ri- 
spettarono ogni cosa (cfr. Plutarch. Thes. XXXIII. 2) e lasciarono le cei*w 
intatte, quasicchè vi fosse apposto il sigillo. Son d'accordo coll'Holzinger nel 
negare che qui ci sieno tracce di Evemerismo, come altri ha creduto (L^fr. 
Gbfpckbn, Zur Kenntnnis Lyc, in Herm XXVI p. 570); cfr. Introduz. p, ìK 

51(K — Il genit. aotpojv dipende da Tcpò; òfió^iov, e x^i^axa dal vetHn 
sttJosi, giusta l'osservazione dello Schcer {Progr. Ploen 1876 p. 6) che Ircivii 
simile circonlocuzione in Pindaro (fr. 30 [6] B). — La magnanimità usatu dui 
Tindaridi verso la città di Atene procurò loro onori divini e il titolo di "Av/it^-^ 



208 ooMMSNTo: w. 511-517 



che secondo alcuni si riferisce all'apparizione delle loro stelle (PuTTAwa. 
Thes. XXXIIl. 3 sgg.). Traduco liberamente arijaEi: sarà. 

511. — I Tindarìdt son detti semìmortali , perchè stanno altematìN'a- 
mente, e cioè uno alla volta, un giorno nel regno dei morti, ed un giorno 
nelle regioni celesti presso Zeus: tradizione che si riscontra già nella K€kyia 
omerica (Odyss, XI. 303; cfr; //. HI. 243) e nelle Ciprie (Procl. in E. G. F. 
K p. 18: xdt Zsù; «òxo!; iisfir^ji^ov vs^isi T/^v òlkfvoatav) e in Pindaro (AVm. 
X. [101] 55, [U)3] 87; cfr. Pytk. XI. [95] 63). E perciò Licofrone chiama i 
Tindaridi àcptKxot is xat «Bixw (v. 566); cfr. Vero. Aen. VI 121: si fratrrm 
Poi lux alterna morte redemit: ed Ovid. fast. V. 719: alterna fratrem sta- 
tione redemit. — Hbsych. Aaxs(i3ai* Aoxspaa; AtBufio; xoù; Ato3xó(>w;* orò 
Aà [xif>3rj xó>.siu;. Si dice che un giorno i Dioscuri espugnassero la città di 
Las, donde furon detti Lapersi (Strab. Vili. 3M; Paos. HI. 24. 7; Soph. fr. 
869; Stkph. B. s, v.)\ cfr. Sam Widb, Lakonische Kulte pag. 313; cfr. n. 
al V. 95. 

513. — KfisJ: è un uccello acquatico del genere dell'ibis, e ritenuto in- 
fausto alle nozze, come ben osserva lo scoliasta riferendosi ad Erodoto (IL 
76) e a Callimaco (fr. UK>c Schn: òoaowóviatov toÌ; ^o^oòsi) e citando le pa- 
role di Euforione y,*t3£ xaxòv ^cqiov iy^o^iivr, xpij ( = fr. 4 M ). — t^ttJt ìk 
Tif 'EKévtq. TO'jxsaTi -qf xaxovóu.'Siji dice lo scoliasta, rispetto al matrimonio di 
Elena con Menelao; cfr. Hrsych. et Suid. .^. i'. — Elena fu rapita due volte, 
e cioè prima da Teseo e [>oi da Paride; cfr. n. ai vv. 103, 147, 503. 

516. — 1 Bebrtci erano popoli mitologici della Bitinia. Invece Licofrone 
per paese dei Bebrici intende la Troade; cfr. vv. 1305, 1474. Ma questa lo- 
calizzazione dei Bebrici nella Troade risale a Carone di Lampsaco, il quale 
narrava come la terra lampsacena fosse primitivamente abitata dai Bebrici 
e poi colonizzata dai Focesi, che assoggettavano colle armi quella popola- 
zione indigena (fr. 6, 7 in F. //. G. M I p. 33). Il mito dei Bebrici era le- 
gato alla leggenda argonautica (Apoux>n. Rh. U. 1 sgg.); e quindi è da pen- 
sare che per mezzo di questa leggenda la mitica gente dei Bebrici venisse 
localizzata nella Troade, e forse per opera degli stessi Focesi. — iiflorr^ptav 
ixSaaiv, aqiaXóv (Tzetz.). Non credo che si debba scrivere *Exfl., come fa 
l'Holzinger, e pensare al tempio d'una divinità, quale Afrodite. 

517. — Licofrone chiama gli Afaridi, Ida e Linceo, più forti ancora dei 
Tindaridi, alludendo alla lotta ch'era avvenuta fra loro (cfr. w. 546 sgg.). 
Già le Ciprie (Procl. in E. G. F. K p. 18) e poi Pindaro (Kem. X [MI] 
^mO aveano parlato di tale lotta; ma Licofrone non segue queste fonti che 
sono favorevoli ai Tindaridi: secondo le Ciprie^ Castore sarebbe stato uc- 
ciso da Ida, ma Ida e Linceo lo sarebbero stati da Polluce; secondo Pinda- 
ro, è vero che Polluce era colpito da una grande pietra nel petto, ma non 
era ferito (v. [125] 68). Licofrone invece segue un'altra forma della leggen- 
da, che dovea essere ben diffusa, perchè accettata da Apollodoro (IH. 11.2): 
i Tindaridi stanno in agguato sotto una quercia, quando Linceo scorge Ca- 
store e lo indica al fratello Ida, che l'uccide ; Polluce tosto atterra con un 



commento: w. 518-526 209 



colpo d*asta Linceo, ma, mentre insegue Ida, questi lo colpisce con un sasso 
nel capo e lo stramazza stordito a terra. Così la parte degli Afarìdi restava 
vincitrice; e a ciò si riferisce Licofrone. 

518. — GtXxfjv cqiixxot: che non si lasciano avvicinare nella lotta, restan 
soli, e. cioè, sono impareggiabili. 

519. — Enyo'.dea della guerra (//. V. 592). — TprfswTjxo; ^d=alla TpiTo- 
liytva di Omero (//. IV. 515) = Atena, come nota lo scoliasta. 

520. — Boarmiaera appellata Atena in Beozia; cfr. n. al v. 359.— Longa- 
tis era detta Atena forse da Aoy^mvrj o Vóffoiv, citta dì Sicilia. Atena Longatis 
avea un tempio nelle vicinanze di Pachino: L\c,. v. 1032; cfr. n. ad. l. — 
'O^oXoit; era chiamata Atena in Tebe, ove le porte della città si appellavano 
Omoloidi (TzETZ.) forse in relazione ad '0|ióvoia, la dea Concordia. In Tebe 
si adorava un Zeus Omoloio e Demetra Omoloia ; e, stando allo storico Istro 
(fr. 10 in F. f/. G. M I p. 419) Zeus era cosi detto perchè gli Eoli chia- 
mavan l'accordo e la concordia o|ioXov (cfr. PrrlleR'R. Griech, Myth. I p. 
148). Probabilmente in Tebe Atena, parimenti che Zeus e Demetra, era anche 
considerata come fautrice della concordia dei popoli. — Credo che 1' epito di 
Bia significhi la forza protettrice di Atena, la quale in Beozia era adorata 
sotto il nome di 'AXaXxo^isvr^t; (//. IV. 8 ; cfr. Prrllrr-R. Griech. Mylh. I 
p. 214 n. 3). 

52 1 . — La tradizione ammetteva che Apollo e Posidone , per sperimen- 
tare la perfìdia di Laomedonte, re di Troia, prese spoglie umane e pattuita 
la mercede, gli avessero costrutte le mura della città; ma, compiuta l'ope- 
ra, il re non volle pagare la mercede (Apollod. II. 5. 9); onde Licofrone lo 
chiama re spergiuro (v. 523). — -d = « = le mura di Trota. 

522. Apu^c si chiamava Apollo presso i Milesi (Tzrtz.). Strabone (VII. 
321) cita questa parola come barbara, e giustamente pensa l'Holzinger ad 
Ecateo di Mileto, nello stesso luogo citato da Strabone. Porse la voce cor- 
risponde a ^o^iaìo; (cfr. Papk-Bbnsklbr, WórUrbuch der griech. Eigenna- 
men s. v.) appellbtivo di Apollo, che si credeva avesse vinto Ermete alla 
corsa (Paus. V. 7. 10; cfr. Preixkr.-R. Griech. Myth. I p. 274>. ~ Ilpó'fovio': 
era Posidone (SchoL): stando alla parafrasi greca riportata dal Bachmann 
{ad /.) si potrebbe pensare che Profanto fosse chiamato Posidone nella città 
di Turio. — In Cromma, città della Paflagonia avea un tempio Posidone 
(Schol.). Cromma era veramente una parte della città di Amastris sulla co- 
sta della Paflagonia (Strab. XII. 544; cfr. Stbph. B. s. v). 

523. — Laomedonte è detto re spergiuro perchè non pagò la pattuita 
mercede ad Apollo e Posidone (//. XXI. 451; cfr. n. al v. 521) e forse an- 
che perchè si rifìutò di dare ad Eracle i cavalli di Zeus, promessi per la 
liberazione di Esione (cfr. n. ai vv. 21, 409). 

526. — Kovaaxpaìov era 1' estremo promontorio della parte meridionale 
della penisola di Pallene (Herodot. VII. 123; Thuc. IV. 110; Strab. VII. 330. 
31). In Pallene era localizzato il mito dei Giganti (cfr. n. ai vv. 115, 127); 
e quindi Ettore è chiamato Gigante Canastreo. 

£. ClACBBl. — La Ales9andra di Licofrone. 14 



210 ooHMBNTo: w. 528-538 



528. — syovxa: neutr. pi. accorda con tcI (v. 521) = le mura di Troia. 
Sarebbe la traduzione letterale: ' sebbene le mura abbiano dinanzi alle torri 
il gigante etc. , 

529. — Ettore bramava uccidere il primo dei Greci che osasse mettere 
piede sul lido troiano per predarlo, e cioè per portarvi la guerra. Si allude a 
Protesilao, che (v. 530) audace come un falco osa sbarcare sulla spiaggia 
troiana, quando l'oracolo avea già predetto che il primo dei Greci che vi 
sbarcasse, avrebbe trovata la morte (Apolloo. epit. 3. 29 in Mytk. gr. W 
I p. 197; Hyqin. fab. 103 Schm. p. 95). L'uccisione di Protesilao per mano 
di Ettore era già nota ad Omero (//. II. 701) e all'autore delle Ciprie (Procl. 
in E. G, F. K p. 19) ed era stata trattata da Sofocle, come nota lo scolia- 
sta ( = fr. 457 N). 

530. — Protesilao è detto * intrepido falco ,. Su cttl^v cfr. n. al v. 27. 

532. — Protesilao era il più valente dei Greci, in quanto saltava per il 
primo dalla barca sulla terra nemica (//. II. 702). Certamente l'etimologia del 
nome stesso ** Protesilao . dava l'idea di saltare per il primo (Hygin. fab. 
103 Schm. p. 95); cfr. Auson. epigr. 20 apd Konzb p. 80: ProUsilae, Ubi 
nomen sic fata liederunt, \ vidima quod Troiae prima futurus eras. Lico- 
frone dice che la tomba di Protesilao era preparata da gran tempo, nel sen- 
so ch'era già stabilito dall'oracolo che saltando a terra per il primo sareb- 
be morto; cfr. n. al v. 529. 

533. — I Dolonci erano abitatori del Chersoneso Tracico (cfr. n. al v. 
33())- Presso Elaius e vicino al promontorio di Mazusia, dirim(>etto alla fo- 
ce dello Scamandro, avea Protesilao la sua tomba ed un tempio rinomato 
(Hkrodot. VII. 33. 2; IX 116. 12<); Thuc. Vili. 102. 3; Strab. VII. 51; cfr. 
XIII. 595; Paus. III. 4. ò). Questo culto di Protesilao, che nell' Iliade (II. 695) 
appare come capo dei Tessali, indica la espansione coloniale mossa, in tempi 
remoti, dai porti della Tessaglia verso le coste della Tracia. 

334. — MaCou3ia è il promontorio, o 1' estrema punta, del Chersoneso 
(Strab. VII. 51) così detta, perchè si protende nel mare a forma d'una mam- 
mella (TzKTZ.). — yspaatou z£(Wo; = xf,; Xspaovrjsou (Schol.). 

536. — Zeus avea l'appellativo di Drymnios presso i Panfili (Tzktz.) : 
nome che etimologicamente si potrebbe porre accanto al Drymas di so- 
pra (V. 522). 

537. — Zeus col nome di Promanteo era adorato a Turio, stando al 
Prbi-lkr-R. Griech. Mytk. I p. 92. n. l ; il quale lo considera in relazione 
a Prometeo, il rapitore del fuoco celeste. — Etiope e Girapsio era Z. chia- 
mato in Chio (Tzetz.). 

538. — Paride è detto '0(>^avr^; nel senso di libidinoso, lussurioso, essen- 
do Ortane una divinità degli Ateniesi affine a Priapo (Strab. XIIl. 588; Hksych. 
s. V.: Phot. Lex. s. v.)\ cfr. Orthanne in Plat. apd Athkn. X. 441 f; cfr. 
Prbllkr-R. Griech. Myth, \ p. 735 n. 4. Anche l'Orthaios deWJliad, XUI. 
791 è messo in relazione con Priapo dal Klausk.s, Ach. n. Pen. I. p. 138. 
L'autore delle Ciprie (Procl. in E. G. F. K p. 17) narrava che Paride a 



commento: w. 542-546 211 



Sparta si trovò a banchetto assieme ai Tindaridi, in casa del re Menelao. 
Licofrone fa presenti al banchetto anche gli Afaridi, ed imagina che già sin 
d'allora nei discorsi dei Tindaridi cogli Afaridi si fecondasse il seme della 
discordia (v. 543). — Traduco icXovrJTTj;: forestiero. 

542. — Crago era detto Zeus in Licia (Tzktz.) dove erano un monte e, 
sovra di esso, una città di tal nome (Strab. XIV. 665 ; Dionys. Per. 85(>). 
Quella località forse trasse il nome dall'eroe Crago, figlio di Tremiles e 
della ninfa Prassidice (Strph. B. s. v. Kpafo;); cfr. HìSfrr in Roschrr, Lex. 
n. 1404. E forse l'eroe venne identificato con Zeus. 

543. — Licofrone imagina che Zeus agevoli i Troiani, facendo sì che i 
Tindaridi e gli Afaridi muoiano prima che cominci la spedizione contro Troia; 
la quale quindi non sarà minacciata da sì terribili avversari (v. 567). Per- 
tanto Zeus getta il seme della discordia perchè prima si combattano fra loro 
colle parole e poi colle armi in mano. Secondo l* Iliade (II. 236) i Tindaridi 
non erano nel campo greco dinanzi Troia ; che già avanti erano morti in 
patria. — xoXcoòv sv XsT/at; |iÌ3ov è un caso d* hypallages notato dal Konzr, 
p. 92; cfr. n. al v. 56. 

546. — Si combatton fra loro gli Afaridi e i Tindaridi, i quali son cu- 
gini, perchè gli uni e gli altri figli di due fratelli, Tindaro ed Afareo; mentre 
poi son tutti cugini di Ilaira (Hilaira) e Febe (Phoebe) figlie di Leucippo, 
terzo fratello di Tindaro ed Afareo. Questa genealogia risale a Stesicoro 
(Apollod. III. IO. 3). Intorno alla lotta tra gli Afaridi e i Tindaridi ci si pre- 
sentano nella letteratura due forme di leggenda: una più recente, celebrata 
da Teocrito (XX. 140 sgg.) secondo la quale la lotta avveniva per le fi- 
glie di Leucippo, fidanzate agli Afaridi ed invece rapite dai Tindaridi; l'al- 
tra, più antica, tramandata dalle Ciprie (Proci., in E. G. F. K p. 18) secon- 
do cui nasceva la lotta dal fatto che i Tindaridi avean rapiti i bovi degli 
Afaridi: leggenda che seguiva Pindaro se faceva uccidere Castore da Ida cè^tfl 
powtv (Ncm. X. filli W)); cfr. E. Kuhnert in Roscher, Lex. II. 1988. Lico- 
frone segue l'antica tradizione, in quanto accenna al furto dei bovi (v, 548) 
e non dice che le Leucippidì eran state fidanzate agli Afaridi. Egli ci dà un 
racconto completo, giacché, come ben intende lo scoliaste, dice che nel ban- 
chetto tenuto a Sparta in casa di Menelao (cf. n. al v. 538) gli Afaridi rim- 
proverarono i Tindaridi (v. 544) d'aver rapite le cugine (v. 547) e d'averle 
sposate senza doni nuziali (v. 549); onde i Tindaridi rapirono i bovi degli 
Afaridi (v» 548) e li diedero in dono a Leucippo, padre delle spose: indi la 
lotta a mano armata. Che Licofrone seguisse le tracce dell'autore delle Ci- 
prie, è facile supporlo; ma che delle Ciprie ei desse l' intero e genuino rac- 
conto, come pare pensi, seguendo l' opinione del Wentzel, il Kuhnert (in 
Roscher. Lex, /. e.) non potrassi afiTermare. Certo è che il racconto di Li- 
cofrone, come spesso, trova chiaro riscontro in Apollodoro; ove si leggono 
i due principali motivi della tradizione riferita dal nostro poeta, e cioè il 
ratto delle Leucippidi compiuto dai Tindaridi (Apollod. HI. HI 3) senza al- 
cuno accenno al loro fidanzamento, e il rapimento dei bovi degli Afaridi da 



212 commento: w. 547-553 



parte dei Tindarìdi (Apollod. IH. 11. 3). ApoUodoro si scosta da Licofrone 
nel particolare della occasione della lotta, facendola nascere a proposito del- 
la divisione d'un bove, che i Tindarìdi e gli Afarìdi insieme aveano rapito 
in Arcadia; ma rìferìsce che quelli si posero in agguato sotto una quercia, 
come pare voglia dire Licofrone (v. 553); e così pure nel narrare che gli 
Afaridi risultavano più forti nella lotta, essendo rimasto soltanto Ida, mentre 
Polluce cadeva a terra stordito, egli si trova d'accordo con Licofrone, il quale 
non dice che Polluce sia stato superato da Ida, ma lo lascia supporre, am- 
mettendo che gli Afaridi sieno più forti dei Tindarìdi (v. 517). Secondo Li- 
cofrone, dunque, l'episodio si divide in tre momenti diversi: I» i Tindarìdi 
rapiscono le Leucippidi e non danno doni nuziali al suocero; 2<> sono rìm- 
proverati di ciò dagli Afarìdi in casa di Menelao e si inizia la contesa; 3o 
i Tindarìdi rubano i bovi degli Afaridi e vengono con loro alle mani. Il 1<» 
e il 3o momento si riscontrano nell'opera di ApoUodoro; il 2» forse ancora, 
se r opera ci fosse pervenuta completa. 

547. — ofivioi, riferìto alle Leucippidi, traduco * leggiadre „. 

548. — Io credo che óf»iwqfd; sia usato in senso attivo e che in aoY^ówiv 
(genit. sogg.) sieno da vedere i Tindarìdi; che già riferendo queste due pa- 
role al ratto delle Leucippidi si avrebbe la ripetizione del concetto espresso 
nelle parole ^ct^ou; ^totoxXòixa; ; mentre qui il poeta allude alla rapina dei 
bovi degli Afarìdi fatta dai Tindarìdi. — à(jTfjqà^ dipende da yj>ai3)L^3at (v. 
547) che significherebbe *" allontanare „ e che io traduco *" impedire ,. La 
traduzione lett. dei v. 547-548, secondo me, sarebbe così: * allontanare dal- 
le leggiadre cugine le nozze violenti e (da se) le rapine „. Io lego sut^óvoiv 
con /(>a3}i>j3€ti e traduco '^ impedire agli altrì „. 

55* >. — Kvazuijv: fiume presso Sparta (Plutarch. Lyc. VL 4 sgg; Pelop. 
XVII. M) da dove il poeta imagina potersi assistere alla lotta. Forse era un 
piccolo affluente dell' Eurota, che scendeva dai monti che segnano il confine 
tra la Laconia e la Messenia (i paesi eh* eran patria dei Tindarìdi e degli 
Afaridi); cfr. BrRsiAN, Geogr. v, Griech, II. p. 12(.>. — Traduco xópo;: sponde. 

552. — Fere, nota città, posta al confine della Laconia e della Messenia. 
Fere anzi etimologicamente si considerava patria degli Afaridi; cfr. Stkph. 
B. s. V. ^^i. 

553. ~ Nei vv. 553-55M è descrìtto il combattimento tra gli Afarìdi e i 
Tindarìdi: questi sono paragonati ai leoni, quelli ai tori; ma gli uni, cioè gli 
Afaridi, sono più forti degli altri, i Tindarìdi (v. 517). Ida (ó jiiv) uccide 
Castore (iva) mentre se ne sta in agguato dentro un tronco di quercia, pron- 
to a muovere contro l'avversario, come un leone (Xiovxa: Castore) che si 
slanci contro un toro (taùpiu: Ida). Intanto 1' altro (ó $' aù: Polluce) uccide 
Lìnceo (f^oó; = taùpoo); ma contro Polluce (t*!* Ss) lancia una grossa pietra 
Ida (xptó;). — Licofrone dice che C^astore era nascosto dentro un tronco di 
quercia, parimenti che Pindaro {Xem. X. [115] 61; cfr. Schoì.ad /.) il quale 
ve ne imagina nascosto un solo dei Tindarìdi, mentre secondo le Ciprie (fr. 
9 in E. G. F. K p. 2o) lo sarebbero stati entrambi, lo credo che la tradì- 



commento: w. oòó-ó62 213 



zione, e quindi anche Licofrone, ammettesse che entrambi t Tindaridi si po- 
nessero in agguato entro o sotto un tronco di quercia, come intende dire 
Apollodoro (IH. 11. 2), e che scorti gli avversari Polluce saltasse fuori, men- 
tre Castore nello stesso punto venisse ucciso. La differenza sta in ciò, che 
il frammento delle Ciprie ed Apollodoro ci rappresentano il momento del- 
l'agguato, anteriore al combattimento, e Pindaro e Licofrone il momento stes- 
so della lotta. Nella tradizione che fa nascondere i Tindaridi dentro un tron- 
co di quercia si ha forse il ricordo d'un antico culto locale, connesso ad un 
arbore. Pausania (IV. 16. 5) dà notizia d'un pero selvatico nella campagna 
di Steneclaro, in Messenia, dentro il quale si diceva dimorassero i Tindari- 
di. Del resto, anche la loro sorella Elena e Menelao erano considerati in 
relazione agli alberi; cfr. Sam Widb, Lakonische Kulte p. 317. 

555. — aoyt^aXóvTo : specie di aoristum conati : Castore se ne stava in 
agguato dentro il tronco, pronto ad assalire l'avversario, quando, invece, 
fu ucciso. 

557. — òsoxipav: già col primo colpo Ida avea ucciso Castore (v. 554). 

559. — Luogo del combattimento è Amicle, città della Laconia , posta 
di fronte a Sparta, e quindi in vista del fiume Cnacione (v. 55()) e propria- 
mente vicino la tomba di Afareo (cfr. Pino. Nem. X. [121] 65; Thbocr.^XX. 
2l>7). Licofrone imagina, appunto come Pindaro e Teocrito, che Ida lanci 
contro Polluce una colonna, o cippo, della tomba del padre Afareo. La tom- 
ba di Afareo, a testimonianza di Pausania (III. 11. 11) era in Sparta; ma 
evidentemente tanto Licofrone, che Pindaro e Teocrito, dovettero imaginarla 
fuòri della città di Sparta, come luogo di combattimento; e potrebbe darsi 
che presso Amicle ci fosse un'altra tomba di Afareo. Ad ogni modo il com- 
battimento avveniva in Laconia; e quindi gli Afaridi muovevano dalla Mes- 
senia passando il Taigeto, come dicevano le Ciprie (fr. 9 in E. G. F. K 
p. 26). Secondo un* altra tradizione il combattimento avveniva in Afìdna 
(OviD. fasi. V. 708; Stbph. B. 5. v. "A^pi^va) ; ma il Wide {Lakonische Kulte 
p. 329) crede che questo dato corrisponda al primo, inquantochè "A^iW 
sia la città di 'A'fsiòa; (=senza pietà) epiteto del dio infernale; e che la 
tomba di Afareo comprenda tale significato, come potrebbe apparire da quan- 
to dice Pindaro {Nem. X. [125] 67) che gli Afaridi, cioè, lanciavano contro 
Polluce, dalla tomba del padre, v\aK^a 'At^. 

56(). — Secondo la comune tradizione (Apollod. III. 11. 2) Ida cadeva 
colpito dal fulmine di Zeus, quando Linceo era già stato ucciso da Polluce 
(v. 556). I due tori adunque, gli Afaridi Ida e Linceo, perivano anch' essi, 
ma nella lotta coi Tindari erano risultati più forti. E appunto perchè Lico- 
frone ammette che gli Afaridi fossero più forti (v. 517) lascia supporre, seb- 
bene non lo dica esplicitamente, che anche Polluce cadesse stordito sotto il 
colpo della pietra lanciatagli da Ida, appunto come Apollodoro (/. e). Cfr. 
n. al V. 546. 

562. — Apollo era detto Sciaste probabilmente da Sxia;, luogo d'Arca- 
dia lontano tredici stadi da Megalopoli (Paus. Vili. 35. 5; cfr. Steph. B. 5. 



214 coMMKNTò : vv. 563-570 



V.) e, come ben osserva THolzìnger, dovea stare in relazione ad Artemide 
Skiaditis, che avea un tempio in quello stesso luogo, a detta di Pausania 
(/. e). — Dippiù Apollo era venerato sotto il nome di Orchieo dai Laconi 
(TzffTZ.) e di Telfusio o Tilfossio in Beozia, dove erano la fossa Tilfossa e 
il monte Tilfossio (Strab. IX. 411). 

563. — Omero (//. iX. 557 sgg.) racconta che il fortissimo Ida non esi- 
tò ad impugnare l'arco contro Apollo, quando questi volle rapire la ninfa 
Marpessa, flglia di Eveno: Ida sposava Marpessa e poi ne avea la figlia Cleo- 
patra od Alcione. ApoUodoro (I. 7. ^) ci fa sapere che nel combattimento 
tra l'eroe e il nume intervenne Zeus, il quale diede facoltà a Marpessa di 
scegliere V uno dei contendenti, ed essa preferì Ida. Si noti che nell' Iliade, 
per r ordine della narrazione, Marpessa è ricordata prima come moglie di 
Ida e poi come donzella rapita. Si può credere che del combattimento tra 
Ida ed Apollo parlasse Bacchilide nel carme (XIX ed. Blass) dove canta di 
Ida che rapisce Marpessa; cfr. Simonid. fr. 216 B: esso diventò anche un 
motivo della pittura vascolare ; cfr. Wkizsackbr in Roschbr, Lex. IL U»2, 
2384. Licofrone naturalmente imagina V intervento di Zeus per il fatto che 
Ida nel combattimento resisteva ad Apollo. 

564. — Toù; ^liv: gli Afaridi; toù; òi: i Tindarìdt; cfr. n. al v. 511. 
570. — Il figlio di Reo è Anio: re di Delo, ai Greci, che andando contro 

Troia erano approdati nell'isola, faceva conoscere l'oracolo, che solo al de- 
cimo anno si sarebbero impadroniti di Troia; e quindi li esortava a fermar- 
si con lui in Delo per quel periodo di nove anni, promettendo che le sue 
figliuole avrebbero pensato a nutrirli {Ferecid. fr. 94 in F. H. G. M ì p. 
94). Anio era figlio di Apollo: essendo Reo, figlia di Stufilo, figlio di Dioni- 
so, giaciuta col dio Apollo, il padre di lei venne a sapere eh' era incinta ed 
allora la chiuse in un'arca e la lanciò nel mare; l'arca giunse nell' Eu bea, 
dove poi Reo partorì Anio, che Apollo trasportò a Delo {Sckol. Ltc) edu- 
candolo nell'arte della divinazione (Diod. W, 62. 2). Secondo Diodoro (/. e.) 
Reo approdava direttamente a Delo, dove partoriva Anio. Pertanto Anio era 
figlio di .-Xpollo e pronepote di Dioniso e come tale rappresentava le re- 
lazioni che correvano fra le due divinità: sacerdote di Apollo, è nello stes- 
so tempo padre delle O'voxpózo» (Oino, Spermo ed Elais) le quali ebbero da 
Dioniso il privilegio di poter produrre a loro piacimento vino, olio e gra- 
no, trasformando in ciò checché toccassero (vv. 577 sgg.); cfr. Ovio. mcL 
XIII. 652 sqq.; cfr. Prki.lkr-R. Griech. Myih. I p. 284, 677; Oertbl et EisK- 
LK in RoscHER, Lcx. I. 352; III. 577 sgg. Originariamente il mito delle Eno- 
tropi dovea riferirsi esclusivamente al culto di Dioniso e alla produzione 
del vino, come dice il loro slesso nome; invece la tradizione (seguita da 
Licofrone) che dà loro nomi che riguardano anche la produzione del grano 
e dell' olio, indica un ulteriore svolgimento del mito. Lo scoliasta ci fa sa- 
pere che anche le Ciprie (fr. 17 in E. G. F. K p. 29) parlavano di Anio e 
delle Enotropi, ma non dice chiaramente se riferissero anche l* arrivo dei 
Greci a Delo, di cui discorreva Ferecide. Forse il racconto diFerecide era ac- 



commento: vv. 574-579 215 



colto nella biblioteca di Apollodoro (Apollod. epil. 3. IO in Myth. gr. W 
I p. 190). Del resto, in Licofrone si ha traccia di tre tradizioni diverse: la 
prima (vv. 570 sgg.) riferita da Ferecide, faceva giungere i Greci in Delo e 
da loro riHutare l'offerta d'Anio e quindi l'opera delle Enotropi; la secon- 
da (vv. 581 sgg. cfr. n. ad /.) che risaliva almeno al poeta Simonide par- 
lava dei Greci, che, consunti dalla fame sotto le mura di Troia, erano soc- 
corsi dalle Enotropi, le quali invitate si recavano presso l' esercito greco; la 
terza infine (v. 580; cfr. n. ad /.) riportata da Ovidio, narrava dei Greci 
che non riuscivano a trarre colla forza nella Troade le Enotropi, le quali 
erano da Dioniso trasformate in colombe. Ora Licofrone conosce tutte e tre 
le tradizioni, ma evidentemente non cade in contraddizione; cfr. Introd. p. 
22. — IVI': è voce usata dai tragici e se ne ha esempio in Abschyl. Sùppl. 
42, 251; Bum, 323; Eurip. Androm. 798; Hcrc. F. 354, 1182; Troad.blì; 
e con significato femm. in iph. Aul. 119. Cfr. Konzb, p. 49. 

574.— Cinzia è l'isola di Delo TPHn. n. A. IV 1 2 [22] 66; Step. B. s. v. A^Xo;). 
Sopra la città di Delo sta il monte Cynthos, donde Apollo è detto Cynthios, 
e l'isola è attraversata dal fiume Inopo (Strab. X. 485; Tzetz. ad /.; Stbph. 
B. 5. V. Ruvido;). L' Inopo, detto egizio anche da Callimaco {hymn. in Dian. 
IH. 171) per il fatto che eodem quo Nilus modo ac pariter cum eo decre- 
sca augeturve (Plin. n, h. II. 162 [105] 229) si credette traesse orìgine dal Nilo 
(Strab. VI. 271; Paus. IL 5. 3). Sulla credenza della comunicazione dei fiu- 
mi cfr. n. al v. 115. Il Nilo è detto Tritone (cfr. v. 119) anche da Apol- 
lonio Rodio (IV. 269). — Credo che il poeta chiami Delo 3xoicr^ come isoletta 
che vede d'ogni parte il mare. — Su laxciv (= dire) cfr. Konzb, p. 66. 

575. — Preferisco la Icz. dello Scheer f^Xàoxojaiv all'altra ijXaozoooiv (se- 
guita dal Kinkel) e cioè il congiunt ipot all'indicat, essendo ciò richiesto 
dal senso stesso del periodo: Anio diceva ai Greci che, nel caso si fossero 
fermati nell' isola etc. Dippiù iJXof^xo) ha qui il significato non di spingere 
avanti per visitare il luogo, ma di stabilirsi nel luogo stesso. 

577. — A Dionisio Problasto si sacrificava nel tempo, in cui si taglia- 
no i sarmenti (SchoL); cfr. Prbller-R. Grieck. Mylh. I. p. 708. In quei 
sacrifizi, come in tutte le feste dionisiache, si saranno pronunciati motti sa- 
lati e frasi allegre: onde il titolo di "^ audace „ dato al dio. Dioniso ammaestrò 
le sue pronepoti, le Enotropi, nell'arte di produrre grano, vino ed olio a loro 
piacimento; cfr. n. al v. 570. 

578. — Su òai^Xsuxpta cfr. Abschyl. Prom. 1024: òaiòaXsù;; cfr. Kon- 
zb, p. 25. 

579. — Gli antichi commentatori notano che spie»; chiamavano gli Egi- 
ziani il vino, e che questa voce avea usata il poeta Ipponatte (fr. 51 B). 
E il Bachmann {ad v. 1428) osserva che in lingua copta il vino si dice " pe 
erp „. L'Holzinger reputa che la voce spxi^ sia più greca, che forestiera; ma 
nulla si oppone a credere ch'essa fosse una parola egiziana accolta nella 
lingua greca. Sino al Bachmann si credeva che spxiv si leggesse anche in 



216 commento: w. 580-586 



un fr. di Saffo; ma oramai si trova corretto in o>»xiv (Atrbk. IL 39 a ; cfr. 
X. 425 d = fr. 51 B) ; cfr. n. al v. 1428. 

580. — Zarace, figlio di Caristo, sposò Reo, dopoché essa dall'unione con 
Apollo avea partorito Anio» il padre delle Enotropi : quindi il poeta consi- 
dera Anio, non figlio naturale di Zarace, ma figlio adottivo, e chiama le fi- 
glie di Anio nepoti di Zarace (Tzirrz.)- Da Zarace prese nome il monte di Eu- 
bea, ricordato dallo stesso Licofrone al v. 373. — Chiamando colombe le 
Enotropi, Licofrone mostra di conoscere anche quella tradizione che narra- 
va come esse furon minacciate d'esser violentemente tratte in catene a Troia 
per soccorrere l'esercito greco, quando, invocato l'aiuto di Dioniso, furon 
trasformate in bianche colombe (Ovid. met, XIIL 674): onde venne l'uso che 
in Delo non si potessero uccidere colombi (Skrv. ad Aen. HI. 80). Ma Lico- 
frone non segue questa tradizione, se no verrebbe in con tradizione con quan- 
to dice appresso; cfr. n. al v. 570. 

581. La traduzione lett. sarebbe: * e cureranno anche la fame consuma- 
trice d'un esercito di cani stranieri etc. ,. I Greci son detti cani anche al v. 
1266. E così pure li fa chiamare Omero da Ettore (//. Vili. 527). Agamen- 
none, visto l'esercito greco consunto dalla fame, fece venire per mezzo di 
Palamede le Enotropi, che salvarono l'esercito (Tzbtz. et SchoL). Pare che 
questa tradizione risalga al poeta Simonide, il quale avrebbe detto che le 
Enotropi furono chiamate dinanzi a Troia da Menelao ed Ulisse, stando allo 
Schol. Odyss. VI. 164; ovvero anche a\\si Piccola Iliade y come pensò il Welcker 
{Ep. Cyclus, II. p. 241); cfr. Eiselk in Roschkr, Lex. III. 800. Non v'è ra- 
gione però di pensare, riguardo a questa tradizione, al poema delle Ciprie, 
Cfr. n. al V. 570. 

583. — Nella Troade giaceva sepolta Retea (Rhoitea) figlia di Sttone 
re di Tracia, dalla quale prendevan nome il promontorio e la città di Reteo 
(Steph. B. 5. v.y. al promontorio Reteo giungevano le Enotropi, chiamate dai 
Greci (TzKTZ.). La città Reteo della Troade è ricordata dagli storici greci, 
sin da Erodoto CVII. 43^; cfr. n. al v. 1161. 

585. — ^^r^p(Rai xò^i: le Parche; cfr. n. al v. 145. 

586. — Dei cinque che tornando da Troia approdano all' isola di Ci- 
pro (v. 447) Licofrone ha ricordati Teucro (v. 450) Agapenore (479) Acaman- 
te (494); ora menziona il quarto e il quinto, cioè Cefeo e Prassandro. Dei 
cinque soltanto questi due ultimi il poeta specifica col proprio nome , in 
quanto sono di oscura famiglia e neppure menzionati nel poema omerico, 
come già osservarono gli antichi commentatori di Licofrone: essi non sono 
gloriosi duci (ovcrxTs;). L'uno, cioè Cefeo, giunge a Cipro a capo di genti 
achee, l'altro, Prassandro, a capo di genti lacone. Noi possiamo distinguere 
il mito in due momenti diversi : nel primo si rispecchiano le antiche colo- 
nizzazioni dell'isola da parte di Achei e Laconi, avvenute tra il VII ed il VI 
scc. a. C. (cfr. n. al v. 447); nel secondo, posteriore, si ha il localizzamen- 
to dei due personaggi, Cefeo e Prassandro. Il nome di 'Ayouov orci;, rima- 
sto ad un tratto della costa di Cipro (Strab. XIV. bH2) dovea risalire ad 



coMMBNTo: w. 589*592 217 



epoca assai antica; cfr. òyaio^avisi; in Hbsych. s. v, E così la tradizione che 
faceva fondare in Cipro Lapato dai Laconi e dallo stesso Prassandro (Strab. 
XIV. 682) e che coi Laconi metteva in relazione la città di Lacedemone (Strph. 
B. 5. V.) e il fatto che in Cipro avea trovato posto il culto di Apollo d'A- 
micle (cfr. O. Gruppb, Griech, Myth, p. 33§) attestano gli antichi rapporti 
dell'isola colle coste della Laconia. Ad epoca più recente appartiene eviden- 
temente il mito di Cefeo e Prassandro, che il poeta chiama di oscura pro- 
sapia. Li fa giungere in Cipro anche il grammatico Filostefano (fr. 12 in 
F, H. G. M HI. p. 31) quasi contemporaneo di Licofrone : è la medesima 
tradizione, secondo la quale Cefeo e Prassandro, e cioè Achei e Laconi. giun- 
gono insieme. E questo particolare potrebbe far pensare che la tradizione 
avesse trovata la sua origine in tempi e in circostanze, in cui Laconi, o 
Spartani, ed Achei avessero interessi comuni e sentissero vivo il sentimen- 
to di fratellanza, come p. s. allorquando durante la guerra del Peloponneso, 
dopo la battaglia di Mantinea (a. 417) si unirono in lega. 

589. — Afrodite, grandemente onorata in Cipro, era anche detta Golgia 
(Thbocr. XV. 100) dalla città di Golgoi (Paus. VIU. 5. 2) creduto colonia 
di Sicione (Stbph. B. s, v. FoX^oi). 

590. — Prassandro è a capo di genti di Tcrapne, città della Laconia, 
posta a nord-est di Sparta. — Le genti guidate da Cefeo sono achec: Oleno, 
Dyme e Bura sono tre città dell'Acaia, poste sul mare, le due prime nella 
parte nord-ovest, e la terza nella parte media a sud-est di Elice (Helice). 
Nessuna di queste città è ricordata nella poesia omerica; ma da epoca re- 
mota doveano avere importanza commerciale nel golfo di Corinto; e si pensi 
come da quelle coste muovessero i tanti coloni che nel sec. Vili giunsero 
nella Magna Grecia; cfr. n. al v. 586. 

592. — - Nei vv. 592-632 si parla di Diomede che giunge in Italia e nel 
paese dei Dauni, cioè nell'Apulia, fonda Argirippa (Strab. VI. 284). La dif- 
fusione del culto di questo eroe nel Mare Adriatico attcsta l'antica espan- 
sione ellenica sulle coste orientali d' Italia; e tale diffusione si deve princi- 
palmente all'opera dei coloni Rodì-Coi, che fondarono sulle coste di quel pae- 
se la città di Elpie, o Salapia, diventata porto navale di Argirippa (Strab. 
XIV. 654; cfr. VrrRuv. I. 4. 12: Stbph. B. s. v. 'E>.Ttta): cfr. Pais, Storia d, 
Sicil. e d, Mag. Grcc. I. p. 293, 573 sgg. Diomede, già considerato nel- 
l'Iliade come re d'Argo, secondo il Catalogo delle navi (II. II. 559 sgg.) 
è duce della flotta argiva nella spedizione contro Troia. Era l'eroe proprio 
delle genti argive, e come tale quindi sarà stato venerato da quei di Coo e 
di Rodi, che dall' Argolide traevano 1' origine. Del resto, alla diffusione del 
mito di Diomede nelle coste d' Italia vi avrà contribuito l' opera dei Corei- 
resi, i quali, specialmente dopo la morte di Periandro, tiranno di Corinto, 
nella prima metà del VI sec. a. C, avranno acquistato grande potenza ma- 
rittima nell'Ionio e nell'Adriatico; cfr. Pais, op. cit. I p. 572; Bbloch, 
Griech. Gesch, I p. 321. In Corcira era localizzato il mito di Diomede; e 
secondo lo stesso Licofrone le gesta dell'eroe compiute in Corcira sem- 



218 commento: v. 592 



brano connesse con quelle d'Italia; cfr. v. 632 et n. ad l. Se poi nelle 
coste della Apulia, in particolare, il culto di Diomede fosse stato impor- 
tato direttamente dai G)i-Rodì e Corciresi, ovvero vi fosse giunto indi- 
rettamente per la via di Taranto e di Turio, non possiamo determinare. U 
mito di Diomede si trova diffuso nelle regioni d'Italia bagnate dall' Ionio e 
dall'Adriatico: oltre di Argirippa, l'eroe avrebbe fondato Canusio (Sbsv. ad 
Aen, XI. 246; e forse è la testa di Diomede quella che si vede effigiata nel- 
le monete di Canusio: A Catalogne of Uu greek coins in the britìsk Mn- 
seum, Italy p. 135. 4); e Siponto (Strab. VI. 284); e a Turio e Metaponto 
era onorato come dio (Polbmon. apd. Schoi. Pino. I^em. X. 12 = fr. 23 in 
F. H. G. M in. p. 122); e tracce del suo culto si hanno a Brindisi (Justin. 
XII. 2; IHbraci.. Pont.] fr. 27 in F. H. G. M II. p. 221») e a Taranto ( |Aia- 
STOT.] d€ mir, ause. 106) e a Luceria (Strab. /. e.) oltrecchè nel Sannio in 
Benevento, Equus Tuticus e Venafro (Soun. II. 10; Skrv. ad Aen. VTll. 9; 
XI. 246) e presso i Peucezi ( [Aristot.) de mir, ause. 110) e nel Lazio, a 
Lanuvio (Appian. b. e. II. 20) e persino fra gli Umbri, in Spina (Scylax p. 6 
Huds; PuN. n. h. IH. 19 [20] 120) e tra i Veneti, sul Timavo (Strab. II. 215; VI. 
284). Omero non conosce i viaggi errabondi dell' eroe, e l'Odissea lo fa giun- 
gere felicemente dopo quattro giorni di viaggio da Troia in Argo {Odyss. 111. 
18<^); cfr. Apollod. epit.h. 1 in Mytk. gr. W I. p. 213); ma ben presto do- 
vettero sorgere le tradizioni di quei viaggi, se già sin dal VII sec. il poeta 
Mimnermo (fr. 22 in P. L. G. B II. p. 33) faceva giungere Diomede pres- 
so i Dauni e se si può pensare che appresso facesse altrettanto Ibico di 
Reggio (cfr. fr. 38 in P. L. G. B III. p. 248). Per le ragioni che avranno 
indotto Mimnermo a localizzare il mito nell'Apulia cfr. Pais, op. cil. p. 352 
n. 3. Lo storico Timeo conosceva tale locah'zzamento, e pare che a lui at- 
tinga Licofrone in questo luogo (vv. 5V2-632) secondo dimostrarono il KUu- 
sen {Aen. u. Pen. p. 579) il Giinther {de ea, quae inter Timaeum et Lyco- 
phronem etc. p. 38, 66) ed infine il GefTcken {Timaios' Gcogr. p. 5 sgg.). 
Il racconto di Timeo, datoci da Tzrrz. ad Lyc. 615 (=fr. 13 in F. H. G. 
M 1 p. 1^7) e il seguente: * Gaduta Troia, Diomede partì dopo aver for- 
mata la zavorra della sua nave con pietre delle diroccate mura della città. 
Giunto in Argo e riuscito a scansare la morte preparatagli dalla moglie 
(Aigialeia) mosse verso l' Italia. Uccise il dragone di (^olchilde, che allora 
devastava il paese dei Feaci (Gorcira) valendosi dell' aureo scudo di Glauco, 
che il dragone scambiò col vello d' oro. Dipoi egli, acquistata grande rino- 
manza, delle pietre troiane, che avea messe nella sua nave quando parti da 
Troia, fece tante stele (òv^pwfvxa; = arrJXot di Lyc 625) e le piantò lungo 
tutta la terra d' Italia che avea occupata (Daunia). Appresso il re Dauno, 
ucciso Diomede, gettò in mare quelle stele; ma esse, da se stesse uscite dal 
mare, ritornarono sul lido al loro posto ,. Questa narrazione di Timeo non 
è estesa quanto il racconto di Licofrone, perchè evidentemente è stata 
riassunta da Tzetze: manca di alcuni particolari che si sottintendono, come 
la causa prima delle sventure di Diomede, che avea ferita la dea Afrodite, 



coMMKNTo; vv. Ó93-59M 219 



la salvezza trovata nell'ara di Era in Argo, e i suoi rapporti col re Dauno» 
e la trasformazione dei suoi compagni in uccelli. — Giunto Diomede nella 
Daunia, il re Dauno lo invitò ad aiutarlo nella guerra contro i Messapi, 
promettendogli metà del suo paese e la mano della figlia (Anton. Lib. XXXVll). 
Diomede quindi fondò Argos Hippion, che poi si disse Argirippa ed infine 
Arpoi (Arpi): Strab. VI. 284; Vkro. Aen. XI. 246 et Serv. ad /.; cfr. Sthph. 
B. s. V, 'ApY^'inca. Le monete di Arpi che portano effigiata la testa del cin- 
ghiale {A Cataloguc of the coinsin the greek british Museum, Italy p. 148 
sg.) posson riferirsi a Diomede; ma non a lui direttamente come pensò il Klau- 
scn {Aen, u. Pen. p. 1172), bensì al padre Tideo; cfr. n. ai vv. U)66, UKVi. 

593. — OoXajióv: da Stefano Bizantino (s. v. \arMa) chiamato Ilópajiov, 
deve essere un fiume, nonostante che l' autore dell' antica parafrasi (apd 
ScHBBR ed. Lyc.) l'intenda come nome di popolo. Ignoriamo quale fiume fos- 
se; ma io penso coli' Holzinger che si tratti dell' Aufido, il fiume principale 
della Daunia; e quindi reputo che corrisponda a quel fiume Canna, pres.«o 
il Campo di Diomede, che l'oracolo Marciano raccomandava ai Romani di 
sfuggire, prevedendo la vittoria annibalica (Liv. XXV. 12): la battaglia di 
Canne avveniva presso l' Aufido (Liv. XII. 44) e il Campo di Diomede era 
vicino Argirippa (Strab. VI. 284). — AÒ3ovttr|V: di Ausonia, e cioè di Italia, 
da Aoaovo;; cfr. Stkph. B. s. v. Xaovia. 

594. — lòfijv : secondo Licofrone Diomede assiste alla trasformazione in 
uccelli dei suoi compagni, contrariamente a quanto asserisce lo scoliasta 
(cfr. Tzbtz. ad /.) che mette la trasformazione dopo la morte dell' eroe. Li- 
cofrone avrà seguito l'ordine della narrazione di Timeo, ed è notevole come 
lo stesso ordine si ritrova in Virgilio (Aen. XI. 271 sqq. ; Ovid. tnet. XIV. 
497 sqq.) il quale si sarà attenuto al racconto di Varrone (apd Augustin. 
de civ. dei XVIII. 16): Varrone avrà attinto a Timeo; cfr. Geppgkbn, Ti- 
maios' Geogr. p. 6. — Nell'espressione iicxsf/oi^iivr^v ^loìpav c'è una hypal- 
lages notata dal Konzb, p. 92; cfr. Bacumann ad. /.; cfr. n. al v. 56. 

597. — Della trasformazione in uccelli dei compagni di Diomede parlano 
Ps..Aristotele {de mir. ause. 8()) Strabone (VI. 284) Plinio («. h. X. 44 |61] 
126; Virgilio (Aen. XI. 271) Ovidio {mct. XIV. 497) Eliano (A. a. \. 1) Ste- 
fano Bizantino {s, v. Aiojti^òsia) Tzctze (ad. Lyc); ma non si accordano nel 
determinare che uccelli fossero. Secondo Eliano erano àpojòioó; (aironi); Pli- 
nio invece, riferendosi ad luba, li chiama cataractas^ e li dice bianchi nel 
corpo et fuìicarum similes. Licofrone dice eh' erano simili al cigno, forse 
perche bianchi, come fa Ovidio /. e. v. biV: ut non cygnorHPH, sic albis 
proxima cygnis. 

598. — f>a|if oc è 1* adunco rostro degli uccelli e in questo senso l' ado- 
pera il poeta Callimaco, come nota Tzetze (Calumach. fr. 2l>4 Schn. p. 453). 

599. — Il duce = Diomede. — Le isole Diomedce, poste a nord -ovest del 
monte Gargano, cran due secondo Strabone (VI. 284) delle quali l* una abi- 
tata, r altra deserta: in questa stavano gli uccelli diomedei. Plinio {n. h. III. 26 
['M)] 151; X. 44 [61] 127; cfr. XII. 1 [3] 6) dice che veramente una era l'iso- 



r 



♦ 



n 



2tO OOMMKNTO : vv. 601-6(^V> 



la. djomcdca^ ove si vedeva un tumulo e un tempio dell* eroe e dove abìta- 
van gli uccelli; l'altra (forse quella che Strabone dice abitata) era da alcu- 
ni detta Tcutria (Tremiti^. Del sepolcro di Diomede nell* isola diomedea par- 
lava lo storico Lieo Regino (fr. 4 in F. H. G. M II p. 137). 

Mil. — iyLX£§oi; xovLaì;: Credo che il senso di questo luogo si possa 
dedurre da quanto dice Plinio (m. h. X. 44 [61] 126): scrobes excavare rostro, 
inde cratt consUrnere et operi re terra quae ante /meri t egesta, tu his feti- 
filare. E!ssi nidificavano in fossi fortemente scavati col rostro; e i nidi era- 
no solidamente (xuxverO costrutti. 

'i4ij. - Anfìone e Zeto, figli di Zeus ed Antiope, erano considerati sin 
da Omero iOdyss. XI. 262) come i primi costruttori delle mura e delle por- 
te di Tebe. Or come Zeto, valendosi della sua grande forza innalzava le 
grandi costruzioni di Tebe, così gli uccelli diomedei scavando la terra con 
forza preparavano solidi nidi. 

6(>4. Per maggiore chiarezza traduco due volte 3IsXoDvt«r: prima * an- 
dranno „ e poi " cercheranno „. 

M lo, — Gli uccelli diomedei conducevano una vita simile a quella degli 
uomini» e fuggivano le persone malvage ed avvicinavano le buone (St&ab. 
Vi, 284): buoni erano i Greci, malvagi i barbari. Della loro avversione per 
i barbari e della festosa accoglienza verso i Greci parlano Ps-Arìstotele 
Uie mir. anse. 8l>) Plinio (n. h. X. 44 [61 ] 127) ed Eliano (A. a,\. 1 ) quasi nello 
stesso modi> che Licofrone. Altrettanto si diceva dei cani del tempio di Ate- 
na Iliade nella Daunia (Akuan. h. a, I. 5) reputandosi quel tempio fondato 
da Diomede ([Arist.] de mir. ause. l(.K^). Riguardo alla tradizione seguita da 
Licofrone^ Antonino Liberale (XXX VII) narrava che, morto Diomede, i suoi com- 
pagni lo seppellivano nell* isola diomedea, e che, dopo la morte del re Danno, 
essi furono uccisi a tradimento dai barbari Illiri: per volontà di Zeus le lo- 
ro anime passarono in corpi di uccelli; ma questi uccelli conservarono una 
grande a\\*ersione contro gli Illiri e viva simpatia, invece, verso i Greci. 
lo reputo che questa tradizione che parla degli Illiri sia molto antica e che, 
rispecchiando le antiche lotte nel mare Adriatico per l'espansione coloniale 
dei Oreci, ci dia il significato della leggenda stessa degli uccelli diomedei: 
ì Grn^ì, giungendo nelle isole dove abitavano quegli uccelli avran detto 
che quelli eran stati un tempo i compagni di Diomede, accampando cosi i 
diritti di ptkssesso sul luogo; e per aver subite sconfitte da parte dei bar- 
bari deir Adriatico , quali i Liburni e gli Illiri, sarà sorta la fama che i 
compagni di Diomede fossero diventati uccelli, dopo esser stati uccisi dagli 
Uliri* — 3tàpflrzvo;=Jla(5jla(>o;; cfr. v. 1387 et Abscjhyl. Suppl. 12^. Forse que- 
sta voce etimologicamente stava in relazione col nome dei *Cari„ dell' Asia 
Minore: cfr. Etym. M. 4<H.>. 47 xopflàvc;* of ^a,ofl«pot, ot s/ovxc-^ Kopò^ ^oi^v. 
Cur era il mitico personaggio di cui vantavasi discendere la gente di Caria 
»Hkbodot. l 171. 7; Strab. XIV. 6,V>; Plin. h. h. VU. 56 [57] 203: Car, a quo 
Caria appeUata); e nell'antichità parlar la lingua dei Cari valeva esser bar- 
baro; cfr. n. al v. 149. 



ooNNRNTo: vv. 606-619 221 



6()6. — Degli uccelli diomedei che volano in grembo ai Greci dice Elia- 
no (A. a. I. 1): xaì xa&Y]|uvojv £Ì<; xovj; xóXxow; xaxazsiovrai. 

6(>7. — xpijivov era una specie di farina d'orzo impastata con vino, co- 
me nota lo scoliasta riferendosi a Callimaco (fr. 205 Schn.). 

610. — In Trezene era rinomato il culto di Afrodite (Paus. II. 32. 2 sgg.; 
cfr. Prkllbr-R. I p. 35(ì) ed Euripide {Hippol. 31 sgg.) ricorda che Fedra 
eresse in Trezene, per l'amore d'Ippolito, un tempio ad Afrodite. La dea Tre- 
zenia è quindi Afrodite. Diomede dinanzi Troia avea ferita Afrodite , che 
era accorsa in aiuto del suo figliuolo Enea (Hom. //. V. 336; cfr. Apoux^d. 
epit. 4. 2 in Myth. gr. W I p. 200). La dea si vendicò dell* ofìTesa facendo 
sì che la moglie di Diomede, Egialea, figlia di Adrasto (//. V. 412) si abban- 
donasse agli amori di molti giovani argivi ed infine di Comete, tiglio di Ste- 
nelo. Tornato in Argo, Diomede riuscì a scampare alle insidie di Egialea 
e di Comete, rifugiandosi presso l'altare di Era; e quindi coi fidi compagni 
se ne fuggì in Italia presso il re Dauno: e così si vendicava Afrodite {Schol.: 
EusTATH. ad II. V. 412). La tradizione che considerava la vendetta di Afro- 
dite come causa della fuga di Diomede dalla Grecia doveva esser ben an- 
tica, se come dice lo scoliasta {ad /.) ne faceva menzione il poeta Mimner- 
mo (fr. 22 in P. L. G. B II p. 33) il quale ricordava anche Diomede nella 
Daunia; cfr. n. al v. 592. 

612. — Egialea, moglie di Diomede, d'accordo coU'amante Comete, sti- 
molò il marito all' amplesso per trarlo nell' insidia ed ucciderlo; cfr. n. al 
V. hU). 

613. — xuiipo;= ^o)|i*i;; cfr. n. al v. 313. 

614. — Sotto il nome di Oplosmia si venerava Era in Elide (Tzktz.). Co- 
si chiama Era lo stesso Licofrone al v. 858; cfr. Tzrtz. ad /. Non v'è ra- 
gione di credere collo scoliasta che qui si accenni ad Atena. 

615. — Secondo l'interpretazione dello Scaligero che traduce xoXoaoo- 
^dptiv '^ colossicus „ e l'osservazione del fìachmann ('ad, l.) devesi inten- 
dere che Diomede, giunto in Daunia, accumulate sul suolo le pietre delle 
mura di Troia, che avea portate nella sua nave, sali sul quel mucchio (for- 
se della forma d'una piramide) e volse lo sguardo sul paese in atto di so- 
vranità: egli su quel mucchio di pietre sembrava un colosso, un grande eroe. 
E quindi credo coli* Holzinger che gli cèv^ictvxs;, di cui parla Tzetze attenendo- 
si a Timeo, corrispondano alle animai del v: 625, e che queste si debbano 
intendere per le pietre troiane, che Diomede piantò sul suolo della Daunia 
come cippi di confine dei suoi domìni. 

617. — 'Ayioipso; era detto Posidone a Delfo, perchè avea dato ad Apol- 
lo Delfo ed in cambio avea ricevuto Calauria (Schol.) e cioè avea ceduto 
per Calauria ad Apollo la sua parte dell' oracolo di Delfo (Paus. X. 5, 6; 
X. 24.4). Lo stesso scoliasta si riferisce all'autorità di Callimaco (fr. 221 
Schn. p. 464). 

619. — Diomede aiutò il re Dauno nella guerra contro i Messapi (cfr. 
n. al V. 592); ma pare che dopo il re non abbia mantenute le promesse, 



COMMENTO : w. 620-621 



rifiutandosi di cedere all'eroe parte del suo paese ed offrendogli soltanto 
il bottino della guerra. Scelto come arbitro della questione Aleno (Alainos) 
fratello naturale di Diomede, ed amante riamato di Evippe, figlia di Dauno. 
decise secondo i desideri e le proposte del re. Diomede allora lanciò la ma- 
ledizione su quel paese (Schol.). Il racconto di Antonino Liberale (XXX\TI) 
secondo cui Dauno promette e dà in moglie la figlia a Diomede (cfr. Ovid. 
fast. IV. 76) ci fa supporre che la tradizione parlasse d'una rivalità e d'una 
contesa fra Diomede e il suo fratello; e ci induce a credere col Pais (Slor. 
d. Sic. e d. Sfag. Gr. I p. 577 n. 1) che si riferisca a Diomede e al fra- 
tello di lui la notizia di Servio (ad Aen. XI. 247) secondo cui sul monte 
Gargano fossero i sepolcri di due fratelli che s'eran uccisi scambievolmente, 
perchè avendo sposata il maggiore di loro una fanciulla, il minore avea ten- 
tato di rapirla. E il Pais sul proposito inclina a sospettare che l'Aleno, fra- 
tello di Diomede, di cui qui si parla, corrisponda all'Alteno, il fìumìcello mi- 
racoloso del Gargano, menzionato dallo stesso Licofrone (1053) sulla scorta 
di Timeo (fr. 15 in F. H. G. M I p. 1*>6) di guisa che i due nomi indichi- 
no lo stesso eroe, ora considerato come fratello di Diomede ed ora come 
divinità fluviale. Del resto, in quanto ad Alleno si potrebbe anche pensare 
ad Altinius dì Arpi, uno dei Dasi discendenti da Diomede, ricordato da Li- 
vio (XXIV. 45); cfr. n. ai vv. 620, im7. 

62t>. — L'imprecazione di Diomede, che i campi della Daunia non des- 
sero spighe se non fossero arati dai suoi discendenti, fu bene ascoltata da- 
gli dei, e cioè si avverò, in quanto nell'età romana si credeva che quel pae- 
se fosse realmente abitato dai discendenti dell'eroe. Come ben notò il Klau- 
sen {Aen. ti. Pen. p. 1173, 11M4) era la famiglia dei Dasi di Arpi che princi- 
palmente vantava tale discendenza, ed è ricordata nell' epoca delle guerre 
annibaliche: un Dasio Altinio Arpino, che dalla cittadinanza era considerato 
come capo, si offriva di dare ai Romani la sua città, Arpi, che già innanzi 
avea fatto occupare da Annibale, svergognando la città stessa, egli che van- 
tava la discendenza di Diomede (Liv. XXIV. 45; Sn.. Ital. XIH. 32; Appian. 
Hannib. 31); un altro Dasio princeps Salapiat era amico di Annibale (Liv. 
XXVI. 38: Appian. Mann. 45); un terzo Dasio di Brindisi, infine, lasciatosi 
corrompere dai Cartaginesi consegnava loro per tradimento Clastidium (Liv. 
XXI. 48). I tre Dasi ricordati furono intanto amici dei Cartaginesi e tradi- 
tori di Roma: stando alla leggenda potrebbe sembrare naturale che i discen- 
denti di Diomede odiassero i nepoti del troiano Enea. Forse il fatto che nel- 
le guerre annibaliche la famiglia dei Dasi d'Apulia, stando a capo di .Arpi, 
sosteneva l'opera d'Annibale, faceva rafforzare, o forse anche nascere, la tra- 
dizione che discendesse dal greco Diomede. La leggenda dell'ambasceria 
mandata dagli Etoli agli Apuli, di cui fa cenno lo stesso Licofrone più oltre 
(v. U>5o) non serve a spiegare questo luogo, perchè qui si parla di discen- 
denti di Diomede, ch'era reputato d'origine etolica (cfr. n. al v. f>23) e non 
di Ftoli in genere. 

621. — Ar,o», come osserva il Prkllkr-R. {Griech. Mytk. I p. 747 n. O; 



commento: vv. 623-631 223 



752 n. 3; 761 n. 3) è niente altro che un diminuitivo di ArjjiTjirjp molto 
in uso, a cominciare dall'inno omerico a Demetra (vv. 47, 211, 492). 

623.— Diomede era figlio di Tideo, figlio di Oineo re d'Etolia, e quindi era 
etolo d'origine: egli vendicò Oineo su i figli di Agrio, che gli aveano tolto 
il regno, e lo condusse seco nel Peloponneso e quindi, morto, lo seppellì 
nell'argolica Oinoe (Apoli/)d. I. 8. 6; cfr. Paus. II. 25. 2; Anton. Lib. XXXVHI; 
OviD. her. IX. 153). Forse alla colonizzazione dei Corinzi-Corciresi sulle co- 
ste dell' Etolia si deve la tradizione che dà origine etolica all' argivo Dio- 
mede, e quindi il localizzamento dell'eroe in quelle coste (cfr. E. Bkthb. Te- 
banische Heldenlieder Leipzig 1891 p. 132 sgg.). E cosi Licofrone chiama 
etoli i discendenti di Diomede, e Silio Italico del Dasio Altinio, che vantava 
discendere dall' eroe, dice (XIII. 31): semina ab Oenea ductoris stirpe trahe- 
bat I Aeioli; cfr. n. al v. 620. In relazione a questa tradizione sta l'altra, 
secondo cui Diomede, tornato da Troia in Argo, se ne fuggiva in Etolia e 
di là veniva in Italia con compagni etoli, che poi fondavano Brindisi (Iustin. 
XII. 2. 5; cfr. Anton. Lib. XXXVIl). È da credere poi che queste leggende 
di carattere etolico, compresa quella dell'ambasceria degli Etoli in Apulia, 
cui accenna lo stesso Licofrone (v. 105<>) si sieno formate quando già era 
avvenuto il localizzamento del mito e del culto di Diomede sulle coste di 
Italia, per opera dei Rodì-Coi, e forse anche dei Corciresi: cfr. n. al v. 592. 
E, infine, possiamo ritenere che alla formazione di tali leggende etoliche 
abbiano contribuito le relazioni che sarebbero corse tra le coste d' Italia e 
quelle d'Etolia sin da tempi remoti, e almeno sin dall'età di Alessandro di 
Epiro e di Pirro; cfr. Pais, Star. d. Sic. e d. Mag. Grec. I p. 580. Cfr. n. 
al V. 1056. 

625. — Diomede piantava come cippi di confine dei suoi domini nella 
Daunia le pietre che avea portato seco da Troia. Quei cippi Licofrone, seguen- 
do Timeo, chiama aTTJXai; cfr. n. ai vv. 592, 615. 

627. — Morto Diomede, il re Danno fece gettare quelle stele, o cippi, 
in mare; ma esse meravigliosamente emersero dalle onde e da se stesse tor- 
narono al loro posto (Schoì.). Quelle pietre quindi, pur mancando di piedi, 
camminarono e del loro cammino lasciarono le tracce (v. 629: àirsCoi; i/vst.v). 
Il Pais (Stor. d. Sic. e d. Mag. Grec. 1 p. 577 n. 1) trova giustamente 
una rassomiglianza fra questa leggenda e l'altra che riferisce Servio a pro- 
posito dei sepolcri dei due fratelli sul Gargano (Diomede ed Alteno [od Ale- 
no?! cfr. n. al v. 619): Sbrv. ad Aen. XI. 247: si quo duo inter ipsam sil- 
vam agentes iter^ uno impetu veì eodem momento saxa adversum sepuìchra 
iecerinty vi nescio qua saxa ipsa separata ad sepuìchra singuìa decidunl. 

630. — Diomede fu onorato come dio e in Grecia e nelle coste orientali 
d'Italia, bagnate dall'Ionio e dall'Adriatico. 

631.— Licofrone chiama il mare " concavo suolo „. Che il mare Ionio 
avesse preso nome da lo, era stato detto già da Eschilo {Prrm. 840) come 
ben osserva Tzetze. lo, figlia d'Inaco, era una fanciulla di rara bellezza: Zeus 
se ne invaghi e 1' avvicinò, ma tosto dovette trasformarla in giovenca per 



mm 



224 ooMMENTO: w. 632-633 



non essere sorpreso dalla consorte Em; ma Era chiese ed ottenne in dono 
du lui la giovenca e quindi la pose sotto la custodia di quell'Argo, che ve- 
deva dappertutto: Argo fu ucciso da Ermete per ordine di Zeus, ma Era 
allora rese furente la giovenca, la quale si precipitò nel mare, che da lei si 
disse Ionio (Apollod. II. 1. 3; Hygin. fab. 145 Schm. p. 24). Io credo col 
Klausen {Atn. u. Pen. p. 1 1 88) e coli' Holzinger chequi Licofrone col nome 
di lu voglia indicare non solo il mare Ionio, nui anche l'Adriatico, e quindi 
accenni al culto di Diomede nelle coste d'Italia bagnate da quei mari. 

632. — Diomede uccide nell'isola di Corcira il famoso dragone di Col- 
chide. L'oscurità degli schol. ad vv. 515, 63() fece nascere la falsa inter- 
pretazione che qui Licofrone intenda parlare d'una Feacide, o paese dei Feaci, 
nellVApulia; cfr. Sbeuger in Roschbr, Lex I. 524. Ma il GefTcken {Timunos' 
Geogr. p. 5 n. 2) seguendo l'osservazione del Klausen (Aeu. u. Peu. p. 1888) 
hEi fatto notare come la retta interpretazione degli scoli si trovi nel fram- 
mento aristotelico di Eraclide Pontico (5f) R = fr. 27 in F. H, G. M II. p. 22i>) 
ove si dice che i Corciresi chiamarono in loro aiuto Diomede, il quale uccì- 
se nella loro isola il dragone e li aiutò nella spedizione in lapigia e cootro 
Bntidisi. È noto come il mito dei Feaci ben presto venisse localizzato in 
Corcira, probabilmente a causa della gloria marinaresca che seppero acqui- 
sliirsi i Corciresi (Thuc. I. 25, Apoux)d. I. ^. 25). Il dragone di cui fa cenno 
Lit:4jfrone è quello di Colchide, che Diomede uccideva valendosi dell'aureo 
scudo di Glauco (//. VI. 234). Sappiamo infatti come il mito d^li Argo- 
nauti fosse localizzato in Corcira a cominciare dall'autore delle Nanpatticke 
IHaus. II. 3. M = fr. k) in E. G. F. K p. 201) e come questa localizzazione 
penetrasse nella tradizione comune (Apollod. /. e). Lo storico Timeo, che 
in questo luogo è fonte di Licofrone (cfr. n. al v. 5^2) faceva sposare in 
Corcira Giasone e Medea (fr. 7, 8 in F. H. G. M I. p. 194 sg.); ed è quindi 
naturale ch'egli, il quale parlava della venuta di Diomede in Italia, discor- 
resse anche dell' uccisione del dragone in Corcira (come appare dallo stesso 
St'hoi. Ltc. 615) parimenti che Eraclide Pontico, o già lo stesso Aristotele. 
Ul'cìso il dragone in Corcira, Diomede veniva in Italia. Il v. 632 non è la 
spiegazione dei precedenti 630 sg. , e cioè non si deve intendere in modo 
cht Diomede conseguisse onori divini nell'Adriatico e nell'Ionio per avere 
lU^vi^o il dragone di Corcira : esso serve soltanto a determinare meglio il 
soggetto di cui si parla, Diomede. Del resto, la leggenda del dragone ci fa 
pen&urc che i Corciresi contribuissero alla localizzazione del mito di Diomede 
sulle coste d'Italia; cfr. n. ah v. 5M2. 

(>33. — I Beoti, reduci da Troia, giungevano nelle isole Baleari. — Da 
vetusta età i Greci cominciarono a contrastare ai Fenici il predominio sulle 
co^te di Sicilia, Sardegna e Balearì, per impadronirsi del commercio dell' ar- 
Kentii e del rame della penisola Iberica. Ben presto cominciò a risuonare 
pre^iio i Greci il nome di Tartesso, il fertile paese bagnato dal Beti (Gua- 
dalquivir) che si credeva scaturisse direttamente dal fondo delle miniere di 
argento e trasportasse seco il prezioso metallo (cfr. Strab. IH. 148). E già 



cx)BUiBNTo: vv. 633-634 225 

sino a Tartesso verso il 6(X» a. C. il poeta Stesicoro faceva giungere il mitico 
Eracle (apd. Stbab. /. c.=fr. 5 in P. L. G. B III p. 208) e intorno a quel tempo 
una nave samia, comandata da un certo Coleo, navigando verso l' Egitto sa- 
rebbe stata spinta dalla tempesta sino a Tartesso presso le Colonne d' Eracle 
(Hkrodot. IV. 152); e allora i Foccsi fondavano Marsiglia (Tim. fr. 40 in F. 
//. G. M I p. 201) donde poi muovevan coloni sin sopra i Pirinei; cfr. Ed. 
Mbtrr, Gesch. d. Aiterth. II p. 689 sgg.; Bbloch, Griech. Gesch. I. >p, 185. 
Verso quel tempo quindi si può pensare che i Greci riuscissero a stabilirsi 
nelle Baleari lottando contro Fenici e Cartaginesi; e che in questo senso 
potesse avere contenuto storico la tradizione riferita da Licofrone. Ma accanto 
a questa tradizione, che parla di Beoti nelle Baleari, ve n'è un'altra tra- 
mandata da Strabone (XIV. 654) che discorre di coloni Rodi: i quali già 
nella Spagna avrebbero fondata la città di Rode, appresso occupata da quei 
di Marsiglia. E forse questi Rodi per vantare un diritto sulle Baleari avranno 
messo fuori la leggenda dell' arrivo dei Greci reduci da Troia; cfr. Mrltzrr, 
Gesch. der Kartagcr 1 p. 149. Alla tradizione dei Rodi nelle Baleari pare 
alludesse Apollodoro {epit. 6. 15 b in Myth.gr. W 1 p. 220) parlando delle 
schiere del rodio Tlepolemo giunte nelle isole iberiche al ritorno da Troia. 
Del resto, tanto gli uni che gli altri. Beoti e Rodi, avean preso parte alla 
guerra troiana colle loro flotte, comandate da rispettivi capi (//. II. 494 sgg. 
563 sgg.). Non possiamo determinare quale delle due tradizioni si avvicini 
di più alla realtà storica; forse quella di Strabone ed Apollodoro, in quanto 
è più verisimile che la leggenda dell' arrivo dei Greci nelle Baleari, al ri- 
tomo da Troia, sia sorta per opera dei Rodi, dei Coi e Gnidi della pentapoli 
dorica, di quella gente, cioè, che non solo giungeva sulle coste d'Italia ma 
contemporaneamente, o almeno sin dal 580 a. C, tentava di occupare le coste 
occidentali della Sicilia (Diod. V. 9; cfr. Paus. X. 11. 3). E forse si potrebbe 
trovare la ragione dell' origine della tradizione licofronea nei buoni rapporti 
che antichissimamente correvano fra le genti della pentapoli dorica e quelle 
di Beozia, rispecchiati dalla comunanza dei miti fra i due paesi, e partico- 
larmente del mito di Eracle; cfr. il mio Contributo alia storia dei culti nei- 
Vani. Sicilia Pisa 1894 p. 80. Quando i Dori nell'a. 510 a. C. ritentava- 
no in Sicilia l' impresa dei Rodi e Gnidi, pare che i Beoti li aiutassero nel 
mettere avanti i diritti sull' isola, ereditati da Eracle (Herodot. V^ 43). An- 
che, quindi, nella diffusione della nostra leggenda, che faceva arrivare nelle 
Baleari i Greci reduci da Troia, può l'opera dei Beoti aver sostenuta quella 
dei Rodi. Fonte di Licofrone in questo luogo (vv. 633-647) ove si parla 
delle Baleari, è lo storico Timeo (cfr. Klausbn, Aen. u. Pai. p. 579; Gì)n- 
THKR, de ea, quae inter Timacum et Lycophronent eie. p. 23. n. 2, 34,40) 
che è citato dallo Schol. ad v. 633 e da Strab. XIV. 654, il quale però non 
si vale direttamente di lui, ma lo conosce per mezzo di Posidonio; cfr. 
Gkpfckkn, Timaios' Geogr. p. 2 sgg. 

634. — Tzetze (ad. l.) riferisce che secondo alcuni il nome Gymnesiai 
sarebbe derivato dal fatto che in quelle isole erano giunte le reliquie (puvat) 

£. Ciaceri. — La Alessandra di Licofrone. 15 



226 GOMMBNTO : w. 635-644 



dei naufraghi greci. Dìodoro (V. 17) attingendo a Timeo spiega invece il 
nome coli* osservazione che gli abitanti di quelle isole d' estate andassero 
ignudi (jt^v^vot) e aggiunge che poi dai Romani le isole furono chiamate Ba- 
leares da ^aTÀsiv, e cioè dall' arte di lanciar pietre colla fionda. Ma pare che 
Licofrone segua l'interpretazione riferita da Strabone {XÌW 654) secondo la 
quale Gymnesi significherebbe uomini armati alla leggera: essi aveano addos- 
so niente altro che pelli, senza scarpe ed armati di semplice fionda. E lo 
stesso Strabone (XVI. 771) ricorda i Y'Jl'^v^Tai ovBpoixoi d'Etiopia, che com- 
battevano con arco e saette di canna; cfr. Pun. m. h. V. 8 [8] 43. Licofrone 
imagina che i Beoti, sbalzati nelle Baleari, sieno stati costretti a s^uirela 
misera vita degli abitanti del luogo; ma non identifica erroneamente, come 
ha creduto il Geffcken {Tim. Geogr. p. 4) e con lui l'Holzinger {ad. /.) i Gre- 
ci cogli indigeni delle Baleari. Non dimentichiamo che il poeta la esporre 
da Cassandra le sventure subite dai Greci per vendetta di Atena (v. 365) 
e che quindi tende a colorire poeticamente i.mali, ai quali essi vanno incon- 
tro; cfr. Introduz. p. 8. Egli sa che nelle Baltari eran gli indigeni di razza 
iberica v. (643) prima dell'arrivo dei Beoti; e vuol dire soltanto che costo- 
ro appena giunti colà furon costretti a vestire così come gli indigeni. Cre- 
do quindi che la costruzione logica sia questa : xapxtvot xsxXmxóxs;, siyj^w^- 
òùToi òfyXaivov àjiì:psÓ30'jai xtX.» cui mi attengo neHa traduzione. — Etym, M. 
814. 28 otaupva* ìt:i xoyù rs()tJJoA.aiov 9^ ^sp^iónvov ijionov A. — ; Schol, ad. /. 
E Strabone (III. 168) dice che quelli delle Baleari portavano ytTniva^ xXcr3>- 
oijuou;. Licofh>ne paragona il cammino delle navi dei Beoti, spinte qua e 
la dalla tempesta, al muoversi dei granchi. 

635. — Per òuxpsóaouj» cfr. n. al v. 1298. 

636. — Nelle Baleari ciascun uomo teneva tre fionde, e sul modo come 
le portasse seco parlano Diodoro (V. 18) e Strabone (IIT. 168). Pare che ne 
discorresse anche il poeta Fileta (Schol. Strab. in. 168; cfr. Sckol, Ltc et 
TzKTZ. ad. /. dove in luogo di OiXtia; devesi leggere evidentemente <lKXÌTa;) : 
cfr. Plin. n. h. III. 5 [11] 77: Baliares funda bcììicosas Graea Gymmasias 
dixere. — Chiama òtxmXo; la fionda, la quale consta di due gambi di corda. 

637. — La descrizione dell'ammaestramento dei fanciulli nell'uso della 
fionda, che ci dà Diodoro (v. IK) corrisponde a quanto dice il poeta. 

639. — Euforione (fr. 51 M) ha la forma i'J'iaa. 

(>42. — I Beoti troveranno nelle Baleari indigeni di razza iberica. Così 
intendo col Gkffckkn, Tim. Geogr. p. 4. 

o43. — Su Tartesso cfr. n. al v. 633. Come intende lo scoliasta, Lico- 
frone chiama Porta di Tartesso le cosidelte Colonne d' Eracle, dove le due 
spiagge opposte sono così vicine, che quasi chiudono il Mediterraneo e se- 
gnano l'entrata nell'Oceano. 

(i44. — Dalla Ame di Tessaglia sarebbero discesi gli eoli Beoti che fon- 
davano Arne di Beozia, secondo la comune tradizione, 6i> anni dopo la guer- 
ra troiana. Il Catalogo deììe navi (//. II. 5i»7) però ammetteva che Ame 
beota esistesse prima e che fosse abitata da quegli stessi Beoti che anda- 



COMMBNTO : vv. 645-648 227 



vano contro Troia; e lo stesso Omero ricorda altrove (//. VII. 9) quella 
città. Alla tradizione omerica quindi si attiene Licofrone. Si credeva che 
Arae corrispondesse ad Acraiphion (Strab. IX. 413); ma quei di Coronea 
sostenevano che la loro città corrispondesse all' Arne ricordata nel Catalogo 
delle navi (Paus. IX. 40. 5). Licofrone chiama ** vetusta „ Arne, perchè ai suoi 
tempi non esisteva più e taluni credevano che fosse stata assorbita dal lago 
Copaide (Strab. IX. 413; Paus. IX. 24. 2); cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. 
I p. 45, 73, 198, 201, 213. Sulla leggenda che faceva derivare le due città 
Arne dalla omonima figlia di Eolo, madre di Beoto, v. Roscher, /.^jr. I 556.— 
I Temmici, accanto agli Aoni e i Lelegi e gli lanti [Hyantesj erano ricor- 
dati come i popoli barbari della Beozia anteriori alla venuta di Cadmo (Strab. 
IX. 401); cfr. Bursian, op. cU. I p. 202. Riferendosi a Licofrone, Stefano Bi- 
zantino dice: Ts|ji|jii5, idvo; xpoixov oixfjaov iv BoiojTt^. Cfr. v. 786. 

645. — Graia, ricordata nel Catalogo delle navi {II. II. 498) era 1* an- 
tica città di Beozia corrispondente a Tanagra (Paus. IX. 20. 2 ; Stkph. B. 
s. V. TcfvoYpa); cfr. n. al v. 196. — Leontarne era il luogo (ai pie dell' Rii- 
cona e con una omonima fonte) dove Eracle strangolava il leone eliconio 
{Schf'l. II. II. 507 et Tzktz. ad Lyc.) Di Leontarne pare esistano tuttora 
le tracce dinanzi al villagio di Paleo-Panagia; cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. 
I p. 237. 

646. — Scolo: villaggio di Beozia della regione Parasopia , ai pie del 
Citerone; luogo aspro che ai tempi delle guerre persiane dipendeva dai Te- 
bani (Hkrodot. IX. 15; Strab. IX. 4U8) e di cui Pausania (IX. 4. 4) ri- 
corda le rovine. — Tegira: piccola città della Beozia, sull'orlo settentriona- 
le della palude del Melas, ricordata soltanto per il tempio od oracolo di 
Apollo Tegireo (Plittarch. Pelop. XVI; de de/, orac. V ; Stbph. B. s. v.) — 
Onchesto: città beota vicina alla palude Copaide. Al tempo di Pausania (IX. 
26. 5) ne avanzavano le ruine e il tempio di Posidone, ricordato anche da 
Strabone (IX. 412). È menzionata nel Catalogo delle navi come città sacra 
(//. II. 506) e al Catalogo evidentemente, anche qui, si attiene Licofrone. 
La città traeva nome da Onchesto, figlio di Posidone; anzi il dio era detto 
Onchestio (Paus. /. e). — Termodonte è un torrente di Beozia, che scende 
dal monte Hypatos e si scarica nel fiume Asopo (Hrrodot. IX. 43 ; Paus. 
IX. 19. 3): oggi è detto Laris; cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. I p. 222. Cfr. 
V. 1334. — Lipsarno, detto dallo scoliasta e da Tzetzc fiume beoto, doveva 
essere un fìumicello o un semplice torrente, se non è ricordato da altri. 

648. — Da qui al v. 819 si parla degli errori di Odisseo od Ulisse. 
Questo non è un eroe proprio d'una città o regione greca, ma comune alla 
Grecia intera, in quanto è quasi il tipo più glorioso degli eroi greci che ten- 
tarono il ritorno da Troia. Col poema omerico egli acquistava grandissima 
popolarità; e ben presto le leggende intorno ai suoi viaggi erano localizzate 
nei paesi d'Occidente. Alla operosità dei Calcidesi d'Eubea (che primi, fra 
i Greci, pare abbiano tentato felicemente i mari d'Occidente e, dopo aver 
toccate le coste d'Italia e di Sicilia, colla fondazione di Cuma, forse prima 



228 tx>iiMKNTO : V. 648 

del sec. VIIT, segnavano l'estremo limite dell* influenza greca sulla costa oc- 
cidentale d'Italia) si deve la diffusione dei miti d'Ulisse in Italia e in Si> 
cilia. Camminando quasi dietro le tracce dell'Odissea omerica, gli Eubei ri- 
conobbero in Corcira l'isola Scheria, il paese dei Feaci; e in Sicilia ritro- 
varono l'isola Trìnacria. dove riscontrarono i Ciclopi nel luogo in cui poi 
sorse Catane; e identificarono i Lotofagi cogli indigeni di Camarina e di A- 
grigento; e localizzarono i Lestrigoni nel paese di Leontini; e quindi ritro- 
varono Scilla e Cariddi nello stretto di Messina» e nelle isole Lipari la sede 
di Eolo, e nel paese \'ulcanico, che è vicino Cuma, i Campi Flegrei e l'en- 
trata nel regno d'Ade, e nelle spiagge del Lazio confinanti colla Campania 
i Lestrigoni, e nel mare Tirreno l' isola di Circe, e sulle rocce del promon- 
torio di Sorrento l'isola delle Sirene, e presso Crotone l'isola di Calipso. 
Cfr. Ed. Mbtkb, Gesch, d, AlUrth, II p. 483; Pais, Sior. d. Sic, e d. Mag. 
Gr. 1 p. \tÀ) sgg. 257. Sulla letteratura riguardante Ulisse in Italia v. Klaussn, 
Aen. u. Pen. p. 112M sgg.; Gruppb, Gn>rA. Myth. p. 361 sg.; Joh. Schmipt 
in RoscHRii, Lex. HI. 634 sgg. La più antica testimonianza letteraria del lo- 
calizzamento del mito d'Ulisse in Italia ci è data da quei versi che vanno 
sotto il nome di Esiodio ( TA^o^. lOll sgg.) e che parlano di Agrio e Latino, 
figlio di Circe ed Ulisse, signori dei gloriosi Tirreni. Ma non sappiamo con 
precisione a quale età risalgono quei versi. Ne possiamo asserire se a que- 
sti versi o ad altri esiodei si riferisce la citazione di Eratostene (apd Strab. 
I. 23; cfr. Schol. ApoujOK. Rh. IH. 311) secondo cui Esiodo per il primo a- 
vrebbe collocato Circe in Italia; che è naturale pensare come, in tal caso, 
accanto al nome di Circe stesse anche quello di Ulisse. Ignoriamo poi se 
Stesicoro, che cantava di Scilla {Schot. Apoux>n. Rh. IV. 828 = fr. 13 in 
P. L. G. B III p. 210) parlasse di Ulisse in Italia, e se così facessero i più 
antichi logografi; che già il frammento di Ellanico (53 in F. //. G. M I p. 
ò2) conservato da Dionigi d'Alicamasso (I. 22) dove si dice che Ulisse as- 
sieme ad Enea dal paese dei Molossi venisse in Italia, non appartiene allo 
storico di Lesbo; ma a più recente autore della cronaca delle sacerdotesse 
argive, come io stesso ho già notato altrove {Stud. Stor. Pisa IV. 4. p. .V)7). 
È naturale però pensare che le vicende d'Ulisse in Italia, già narrate dai 
coloni calcidesi, fossero celebrate da Ippis della calcidica Reggio, il più an- 
tico storico d'Occidente e l'espositore della colonizzazione greca d'Italia 
e di Sicilia. È anche probabile che, appena localizzato nelle coste d'Italia, 
il mito d'Ulisse non avesse quella grande diffusione e stabilità che avrà tro- 
vato dopo il defHnitivo trionfo dell' elemento greco sugli Etruschi e Cartagi- 
nesi colla vittoria di Cuma (474 a. C); cfr. n. al v. 688. Lo storico Timeo 
riferiva i miti dell'Odissea localizzati sulle coste dell'Italia e della Sicilia; 
e qui Licofrone, in parte, attinge a lui e, in parte, segue il poema omerico. — 
Dice il poeta che Ulisse ed i suoi compagni saranno sbalzati sulle coste della 
Libia o nelle Sirti, alludendo evidentemente all' incontro dei Lotofagi, di cui 
parla l'Odissea (IX. 83 sgg.) e che appunto erano stati localizzati nelle 
Sirti, tanto nella maggiore (Plin. ti. h. V. 4 [3] 28: Soi.in. XXVIL 43) quanto 



COMMKNTO : vv. 649-652 229 



nella minore (Strab. XVII. 834; Eustath. ad Dionys. Pkr. 198); mentre Ero- 
doto (IV. 177 sgg. 183) lì avea posti nella costa libica ad oriente della Sirti 
minore. È difGcile stabilire a quali delle due Sìrti pensasse Licofrone : forse 
alla minore, considerando che ciò corrisponderebbe alla opinione la più dif- 
fusa ; che già i Lotofagi si imaginavano nell' isoletta Meninge, che trovasi 
in quella Sirti, e che secondo Strabone (/. e.) era appunto detta Lotofagite 
e che avea un altare consacrato ad Ulisse fcfr. Eratost. apd Plin. n. h. IV. 
7 [7] 41; PoLYB. I. 39; II. 34; III. 12; Strab. I. 2ó; III. 157). Ma, d'altra 
parte, se riflettiamo come Licofrone imagini che Ulisse, sbattuto sulle coste 
della Libia, sia trascinato nello stretto di Messina, possiamo credere ch'egli 
abbia presente la Sirti maggiore. — Stkph. B. s. v. At'pu; nota la voce Ai^o- 
3Twà; usata da Licofrone; cfr. Ai^wxevrjV v. 1312. Il localizzamento di que- 
sto mito nella Libia, come quello di Menelao e di altri ancora, riflette le 
antiche relazioni di questo paese con le isole e le coste elleniche; cfr. n. ai 
w. 848, 877. 

M9. — Si allude allo stretto di Messina, dove trovasi Scilla. 

r>5t). —11 carattere monstruoso di Scilla, già delineato da Omero {Odyss, 
XII. 73 sgg.) dalla tradizione più recente è spiegato colla metamorfosi. Scilla 
era in origine una bella vergine del mare: amata, secondo la tradizione 
più comune, da Glauco, dovea la sua trasformazione alla gelosia di Circe 
(OviD. mei. XIV. l sgg.; Hyoin. fab. 199 Schm. p. 127). Essa serbava le forme 
di donzella sino al ventre, d'onde sporgevano le teste di monstruosi cani, 
mentre la parte inferiore del corpo prendeva forma di due grandi pesci. Vir- 
gilio (Acn. IH. 426 sqq.) àxcQ, prÌHiahominis facies et pnlchro pectore vir- 
go I pube ieuuSf postrema immani corpore pistrix \ delfinum candas utero 
commissa luporum. Ciò è attestato da una moneta di Sesto Pompeo (40 
a. C.) dove vedesi eflìggiata la donzella Scilla, il cui corpo va a terminare, da 
un lato, in due code di pesce e, dall'altro, in tre cani (Cohbn, méd. cohs. 
lav. XXXIIl. 7). Questa moneta e evidentemente imitazione di antiche mo- 
nete siciliane. Licofrone pertanto chiama Scilla " mezzo-Hera „. Essa era il 
terrore dei naviganti; e in odio a Circe divorò i compagni di Ulisse (Hyoin. 
/. C] OviD. /. e. V. 71.) 

651. — ' Che Scilla fosse stata uccisa da Eracle e poi richiamata in vita 
dal padre Forcis, ha narrato lo stesso Licofrone (vv. 44 sgg.). Eracle era 
detto Mecisteo da Mecisto, città dell'Elide, dov'egli, a testimonianza di Stra- 
bone (Vili. 348) avea un tempio. 

652. — Eraclc è indicato dalla pelle del leone nemeo: aisp^oicéicXou cor- 
risponde al oxiptpo; ip/XaivoóvLSvov del v. 1347; cfr. vv. 455, 871; cfr. Etym. 
M. 726. 22; Schol. Apollon. Rh. IV. 1 348. — Eracle Bocq^òrj;: avea condot- 
to seco i bovi di Gerione. — Secondo lo scoliasta è detto ilxcttcotvey;, oti 
òdjxaòi TO': zóxpoo; tojv to5 Aù^ìtou potòv; cfr. Etym. M. l. e. Ma ciò non 
sembra esatto, essendo noto come Eracle nettasse le stalle di Augia median- 
te le acque del fiume e non scavando il suolo {jxdirzm). Né accettabile è la 
spiegazione che diede l'Holzinger (ad. l.) pensando ad Eracle che distrugge 



^^m 



230 COMMENTO : vv. 653-658 



Troia e riferendosi al v. 1348. Meglio ha fatto lo stesso Hotzinger dopo 
{BemerkuHgen zu Lykophron in Serta HarUliana Wien 1 896 p. 89) cercan- 
done la spiegazione in Afollod. II. 6. 3, dove si parla di Syleus uccìso da 
Eracle. L'Holzinger seguendo la vecchia lez. 3vv letì; pt'Coi^ tàc ò^ssXoo; 
axcrj»a; (invece della recente lez. xoóoa; o della congettura del Meineke ixévrt) 
chiarisce il mito della lotta di Eracle con Sileo , nel senso che 1* eroe, co- 
stretto come ogni altro forestiero a zappare le vigne, colla zappa strappò 
dal suolo le viti sin dalle radici. Da ciò Eracle potrebbe dirsi Scapaneo, in 
quanto zappava scavando profondamente la terra. 

653. — Le Sirene dal dolce canto affascinante (Hom. Odyss, XIL 44, 192) 
eran fanciulle trasformate in volatili dalla dea Demetra, per punirle di non 
aver soccorso la sua figlia Persefone quando fu rapita da Ade (Htgin. fab, 
141 Schm. p. 22) ovvero perche potessero meglio ricercare lei stessa, loro 
compagna (Ovn>. met. V. 552 sqq.). Eran quindi raffigurate come uccelli 
aventi soltanto la testa di donzella (Ovid. /. e. 553) ravverò aventi della don- 
zella tutta la parte superiore del corpo (Hyoin. Job. 125 Schm p. Ki8> co- 
me ci attestano i monumenti dell' antica arte greca (v. Baumbistek, tUnkm. 
s. V, p. 1643 sg.); mentre poi secondo l'arte più recente il tipo della Sire- 
na era espresso in forma di bellissima donna, colle gambe d' uccello e le ali 
(Baumkister. op, cit, p. 1645). In tutti i casi però le Sirene hanno le gambe 
e i piedi d* uccelli palmipedi sul genere delle Arpie. E per questo le chiama 
Licofrone ópxuioYoyvtijv : dalle ginocchia o dalle gambe d'Arpia. Forse nel pa- 
ragone colle Arpie è inclusa l'idea della crudeltà. 

654. — òoiiaXojjuvou; : è usato in senso passivo ; ma io non credo col- 
l'Holzingcr che sia proprio eguale ad ia^oyivo'j; e che perciò si riferisca 
direttamente ai compagni di Ulisse divorati da Scilla. Credo invece che que- 
sta voce abbia il significato di * fare in pezzi „ come si fa della carne che 
si prepara per portarla in tavola ; e che quindi si riferisca tanto a quelli 
che furono divorati da Scilla {Odyss. Xll. 245 sgg.) quanto agli altri, delle 
cui carni il ciclope Polifemo s'imbandì la mensa (Odyss, IX. 291) e a quelli 
che caduti in mano dei Lestrigoni furono destinati alla censi {Odyss. X. 124> 
ed infine a tutti gli altri compagni di Ulisse che trovarono la morte al ri- 
torno da Troia : tutti finirono mali, o divorati o sbattuti dalle onde sugli 
scogli, restando in vita il solo Ulisse (Lyc. 657). 

655. — '.\iòr,; xov^xsó; nel senso di grande ospite, che accoglie tutti 
nella sua casa. Corrisponde press' a poco all'^Ai^; wptotvo; o xukùxwffà^ 
di Sofocle (Ai. 1194; Ant. 810; El. 137): cfr. Prbllbr-R. GriecM. Mytk, 
L p. 804. 

658. — Ulisse, il solo che sfugge alla morte, è detto ^^iv<>3r,|io; perchè, 
come osserva lo scoliasta, secondo Stesicoro (fr. 70 in P. L. G. B in p. 228) 
e poi anche secondo Euforione (fr. 126 M) portava nello scudo l'insegna 
del delfino ; e la ragione di ciò, come già notò il Center (ad /.) la dà Plu- 
tarco (de soler i. an. XXX\1. 14) riferendo la narrazione dei Zacinti: avendo 
i delfini salvato il figlio Telemaco, ancor piccolo, Ulisse in segno di grati* 



(XiMMKNTO : vv. 6*V>-663 231 



tudine fece scolpire nel sigillo e nello scudo l'effigie del delfino. — Ulisse 
in compagnia di Diomede penetrava in Troia e riusciva a rubare il Palladio, 
o sUtua di Atena (Apollod. epiL 5. 13 in Myth. gr. W 1 p. 207). Sotto il 
nome di Fenicia adoravasi Atena in Corinto (Schol.). 

659. — Si accenna (w. 659-661) all'episodio omerico di Ulisse presso 
i Ciclopi. È noto come i Ciclopi fossero ben presto localizzati in Sicilia pres- 
so l'Etna, e come sulla costa orientale dell'isola, presso Acltrezza, si mo- 
strassero neir antichità, parimenti che oggi, i tre scogli dei Ciclopi (Pun. Vf . h. 
III. 8 [14] 89; cfr. Stat. Silv, V. 3. 49; Sbrv. ad Aen. I. 201). Cfr. n. al 
V. 648. Il leone, cioè la grande fiera, e Polifemo. Secondo l'Odissea (IX. 347) 
Ulisse dice a Polifemo: " Ciclope, bevi del vino, ora che ti sei nutrito di 
carne umana ,. 

660. — Su XdfKuv = leone cfr. n. al v. 260. 

662. — Si allude alle avventure di Ulisse presso i Lestrigoni, già prima 
di Tucidide (VI. 2) considerati come antichi abitatori della Sicilia (cfr. Stbph. 
B. s. V.) e che in particolare poi vennero localizzati nel territorio di Leontini 
(Thhopomp. apd Polyb. VIII. 11. 13 = Strab. I. 20 ; Sil. 1t. XIV. 33, 125) 
dove s' indicava il icsStov \ai3ipofoviov (Polyakm. V. 6) ed i Lestrygonii Cam- 
pi (PuN. n, h. III. 8 [14] 89; Soun. II. 26). Si noti che, mentre i Calcidesi di 
Sicilia aveano localizzati i Lestrigoni nell'isola, i Calcidesi di Cuma l'avcano 
ritrovati in Italia, in Formiae, dove li ritenevano poi i Romani (Cic. ad AH. 
II. 13. 2; HoRAT. carm. III. 17. 6; III. 16. 34; Plin. ». A. III. 5 [9] 59; Soun. 
II. 22; Sil. It. VH. 276, 410; Vili. 531; cfr. Ovid. meL XIV. 233). Cfr. n. al 
V. 648. — Ad Eracle, che conduceva i bovi di Gcrione, giunto in Sicilia, mos- 
sero guerra i Lestrigoni ; ma egli ne fece strage col suo arco, sicché Ulisse 
appresso non trovò che gli avanzi di quella strage {Schol. et Tzbtz.). Qui 
Licofrone non segue Timeo, il quale probabilmente offriva la tradizione 1q- 
cale, conservata da Diodoro (IV. 24) secondo cui Eracle era accolto onore- 
volmente nel territorio di Leontini (cfr. n. al v. 956); mentre narrava lo stes- 
so Timeo (apd. Diod. IV. 21 = fr. IO in F, //. G. M 1 p. 195) che Eracle avea 
combattuto coi Giganti dei Campi Flegrei, i quali evidentemente sono i Lestri- 
goni di Formiae. La tradizione siciliana non faceva dunque combattere l'eroe, 
tanto popolare, dai Lestrigoni dell'isola; lo faceva invece la tradizione la- 
tina, e dai Lestrigoni d'Italia. In Licofrone l'episodio e trasferito dall'Italia 
in Sicilia, forse seguendo una fonte a noi sconosciuta. 

663. — Krjpo^iuvtrj; ó 'HpaxXfj; ó "w; Kijpa; òiwxu)V (ìt>»spxaxo; ^ctp (Schol.) . 
Secondo Ellanico (fr. 138 in F. H. G. M \ p. 64) fu Telamone che diede 
all' eroe il titolo di Alexikakos. Di Eracle Alexikakos si ricorda un tempio 
in Atene (Arist. Ran. 501 et Schol. ad /,; Zrnob. V. 22) ed una statua in 
Efeso (Lactant. V. 3. 14); cfr. Prbllkr-P. Griech. Mylh. II. p. 259,273. — Co- 
me Peuceus era Eracle onorato in Iberia (Schol. J ovvero in Abdera, secondo 
Etym. M. 511. 29. Ne ignoriamo il significato. Io considero la voce rsuxsu; 
(da kSuxV^: fiaccola) nel senso di *^ colui che brucia „ in relazione alla fine 
che fece Eracle indossando la veste inzuppata del sangue di Nesso (Apollod. 



■■"• ^ 



l:32 coMMBinx> : y\. f»M-^71 



IL 7. ^>): si poteva dire eh' egli bruciasse come un legno resinoso, come un 
pino. — Eracle era detto lottatore particolarmente per aver superati nella 
Mia Zeus in Olimpia (v. 41) ed Acheloo in Etolia (Apollou. I. 8. 1); cfr. 
St:koI. et Tzktz. Una antica inscrizione di Coronea ( = Kkil, laser. Boeot. 
H4, 85 = DrrTKNBKRGKR, Corp. Inscr. Gracc. Grate. scpUntrion. I. 2874) 
reintegrata dal Kcil , pare si riferisca ad Eracle Palemone : in Flbckkiskn 
MìkrbùckerH V Suppì, B, 021 apd PrkllkrR. Gricck, Mytk. \ p. <kiì3 n. 2. 

f>64. — Quando i Lestrìgoni fecero affondare le navi dei compagni d'U- 
Xx^ijftt soltanto quella di luì rìmase salva {OJyss. X. 132; cfr. Ovu». mcL 
XIV. 240. 

(>6ó. — È da intendere che i Lestrìgoni fatti affogare nel mare i compa- 
f£ni d'Ulisse, li tirassero fuorì e forandoli li legassero col giunco l' un l'al- 
tro, come il pescatore suol fare dei pesci, e quindi li portassero .alle proprie 
case per mangiarli. Come osserva lo scoliasta, l'imagine è dedotta dall'O- 
dissea (X. 124); cfr. Schekr, Progr.^ Ploen 1870 p. 22 : clarcscil vcrbis ^/«^ 
if*j;30'jai LycupkroHem illud stjpovis; {OJyss. l. e.) vertesse. 

htlt^. — IJen a proposito ricorda 1' Holzinger il verso di Esiodo {Tkcog. 

f>68. - ' La divina Carìddi che inghiotte con grande fracasso i salsi 
Rutti del mare « {Odyss. XIl. 23ó) ben presto, assieme a Scilla, venne lo- 
calizzata dai Calcidesi nello stretto di Messina. Stesicoro, Ippis di Reggio, e 
forse Ibico ed altri scrìttorì d'Occidente, avranno confermata tale localizza- 
zione. Ne abbiamo antica testimonianza in Tucidide (IV 24. n) ; cfr. Strab. 
\1. 2()8 ; JisTiN. I\'. 1. Pare però che Cariddi restasse nella greca mitologia 
semplice imaginc poetica, e non venisse personificata come Scilla; che quanto 
n?irra Servio {nii Aen. 111. 4'2t») che, cioè, Cariddi, figlia di Posidone, ten- 
tasse rapire i bovi di Eracle e quindi fosse dal fulmine di Zeus precipitata 
nel fondo del mare, e evidentemente frutto dello scambio di Carìddi con 
Scilla, come di già osser\'ò il Geffcken (Tim. Geogr. p. 28 n. 1). Cfr. n. 
al v. 048. 

i^i^K — Sei compagni d' Ulisse divorò Scilla {Odyss. XII. 24.i). 

07(». - Sulla forma delle Sirene cfr. n. al v. 653. Il mite delle Sirene 
venne collegato con quello di Eracle che uccide i Centauri, di cui parla Apol- 
Indoro (li. .*). 4>. Sappiamo dallo scoliasta che i Centauri inseguiti da Era- 
ck, fuggendo dalla Tessaglia, giunsero nell' isola delle Sirene, ed affascinati 
dal loro canto penderono la vita. .Accennando a questo mito Ptol. nov. hisL 
VL p. K»ò. M W ciu Licofrone. 

<>7l. — Poiché le Sirene erano figlie dell' .\cheloo (Apollod. 1. 3.4; cfr. 
7 l<i> che attraversa tanto l'EtoIia. che l' .\carnania, dice Licofrone ch'eran 
dell' uno e dell' altro paese. L' .\carnania è detta paese dei Cureti. Gli an- 
tichi discutevano su ciò: mentre da un luogo dell'Iliade iXlV. 116) dove i 
Cureti son detti delle città di Pleurone e Calidone, sembrava poter dedurre 
che abitassero TEtoIia; da un altro (IX '^2^i) dove è detto che combatterono 
presso Calidonc i Cureti e gli Etoli. si credeva dedurre che fossero d* Acar- 



COMMENTO : vv. 672-f)7') 233 



nania (Strab. X. 463). Eforo scioglieva la coiUrovcrsia col pensare che i Cu- 
retì originariamente abitassero V Etolia, ma che, cacciati da Etolo, dopo fos- 
sero passati in Acarnania (apd Strab. /. e. = fr. 29 in F. //. G. M I p. 24()). 
Ed Aristotele (apd Strab. VII. 321) scriveva che T Acarnania in parte era 
abitata dai Cureti (secondo il Bursian, Geogr. v. Griech. I. p. U)6 forse la 
pianura attraversata dall' Acheloo prima di scaricarsi nel mare). Al tempo di 
Licofrone non c'era dubbio che per Curetide s'intendesse realmente 1' Acar- 
nania; cfr. Plin. n. h. IV. 1 [2] 5; Acarnaniae quae antea Curetis vocaba- 
tur. Cfr. n. al v. 712. 

f)72. — Le Sirene affascinano col loro canto il passeggiero, che resta 
fermo ad ascoltarle, dimentico d' ogni cosa, finché muore di fame. Questo 
concetto è espresso da Omero {Odyss. XII. 45) dove dice che accanto alle 
Sirene trovansi mucchi d'ossa e di pelli d'uomini putrefatti. Ulisse seguen- 
do il consiglio di Circe, riuscirà a salvarsi (v. 712); ma qui il poeta indi- 
ca il pericolo contro cui andavano Ulisse e i suoi compagni. — laxijvai 3Gf(>xa; 
(=far marcire i corpi [dei passeggieri]) traduco " far perire i passcggieri. 

673. Da qui ai v. 680 si parla di Circe. Secondo Eratostene (apd St^ab. 
I. 23) Esiodo per il primo avrebbe collocata Circe in Italia; ma forse Era- 
tostene si riferiva ai noti versi della Teogonia esiodea (1011 sgg.) che par- 
lano di Agrio e Latino, tìgli di Ulisse e di Circe, e che sono sospetti di 
tarda interpolazione. Del resto, il localizzamentò di Circe in Italia sarà av- 
venuto ben presto per opera dei Calcidesi di Cuma; cfr. n. al v. 648. Qui 
Licofrone si attiene in genere alla narrazione omerica {Odyss. X. 233 sgg.) — 
JhjpóicXaaiov, come già osserva Tzetze, ha significato attivo. 

674. — Cfr. HoM. Odyss. X. 235 sg.: «v£|j.»aY£ ^2 ^it'j» | 'fa(>^i«xc« Xó-^f/. 

676. — I compagni di Ulisse sono trasformati in porci da Circe e chiu- 
si nelle stalle {Odyss. X. 238: xaT« au^sotaiv). Secondo Omero {Odyss. X. 
242) Circe dava loro a mangiare ghiande. Questa magica trasformazione 
divenne un motivo d'arte presso gli antichi. Uno dei più antichi monumen- 
ti è d'origine siciliana: un bellissimo vaso, un Lekythos che ora trovasi a 
Berlino, in cui è dipinta in figure nere di stile antico la scena di Ulisse che 
si vede trasformare da Circe i compagni in bruti : Baumkistkr, Denkm. 782 
Uv. 837. 

679. — Secondo 1' Odissea (X. 277) in aiuto di Ulisse viene il dio Er- 
mete, che gli dà la radice d' un' erba, detta dagli dei |j.o)Xu e contraria ai 
veleni {ib. 3iH sgg.); cfr. Ovid. tnet. XIV. 291. Teofrasto {hist. pi. IX. 15. 
7) come già notò il Canter, descrive la pianta quasi come un aglio e dice 
che cresce nei monti Feneo e Cillene (dove fioriva il culto di Ermete; cfr. 
n. al. V. 680) ed è farmaco contro i mali e la magia. Plinio («. h. XXV. 
4 [8] 27) riferisce l'opinione ch'essa pianta crescesse anche in Italia, e 
propriamente in Campania; ma tale opinione, io credo, sarà forse nata dal 
fatto che in questo paese era localizzato il mito di Circe ed Ulisse. La for- 
ma jJLoAo^ è usata per ragione metrica, come, dietro l'Hermann, osservò lo 
Scheer {Rhein. Mus. XXXIV p. 287). Io, attenendomi al senso, traduco ^oiXu; 



2M coMMKNTo: vv. 080-083 



* salubre erba ,. — Kxdpo;: soprannome di Ermete, riferentesi ai guadagni 
e ai commerci, cui presiede il dio, simile al ksf>Ò4f»o^ del v. 20H; cfr. Preluoi-R. 
Check. Myth. I p. 403. 

^K(}. — Ermete e detto Nonacrates da Nonacris, città dell' Arcadia set- 
tcrarionule (Tzbtz.; cfr. Stbph. B. 5. v.) sita al nord del monte Feneo e non 
lungi dal monte Cillene, entrambi rinomatissimi per il culto dei dio: della 
oiìtA a) tempo di Pausania avanzavano le rovine (Paus. VUL 17. 6: cfr. 
HiOtoriOT. W. 74); cfr. Bubsian, Geogr, v. Gricch. II. p. 'I<y2\ Ixmkkwahk, 
Ihc KuiU fi. MythcH Arkadiens p. 73, 80. — Nell'incrocio delle strade so- 
kvast mettere un busto d'Ermete con tante teste quante erano le strade stes- 
sa ; onde il dio era detto Tpuei^aXo; od anche TST^»azs9aXo;: Ermete era detto 
Tricefalo, come Ecate Trioditis o Trìvia. — Stando allo scoliasta, 0a*^; 
vitle /avxó;: titolo che Ermete aveva in Beozia. Tzetze aggiunge che quei 
di Tanngra, in Beozia, nell'occasione della guerra cogli Eretrii innalzarono 
un tempio ad Ermete A&uxó;. La tradizione riferita da Pausania (IX. 22. 2) 
L^hc, nell'occasione della stessa guerra, il dio Ermete a capo dei giovinetti 
dì 'Tfinagra avesse messi in fuga gli Eretrii, onde in Tanagra egli sarebbe 
%UXn onorato col nome di Promachos, ci fa pensare che il titolo <t^a*òfKÌ; o 
A=*jz'i;. dato al dio dai Tanagresi, si riferisse allo stesso fatto, o alla stessa 
leggenda: il dio lieto e vivace, come un giovinetto, a capo dei giovinetti, 
vinceva il nemico. È noto come Ermete nella vita del Ginnasio greco era 
considerato quale tipo ideale degli efebi. 

^1. — Da qui al v. f)87 si accenna al viaggio che fa Ulisse nel regno 
dei murti, per interrogare l'indovino Tiresia, secondo il consiglio di Cirve 
{Odys^. X. 49C0. Il viaggio e descritto nella Xekyìa omerica, che compren- 
de appunto il dialogo tra l'eroe e l'indovino {Odyss, XI. *X) sgg.). 

fiHj.— Tiresia avea avuto da Persefone il privilegio di serbare anche sot- 
terra il primiero ingegno (Odyss. X. 494; cfr. Calumach. ih Pallad. r2*> 
sg, Schn. ). Tiresia e detto xs^lics/wo;, perche la tradizione comune ammet- 
teva L'hc, perduta la vista, per dono di Zeus diventasse longevo (Apollod. 
HI. tK T: xo/.o/póvi o- ) ; quindi si credeva che fosse vissuto nove genera- 
zioni t Schol. ) ovvero sette, come afferma Tzetze, riferendosi ai versi della 
Méìampodia (fr. 178 in E. G. F. K p. Iò3); cfr. Hygin. /<i^ 75 Schm. p. 8Lt. 

tih3. — Sull'origine dell' accecamento di Tiresia erano varie le tradizioni 
riferite da Apollodoro ( 111. h. 4. sgg. ) ; ma pare che la più diffusa fosse 
questua, cui accennna Licofrone« avvalorata dall' autorità della Melampodia 
tir. 17H in E. G. F. K p. 153): avendo un giorno Tiresia visti sul mon- 
te Cillene due serpenti nell' atto del coito li feri con un bastone, ma si 
vide cubito trasformato in donna; avendoli rivisti dopo un certo tempo li 
volle battere una seconda volta, ed allora da donna ritornò uomo come 
per Lo innanzi. Or disputando un giorno Zeus ed Era sulle gioie matrimo- 
niali, e sostenendo l' uno che maggiori fossero quelle provate dalla donna 
e r altra, invece, che fossero superiori quelle dell* uomo, interrogato Tiresia 
giudice competente, come quei che già avesse partecipato della duplice na- 



commento: vv. 684-688 235 



tura umana, rispose, assentendo all' opinione di Zeus, non godere il marito 
che la decima parte del piacere in paragone della moglie. Era. mossa dal- 
l'ira, accecò Tireeia, ma Zeus in ricambio gli diede la longevità e l'arte 
della divinazione. Anche Ovidio (mei, IH. 320 sqq.) ed Igino {/ab. 75 
Schm. p. 79) si attengono a questa forma della tradizione ; e il verso di 
Licofrone corrisponde all'ovidiano (/. e. 323): qtMerere Tiresiae: Vcnus 
kuic erat utraquc nota, 

684. — Ulisse, nel regno dei morti, per consiglio di Circe {Odyss. X. 
526 sgg. ) fa cadere in una fossa il sangue delle vittime sgozzate {Odyss. 
XI. 36) per fare accorrere le Ombre. 

685. — Sempre secondo il consiglio di Circe {Odyss. X. 535) Ulisse 
brandisce il coltello col quale avea sgozzate le vittime, per tener lontane 
dal sangue le Ombre, prima di aver parlato con Tiresia. 

686. — Sulla voce degli spiriti od Ombre di sotterra, opportunamente 
r Holzinger ricorda la vox exigua virgiliana {Aen. VI. 492). 

6H8. — Giunge Ulisse nell'isola di Pitecusc (Ischia). Ben presto vi do- 
vette esser localizzato il mito per opera degli Eretrii e Calcidesi d'Eubea, 
che prima fra i Greci toccarono il Tirreno (Strab. V. 247 ; cfr. Dionys. Hai. 
VII. 3). Al defGnitivo Horire di questo mito, come di altri sulle coste cam- 
pane, avrà contribuito il trionfo dell'elemento greco sull'etrusco dopo la 
vittoria di Cuma (a. 474 a C.) quando Jerone di Siracusa s' impadroniva 
della stessa isola d'Ischia; cfr. n. al v. 648. Pitecuse, detta anche Aenaria 
( PuN. H. h. III. 6 [12] 82) oggi Ischia, è l'isola posta sulla costa campa- 
na di fronte Cuma; cfr. particolarmente \ìe\jqcm^ Campanien (Breslau 189U) 
p. 202 sgg. Fonte di Licofrone e lo storico Timeo citato da Stra6. V. 248 
(=fr. 16 in F. //. G. M I p. 196): a Timeo, che narrava cose meraviglio- 
se, deve riferirsi non solo ciò che Strabone dice delle eruzioni del monte 
Epomeo (= Lyc. dSìO) ma anche la tradizione delle scimmie, cui accenna 
il nostro poeta ; cfr. Giiniher, de ea, quae inter Tintaemn et Lycophronem 
eU. p. 41; Gkpfckbn, Tim. Geogr. p. 29. — Come ben osserva l' Holzinger, 
rqoviojv va unito con ^uxd^ppsvov. Zeus lottando coi Giganti li schiacciava 
sotto l'isola d'Ischia. Alla lotta del dio col gigante Tifeo accenna Omero 
(//. II. 782 ) e la descrive Esiodo (Theog. 820 sgg.) localizzandola nell'Etna, 
in Sicilia. I Giganti furono localizzati in Campania, e quindi in Ischia, per 
la natura vulcanica del suolo, che ricordava quella dei famosi Campi Fle- 
grei di Tracia e di Pallene. Dei Campi Flegrci in Campania parlava già Ti- 
meo (apd. DiOD. IV. 21 =fr. 10 in F. H. G. M l p. 195); cfr. Strab. V. 
245, 248; VI. 281. Cfr. n. al v. 127. Ma si può dire che sotto il nome di 
Flegrea gli antichi intendessero tutta la Campania, comprese le tre isole 
d* Ischia, Procida e Vivara ; cfr. Bblogu. op. di. p. 23. Una volta localizzati 
i Giganti e nell'Etna e in Campania, Pindaro (Pyth. I. [33] 18) come già 
notava Strabone (XIII. 626) fondeva insieme le due tradizioni e le accor- 
dava dicendo che il petto di Tifeo era schiacciato dal paese che dall'Etna 
va sino a Cuma, e cioè sino ad Ischia. Come nota lo scoliata, poneva i 



236 commento: w. ò90-695 



Giganti in Ischia il giambografo Aiscrion (fr. 19 in P. L. G. B IL p. 518) 
che visse al tempo d'Arìstotele. Strabone (/. e.) conosce la tradizione che 
poneva Tifeo sotto Ischia. Cfr. n. al v. 825. 

f>9i ». — Del vulcano Epomeo parlava Timeo ( apd. Strab. V. 248 = fr. 
16 in F, H. G. M I p. 196). 

691. — La tradizione che Zeus avesse fatta abitare l'isola di Pitecusc 
dalle scimmie derivava probabilmente da Timeo; cfr. n. al v. 688. Essa si 
appoggia evidentemente sul nome stesso dell' isola, derivato da zidr^xo^ 
(scimmia): voce che per la prima volta appare in Archiloco e Simonìde 
d'Amorgo, come nota il Beloch ( Campamene p. 2tJ6 ). Questa derivazione 
del nome Pitecuse è già respinta da Plinio (n. k. IH. 6 [12] 82;) ma non pos- 
siamo escludere che la leggenda delle scimmie sia d'origine ben antica. 0\i* 
dio {met. XIV. 9i> sqq.) parla dei Cercopi di Pitecuse trasformati in scimmie: 
e, secondo me, possiamo pensare che tale tradizione traesse origine dall' Eu- 
bea, dove liortva il mito dei Cercopi, i quali appunto derivavano da Oichalia 
(DiOTiM. fr. 2 in E. G. F, K p. 213; cfr. Sebuoìer in Roschkr, Lcx. II. 
1I6'M villaggio del territorio d' Erctria ( Hkcat. apd. Paus. IV'. 2. 3. = fr. 
KHi in K //. G. M I p. 8) ; cfr. Bursian, Geogr, v. Griech. Il p. 426. GU 
Erctrii d'Eubca, giungendo nell* isola d' Ischia, assieme ad altri miti potcan 
importar\'i quello dei Cercopi trasformati in scimmie, confondendo i Giganti 
con i Cercopi. Del resto, nell'antichità i Cercopi cran stati confusi coi Telchini 
( Akuan. hist. an. VI. 58 ) e coi Ciclopi ( Etym. M. Ki^xmzi^ ) e cioè con 
personaggi mitologici propri dei paesi vulcanici. E Licofronc, calcidese, pò- 
tea ben conoscere tali tradizioni. — Per la costruzione del verso cfr. Sgueer, 
Progr. Ploen 1876 p. 5. 

(>93. — Della lotta dei Giganti cogli dei d'Olimpo (ixyovoi K^òvo'j) loca- 
lizzata nei Campi Plegrci, e cioè presso Cuma, parla già Pindaro {Xcm. 1 
(lU»] hi). Vi accenna Strabone (V. 243) e ne discorre Diodoro (IV. 21) sul- 
l'autorità di Timeo, cui evidentemente attinge il nostro poeta. Sui campi 
Flegrei cfr. n. ai w. 115, 127. 

694. — Ulisse passa lungo le coste della Campania, accanto alla citta 
di Baia, che prese nome dal suo compagno Baio, ivi morto, come il capo 
Miseno fu detto dall'altro compagno, Miseno (Strab. V. 245; cfr. L 26; Sil. 
Ital. Vili. 541; XIL 114). Lo scoliasta e Tzetze accennano ad un'altra tra- 
dizione, secondo cui Baio sarebbe stato sepolto in Sicilia: credo che ci sta 
confusione di notizie. Fonte di Licofrone è Timeo: GBFFcatKN, Tim, Gcogr. 
p. 29. Si noti che la testimonianza di Licofrone è nella letteratura il più 
antico ricordo di Baia; cfr. Bkloou, CatnpaiticH p. 181. 

f>95. —Secondo Omero iOdyss. XL 14) i Cimmeri abitavano l'estremo 
Occidente, sull'Oceano, presso l'entrata del regno di Ade. Sorta in Campa- 
nia la tradizione del Iago .A verno e della palude Acherusia, in conformità 
alla Sekyiiì omerica, era naturale che sorgesse anche quella dei Cimmeri. 
Dice Plinio («. h. IH. 5 [«^] 61): Avernus, nixia quem Cimmerium oppidum 
ijHoiuiam — Acherusia palus Cumis vicina. La più antica testimonianza di 



COMMENTO : vv. 6<^7-698 23? . 

questo localizzamentn V abbiamo da Eforo (apd Strab. V. 244 ^ fr. 4ó in 
F. //. G. M I p. 245). È da notare intanto come, contrariamente od Omero, 
gli antichi storici collocassero i Cimmeri in Oriente, sulle rive settentrinnali 
del Mar Nero, forse seguendo la tradizione che faceva invadere V Aaì& Mi- 
nore dai Cimmeri, come pare cantassero i poeti Callino ed Archilnca fi^ twah. 
XIV. (Al). Ma questa sembra che sia una pura tradizione, priva di valore 
storico, erroneamente avvalorata da Erodoto (I. 103; IV. 11 sg.); cfr. Ed. 
Mryrr, (iesch. d. After ih. 1 p. 544 sg. 556. Forse uno scrittore ionio, come 
Ecateo di Mileto, contribuiva a trasportare in Campania dall' Asia Minore ìa 
tradizione dei Cimmeri. — Della palude Acherusia (Lago Fusaro) vtdno Cu- 
ma, oltre ciò che dice Plinio, abbiamo notizia in Strabone (V. 244- f, 2h); 
e ad essa accenna la leggenda bizantina dei viaggi di Ulisse, puhlìcata da 
Arturo Ludwich {Zwei byzantinische Odysseus-Legenden KònisKcr^i I WMH 
p. U) colle parole Tr^v ^ijivr^v x^Àoiitiivr^y Nsxt>o::o^iróv. Dal fiume Acìierontc, 
ricordato nella Odissea omerica (X. 513) sarà venuto il nome Acherusia. Sul 
fiume Acheronte d'Epiro, presso cui era l'oracolo dei morti, che rispondeva 
per mezzo dell'evocazione degli spirti di sotterra (Hìerodot. V. 92) cfr. Hitr- 
siAN, Geogr. v. Griech. I p. 27. Ed anche nel lago A verno di Tarn pan in 
si credeva che un tempo fosse stato un oracolo di morti (Strab. V, 24:1; 
DioD. IV. 22. 2). Sulla topografia della palude Acherusia di Campania ctK 
Bbloch, Campanien p. 188. Costruisco coli' Holzinger zcr/sfioosi^n* fùiv* ìc-j- 
aaivoy^ov (>ó*/B^iai oi^ioTo;. Fonte di Licofrone, per i Cimmeri e la palude 
Acherusia, sarà stato Timeo; cfr. Gbffcken, Tim. Geogr. p. 3(». 

697. — Ossa era un monte d'Italia, come osserva lo scoliasta riferendfisì 
a Metrodoro (fr. 10 in F.H.G. M III. p. 205): doveva essere non lungi da 
Cuma. Metrodoro avrà attinto a Timeo, come pensa il Geffcken {Ttni. Geogr. 
p. 32, 1 83^. — Dice Strabone (V. 245) che il lago Lucrino era separati* dal 
mare da un terrapieno, che si credeva costrutto da Eracle quando tornava 
dall' Iberia coi bovi di Gerione: nell'età romana l'avrebbe condotto a com- 
pimento Agrippa. Ad esso allude Licofrone. Diodoro (IV. 22. 2) lo chiama 
" strada d' Eracle ^ ma dicendo che separava dal mare il lago Averno, in- 
vece del Lucrino, erra per leggerezza nella compilazione delle fimli, e'nme 
mostra il Geffcken {Tim. Geogr. p. 30) il quale crede, anche ^ui, Timei» 
fonte di Licofrone. Cfr. Sil. Itai.. XII. 116 sgg. : Asi hic Lncrìnn tmutsifist 
vocabula quondam \ Cocyii memorai, medioque in gtirgite ponti \ ìlerai* 
leum commendai iler, qua discidit aequor \ Amphilryoniades , armenti 
Victor Hiberi. Cfr. Propkrt. IV. 17. 4 M: Herculeo structa labore via. 

698. — oKzza n6(>3s«ov«V|;, all' entrata del regno dei morti, ricorda Ome- 
ro {Odyss. X. 5(H;). Il lacus Avernus (Aornos) si riteneva sacro a l'ef^^eFrme 
TDiOD. IV. 22) quale ingresso al regno di Ade: ianua Ditis seccando VirRi- 
lio {Aen. VI. 127). Intorno al lago era un bosco sacro: Avermi snnatthit 
sf/i'is (Vkrg. Aen. III. 442; cfr. VI. 118. 564: lucis Avernis) ovverti si/Vit 
lunonis Avernae (Ovin. mei. XIV. 114). Strabone (V. 245) attesly i;he il 
bosco d' Averno fu fatto recidere da Agrippa. Secondo lo scoliasta, e Tzclzet 



238 commento: vv. 699-705 



Persefone era detta Brìmo od Obrimo perchè, rainacciata di violenza da 
Ermete, emise un fremito di sdegno (svc^^i^iy^^oto). Di Brìmo amata da Er- 
mete parla Properzio (B. 2. 1 1 M). Sotto il nome di Brìmo era orìginaria- 
mente adorata in Fere, nella Tessaglia, una dea del regno dei morti, la quale 
poi venne identificata con Persefone, ovvero con Artemide-Ecate, come fa lo 
stesso Licofrone appresso (v. 1 1 76) ed anche con Demetra e Cibelc o Rea : 
cfr. Prrlucr-R. Grieck. Myth. I pag. 327 n. 4, 388; Hopkr in Roschrr, 
Lex. III. 595. 

699. — Al tempo di Strabone si credeva che il Perìflegetonte {Odyss. 
X. 513) scorresse presso la palude Acherusia di Campania, e precisamente 
dove si notavano ancora acque calde (Strab. V. 244; cfr. 1. 26). 

liXX — Il monte, che s' innalza al cielo e da cui scendono i fiumi d*Ita- 
lia, è l'Appennino, come già notò il Canter riferendosi a Polibio (111. ì\0. 
90) a Cicerone {lie orai. III. 19, 69) e a Lucano, il quale (II. 403 sq.) dice: 
fontibus hic vastis immensos concipit amnes \ fluminaqut in gemini spar- 
ga liivortia ponti. Come già osservò il Bachmann, Polydegmon, soprannome 
del dio Ade {Hou,- kymn. Cer. X\TI. 31) è qui appellativo dell* Appennino : 
Licofrone nella descrizione di questi luoghi ha presente il regno dei morti. 
Polydegmon = monte d'Ade. Secondo me, Licofrone pensa che l'Appannino 
è il re dei monti dell'Italia centrale, come Ade è il re delle divinità infe- 
re. — Alla fine del verso, dopo Xó«o^ va segnata la virgola, e così pure 
dopo il V. 702, trovandosi il verbo della proposizione prìncipale appresso, 
al V. 710 (^rjoci). Nella traduzione io divìdo il lungo periodo in più parti, 
sostituendo agli infinitivi verbi di tempo finito. 

703. — Credo col Geflfcken {Tim. Gcogr. p. 32) che Lethaion sia il Ve- 
suvio, giacché il poeta non potrebbe alludere ad altra cima d'eccelso monte, 
parlando della spiaggia che da Cuma va a Napoli. Forse Licofrone nomi- 
nando il Lethaion ha presente il fiume Lethe del regno dei morti, come già 
notò il Bachmann al v. 70i». Ma Licofrone avrà trovato questo nome nella 
sua fonte (Timeo) e non possiamo dire quale significato avesse. Si potrebbe 
pensare a Letham, nome d'una divinità etnisca, che pare corrìsponda ad 
Efesto o ad Estia (cfr. Drbckr in Roschrr. Lex. IL 1956) e quindi alle di- 
vinità del fuoco e dei vulcani : Lethaion potrebbe essere la personificazione 
del Vesuvio. 

704. — Il lacHS Avernus (cfr. n. al v. 698) era circondato tutto all'in- 
torno di montagne (Strab. V. 244) sicché Licofrone lo presenta come se 
fosse in giro chiuso da una fune. Esso nell* antichità era sacro a Persefone. 
Annibale si avvicinava al lago fìngendo di sacrificare , naturalmente a Per- 
sefone (Liv. XXIV. 12) ; cfr. Brloch, Campanien p. 169. Il nome Aornos 
si spiegava nel senso che nessuno uccello (of>v£ov) vi potesse volar sopra 
senza cader morto; cfr. p. s. Lucrkt. VI. 7. 41; Vrro. Aen. VI. 239; Pus. 
n. h. IV. 2. Su Timeo fonte di Licofrone cfr. GKFPracKN, Tim. Geogr. p. 3iX 

7i»ó. — Il Cocito e lo Slige sono fiumi del regno d'Ade, ricordati nel- 
l'Odissea (X. 514): il Cocito è un ramo dello Stige. Licofrone appunto ima- 




commento: vv. 706.712 23^> 

gina che il Oocito tragga origine dallo Stige e che poi si versi nel fondo 
tenebroso dell' A verno. Si credeva che lo Stige corrispondesse ad una fonte 
vicina al mare (Strab. V. 244) e che il Oocito scorresse intorno alle selve 
d'Averno (Vbro. Aen, VI. 131). 

706.— Zeus, detto Tspjiis'j; {tou^kl xò tcoévkdv apygiv xoì -spjio sivai: Schol.) 
avea stabilito agli dei di giurare per lo Stige: questo era il più grande giu- 
ramento fra gli dei (Hom. //. XV. 37; Odyss. V. 184; II. 755; XIV. 271). 
Zeus stabili tale giuramento nell* occasione della lotta contro i Giganti (Hrsiod. 
Theog, 400) ed egli stesso giurando si fece portare da Iris l'acqua dello 
Stige in una tazza {Theog. 784). 

708. — Preferisco la lez. dello Scheer Xoi^^; ct<fu33o)v a quella del Kinkel 
Xoi^; z\ considerando questo verso come l'esplicazione del precedente: Zeus 
per dare esempio agli dei di giurare per lo Stige fece una libazione coU'ac- 
qua dello Stige stesso: (ovo; Xoiflìj; = l'acqua della libazione. Colle altre 
tazze libavano gli altri dei ; cfr. n. al v. 706. 

710. — Aasipa o Aaìpa , che Ferecide (fr. 11 in F. H. G. M I. p. 72) 
considerava come sorella di Stige, era detta Persefone da Eschilo {psychag. 
in Schol. Apollon. Rh. III. 847); cfr. Prkllbr-R. Griech. Myth. I. p. 388 n. l. 
Secondo Tzetze, Persefone era detta Aaìfia xapà tt^v $^òa, e cioè dalla fiac- 
cola che s'imaginava tenesse in mano, nel regno dei morti. 

711. — Ulisse, tornato dal regno delle. Ombre, consacri» a Persefone e 
al marito di lei un elmo collocandolo sopra una colonna. È facile che presso 
Cuma sorgesse un tempio di Persefone e che ivi si credesse di possedere 
un elmo di Ulisse, come si reputava in Sicilia, in Engio, nel tempio delle 
Madri (Plutarch. Marc. XX.); cfr. il mio Contributo alia storia dei aiiti 
delVant. Sicilia (Pisa 1894) p. 53 sgg. 

712. — Da qui al v. 737 si parla delle Sirene, figlie di Acheloo (figlio 
dell'Oceano e di Teti) e della Musa Melpomene, secondo la tradizione più 
comune (Apollod. I. 3. 4). Igino dice : harum fatum fuit tamdiu vivere 
quamdiu earum cantum mortaìis audiens nemo praetervecltts esxet. Uiisses 
monitus a Circe (fab. 125 Schm. p. l()8) — cum praeternavigasset sco- 
ptilos, in quibus morabantur, praecipitaverunt se in mare , a quibus locus 
Sirenides cognominaiur (fab. 141 Schm. p. 22). Cfr. Odyss. Xll. 39 sgg. 
U)6 sgg. Il mito delle Sirene sarà stato anch'esso localizzato in Italia da- 
gli Eubei (cfr. n. al v. 648) ma non, certamente, nella forma nella quale ap- 
pare in Licofrone. Secondo il poema omerico le Sirene son due {Odyss. 
XII. 52) ed abitano in una verdeggiante isola Ob- vv. 45, 167) forse posta 
tra Ea (Aea) e gli scogli di Scilla (Eustath. ad Odyss. XII. 39). La tradizione 
seguita da Licofrone sulla scorta di Timeo (Gkpfckkn, Tim. Cteogr. p. 32 sgg.) 
è evidentemente di epoca più recente: le Sirene sono tre, Partenope, Leuco- 
sia, Ligeia ; e probabilmente il poeta imagina che abitino presso Sorrento, 
nelle tre isolette o scogli ricordati da Strabone (1. 22 ; V. 247) e da altri 
scrittori; cfr. Vkro. Aen. V. 864; Stat. Siìv. II. 2. 16; Pomp. Mkl. II. 8: 
p^tras, quas Sirenas habiiavere. Vicino Sorrento esse aveano un tempio 



24iì ooMMKNTO : vv. 715-717 

(Strab. /. e.) sul promoniorium Minervae oggi detto " Punta della Campa- 
nella ^ (PuN. n. k. III. 5 [M] 62): tempio, ch'era uno dei più antichi d* Italia 
(Ps. Arist. de mir. attsc. 1(^3; Strph. B. s. v. Zstpijvooaaai) ; cfr. Bkloch, 
Campattien p. 275 sg. Ivi il culto delle Sirene fiori sino a tarda età, e 
certamente sin al tempo di Timeo, cui attinge Licofrone; ma più tardi sarà 
stato soppiantato da quello di Atena, che appunto nello stesso promontorio, 
cui dava il nome, avea un tempio : il culto di Atena, forse importato dalla Si- 
cilia, acquistò grande rinomanza nell' epoca posteriore. Cfr. Pais, // cuito 
di Atena Siciliana e V 'Afri^vmov della Punta della Campanella in Arckiv, 
Star, per le prov. napolet. a. XXV. IMiK» p. 335 sgg. Anteriormente a 
Licofrone non conosciamo nessuno scrittore che ci parli delle Sirene in nu- 
mero di tre; ma il noto Vaso di Vulci, che risale al V. sec. a. C. ci rappre- 
senta, con figure in rosso, le tre Sirene che al passaggio d*Ulisse si precipi- 
tano dalle rupi; cfr. Baumeistrr, Denkm. IM3 tav. 17CH>. Porsela circostan- 
za del precipitarsi delle Sirene nel mare, di cui non si parla nei poemi ome- 
rici, sarà sorta, nello svolgimento del mito, dal bisogno di spiegarne il vario 
locai izzamento, già di fatto avvenuto. E forse prima di essere localizzate 
nel Tirreno, le Sirene, lo erano state nello stretto di Messina (cfr. Strab. K 
22, 23). Il definitivo trionfo dell'elemento greco sul cartaginese e sull'etru- 
sco nelle coste d'Italia, dopo le battaglie d* Imera (a. 48(>) e di Cuma (a. 474) 
avrà contribuito alla elaborazione e diffusione di questo mito. 

7 1 5. — Le Sirene, precipitate nel mare, morirono ; ma avendo le ali ri- 
masero galleggianti e coli' agitarsi delle onde or sprofondavano ed or venì- 
van fuori dall' acqua (wxtoóm;). In quanto alla forma delle Sirene cfr. n. 
al V. 653. 

716.— oxou sta invece di òxoi: io l'intendo in relazione con òuxroysa^ 
nel senso che le Sirene galleggiando andavano dove le portava il loro fato. 

717. —La prima delle tre Sirene, Partenope, è rigettata dal mare pres- 
so la città di Napoli. Tup3i; qui significa città; e non v'è ragrione di du- 
bitare che realmente fosse esistita una città di nome Partenope, e cioè la 
Palepoli, vicino al luogo dove più tardi sorse Neapoli o la città nuova, e 
precisamente sulla roccia di Pizzofalcone, come intende il Pais {Star, di 
Ronui 1. 2 p. 472 sgg.). L'antica Partenope sarebbe stata una colonia di 
Rodi, secondo la notizia di Strabone (XIV. (»54 ; cfr. Busolt, Griech. Gesch. 
I p. 3M5) oppugnata dal Beloch {Campanien, p. 440 sg.) ma validamente 
sostenuta dal Pais (/. e). Licofrone allude indubbiamente alla città di Par- 
tenope, ma il nome di Palerò si riferisce invece a Napoli. Questo nome non 
ha niente da fare col Falaride di Sicilia, come erroneamente pretendereb- 
bero gli scoliasti; né pare vada messo in relazione coira^^rr Phalemus. 
come avea pensato il Mommsen (C. /. L. X. I. 170). È da credere col Be- 
loch (o/». cit. p. 2H sgg.) che il nome Palerò stia in relazione colla colo- 
nizzazione attica in Napoli, avvenuta verso il AAO a. C. ; onde ben a ra- 
gione Stefano Bizantino {s. v.) dice che, Falen>, come il famoso porto di 
Atene, era chiamata quella città della Campania che poi si disse Napoli. Era 



commento: vv. 718-722 241 



Faterò un eroe ateniese, uno dei compagni di Giasone nella spedizione ar- 
gonauttca, considerato come il costruttore del porto omonimo, dove avea 
un altare (Paus. I. 1. 4j; e già egli, assieme ad Acamante, altro eroe ate- 
niese, era stato localizzato in Cipro dove avrebbe fondata la città di Soli 
( Strab. XIV. 683 ; cfr. n. al v. 694). Nessuna meraviglia pertanto che la 
tradizione ateniese facesse giungere Palerò in Campania, e prender parte 
alla fondazione di Napoli, accanto alla rovinata Partenope, quando appunto 
vi giungevano i coloni attici. Le buone relazioni di Napoli con Atene, in 
quel tempo, e cioè nella seconda metà del sec. V a. C, sono comprovate dal- 
le stesse monete napolitane che portano l'effigie della testa di Pallade. Si 
potrebbe anche pensare che il nome Partenope ricordasse l'Atena Parthenos 
degli Ateniesi. E il particolare storico, cui appresso, sulla traccia di Timeo, 
allude Licofrone (v. 733 sgg.) che, cioè, durante le guerre peloponnesiache 
l'ammiraglio ateniese Diotimo instituiva in Napoli la festa alla Sirena Par- 
tenope, è conforme alla politica ateniese, che mirava ad avere buone re- 
lazioni colla Campania. E l'istituzione di quella festa avrà contribuito ad 
avvalorare la leggenda di Palerò. Per il mito delle Sirene sulle coste di 
Italia fonte di Licofrone pare sia stato, come dicemmo, Timeo; cfr. Gkpfckkn, 
Tim. Gcogr. p. 32 sgg. 

718. — Il Glanis (Clanius) è il fiume che bagna la campagna di Acer- 
ra ( Vero. Aen. II. 225 ; Sil. Ital. Vili. 537 ) passa vicino Capua e si sca- 
rica nel mare a sud del Volturno. Sebbene non sia molto vicino alla città 
di Cuma, Stefano Bizantino {s, v,) riferendosi a questo luogo di Licofrone 
lo chiama zoTcqiò; Kw^lt];. 

719. — Del sepolcro della Sirena Partenope in Napoli fa fede Plinio 
{n, h. III. 5 [9] 62 ; cfr. Soun. II. 9): corrisponde forse al monumento ri- 
cordato da Strabone (I. 23, 26; V. 246); il quale menziona anche (V. 246) 
la festa in Napoli in onore della Sirena. Su Partenope in Napoli cfr. Dionys. 
Per. 358 et Eustath. ad /. ; Sil. Ital. XII. 33. 

722. — La seconda delle Sirene, Leiicosia, è rigettata dal mare presso 
il promontorio Enipeo, nell' isoletta del golfo di Posidonia ( Pesto ) : l' isolet- 
ta da lei si disse Leucosia (Ps. Aristot. de mir. àuse. 103; Strab. VI. 252, 
258; Plin. w. A. IL 88 [90] 204; IlL 7 [13] 85, dove erroneamente è detta Leu- 
casia). Oggi ne ricorda il nome il Capo Licosa. Enipeo, menzionato nella 
Odissea (XI. 238) come fiume di Tessaglia, è da Strabone (Vili. 356) collocato 
neir Elide ; ma è notevole che tanto dall'Odissea, quanto da Ovidio {mei. 
VI. 116) esso è considerato come divinità fluviale, sotto le cui forme si 
nasconde il dio Posidone ; si da far pensare che Enipeo non fosse altro 
che appellativo del dio del mare. E il promontorio Enipeo è presso la città 
di Posidonia, che, come dice il nome stesso, era rinomata per il culto di 
Posidone; e del famoso tempio del dio avanzano le rovine. Questo culto 
vi avrebbero portato i fondatori della città, sia gli Achei di Sibari (Strab. 
V, 252) sia i Trezeni della stessa Sibari, essendo Trezene del Peloponneso 
tanto sacra al dio Posidone, da esser detta Posidonia (Strab. Vili. 373). 

£. CUCKBI. — La Aìettandra di Lieo/rone. 16 



242 COMMKNTO: w. 724-726 



Suir origine di Posidonia cfr. Pais, Storia della Sic. e della Mag. Grec. 
I p. 534 sgg. ; BurjsoLT, Griech, Gesck. I. p. 40iì. Il localizzamento del mi- 
to di Leucosia potrebbe indicare buone relazioni tra i Greci di Pesto e quel- 
li di Napoli e Sorrento. 

724. — Come nota THolzinger, òy8tv=iy£iv, «spsiv; cfr. Hom. Odyss, I. 2*>7. 
Quali fiumi sieno l'Is e il Laris non c'è detto; ma è da credere, secondo 
me, che corrispondano alle acque del Silaro (Sele) e del Calore, che, unite 
insieme, si scaricano nel mare vicino Pesto : 1' uno, il Silaro, è fiume ràpi- 
do, e cioè grosso ; l'altro, il Calore, ha solo importanza in quanto si uni- 
sce a quello dopo essergli scorso accanto (fstxiov). L*ls è ricordato, a testi- 
monianza del grammatico Erodiano, dallo storico Parthax (o Charax s. MùlL 
fr. 21 in F. H. G. M IIL p. (A\) e pare che sia antico nome del Silaro. 
Dippiù il nome Is compare negli antichi stateri incusi di Posidonia; e ci fa 
pensare che sia stato importato dagli achei di Sibari, fondatori di Posidonia 
(cfr. n. al v. 722) credendosi che Is di Elice fosse stato il fondatore di Sibari 
(Strab. vi. 26.^) ; sicché i Sibariti che giungevano nel seno Posidoniate 
avranno chiamato Is il Silaro. Cfr. Pais, Sior, d. Sic. e d. Mag. Grec. I p. 24^», 
534. Del Laris nulla sappiamo ; sarà stato forse V antico nome del Calore, 
ricordato da Timeo, fonte di Licofrone. lo oserei anche pensare che la for- 
ma Aà(>i; stesse in relazione con Aàfiiso;, fiume dell* Acaia sui confini del- 
l' Elide ( V. ad cs. Strab. Vili. 387; Paus. VI. 20. 10 ). 

720. — La terza delle Sirene, Ligea, è rigettata dal mare su d'una iso- 
letta (cui poi diede il nome) vicina alla costa del Bruzzio, dove era la città 
di Terina; ma raccolta dai marinari del luogo è sepolta presso la foce del- 
l' Ocinaro ([Aristot.] de min ause. U»3; Solin. II. 9; Stbph. B. 5. r. Tspr,va et 
Xsipi;vo{>3ai; e per altre testimonianze di tarda età cfr. Roscher, Lex. II. 2144). 
Erra, secondo me. 1* Holzinger imaginando che Ligea sia stata sepolta nell* iso- 
letta. Solino (/. e.) dice chiaramente: insula Ligea appellata ab eiecto ibi 
carpare Sirenis ita nominatae. Pensando, del resto, che fosse sepolta nell' iso- 
letta si toglierebbe ogni efficacia airimagine del poeta, che il sepolcro di lei 
fosse bagnato dalle acque del fiume Ocinaro. Monete di Terina del V sec. a. C. 
portano, da una parte, la testa della ninfa Terina, e, dall' altra, una figura 
muliebre che facilmente corrisponde alla sirena Ligea: Calai, of greek coins 
Britihs Mtiseum, Italy 380, 387. Terina era stata fondata dai Crotoniati 
(Ps-ScYMN. v. 3tH); Pus. M. h. IH. 5 (U»l 72; Soun. IL 10; Stkph. B. 5. v^ 
e quindi era città achea, come la sibarita Posidonia, dove era onorata la 
sirena Leucosia. Cfr. Pais, Stor. d. Sic. e d. Mag. Grec. \ p. 245 ; Bosolt , 
Griech. Gesch. I p. 402. Il Pais {Terina colonia di Crotone in Atakta Pisa 
18MI p. 13 sgg.) ha egregiamente dimostrata l'esistenza di due Terine: la 
più antica fondata dai Crotoniati sulla montagna (Tiriolo) e la più recente 
sul mare (S. Eufemia) emporio commerciale della prima. Licofrone intende 
parlare della seconda, la marittima; cfr. v. UHì8. Forse il localizzamento del- 
la Sirena Ligea presso Terina sarà stato effetto di buone relazioni con Po- 
sidonia e le popolazioni di Napoli e Sorrento. 



coMMKNTo: vv. 730737 243 



730. — Il fiume Ocinaro, ricordato soltanto da Suida, ha qui l' appel- 
lativo «fii^; , che come osservò lo Scheer {Progr. Ploen 1 876 p. 25) va 
spiegato secondo l'omerico ctps; (//. V. 31) e, cioè, nel senso di ir/upó;, 
giusta l'interpretazione degli scoliasti. L'idea di (X/upó; si riferisce alla voce 
^oóxs{»o;: i fiumi e i torrenti davano agli antichi l'imagine del toro, e quindi 
le divinità fluviali erano rappresentate come tori colla faccia umana o come 
giovinetti col capo adorno di piccole corna. E qui il poeta imagina l'Ocinaro 
come dio fluviale, che accarezzi colle sue acque il sepolcro di Ligea. Non 
accetto r ingegnosa interpretazione dell' Holzinger, che 'Apr^; voglia indicare 
il fiume Ocinaro, che scorre presso Terina, essendoci la leggenda (Anton. Lib. 
XXO che il dio Ares fosse amante della ninfa Terina; e quindi òpvi&óiraiSo; 
ta^ (v. 731) significhi la città di Terina. Questa leggenda si riferisce alla Tra- 
cia e non credo che abbia relazione colla città della Magna Grecia ; né vi sa - 
rebbe ragione di chiamare Terina òpvid-óxat;: è Ligea " l'alata fanciulla». U 
poeta pensa che sulla tomba s' ergesse un monumento di pietra raffigurante 
Ligea. Cfr. n. al v. 053. Del tutto arbitraria è poi la correzione di APH2J 
in AFH, proposta dal Millingen ed accettata dal Lenormant (La Grande* 
Grece IH. p. 101). 

732. — La prima delle tre Sirene ricordate innanzi è Partenope. Noi 
sappiamo da Timeo (apd Schol. ad l. = fr. 99 in F. H. G, M I p. 218) 
che in onore di Partenope sacrificava ed ordinava una gara di fiaccole l'am- 
miraglio ateniese Diotimo, il quale giungeva nel porto di Napoli ; per cui 
d'allora in poi i Napoletani serbarono il costume di celebrare annualmente 
quella festa. Diotimo, figlio di Strombico, era realmente uno stratego ate- 
niese nella guerra peloponnesiaca ed è ricordato da Tucidide (I. 45) presso 
risola di Corcira, all'anno 432. La festa da lui fatta in quel tempo alla 
Sirena Partenope si ricollega alla politica di Atene, già seguita da qualche 
tempo; cfr. n. al v. 717. Può darsi che la tradizione ateniese desse a Dio- 
timo r onore di avere instituita una festa che forse si usava per lo innan- 
zi e che, pare, continuava a celebrarsi anche appresso, al tempo di Stra^ 
bone (V. 246). Io intendo che si tratti d' una gara di remiganti fatta al lu^ 
me delle fiaccole. Qui la flotta ateniese è detta di Mopsopo (Mó'^oico;: genit 
di Mó'{»o'^ [secondo Stbph. B. s. v. et. paraphras. gr. apd Schbbr ed. Lyc. ] 
sta invece di Mo'{»oitt'5o; ovvero di Mo']»oicsia; in accordo con vayapyia;, co- 
me nota r Holzinger) perchè 1' Attica sarebbe stata chiamata anticamente Mop- 
sopia dal re Mopsopo (Strab. IX. 397, 443; Callimach. apd Stkph. B. s. i'.) 
ovvero da Mopsopia , figlia dell' Oceano (Euphor. apd Suid. s. v. KÙ'^ opuov), 

737. — Il poeta determina la località di Napoli coli' indicazione del por 
to Miseno ch'era rinomatissimo nell'antichità (Dionys. Mal. I. 53); cfr. Br- 
ixx:h, Campanien p. 19i), 195. Ivi sarebbe perito ed avrebbe trovata sepol- 
tura Miseno lasciando alla località il suo nome (Vkrq. Aen. VI. 163, 231' 
sqq.) : egli era anche considerato dalla leggenda come compagno di Ulisse 
(Strab. l. 26); ma la tradizione più comune lo faceva compagno dì Enea nel 
viaggio in Italia (Dionys. Hal. /. e. : Vero. Acfi. III. 239 ; cfr. /. e). Al poeta 



244 commento: w. 738.75C> 



Stesicoro si deve probabilmente il localizzameli to di Miseno nella Campania: 
secondo la Tavola Iliaca del Museo Capitolino (Baumbistrr, Denkm. p. 72it 
tav. 775 n. Ili) Stesicoro avrebbe cantato la partenza di Enea, accompa- 
gnato dal trombettiere Miseno, per l'Esperia. — Etym. M. 732. 19 ràiXa 
vassovTai xXtTr/ Xijoviai òs tò Tp«r/sa xXifLoia. A. — 

738. — Toma il poeta a parlare di Ulisse ricordando alcuni episodi 
dell'epopea omerica: qui accenna ai venti di Eolo rinchiusi nell' otre (OJvss. 
X. 2(^ sgg; cfr. al v. 19: òaxòv ^oó; e al v. 20: ^uxTacuv òvspov). 

lAO, — Si ricorda l'episodio della nave di Ulisse fulminata da Zeus 
{Odyss. Xn. 387, 415) per vendicare il Sole (Helios) cui i compagni di Ulisse 
aveano uccise le giovenche. Licofrone non collega questo episodio coli' altro 
di Eolo, come erroneamente crede Tzetze. 

741. — Ulisse, trovata salvezza negli avanzi della nave, trasportato dalla 
corrente giunge nuovamente presso Cariddi : per sfuggire il perìcolo si slancia 
in alto e si aggrappa ad un caprifico cui resta sospeso come un pipistrello 
{Odyss. XII. 432). Licofrone paragona Ulisse al gabbiano quale uccello che 
va girando qua e là sul mare. L'appellativo di xaór^^ è anche dato a Cal- 
cante, Idomeneo e Stenelo (v. 425.). 

744. — Figlia dì Atlante era Calipso (Odyss, VII. 245). — Jlaióv, come 
nota l'Holzìnger, non si riferisce alla durata di tempo che Ulisse passò presso 
Calipso. durata che fu di sette anni {Odyss, VII. 259) ma al fatto che egli 
soltanto per breve tempo trovò diletto nella compagnia della dea {Otiyss. 
V. 151. sgg.). 

745. — Ulisse, aiutato da Calipso, cogli alberi del bosco costruisce una 
zattera: ce ne dà la descrizione Omero {Odyss. V. 237. sgg.). — àvayió)rT,Tw: 
lez. dello Scheer, accettata dal Kinkel, e dedotta dalle parole di Tzetz. ùxò 
vouxiwv oOx v/tizai (ScHSER. Proj^r. Ploen 1876 p. 16: cfr. in Rkein, Mms. 
XXXIV p. 278) ; è molto efficace perchè aggiunge un particolare nuovo nella 
descrizione: l'ardire di Ulisse era grande anche perchè la zattera ** non era 
guidata da marinari „ e quindi egli * solo, senza compagni , si avventu- 
rava nell'oceano. Traduco liberamente. Secondo me a torto l'Holzinger pre- 
ferisce la vecchia lez. òvauìkóyTjTov. 

748. — Per (ó^i^oi cfr. Odyss. V. 248. Dei •(♦i'^foi = cavicchi o chiodi, 
adoperati nella costruzione delle zattere, parla Hkrodot. II. 9<). 2. 

749. — Sotto il nome di Anfibeo era Posidone onorato in Cirene, secondo 
Schoi. et TzRTZ. Il dio fa che. le onde sbalzino Ulisse fuorì la barca {Odyss. 
V. 315). 

750. — Il xTjpyXo; è il maschio degli alcioni ( cfr. n. al v. 387 ) e quin- 
di dice il poeta * piccolo figlio della femmina del xr^fìóXo; , invece di piccolo 
figlio dell'alcione. 11 paragone sta in ciò che l'alcione, uccello marino, se> 
condo le antiche credenze suole nidificare sul lido del mare circa il tem- 
po in cui cade il più breve giorno dell' anno, e cioè nel cuore dell' inver- 
no; onde facilmente i piccini vengono dai temporali sbalzati sulle onde. La 
leggenda aggiungeva che Zeus, mosso a compassione, avea ordinato ai ven- 



commento: w. 751-761 245 



ti di non spirare durante il tempo della covatura, e cioè sette giorni prima 
e sette dopo il parto dell' alcione ( Arist. h. a. V. 8 ; Schol. Hom. //. IX. 
562 ; Hygin. /ab. 65 Schm. p. 63; cfr. Ovid. mei. XI. 745 ). Per la leggen- 
da di Alcione cfr. Prbllbr-P. Gricch. Myth. II p. 248 sgg. e Stoll in 
RoscHBR, Lcx. I. 25(.). 

751. — Come la nave fosse formata di travi ed assi uniti insieme, dice 
Omero {Odyss. V. 247 sgg.). 

752. — Le funi legate alle vele della barca ricorda Omero ( Odyss. V. 
26U). Per ^óxxr^v cfr. v. 387; cfr. Etym. A/. 291. 22. 

754. — Ulisse è trascinato dai vortici sin nel fondo del mare, cioè là 
dove dimora Glauco. Dio del mare, Glauco, era nella sua origine un pescatore 
della città beota di Antedone, così detta dal padre di lui Antedone (Mnaskas 
apd. Athkn. VII. 296 b=fr. 12 in F. H. G. M HI p. 151; Steph. B. s. v. 
^Ayfhfitifv) ovvero da Anthas, figlio di Posidone e di Alcione (Paus. IX. 22. 
5). Poiché anche Glauco era ritenuto figlio di Alcione (cfr. Athbn. /. e.) si 
può pensare che egli fosse identificato coir eroe Anthas fondatore della città. 
Già quelli di Antedone consideravano Glauco come loro capostipide (Di- 
CAKARCH. 23 in F. H. G. M II p. 259) e gli professavano culto divino CPaus. IX. 
22. 6 sg.); cfr. Schirmer et Gabdkchens in Roschbr, Lcx. I. 367, 1678. — 
Antedone è città marittima del nord-est della Beozia, sul golfo di Eubea : 
i suoi abitanti viveano anticamente la vita del mare ; cfr. Bursian , Geogr. 
V. Gricch. I. p. 214. Licofrone la dice tracia perchè si credeva anticamente 
abitata dai Traci, come intende Stbph. B. s. v. auvo)xi3«v 5'aùi?;v Bpfxac; 
cfr. Schol. et Tzbtz. 

756. — Il sughero (fpcXXóv) come cosa leggerissima e quindi facilissi- 
ma ad esser sbalzata dalle onde, è ricordato da Strab. I. 53. 

757. — Ad Ulisse trascinato dalle correnti del mare porge aiuto la dea 
marina Ino-Leucotea, gettandogli la sua benda {Odyss. V. 333 sgg.). Byne=3 
Ino-Leucotea ; cfr. n. al v. 106. 

758. — La benda di Leucotea è detta da Omero {Odyss. V. 346, 373, 
459) xpyj^ivov. Lo stesso Omero usa, come nota lo scoliasta, la voce a|Lict>£ 
(//. XXII. 469) ma la distingue dall'altra xfnjòsyivov {ib. v. 470) forse dan- 
dole il significato d'una fascia con cui le donne si cingevano per ornamento 
la fronte. — Il significato di Ssòpw^poqfiuvov si deve trarre dal verbo chco^ù<psiv 
come ben ricavò dal luogo dell Odyss. V. 434 sg. lo Scheer {Progr. Ploen 
1876 p. 23). 

759.— Mi attengo alla lez. xpzoqfpctTCTouc accettata dal Canter e dal Kinkel. 

761. — v^3o; "ApXTj (=Ap8iccivT^j è l'isola dei Feaci, Corcira, ove era 
stata sotterrata la falce colla quale Zeus evirò Crono. Ciò narrava Timeo 
(fr. 54 in F. H. G. M I. p. 203) e a ciò si riferisce Licofrone dicendo che 
Corcira era odiosa a Crono. Lo stesso Timeo (/. e.) esponeva l'altra tradizione 
della falce usata da Crono contro Urano; e lo Schol. Apoi.l. Rh. IV. 984 ci 
dice che Aristotele pensava trattarsi della falce data da Efesto a Demetra per 
mietere le spighe; cfr. Tzbtz. 



246 COMMENTO : w. 763-768 



763. — Ulisse giungeva all'isola dei Feaci nudo {Odyss. VI. 12^, 136) 
e gli dava una tunica e un manto Nausica, la fìglia di Alcinoo (Odyss. VI. 
214). Egli supplicava Nausica (VI. 142 sgg. VII. 2VÌ) e come supplice si 
presentava alla regina Erctc {Odyss. VII. 142) e al re Alcinoo (ib. I6ó). Ulis- 
se è detto xóxi;, astuto parlatore, nel senso che parla in maniera capziosa. Lo 
stesso Licofrone ha già alluso alle Unzioni d'Ulisse, il quale giunto in Itaca 
dice essere Etone, fratello di Idomeneo (v. 432). Euripide {Hec. 131 sg.) lo 
chiama xoixtXó^ppoiv xóici; r^^uXó^o; ; cfr. Bachmann ad. l. Il xóxi; sta d'ac- 
cordo col ^lu^iXaTHì; del v. seg. 

764. — Son d* accordo coli* Holzinger nel dare alla voce jio^xXcwnjv 
significato attivo, ma non nell' interpretare fóov come le lagrime che manda 
Ulisse air ascoltare i canti di Demodoco alla corte di Alcinoo, secondo il li- 
bro \\\\ dell' Odissea ; giacché neanche con tale interpretazione resta spie- 
gata la voce (Lu&oicXà^Tr^v. Dove sta la finzione o la menzogna? Secondo 
me, nel fatto che Ulisse dice a Polifemo di chiamarsi Nessuno e lo trae 
quindi in inganno, secondo il lib. IX dell'Odissea (cfr. v. 414). Ulisse espo- 
ne ad Alcinoo i suoi casi e Licofrone ricorda principalmente l'avventura di 
Polifema Questo verso, secondo me, sta in stretto rapporto col seg. 

765. — Accenna all'accecamento di Polifemo (Odyss, IX. 382 sgg.). — 
òóxo; corrisponde all'apio; àyr^(^ di Omero (tb. 494 X 

766. — Polifemo scongiura il dio Posidone, suo padre, di vendicarlo 
di Ulisse, non concedendogli di tornare in patria {Odyss, IX. 526). (Cassan- 
dra prevede ciò con piacere. 

767. — In Atene Posidone era adorato anche sotto il nome di Melanto 
{Sckol. et TzETZ.). Questo nome ricorda i personaggi mitici di Melantheia, 
Melantho, Melas, che stanno in relazione con Posidone (v. Roschbr, Lex. IL 
2581 sgg.). Forse esso comprende l'idea del colore oscuro ({liXaO che pren- 
de il mare in tempesta quando il cielo è coperto di nere nubi. A questa 
interpretazione adatto la traduzione. — 'Iincr^ro;; era detto Posidone a Delo 
(Schol.), Comune era in Grecia l'appellativo di ixxio^ dato a Posidone e 
veniva spiegato colla leggenda che il dio, cercando Demetra trasformata in 
una cavalla, prendesse forme di cavallo e la facesse madre del cavallo 
.Arione. E si noti che con ciò si spiegava anche il soprannome Melaina 
(cfr. Melanthos) di Demetra in Figalia d' Arcadia (Paus. Vili. 25 5; 42. l); 
cfr. Immkrwahr, Die KulU und Mythen Arkadiens p. 106, 118. Tietze si 
riferisce a questa tradizione ed aggiunge ricordarsi da alcuni a Colono una 
statua del dio nell'atto di procreare il cavallo Scifìo o Scironite. È proba- 
bile infatti che la voce stxXi^sv^ si riferisca al dio immaginato nell'atto di 
procreare il cavallo. Non accetto la lez. crptKtftiv^' dello Scheer (Rkei». 
Mus. XXXIV p. 463 sg.) che ingegnosamente sostiene MsXav^ «rpcVa^sv^' 
txjnrjsTTjV debba riferirsi ad Ulisse e non a Posidone. 

768. — Pstftpov è il porto di Itaca (Odyss. I. 186).— Nijpiiov: monte di Ita- 
ca (HoM. //. 11. 632; Odyss. IX. 22; XIII. 351; cfr. Strab. X. 454; Pun. h, *. 
IV. 12 [191 5v5). 



commento: w. 771-775 247 



771. — jiàxXo^ si diceva propriamente dell'asino: qui si riferisce ai Proci 
perchè mossi da libidine; e in questo senso pare l'usasse il poeta Archilo- 
co (fr. 183 in P. L. G. B LI p. 434) secondo nota lo scoliasta, che riferisce 
pure un verso di Callimaco ( = fr. 180 Schn.); cfr. Hbsych. s. v. jióxXor oé 
>.cqvoi xaì òysuTcei ; cfr. Etynt. M. 594. 19. I Proci son detti donnaiuoli 
non rispetto a Penelope ma, come osserva l' Holzinger, per le loro relazioni 
amorose colle ancelle di lei {Odyss, XVI. K»0; XVIII. 325; XX. 319; XXI!. 
37, 424, 445, 4M).— Jlaosctpa non deve intendersi nel senso di donna disone- 
sta, come fanno gli antichi commentatori e VEtym, A/. 190. 51 e come pare 
Io stesso Licofrone r usi al v. 1393. Contrariamente alla tradizione omerica 
ce n'era un'altra, evidentemente posteriore, secondo cui Penelope rompeva la 
fede coniugale durante l' assenza di Ulisse amoreggiando coi Proci e al ritorno 
del marito n' era cacciata di casa. È riferita particolarmente da Pausania (Vili. 
22. 6) e pare che ad essa accennasse la biblioteca di ApoUodoro, esponen- 
dola come tradizione di poco credito (ApOLtx)D. epii. 7. 38 sg. in Myih. 
gr. W p. 237). Ma Licofrone non si attiene a questa tradizione, bensì alla 
omerica che faceva Penelope onesta consorte. Ciò risulta evidentemente dalla 
voce ss^vòi; del v. seg. Se e' è qui un certo disprezzo per la moglie del- 
l' eroe greco, si deve all'animosità di Cassandra, la quale incolpa colei di 
avere rovinato il patrimonio del marito, per essersi lasciata corteggiare dai 
Proci * 3£po); xaa«>ps6oy3« ,.— Baaaapo era una baccante tracia, cosi detta 
dall'omonimo luogo o dal variopinto abito che portavano le tracie Menadi, o 
forse anche dalle pelli di volpe di cui si coprivano; onde il nome Bassara 
sta in relazione col culto dionisiaco (Scuultbz in Roschecr, L^^r. I. 751; cfr. 
Thrarmbr, ib. 1039). Eschilo ** Bassara „ o " Bassaridi „ e cioè le Baccanti, avreb- 
be inhtplato un suo drama (T. G. F. N p. 9). Ma Cassandra non vuol dire 
che Penelope sia una disonesta baccante, ma che dovrà assistere alle gozzo- 
viglie dei Proci quasi una baccante, per non rispondere recisamente di no 
alle loro dimamie. Nella Odissea si accenna alla condotta civettuola di Pe- 
nelope (II. 90 sgg.) e si ricordano ripetutamente i banchetti e le gozzovi- 
glie dei Proci a danno della casa di Ulisse: e su ciò basta sentire i lamen- 
ti di Telemaco (II. 55 sgg., 76) e della stessa Penelope (XVIII. 280). — Do- 
po ^aa^ofia tolgo collo Scheer la virgola. 

774. — Come notano lo scoliasta e Tzetze, qui si allude particolarmente 
al combattimento sostenuto da Ulisse innanzi alle porte Scce intorno al ca- 
davere di Achille. Già lo stesso Ulisse rimpiange di non esser morto in quel- 
la occasione, secondo l' Odyss. V. 308 ; cfr. Iliad. XXII. 360 et Ailhiop. apd 
Procl. in E. G. F. K p. 34. 

775. — Ulisse, giunto in Itaca, è detto ^oXoppó; da Melanzio e da Irò 
(Odyss, XVII. 219; XVIII. 26; cfr. Schol, et Tzbtz.) e dai domestici è ol- 
traggiato e minacciato (Odyss. XVII. 217, 231; XVIII. 327, 334; XIX. 66 
e sgg.). A torto Tzetze biasima Licofrone per la frase sòXóf cji v(ijx(|> non in- 
tendendone il vero significato. Il poeta vuol paragonare Ulisse al paziente 



248 COMMENTO : w. 778-786 



e forte bove, che sopporta il giogo dell* aratro, o ad altre bestie che pazien- 
temente portan gravi carichi sul dorso. 

778. — Omero parla dei maltrattamenti di Ulisse tornato in Itaca: cosi 
Melanzio gli dà un calcio nella coscia (Odyss. XVII. 233); Ctesippo gli lan- 
cia in faccia un pie di bue {Qdyss. XX. 299) ed egli stesso si lagna dì cor- 
rere il rìschio di ricevere delle botte (x^-pjoi Odyss, XVHL 54). Ma Omero 
non parla esplicitamente di battiture. Ciò fa Cassandra, quasi compiacendosi 
dei mali dell' eroe. Forse, prima di Licofrone, la tradizione avea sviluppati 
quei cenni dati dall'Odissea, come pare avvenisse pei calci lanciati contro 
Ulisse ; giacche, come notavano gli antichi commentatorì, mentre Omero non 
ne fa cenno, questo particolare era noto ad Eschilo (fr. 180 in T. G. F. N 
p. 59; cfr. Schol, Lyc. et Tzicrz.). 

780. — Toante, fìglio d'Andremone, era uno dei Greci andati a Troia 
e ricordati da Omero (//, li. 638; VII. 168; XIII. 216; XIV. 499). Nell'Odis- 
sea (IV. 244 sgg.) Elena narra come Ulisse col corpo rovinato di piaghe e 
coperto di poveri panni, si da prendere le sembianze di mendico o schiavo, 
l>enetrò in Troia ed uccise molti nemici. Può darsi che Licofrone anche qui 
sia stato seguito da Euforione (fr. 151 M) ma devesi notare, ciò che non fa 
lo Knaack {EuphorioHca in lakrb. f. class. Philolog, p. 147) che il racconto 
licofroneo di Ulisse che si fa battere da Toante, sì da esser coperto di fe- 
rite, risale all' autore della Piccola Iliade (fr. 8 in E. G. F. K p. 42) come 
già notavano gli antichi commentatori ; e a ciò si riferisce Proclo (in E. G. 
F. K p. 37) dicendo che in questo poema si parlava di LUisse che, sfregia- 
tosi il corpo, entrava in Troia come esploratore. Vi accennava anche Euri- 
pide {Hecub, 239). 

785. — xpó^io; : il re Priamo. Ulisse si presentava a Priamo come pro- 
fugo dal campo greco e per dar fede al suo discorso si mostrava coperto 
di ferite e piangeva. (3ome è stato notato, qui Licofrone ha presente la sce- 
na di Sinone, in Troia, che risale alla Distruziont d' Ilio {E, G. F, K p. 49) 
e a quella di Zopiro, in Babilonia, narrata da Erodoto (III. 154) o di Me- 
gabizo, secondo Ctesia {Persie. 22). 

786. — Che Licofrone segua la tradizione omerica, secondo cui patria 
di Ulisse è Itaca, l'attesta esplicitamente il v. 815. Or non è da credere che 
qui Licofrone si contraddica afTermando che Ulisse nasceva in Beozia. Au- 
tolieo, padre di Anticlea, la madre d'Ulisse, viveva già sul Parnaso, secon- 
do r Odissea. E lo storico Istro (apd Plittarch. quacst. gr. 43 = fr. 52 in 
F. H. G. MI p. 425) narrava, e vero, che Laerte sposata Anticlea la con- 
dusse presso .\lalcomenio in Beozia, ove partorì Ulisse, il quale poi in rì- 
cordo del luogo di nascita diede ad una città d'Itaca il nome di Alalcomena. 
Ma Licofrone che crede Ulisse figlio naturale di Sisifo (vv. 343, 1030) deve 
aver presente un' altra tradizione, la quale forse ha rapporto col racconto 
dello Schol. Sophocl. 190 , secondo cui Anticlea dal padre era stata man- 
data dall' Arcadia [Beozia ?] in Itaca per andare sposa a Laerte, ma {>er via, 
a Corinto, era violata da Sisifo. La tradizione licofronea doveva ammettere 



GOMMBNTo: w. 788-793 249 



che Anticlea, prima di sposare Laerte, diventava madre di Ulisse per opera 
di Sisifo nella stessa Beozia , ma che poi lo dava alla luce in Itaca, dopo 
aver sposato Laerte. A ragione quindi THolzinger, in uno studio posteriore 
air ed. Lyc. {BemcrknngeH zu Lykopkrou in Serta Harteliana Wien 1H96 
p. 89 sg.) fa iiixvoj38v=ÌYÌw>j3sv e lo spiega nel senso di ** concepire , e 
non " partorire ,. Del resto, potrebbe anche credersi che la tradizione lico- 
fronea stabilisse l'unione di Sisifo con Anticlea in Alalcomenio, di cui parla 
lo storico Istro. Io credo che la tradizione che fa nascere o concepire Ulisse 
in Beozia sia appunto collegata al culto di Atena (Alalcomena) della dea 
cioè che secondo il poema omerico è protettrice dell' eroe errabondo : si ri- 
feriva la sua origine ad Alalcomenai, dove appunto si diceva nascesse la dea 
(Strab. IX. 413). Né forse era casuale che nella pianura di Mantinea, non lungi 
dal luogo ove si additava il sepolcro di Penelope, la moglie di Ulisse, era 
la fonte Alalcomenia (Paus. Vili. 1 2. ó). — Temmici : si credeva che fos- 
sero gli antichi abitatori della Beozia ; cfr. n. al v. 644. V espressione 
* colle Temmicio ^ serve ad indicare il villaggio d' Alalcomcnio, il luogo sa- 
cro di Atena, qui detta Bombilia. In Beozia infatti Atena era appellata Bom- 
bilia, perche inventrice dell' arte del flauto ; cfr. Prkllbr-R. Griech. Mytk. 
I. p. 223. 

788. — Ulisse giunse in Itaca solo, senza compagni {Qdyss. IX. 534) 
mentre era andato a Troia con 12 navi (//. II. 637). — Per il participio 
passato a«)^; cfr. n. al v. 360. 

789. — Per xatWjg v. n. al v. 387; cfr. vv. 425, 741. 

791. — Ilpomoi chiama i Proci da una delle quattro città o tribù del- 
l' isola Cefalonia (Kephallenia) ricordata da Tucidite (II. 30) come osserva lo 
SckoL\ cfr. Strab. X. 455. 

792. — Laconia è detta Penelope, perchè figlia di Icario, fratello di Tin- 
daro, eroi Spartani (Fbrbgid. fr. 90 in F. H. G. M\ p. 93; Apollod. 1. 9. ó; 
III. IO. 3). — «tvopaxysoioo: Cassandra stimmatizza la leggerezza e la spen- 
sieratezza di Penelope; cfr. n. al v. 771. 

793. — sùfop si trova usato anche da Sofrone {Etym. M. 737. 2). Pare 
che questa voce servisse originariamente ad indicare la pelle del serpente 
e poi la pelle rugosa dei vecchi e quindi l'età della decrepitezza; cfr. Konzb, 
p. 82. Qui oùrfOLp va unito a xópa^: V uccello che secondo la comune creden- 
za vive una vita lunghissima e quindi è considerato come simbolo della 
vecchiezza. — icfjvnov sxiica; significa porto di mare; ma io non credo che 
indichi particolarmente il porto di Itaca: e una espressione generica che dà 
r idea del mare. Ulisse va in Epiro giacché secondo l' ordine di Tiresia, uccisi 
i Proci, deve recarsi, per offrire un sacrifizio al dio Posidone, lontano della 
patria e deve fermarsi soltanto allora che si troverà in mezzo a gente che 
non conosca il mare e che non abbia neanche notizia delle navi (Odyss, 
XI. 121 sgg.; cfr. XXIII. 268 sgg.). Per eseguire questo ordine egli dovrà 
fuggire i luoghi dove son porti di mare, e cioè le spiagge, ed internarsi in 
una regione montuosa. Se il poeta volesse dire che Ulisse partiva da Itaca, 



250 coMiONTo: w. 794-796 



fion si comprenderebbe il valore del verbo ^u^wv. Avrebbe ^p'iv un chiaro 
significato se si potesse ammettere, come crede il Canter, che della morte di 
IMisse per una spina d'un pesce (v. 796) ci sia allusione nella predizioDc 
di Tiresia {Odyss. XI. 134): Ulisse sfuggirebbe il mare avvertito dal vate. 
Ma l'Odissea non conosce Telegono figlio di Ulisse: e noi dobbiamo attener- 
CI alla comune interpretazione della frase omerica i^ a/^ó; per ic*** àXó;. Del 
\ iaggio e della dimora di Ulisse in Epiro, secondo l'ordine di Tiresia, can- 
tava la Telegonia (Procl. in E. G. F. K p. n7) e pare parlasse la biblioteca 
di Apollodoro in maniera particolareggiata (Apollod. epit, 7. 34. in Mytk. gr. 
Vf 1 p. ?36>. U poema omerico non faceva il nome dell' Epiro; era la tradizione 
posteriore che quivi locahsaava il mito di Ulisse. E ciò sarà avvenuto, sia 
per il contatto cogli Etoli, presso f quali secondo lo stesso Licofrone (79^0 
fioriva il culto dell'eroe, sia, e ancora più facilmente, per l'opera dei Cor- 
L-tresi, i Pcaci omerici, posti accanto le coste dell' Eprrik— Costruisco vjyr^ 
*'if>a$ ft^vtìioi e dopo ^stToi e dopo 3xi::a; tolgo le virgole, ckQ son segna- 
te nel testo del Kinkcl. 

794. —Secondo l'Odissea (XI. 13'J sgg.) e cioè secondo la predizione 
dì Tiresia, Ulisse torna dall'Epiro in Itaca e solo in tarda età incontra la 
morte. — ai>v òtcXoi;: perche muore combattendo col figlio Telegono. Di ciò 
parlava la Telegonia (Procl. in E. G. P. K p. 57). — Per Nr^fn'Twv cfr. n. 
ìli V. 768. 

795. — Mentre l'CMissea, che non conosce Telegono, fa morire Ulisse 
dì morte, tranquilla (XI. 135) la tradizione posteriore che si riscontra nella 
Telegonia {l. e.) e che è seguita da Licofrone, ammetteva che Ulisse dal- 
l'Epiro tornava in Itaca e che qui poco appresso era ucciso dal figlio Tele- 
fono: questi era mandato in cerca del padre per incarico della madre Cir- 
ce (Hygin. fab. 127. Schm. p. Ili) ed approdato in Itaca si dava a depre- 
dare r isola (spinto dalla fame : Htgin. /. e.) quando Ulisse gli moveva in- 
contro colle armi in mano; egli ignorando che fosse il padre suo l' uccìdeva. 
Si può pensare che questo episodio della morte di Ulisse trattasse il poeta 
Sofocle nel suo drama Odyssetis acanihoplex {T. G. F. N p. 23c0. Il rac- 
conto di Licofrone pare fosse anche narrato da Apollodoro {epit. 7. 36 in 
Myth. gr. W l p. 236) che, direttamente o no, avrà attinto alla Telegonia 
e durava diffuso sino a tarda epoca, come attesta una leggenda bizantina 
pubblicata da A. Ludovich {Zwei bizant, Odyssetis- Legenden p. 14). — Telc- 
ìi^oTìo come figlio di Ulisse e di Circe era noto all' autore dei Ritorni (fr. 
'* in E. G. F. K p. 56). Che l'asta di Telegono avesse in punta una spina 
della razza marina ricorda Oppiano (Halieut. U. 470) come già osserva lo 
^coliasta; cfr. Schol. Hom. Odyss. XI. 134. Partenio {eroi. III) accennando a 
questo fatto, dice di Ulisse t(m»»^ì; òxàvJhQ ^aXaaata; Tpu^óvo; ìx8>^ÙTr^3sv; ed 
Ovidio {Ih, 567): ossibtis inque iuis teli genus haereat illnd, \ traditur 
icarii quo cecidisse gener; cfr. ApolijOD. epit. l. e. 

796. — Che le ferite delle spine della razza fossero mortali, credevano 
comunemente gli antichi; v. ad es. Oppian. Halieut^ II. 471; U. 36; Plxn. n. 



commento: w. 798-805 251 



h. IX. 48 [72] 155. Plinio O- c-) crede più velenosa la spina che a questo 
pesce {paslinaca) spunta sulla coda e dice: arma ut tehtm perforai vi fer- 
ri et veneni malo, — * Sardegna , qui corrisponde all'espressione " mar Tirre- 
no „; cfr. Apollod. I. 9. 24: Circe che stava in Tirrenia avrà armata l'asta 
del figlio Telegono colla spina d'un pesce del mar Tirreno, come osserva- 
va lo stesso Tzetze. 

798. — Cugina di Telogono era Medea. Che Achille diventasse negli Eli- 
si marito di Medea, ha detto innanzi lo stesso Licofrone (v. 174; cfr. n.ad 
/.). Essendo Medea figlia di Eeta, fratello di Circe (Hom. Odyss. X. 136 sgg.; 
Hbsiod. Theog. 956 sgg.) era cugina del figlio di costei, Telegono. 

790. ' — Gli Euritani erano uno degli antichi popoli dell' Etolia (sf^/o; 
AiToXixóv Stbph. B. s. V,) sino al tempo della guerra del Peloponneso rite- 
nuti come gente forte, ma assai rozza (Thuc. UI. 94). Sono più volte ricor- 
dati da Strabone (X. 448, 451, 465). Cfr. Bursian, Geogr. v. Griech, I 
p. 141. Il mito di Ulisse sarà venuto facilmente tra quella gente dalle isole 
del mare Ionio, già, come Itaca, identificate coi luoghi descritti dall'epopea 
omerica. Che presso gli Euritani vi fosse un oracolo di Ulisse, narrava già 
Aristotele nella Politica degli Itacensi (fr. 5(J8 R) come ci fa sapere lo sco- 
liasta. Forse era diffusa la tradizione che faceva andare Ulisse in Etolia 
presso Toantc (cfr. v. 780) di cui sposava la figlia (Apollod. epit. 7. 4 in 
Myth. gr, W I p. 237). Si noti che le Sirene, cosi strettamente legate al 
mito di Ulisse, erano di Etolia. come ha detto lo stesso Licofrone (v. 671). 

8(X). — Trampia: città di Epiro (Stbph. B. s. v.) dove Ulisse « sarebbe 
recato per eseguire l'ordine di Tiresia; cfr. n. al v. 793. In Trampia v'era 
il culto di Ulisse {Schei, et Tzsrz.). 

801. — Il poeta allude all'uccisione del giovinetto Eracle, figlio di Ales- 
sandro Magno e di Barsine, avvenuta nell' a. 309 a. C. per opera di Poli- 
spcrconte, principe di Epiro (Dion. XX. 20, 28; Iustin. XV. 2; Paus. IX. 7. 
2). Chiama Polispercontc "Tinfco„ e '*principe degli Etici,: Tinfei ed Etici 
erano popolazioni del nord-est di Epiro (Strab. VII. 326) le une confinanti 
colla Macedonia e le altre con la punta sud-ovest della Macedonia e col lato 
nord-ovest della Tessaglia. Gli Etici abitavano là dove ha le sorgenti il 
Penco. Cfr. Bursian, Geogr, v. Griech. 1. p. 48. Cfr. Introduz. p. 39. 

803. — Il giovine principe è detto rampollo di Eaco, perchè suo padre 
Alessandro si considerava discendente di Achille, per parte della madre 
Olimpia: Olimpia, Neottolemo, Alceta, Tari pò — poi 15 generazioni di mez- 
zo—e quindi Pirro, Achille, Peleo, Eaco (Paus. I. 1 1 , 1 ; cfr. Plutarch. Pyrr. 1; 
Apollod. III. 12. 6). Dippiù, ammettendo che Alessandro discendesse da Te- 
meno, la sua famiglia traeva origine da Eracle e quindi da Perseo: Temeno, 
Cleodeo, Ilio, Eracle, Anfitrione, Alceo, Perseo (ovvero: Eracle, Alcmena, Elct- 
trione, Perseo): Apollod. II. 4. 4 sgg.; II. 7. 8 sgg. 

805. — Il corpo di Ulisse e sepolto sul monte Pcrge, presso Cortona, 
in Etruria. A torto Tzetze rimprovera il poeta di contraddizione, in quanto 
innanzi (v. 799) abbia fatto seppellire l'eroe in Epiro; perchè Licofrone ha 



252 GOMMKNTo: w. 807-809 



voluto dire soltanto che in Epiro era un oracolo di Ulisse. Ulisse era morto 
in Itaca, ucciso dal figlio Telegono (v. 793). E Licofrone qui si riferisce eri- 
dentemente all' autore della TeUgonia (Procu in E. G. F. K p. 58> il quale 
avea già narrato che Telegono, ucciso il padre, ne prendeva il corpo ed as- 
sieme a Telemaco e Penelope andava a ritrovare la madre Circe nel paese 
dei Tirreni: Telegono sposava quindi Penelope e Telemaco Circe. Questa tra- 
dizione che trova riscontro nel poema dei Ritorni (fr. 9 in E. G. P. K p. 
56) e che appresso era riferita da Igino {fab. 127 Schm. p. Ili) precorreva 
già quella di Teopompo (fr. 1 14 in F. //. G. M I p. 296) la quale narrava 
che Ulisse, tornato in Itaca e conosciute le colpe di Penelope, se ne anda- 
va in Etrurìa e si stabiliva a Cortona, dove tìniva la vita. E che Ulisse an- 
dasse in Etrurìa dovea anche ammetterlo la fonte di Plutarco {quaesL gr, 
XIV) dove raccontava che 1* eroe, costretto dai parenti dei Proci ad esulare 
da Itaca, veniva in Italia; giacché Plutarco esponeva altrove {de aud, paci. 
Vili) un'opinione che intomo ad Ulisse si aveva in Etrurìa. Infìne poi due 
epigrammi del Peplos attrìbuito ad Arìstotele (12, 13 in f. L. G. B li p. 
346 sg.) parlano di Ulisse sepolto in Etruria. Del resto, lo stesso Licofro- 
ne parla di Ulisse in Etruria, donde sarebbe andato in Itaca, in cui avreb- 
be trovata la morte (v. 1244). Una volta localizzato in Italia, il mito di 
Ulisse, è naturale che lo fosse anche in Etrurìa: ivi Tel^ono fondava Tu- 
sculo e Preneste, e Telemaco Chiusi (Sbrv. ad Ach. X. 167); e quei di Cere 
facevano risalire la loro origine ad Ulisse; cfr. O. Mììllkr. Etrusker IP 283. 
La diffu^ne del mito corrisponde alla espansione della civiltà ellenica in 
Etruria; cfr. n. al v. 648. Nessuna meraviglia pertanto che Ulisse fosse noto 
agli Etruschi e che in Licofrone si trovi un riscontro fra l'eroe di Itaca e 
Nanos, l'eroe etrusco; cfr. n. al v. 1244. — Perge: pare che corrisponda ad 
un monte Pergo, presso Cortona (Gori, Inscr, Etr. 2. 366 apd Roscher, 
Lcx. III. 6); e quindi è da credere che Licofrone imaginava il corpo di Ulis- 
se trasportato in Etrurìa, cremato in Cortona, e sepolto nel monte Pergo. 
L'Holzìnger crede di scorgere in Perge il nome di Perusia. Se non fosse 
sicura la Icz. del testo, si potrebbe anche pensare a Pyrgos o Pjrrga (Pyr- 
goi) la città di mare vicina a Cere, dove, come si è detto, fiorìva il mito 
d'Ulisse. 

8u7. — Cassandra rìtoma col pensiero ad Ulisse ed imagina che sul 
punto di morire, non solo ha il dolore di vedersi ferìto dal figlio Telegono 
(v. 797) ma di presentire la triste fine di Circe, già sua consorte, e del pro- 
prio figlio Telemaco. Questa scena il poeta imagina evidentemente in Itaca, 
dove Ulisse è ucciso ; e questo verso non è per nulla in contraddizione col 
v. 797. Secondo la TeUgonia^ morto Ulisse, Telegono sposava Penelope e 
Telemaco Circe; cfr. n. al v. 8t>5. Per uno svolgimento ulterìore del mito, 
Telemaco uccideva Circe, ma alla sua volta era ucciso da Cassifone, figlia 
di Circe (SchoL). — òqiapxo^ = Circe; "aiòó; rÓ3i^ = Telemaco. 

8c»9. — òsoxipov (cfr. v. 557) esprime il concetto che Telemaco sarà il 
secondo a scendere nell'Ade, essendovi andata prìma Circe. 



commento: vv. 810-820 253 



810. — Cassifone e sorella di Telemaco, inquantochè anch'essa s'imagi- 
na figlia di Ulisse; dippiù Cassifone, Absirto e Glaucone, o Glauco, sono cu- 
gini, essendo Cassifone figlia di Circe ed Absirto figlio di Eeta (Apollod. III. 
1. 2; cfr. Hyqin. fah. 136 Schm. p. 115) mentre Eeta, è fratello di Pasife 
e di Circe, tutti e tre figli del Sole e di Perseide (Apollod. I. 9. 1). 

813. — Seguendo la tradizione omerica, Licofrone ha fatto scendere 
Ulisse al regno d'Ade (v. 681) e poi tornar su fra i vivi (v. 688). Ora, che 
l'eroe muore, il poeta dice che va all'Ade una seconda volta, ma per non 
tornarvi mai più: cfr. parapkr. antiq. apd ed. Schebr: ««' oo oùx «v uico- 

Tlpi'^^ «j; TCpÓTSpOV. 

814. — $(>axujv: traduco liberamente nel senso di sentire, provare, godere. 
815. — Avendo Agamennone e Menelao radunati i principi di Grecia 

per muovere contro Troia, andarono in Itaca ad invitare Ulisse; il quale, aven- 
do avuta la predizione che andato in Troia ne sarebbe tornato dopo venti 
anni, solo, senza compagni, e sapendo che a lui sarebbero venuti ambascia- 
tori per invitarlo, finse di essere impazzito e si fece trovare nell' atto di ara- 
re la terra con un cavallo ed un bove aggiogati insieme. Ma Palamede riu- 
scì a scoprirne la simulazione (Hyoin. fab. % Schm. p. 89 ; cfr. ApoLix>n. 
epit. 3. 7 in Myth gr, W I p. 189); cfr. Tzctze, secondo cui Ulisse aveva 
legato all'aratro un bove ed un asino. La tradizione risale al poema delle 
Ciprie (PROCL. in E. G. F. K p. 18); e di essa si hanno tracce nel poema 
omerico {Odyss, II. 171 sgg.; XXIV. 115 sgg.). 

816.— Tanto ^tixXo; che xavl><ov significano * asino „ e il Koni|| (p. 94) 
vi trova un pleonasmo. Certo è che qui (lóxXo; non ha lo stesso valore che 
al V. 771. Eliano {hisi. an. X. 40) ricorda xovIKmv Eaxit^ixór. Lo Schol. Aristoph. 
Pac. 81 ha xovJKmv ^ xuftecu; ó ovo;, come notò il Bachmann ad. ì. — ì{y[àxr^<;,'. 
significa la forza dell'asino. Nell'aratro di Ulisse, come si è detto sopra, 
accanto all'asino era aggiogato un bove. L' idea del bove è nella voce 
^oTjXoTouvTcr, la quale dà anche l'imagine di guidare l'aratro. Ciò mostro 
nella traduzione. 

820. — Da qui sino al v. 876 si parla di Menelao che torna da Troia. 
In suo favore i principi della Grecia aveano fatta la spedizione contro Troia, 
quando Paride gli rapiva la moglie Elena. Egli vi avea condotto il suo eser- 
cito su 60 navi (//. II. 581 sgg.). Anche secondo la tradizione omerica {Mene- 
lao vagava per molti luoghi prima di rivedere la patria: era Zeus che gli 
spingeva dietro la tempesta {Odyss, III. 132, 287; cfr. Apoli/)d. epit. U. 1 
in Myth. gr. W I p. 213) per il giro di otto anni {Odyss. IV. 82; cfr. Apol- 
lod. epit. fi. 30 in Myth. gr. W I p. 227). E così pure pare cantasse l' autore 
dei Ritorni (Procl. in F. E. G. K p. 53). Secondo Licofrone pem. Menelao 
viaggia andando in cerca della moglie: e in ciò segue la tradizione riferita 
da Erodoto (II. 112 sgg.) secondo cui Elena sarebbe rimasta in Egitto pres- 
so il re Proteo, e la tradizione stesicorea (fr. 26 in P. L. G. B III p. 214) 
secondo la quale Paride avrebbe condotto seco a Troia soltanto un stòtuXov di 
Elena : tradizioni, a quanto pare, accettate da Euripide nel drama " Elena „ ; 



^ymm 



264 commento: w. 821-825 



cfr. n. al V. 112. E ciò è, del resto, in accordo a quanto ha detto avanti lo 
stesso Licofronc (v. 1 1 2). Forse nel canto di Stesicoro si trovavano, parimente 
che in Licofrone, i due elementi della tradizione che, cioè, in Troia era giun- 
to r st^uXov e che Elena era rimasta in Egitto. Certo si è, che questa for- 
ma di tradizione doveva essere ben accreditata se era accolta nella biblio- 
ieca di Apollodoro, accanto alla canonica di Omero (Apoixod. epii. 3. 5, o. 
3c> in Myih. gr. W 1 p. 189, 227). Però in Licofrone è anche il motivo 
omerico della tempesta che sbalza V eroe ; giacche avendo egli ritrovata 
Elena in Egitto, presso Proteo, avrà tentato di prendere la via di Sparta. 
Invece non vi riesce ed errabondo gira per i mari di Oecidente (v. 852). 

821. — lo credo che l'espressione ìàxfivmw xsxu^^lsvo; corrisponda alia 
notizia di Erodoto (II. 1 1 8) che innanzi Troia Menelao fu informato dagli stes- 
si Troiani che Elena non era presso di loro, ma in Egitto, ove quindi si 
recava a cercarla. 

822. — Menelao secondo la tradizione stesicorea trovava in Troia TsÌ^h 
Kov di Elena, portato da Paride <v. 112^; appena avutolo fra le mani, quasi 
un fantasma, gli sfugge e, come se avesse le ali, sparisce nell'aria. Questo 
motivo si trova già in Eurip. Heì, (lOò: ffipr^xsv aXoyo; aij 7q>ò; otB^; nuyò; i 
ò(>&^«U* ««rovTo;; cfr. v. hi 8. Io traduco un pò* liberamente il verso per mag- 
giore chiarezza ; giacche è da credere che, secondo Licofrone, Menelao perdesse 
r ciòttiXov quando ancora era in Troia e, cioè, proprio quando veniva a sape- 
re che Elena era in Egitto; e non lo perdesse in Egitto nell'istante in cui 
riconosceva Elena, come pare pensasse Euripide. Quando partiva da Troia per 
r Egitto egli sentiva ancora il dolore di aver perduto l' stòfoXov, che già era 
sparito: il c&u^óv indica tempo passato rispetto al i:t)^»v e al òvi/vsy^ei (v. 
824). Non è da credere col GefTcken (Zur Kcnntniss Lykophrons in Herm, 
XXVI p. 569) che nelle parole st; at^{>av ^o]fóv ci sia un giuoco di parole , 
alludendo ad Etra, la madre di Teseo: la tradizione di Elena affidata ad 
Etra (cfr. n. al v. 503) e di Etra, assieme ad Elena, andata in Troia (cfr. 
n. al v. 494) non ha nulla a vedere con ciò che dice qui il poeta. 

825. —Secondo l'Odissea (IV. 81) lo stesso Menelao, ricordando i suoi 
viaggi e i suoi patimenti dopo la presa di Troia, dice d'esser stato in Ci- 
pro e in Fenicia e presso i Sidoni e gli Egizi e gli Etiopi e gli Erembi e 
in Libia; cfr. Strab. 1. 37 sgg. Licofrone sviluppa queste notizie, facendo 
dippiù giungere Menelao nei mari d'Occidente. — Dall'ordine che segue il 
poeta nella descrizione dei viaggi di Menelao risulta evidentemente che gli 
** scogli di Tifone „ indicano un paese dell' Oriente. Secondo Omero (//. IL 
783) Tifone giaceva nel paese degli Arimi e lo Schol. ad, l. spiega: * Arimo 
alcuni dicono essere un monte della Cilicia, altri della Lidia „; e Strabone 
spiegando lo stesso luogo omerico dice alcuni intendere gli Arimi in Cilicia. 
altri in Siria (Strab. XIII. 026; cfr. XVI. 75(), 785). Ad ogni modo, collocan- 
do Tifone in Oriente. Licofrone parrebbe contraddirsi per averlo innanzi (v. 
689) posto in Campania. Ma noi possiamo pensare che Licofrone segua 
Pindaro {Pyih. I. 131) 16) il quale, come notava già Strabone (XIII. 026) 



commento: vv. 826-829 255 



avea fuse insieme le varie tradizioni dicendo che Tifone era cresciuto in 
Cilicia, ma era rimasto schiacciato dalla massa di terra che dalla Sicrlia va 
sino a Cuma. Cfr. n. al v. 688. 

826. — Secondo l* Odissea (Vili. 362) la dea Afrodite, dopo esser slata 
sorpresa dagli dei in compagnia di Ares, fuggì dall'Olimpo e andò a stanziar- 
si in Cipro nel bosco di Pafo. La tradizione posteriore aggiungeva che, cer- 
candola gli dei, una vecchia indicò il luogo ov' essa era nascosta ; ma la 
dea se ne vendicò trasformandola in pietra, e cioè facendo di lei una sta- 
tua di pietra {Schoì. Lyc. et Tzrtz.). Forse la reale esistenza di una pietra, o 
rupe, che avesse umane sembianze avea dato luogo alla leggenda. — limito 
di Menelao in Cipro indica le relazioni spartane o lacone coli' isola, essendo 
egli sin da Omero considerato come re di Sparta, e cioè erede del trono del 
suocero Tindareo (II. 11. 581; IX. 15(> et Schol. ad l.)\ e a Sparta lo va a 
trovare Telemaco secondo il IV lib. dell'Odissea. Fiorente infatti era il cul- 
to di Menelao a Sparta; cfr. Widb, Lakonische Kultc p. 340 sgg. 338, 143. 
Già nella stessa Odissea si parla dell' arrivo di Menelao in Cipro (IV. 83) 
e nell'Iliade (XI. 20) dell'amicizia di suo fratello Agamennone con Cinira, 
re di Cipro. Ma è da credere che la tradizione omerica, se pur non sia una 
pura creazione poetica, non indichi altro che semplici relazioni tra l' isola e 
le coste orientali del Peloponneso, o meglio il golfo argolico. Possiamo pen- 
sare però che la tradizione omerica sia stata in Cipro ben accolta e svilup- 
pata tra il VII e il VI secolo, sì da rispecchiare realmente le relazioni e for- 
se anche le colonizzazioni, nell'isola, di genti di Sparta e Tegea; e che quin- 
di abbia avuto lo stesso valore dell'altra, riferita dallo stesso Licofrone (v. 
586) che faceva giungere in Cipro i Laconi guidati da Prassandro. Cfr. n. 
ai vv. 447, 586. 

827. — Che Menelao visitasse gli Erembi, lo dice anche l'Odissea (IV^ 
84); e Strabone (XVI. 784) discutendo la località di quelle genti, ci fa sa- 
pere come due fossero le opinioni predominanti nell'antichità: secondo l'una 
(già riferita da Hkllanig. fr. 153 in F. //. G. M I p. 66) accettata dallo 
stesso Strabone, gli Erembi omerici doveano ricercarsi in Arabia, secondo 
l'altra, identificandoli coi Trogloditi, sulla costa orientale d'Africa nel Mar 
Rosso (TzBTz), Tzetze pensa appunto che essi sieno i Trogloditi di cui par- 
la Diodoro (III. 15); e l'Holzinger crede che la descrizione di Diodoro cor- 
risponda al verso di Licofrone e che quindi gli Erembi sieno da cercarsi nel- 
la parte inferiore della costa orientale d'Africa, posta sul Mar Rosso, e pro- 
prio nel luogo dove sorse la città di Berenice. Io reputo che Licofrone citi 
gli Erembi soltanto per reminiscenza omerica e che non voglia indicare nes- 
sun luogo determinato, solo occupandosi dell' esposizione del mito, e che 
quindi non sia da credere eh' egli segua Ellanico, come reputò il Geffcken 
(Zrir Kenntniss Lyc. in Herm. XXVI p. 576). 

82M. — I^ tradizione omerica faceva andare Menelao in Fenicia {Odyss. 
IV. 83). La città fortificata di Mirra, come notano gli antichi commentato- 
ri, è Biblo, nella Fenicia.— Il mito di Mirra, e quindi quello di Adone, pa- 



256 oomiBNTo: w. 830-832 



re che sia di orìgini asiatiche e specialmente fenicie. La più antica fonte 
letterarìa, infatti, che ne faccia menzione, Esiodo, chiama Adone figlio di Fe- 
nice e di Alfesibea (Hksiod. apd Apoujod. HI. 14. 4; cfr. Piioa. ad Vbbg. Echg, 
X. 18); e in Fenicia pare sia orìginarìamente fiorìto il culto d'Adone: Biblo 
era sacra ad Adone, a testimonianza di StraiMMie (XVI. 755; cfr. LroAN. df 
Syria dea VI sg.) e così pure il Libano (Musakus tq xa#''Hp(u 47). Accan- 
to alla tradizione esiodea, l'altra che rìsaliva al poeta Paniasi (apd Apouod. 
/. e.) diceva Adone figlio di Mirra e del re degli Assirì Teiante. Io credo 
che Licofrone segua una terza tradizione che stia fra l'una e l'altra, ìnquaa- 
tochè faccia madre di Adone Mirra e ne supponga padre uno di Fenicia. 
Poteva anche pensare che padre di lui fosse il re dei Fenici Agenore {Etinm, 
M. 117. 35). La tradizione diffusa da Ovidio (mei. X. 298) faceva padre di 
Mirra Cinira, re di Cipro (cfr. Htgin. /ab, 68 Schm. p. (A che dice Cinira 
re degli Assirì). La infelice Mirra, per ira di Afrodite, s'innamorò del prò- 
prìo padre e ingannandolo giacque rìpetutamente con lui; ma quando egli 
r ebbe rìconosciuta tentò di ucciderla. Mirra fuggì e scongiurò gli dei di ren- 
derìa invisibile; onde fu trasformata in quell* albero che da lei si disse mir- 
ra : al decimo mese apertosi il tronco dell' albero partorìva Adone, il diletto 
di Afrodite (Apoixoo. /. e). Cfr. Roschcr, Lex. L 69. 

83i>. — Letteralmente: la corteccia dell' albero sciolse i dolorì del parta 
83 1 - — • Gauas , era detto Adone nell' isola di Cipro (Tzrrz.). 
832. — Secondo lo scoliasta, Hyoivr^t; era detta Afrodite presso i Sami. 
lo credo coli' Holzinger che questo nome stia in relazione a Schoinus, pic- 
colo porto di Corinto. Già in Kenchreae, vicino Schoinus, era un tempio 
di Afrodite (Pacs. II. 2. 3>. Schoinus (oggi Kalamaki) è sulla parte orìco- 
tale dell* istmo ; cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. II. p. 19. — Così pure re- 
puto coir Holzinger che Arenta, secondo lo scoliasta soprannome di Afrodi- 
te, sia ^uale ad 'Apsca: Afrodite Area, cioè armata, aveva un tempio in 
Sparta (Pais. II. 17. 5) e forse quel nome veniva spiegato con qualche fat- 
to di valore muliebre, come in Argo la leggenda legava ad Afrodite l'eroi- 
na Telesilla che armava le donne in difesa della patria (Paus. II. 2ll 8): 
cfr. Wide, Lakonische Kulte p. 141. D'altra parte, il culto di Afrodite era 
l^ato a quello di Ares in Tebe, in Atene, in Argo ; cfr. pRCLUoeR. Gricck. 
Mytk. I. p. 340, 356. — Afrodite era detta Hst'vr^ (ospite, ospitale) in Menfi. 
a testimonianza di Erodoto (II. 1 1 2) che crede identificare la dea, con Glena. 
Neil* espressione Tcf^ov |ir/j3*>ip^oxov e' è una di quelle hypallagcs frequenti 
in Licofrone, e già notata dal Konze (p. 92); cfr. n. al v. 56. Secondo notano 
lo scoliasta e Tzetze, le Muse in odio ad Afrodite, che alcune di esse (Callio- 
pe, Tersicore e Clio) avea spinto alle colpe d' amore, procurarono la morte 
di Adone: con dolce canto spinsero il giovinetto ad andare a caccia, dove 
poi era ferìto dal cinghiale. L'incontro col cinghiale avveniva secondo lo 
Schoì. ILW'^h:^ sul Libano; e a questo luogo rìferisce evidentemente l'av- 
venimento Luciano (*/<• dea Syria Vili) e forse anche Strabone (XVI. 755). In 
rìcordo dell'amato .Adone Afrodite stabilisce l'annua festa, 'Adtùvto. Teocrito 



cx)MMKNTo : vv. 8H4-839 257 

nel XV idillio ci dà la nota descrizione della festa celebrata in Alessandria 
presso Tolomeo Filadelfo. Ovidio (mei. X. 725 sqq.) fa dire ad Afrodite di- 
nanzi al morto giovinetto: luctus monimenta manebunt \ semper. Adoni, 
mei; repeiitaquc mortis imago \ annua plangoria pcragei simulamina nostri, 

834. — Menelao giunge presso gli Etiopi, dei quali è re Cefeo. Di que- 
sto viaggio facea già menzione V Odissea (IV. 84) e Strabone (I. 42) ne fa 
la discussione, attingendo ad ApoUodoro (ih. 43) il quale probabilmente nel 
commento al Catalogo delle navi avrà menzionate le avventure di iMene- 
lao in Etiopia. Moglie di Cefeo era ('assiepea, figlia di Arabo, della qua- 
le parlava di già Stesicoro, come si può dedurre dalla citazione di Strab. 
I. 42 (=fr. 64 in P. L. G. B II! p. 226; cfr. TiJMPgL in Roschbh, Lex. II. 
^88). — Si potrebbe pensare che Stesicoro, il quale forse narrava 1* arrivo 
di Menelao in Egitto (cfr. n. al v. 820) ne ricordasse anche il viaggio nel 
paese di Ofeo. Strabone (l. 38) dice che coloro che credevano nel viaggio 
di Menelao in Etiopia pensavano che vi fosse andato per la via di Cadice 
o per r istmo del seno Arabico, ovvero lungo una fossa: egli non dà valore 
a queste spiegazioni, lo credo che Licofrone, come per gli Erembi così per 
gli Etiopi, riferendo il mito già sorto in epoca vetusta, non si desse pen- 
siero delle difficoltà topografiche. 

835. — Menelao in Etiopia vede il luogo dove pascolava l'infelice Io, 
trasformata in giovenca e affidata da Zeus alla custodia di Ermete, il quale 
battendo col piede fece scaturire dalla terra una fontana {Schol. et Tzetz.); 
cfr. n. al v. 630. Sui paesi assegnati ad Io dalle varie tradizioni v. Engel- 
MANN in RoscHBR, Lex, li. 265. Ermete è qui detto Adepto; nel senso di ospi- 
tale {Schol. et TzRTZ.): titolo comune ad altre divinità, sebbene con signifi- 
cato diverso; cfr. n. al v. 356; e lo stesso Licofrone (v. 356) chiama La- 
fria Atena. 

836. — Il mito di Perseo ed Andromeda (simile a quello di Eracle ed 
Esione) fu localizzato in Etiopia, secondo il racconto esposto da ApoUodoro 
(II. 4. 3) probabilmente sulla fonte di Ferecide (fr. 26 in F. //. G. M I p. 75). 
Essendosi la moglie di Cefeo, re degli Etiopi, vantata di superare in bellezza 
le Nereidi, Posidone mandò nel paese un mostro marino: l'oracolo prescrisse 
che per allontanare il mostro gli si ofTrisse in pasto la figlia del re, Andro- 
meda, e il re fu costretto dal popolo ad ubbidire. Andromeda fu esposta 
sugli scogli, ma venne liberata da Perseo che uccise il mostro.— riifxz;: cfr. 
Apollod. II. 4. 3. 3: ó Kr,cpsi; — xpoaiòyjos x>jv ìh-^azipa rsTp^. — In luogo 
di xfjTo; (=^a7xtiva v. 841) dice xiic^o; ( = uccello marino) perchè non era 
per Perseo ardua impresa dargli la caccia. 

838. — L'antitesi è simile a quella usata nella descrizione del mostro 
ucciso da Eracle. Qui invece d' ingoiare Andromeda il mostro accoglie nel 
ventre Perseo, il quale è detto /fJUOÓiroTpo; perchè figlio di Zeus, che era 
riuscito a scendere in grembo a Danae trasformandosi in pioggia d'oro (Apoi.- 
1.0D. II. 4. l). 

83*>. — Perseo squarcia il ventre del mostro come Eracle (vv. 35, 476).— 

E. ClACERl. — La AUggnmìra di Lirofrone, 17 



^T^TT"^^™*! 



258 commento: vv. 84<>-84ò 



È detto òp^uXórrsfM»; perchè, come nota lo scoliasta, secondo Esiodo aveva le 
ali ai piedi (Scut. 220); cfr. Hygin./ìI^. (A Schm. p. 62: Pcrseus Mercuri iala- 
ribus volans. Cfr. Apollod. II. 4. 2: ;m;'/à rsòiXa. Cfr. Ovid. mei, IV. «hv». 
Perseo che libera Andromeda e rappresentato colle ali ai piedi nel bellissimo 
Rilievo del Museo Capitolino (cfr. Roscher. Lex. I. 345) e così pure in quella 
pittura vascolare che parodia 1* uccisione di Medusa : v. Baumkistkr. Denkm. 
L 143^ p. 1291. 

840. — xs^r]3SToi (cfr. Hom. //. XV. 140): ha valore di futuro soltanto ri- 
spetto agli aoristi aoieeedenti Vfr^^ abràsa; ; cfr. ò^tpsX'jT^otuast al v. 845. Per- 
seo uccide il mostro marino colla stessa falce colla quale avea tagliata la 
testa di Medusa; cfr. Apollod. II. 4. 2: àòajiavavr^ ot^rr;. 

842. — In irro^f^ÓToy^ oiìiva; TÓxitiv v*è una traiectio epitheii frequente in 
Licofrone; cfr. Konzk, p. 92: Eurip. Herc. F, 1039 sg.: aircsj>ov— lù^jva Tsjnmiv. 
Perseo tagliò la testa a Medusa, che tosto dal collo tagliato partorì l'alato 
cavallo Pegaso e Crisaoro, il padre di Gerione (Apollod. II. 4. 2 ; cfr. Ovid. 
mct. IV. 786). Un frammento di Metopa di Selinunte ci mostra Perseo che 
taglia la testa a Medusa dal cui collo è venuto fuori un piccolo cavallo : 
Baumki.strr. Denkm. tav. 334 p. 3:<o. Un'antica terracotta di Melos rappre- 
senta Crisaoro che esce dal collo di Medusa e Pegaso, già venuto prima alla 
luce, in atto di correre: su Pegaso sta Perseo che tiene nella sinistra Li fal- 
ce e nella destra la testa di .Medusa: cfr. Baitmkistrr. Denkm, p. 12^A<i. Qui 
traduco liberamente. 

843. — .Medusa è paragonata ad una donnola , poiché si credeva che 
questa bestia partorisse dal collo (Schol. > ; e a tale credenza si riferiscono 
Nioandro (Anton. Lib. XXIX) ed Ovidio (met. IX. 323) parlando della me- 
tamorfosi di Galintia (Galinthias o Galanthis) in donnola, come nota l* Hol- 
zinger. — «i.ctfru.a^xiinò'i; : già sin da Omero (IL Vili. 349; XL 36) era noto 
il terribile sguardo della Gorgone ; sicché poi si venne alla credenza che le 
Gorgoni, e quindi Medusa, collo sguardo pietrificassero le persone: lu'j^ oà 
fòóv-a; >iftot>; s-icoio'jv (Apollod. II. 4. 2). 

8 14. — Perseo portava seco la testa di Medusa, che rivolta verso gli 
uomini li rendeva di sasso : egli già se ne valse subito, dopo aver liberata 
Andromeda, contro Fineo, fratello di (^efeo (Apollod. 11. 4. 3). Secondo Igino 
(fiib. 64 Schm. p. 62) lo stesso Ofeo, assieme ad .Agenore, tese insidie a 
Perseo : iììe coj^nita re caput Gorgnnis eis osteniiit omnesque ab humana 
specie atint informati in saxam. 

845. — cfti^sÀ.u'fHÓa*» : è fut. semplicemente rispetto a I^««or/«a3Xii»v , come 
zz'^r^zi'W. al v. 840. 

846. — Si allude qui alle Forcidi, e non alle Gorgoni, come intendono 
gli scoliasti. Quando Perseo va in cerca di Medusa giunge presso le For- 
cidi, figlie di Forcis (Phorkys) e Oto. e sorelle delle Gorgoni, cioè Enio 
(Enyo) Pefredo e Deino, le quali hanno, tutte e tre in comune, un solo oc- 
chio ed un solo dente (Aks<:hyl. Proni. VKì sg. ): Perseo s'impadronisce 



commento: vv. 847-84<> 25<^ 



dell'uno e dell'altro, e poi lo restituisce loro a condizione che lo guidino 
nella via che va al paese di Medusa (Apollod. II. 4. 2). 

S47. — L'arrivo di Menelao in Egitto è già a conoscenza di Omero 
(Oiiyss. IV. 83) e forse a Stesicoro (cfr. n. al v. 820) eran note le relazioni 
dell'eroe col re Proteo. Erodoto (II. 113) ci fa sapere come di questo mito 
avessero cognizione, i sacerdoti d'Egitto. Nessuna meraviglia quindi che 
in quel paese Menelao avesse onori divini (Plutarch. de mal. Her. 12) e 
forse anche un altare (Scyl. XOh). Secondo Strabone (XVII. 801) la città di 
Canobo, distante cento stadi da Alessandria, avrebbe preso il nome dall'omo- 
nimo pilota di Menelao. Cfr. Apollod. epil. f». 29 sg. in Myth. gr. W I p. 227, 
Allo sviluppo di queste tradizioni avranno dato luogo le antiche relazioni 
delle coste d' Argolide e di Laconia coli' Egitto. — Licofrone allude alle 
inondazioni del Nilo. 

848. — Licofrone. che altrove (vv. 119, 576) ha chiamato il Nilo Tri- 
tone, qui lo dice Asbisto (Schol.) traendone il nome dagli Asbisti, genti di 
Libia, poste all'interno, a sud della Cirenaica (Hbrodot. IV. 170; Plin. n.h. 
V^ 5. 34; DioNYs. Pbh. 211) sia ch'egli pensi che il Nilo attraversi le re- 
gioni libiche secondo le opinioni esposte da Erodoto (li. 32-34) o, meglio 
ancora, sia che ne veda le sorgenti in quelle regioni, come pare stimasse 
un suo contemporaneo, Duride Samio (fr. 30 in F, H. G. M II p. 478). Ad 
ogni modo pare che Licofrone voglia far giungere Menelao, oltrecchè in Egit- 
to, in Libia. Glielo faceva arrivare la tradizione omerica (Odyss. IV. 83) ed 
Erodoto (IV. 169) ricorda in Libia un MtvcXofio; Xi'iijv e Pindaro (Pyth. V. 
[U»9l 84) faceva andare Elena a Cirene; cfr. Apollod. epit. 6. 29 in Myth. 
ffr. W 1 p. 226. Il localizzamento del mito di Menelao in Libia è forse quello 
che meglio esprime le antiche relazioni di quel paese colla Grecia. Non è 
da credere ch'esso sia semplicemente frutto di elaborazione letteraria. 11 
fatto che le tempeste spingevano spesso sulle coste della Libia quelli che 
dalla Grecia navigavano verso l'Occidente (Pais, Sior. d. Sic. e d. Mag. 
Grec. I p. 129) e che sulle coste libiche ripiegavano quei Greci che anda- 
vano in Egitto (Beloch, Grieck. Gesch. I p. 197) può aver contribuito a far 
nascere sif\ da remota età la credenza degli errori di eroi greci verso quel 
paese. E al localizzamento del mito di Menelao in Libia avrà giovato la co- 
lonizzazione dell' isoletta di Placa sulla costa della Cirenaica, avvenuta verso 
il 630 a. C. per opera dì quei di Tera, e, pochi anni appresso, la fonda- 
zione di Cirene (cfr. Bbloch, /. e. ; Busolt, Griech. Gesch. 1 p. 482). Menelao, 
eroe lacone, fratello del re d' Argo Agamennone, doveva esser ben noto nel- 
r isola di Tera, già colonizzata da genti probabilmente mosse dal golfo ar- 
gotico (cfr. Bbloì:h, op. cit. I p. 54 ; Busolt. op. cit. I p. 352). Dippiù a que- 
sto mito avranno dato credito i vari tentativi di colonizzazioni greche in 
Libia , come quella fatta dallo spartano Dorieo nel 510 a. C. (Hbrodot. V. 
42). Cfr. n. al v. 877. 

849, — Menelao in Egitto per sorprendere il divino Proteo, secondo i 
consigli di Idotea, indossa assieme a tre suoi compagni pelli di foca e dor- 



2ò() coMMBNTo: w. 850-852 

me in covili scavati nella sabbia accanto alle foche, che spirano ingrato odo- 
re {Odyss. IV. 436 sgg.). 

85(). — Come altrove (v. 87 ; cfr. n. ati. /.) Elcna è detta cagna, cioè 
donna spudorata. — Aqua;=.Vax(»iv»xf^;. Aigj's era una antica città della La- 
conia sui confini dell'Arcadia ; ma il suo nome si estendeva a tutta lu con- 
trada della parte superiore del Taigeto (cfr. Euphor. fr. 1 16 M ; Paus. III. 2. 
5; Strab. Vili. 364; X. 446; cfr. Stkph. B. s. v.) : cfr. Bursian. Geogr. v. 
Griech. II p. 114. — Licofrone chiama Elena di Aigys per significare ch'eri 
di Laconia, come innanzi l'ha chiamata di Pephnos (v. 87; cfr. n. ad /.). An- 
tichissimo e diffusissimo era il culto di Elena in Laconia; cfr. Widr. La- 
kofiische KuìU p. 34<) sgg. 

851 . — Elena è detta IhjXórai; perchè otiòi iva i^fjvm rat^ sYswr^asv fSchol.}. 
Licofrone segue la tradizione che fa Elena madre di due figliuole, Ermione 
ed Ifigenia (w 103; cfr. n. ad. /.). Vi erano però anche tradizioni che da- 
vano ad Elena figli maschi; cfr. Enorlmann in Roschrr, Lrx. I. 1952. — 
Mentre innanzi (v. 143) Cassandra ha chiamato Elena " donna dai cinque 
mariti ^ qui si contenta di rinfacciarle soltanto tre matrimoni ; ne questa si 
può dire una contraddizione. E naturale pensare ai primi tre mariti di Elena : 
Teseo, Menelao e Paride, che. come tali, erano più noti alla tradizione co- 
mune ; anzicchè a Menelao, Paride e Deifobo, come fa 1* Holzìnger. Licofrone 
ha qui una reminiscenza della tradizione stesicorea, che rinfacciava ad Elena 
non solo il secondo matrimonio con Paride ma anche il terzo (primo in or- 
dine di tempo) con Teseo (-:pq<jf«ioo; in fr. 26 P, L, G. B 11 p. 216). Ste- 
sicoro infatti avea narrato come Elena fosse rapita da Teseo e come quindi 
partorisse Ifigenia (Pai's. IL 22. 6 = fr. 27 B /. r.) ; e Licofrone ha già ac- 
cettato questa narrazione; cfr. n. al v. 103. 

852. — Sin qui, sulle tracce della tradizione omerica, Licofrone ha fatto 
viaggiare Menelao nei mari d'Oriente; ed ora, secondo un ulteriore svolgi- 
mento del mito, lo fa venire nei mari d'Occidente, sulle coste d'Italia e di 
Sicilia. L' eroe, ritrovata Elena, non riesce a prendere direttamente la via di 
Sparta (cfr. n. al v. 820). Simile agli antichi naviganti che costeggiavano 
r Italia inferiore, egli tocca il promontorio lapigio , la costa della Siritide 
e il capo l^acinio. Menelao, già sin da Omero considerato come re di Sparta, 
è l'eroe proprio della Laconia, dove diffusissimo era il suo culto (Widr, La- 
konischf Knìie p. 344» sgg.) ; onde è naturale pensare com'egli dai fonda- 
tori delle colonie doriche nella Magna Grecia, e particolarmente Taranto, 
che a ragione poteva vantare origini spartane (Strab. XI. 279 , che si rife- 
risce ad Antioc. = fr. 14 in F. G. H. M 1 p. 184 e ad Ephor. = fr. 53 
in F. H. G. M I p. 247, 208 sgg.) fosse portato a conoscenza delle genti 
d'Italia. La crescente potenza di Sparta, a cominciare dall' VII! secolo, avrà 
contribuito a rafforzare le tradizioni spartane, quale quella di Menelao, sia 
in Taranto che nei paesi vicini dell'Italia inferiore. Qui Licofrone seguendo 
lo storico Timeo (Gkffckkn, Tim. Geogr. p. 17, 137) fa giungere Menelao 
presso la gente lapigia. che imagina tanto bellicosa da rappresentarla come 



COMMENTO : vv. 852-853 261 



un esercito. Gli Iapigi, che come ha dimostrato il Rais, sono invasori del- 
l' Italia inferiore venuti per la via di terra dalle regioni illiriche, da non con- 
fondersi coi Messapi venuti antecedentemente per mare dalle coste della Gre- 
cia settentrionale, nei tempi anteriori all' Vili. sec. a. C. si avanzarono sino 
all' estrema punta della penisola Sallentina, cui diedero il nome di Capo la- 
pigio, e forse anche sino al paese di Crotone dove si riscontra un omonimo 
promontorio : essi sopraffacendo i Messapi li spinsero sempre più nella pe- 
nisola Sallentina, che dagli antichi era anche detta Messapia od anche Ca- 
labria (Pais, Shr. d. Sic. e d. Mag. Grec. I p. 333 sgg.). Licofrone eviden- 
temente imagina che Menelao giunga al capo lapigio (S. Maria di Leuca). 
Che nelle coste della penisola Sallentina fosse portato il mito di Menelao, 
non c'è a meravigliarsi considerando come facilmente la potente Taranto 
dovesse esercitare la sua egemonia in quelle spiagge. Porse per ragioni po- 
litiche questi viaggi di Menelao, eroe spartano, non avranno trovata tanta 
felice accoglienza nella fiorente letteratura di Atene. Non so come mai lo 
Stoll raccogliendo le antiche testimonianze che oggi si hanno intorno a Me- 
nelao (in RoscHiR, Lex. II. 2776 sgg.) non tenga conto delle notizie di Li- 
cofrone e taccia dei viaggi dell'eroe in Occidente. 

853. — Sulla punta della penisola Sallentina, dove il poeta imagina evi- 
dentemente che giunga Menelao (e non a Castro d' Otranto, ma proprio sul 
Capo di S. Maria di I>euca ; cfr. Pais, Star. d. Sic. e d. Mag. Grec. I p. 554) 
era il Castrum MinervaCy noto per l' antico e ricco tempio della dea (Strab. 
\\. 281). A questo tempio manifestamente allude Licofrone; ma io credo 
collo Schecr ch'egli abbia 'scritto SxuXXtjTi^ e non SxoXr^xpt^, che non ha un 
chiaro significato e che si è voluto intendere come Atena-Scilla : Lknormant, 
Grande-Grèce, II p. 339. La lezione SxuXr^Tfn'a, e quindi l' interpretazione 
degli SchoL WÀ là iv xo/wÌ|L(» sxDXa, saran derivate dal non avere inteso bene 
il significato della voce SxoX.Xr^xta, che dipende da SxoXXtJxiov, località del 
Bruzzio (Strab. VI. 261) oggi detta Squillace. Ammesso pure che Squillace 
non sia stata una colonia di Ateniesi, come direbbe una antica tradizione 
(Strab. /. c.\ Plin. «. h. III. IO [15] 95; Soun. II. 10; Apollod. epit. 6, 15b 
in Mytk. gr. W l p. 219) ma che lo sia stata di Joni in genere (cfr. Pais, 
Stor. d. Sic. e d. Mag. Grec. l p. 164 sg.) si comprende sempre come vi 
dovesse fiorire il culto della ionica Atena. La tradizione che faceva fondare 
da Ulisse un tempio ad Atena nelle coste del Bruzzio CSoun. II. 8) accanto 
air altra che lo faceva giungere a Squillace {Interpol. Sbrv. ad Aen. III. 553) 
potrebbe far pensare ad un tempio della dea in Squillace ritenuto fondato 
dall' eroe itacese. Forse quegli Joni istessi che colonizzavano Squillace , in 
epoca anteriore allo sviluppo della potenza dorico-achea nell' Italia meridio- 
nale, portavano il culto di Pallade nel Capo di S. Maria di Leuca, nel Ca- 
strum Minervae. Licofrone non vuol dire che Menelao va a Squillace, ma 
chiama ** Vergine di Squillace „ la dea di Castrum Minervae. — ctvct'^si : 
cfr. cqaXjiai^ ofv^òev di Omero {Odyss. HI. 274). Menelao dà, come omaggio 
o ringraziamento, alla dea un cratere, uno scudo e le calzature della moglie. 



262 cOMMinrro : vv. 854-856 



854. — In luogo di T€qidT.ov leggo ToyLaaaiov collo Schccr, secondo G. 
Hermann, Opusc. V p. 244, riferendo questa voce a Tayiaasó; dì Cipro e 
non a Tsvlìot, del Bruzzio (cfr. Strab. VI. 255; XIV. 684); tanto più che 
lo stesso Licofrone appresso ( v. 1037 ) chiama la Temesa o Tempsa d'Italia 
Tiv>-£33a. Nell'antichità erano rinomati i lavori in rame di Cipro (cfr. n. al 
V. 447). È vero che anche i metalli dell'italica Tempsa erano ricordati, e 
forse sin dall'autore del primo canto dell'Odissea (v. 184; cfr. Stkab. VI. 
256) ; ma qui è naturale pensare che Menelao offrisse a Pallade un ogget- 
to caro, portato seco nel viaggio, anzicchè una cosa comprata li, appena ar- 
rivato, nella penisola Salien tina. Menelao è già stato in Cipro (cfr. n. al v. 
826) e secondo l' Odissea, prima di giungere in patria, vi ha acquistate gran- 
di ricchezze {Odyss. III. 301. 312; IV. 81, 128, 615). Licofrone non fa an- 
dare l'eroe in Cipro; ma può pensarsi che il cratere sia di provenienza ci- 
pria, o, più facilmente ancora, che lo dica tale per signifìcame l'eccellenza. 

855. — Tanto àsxi^, che rjuLopi; significano calzatura o scarpa. Lo stes- 
so Licofrone usa semplicemente àoxipa; al. v. 1322. Ma qui vi aggiunge 
r altra voce, ED^LOp*;, la quale vale : calzatura all' uso orientale (Abschtl. 
Pers. 660; Eurip. Or, 1370: ^^oi; sù^iopioiv; cfr. Pollux. VII. 85; cfr. 
Bachmann ad. /. et Konzb, p. 94). Veramente SavSoKiw significherebbe " scarpa 
facile a calzarsi „ e, cioè, una specie di sandalo. Ed io credo che meriti esser 
notato come in Sparta v'era un luogo detto Sov^T^tov dal sandalo che sa- 
rebbe caduto ad Elena inseguita da Paride (Ptol. nov. kisL IV). Forse la 
tradizione faceva lasciare ad Elena in Grecia i sandali di costume greco, che 
avrebbe tenuti Menelao e che sarebbero stati qutndi da lei ripresi al ritor- 
no in patria. 

856. — Seguendo le tracce dello storico Timeo ^GOnthbr, de ea, quae 
inUr Tim. ci Lyc. etc. p. 48, 57 n. 3; Grffcken, Tim. Geogr. p. 17), 
Licofrone fa viaggiare Menelao lungo la costa orientale dell'Italia meridio- 
nale e lo fa giungere nella città di Sirìs e sul Capo Lacinio, e cioè a Cro- 
tone. Da una notizia di Strabone (VI. 264) si ricava che la città di Sirts, 
sulla sponda dell'omonimo fiume, era stata fondata dai Colofoni; cfr. Pais. 
Stor. d. Sic, e d, Mag. Grec. I p. 225. Non è però a meravigliarsi se ivi 
fiorisse il mito, e forse anche il culto, dell'eroe spartano Menelao, quando 
pensiamo ciò che ci dice lo stesso Strabone (/. e.) che Sirìs, cioè, ben presto 
diventò un porto navale della vicina Eraclea, colonia dei Tarantini. Come 
sulle spiagge sallentine, così sulla costa orientale della Lucania, si saranno 
diffuse le tradizioni lacone dei Tarantini. Crotone, posta sul (Dapo Lacinio, 
era di orìgine achea (Strab. VI. 262; Diod. Vili. 17); ma gl'interessi po- 
litici più volte l'avranno spinto a fare buon viso alla tradizione spartana. 
Così ai buoni rapporti corsi tra Crotone e Sparta nel secolo VI (al tempo 
di Pitagora quando, verso il 5K> a. C, gli Spartani che accompagnarono 
Dorieo alla volta della Sicilia aiutarono i Crotoniati contro i Sibarìti, men- 
tre già tre anni avanti l'esule Filippo Crotoniate s'era aggiunto ai coloni 
che Dorieo conduceva nella Libia [Herodot. V. 44-47] ) si deve l' orìgine 



COMMENTO ; vv. 857-866 263 



della tradizione riferita da Pausania (IH. 3 1) secondo cui gli Spartani avreb- 
bero fondata la città di Crotone. Cfr. Pais, op. cii. 1 p. 194 sgg. E così, in 
conseguenza di tali rapporti, sarà stato accolto in Crotone l'eroe spartano 
Menelao. Già dallo aneddoto del quadro di Elena, fatto da Zcusi, che Ci- 
cerone {de div. I. 24) e Dionigi d' Alicarnasso {de veti, script, cens. Ali. 5. 
R) riferiscono al tempio di Giunone Lacinia in Crotone, si ha ragione di 
credere che quivi avesse culto la moglie di Menelao. 

857. — La celebrità del tempio di Era Lacinia era ricordata da Strabo- 
ne (VI. 261) e da Livio (XXIV. 3) il quale descrive il bosco sacro intorno 
al tempio. Licofrone chiama giardino (opyaxov) quel bosco per significarne 
la magnificenza. Secondo una tradizione, che risale a Timeo e Varrone (GOn- 
THBR, de ea^ quae inier Tim. eie. p. 48 sq.; Gbfi^kkn, Tim. Geogr. p. 17, 
140) Licofrone narra che la dea Teti donava quel bosco ad Era, e quindi 
il Capo Lacinio ove quello cresceva (v. 864 sg.) perchè le donne di Croto- 
ne, vestite a lutto, piangevano annualmente la morte del suo figliuolo XchìX- 
le.— KÓpTi; (giovenca) vale fanciulla, come ai vv. 102, 320. Qui indica la dea 
Teti, come attestano gli antichi commentatori, e come lascia comprendere lo 
Scìwl. Vkrg. a. III. 552. Non occorre pertanto di correggere icópTi^ in IIopxi;, 
dicium prò Nereide come pensò il Wilamowitz, de Lyc. Alex. p. 14. 

858. — Oplosmia veniva detta Era in Elide; cfr. n. al v. 614. 

859. — Il culto di Achille si ritrova già in Taranto ([Arist.] mir. ause. 
KHS) e nessuna meraviglia che fiorisse anche a Crotone. Si noti anzi come 
una tradizione riferita dallo Schol. Thbocr. IV. 32 ed. Duebner facesse l'eroe 
Crotone figlio di Eaco, l'avo di Achille. In Elide si ricorda il costume del- 
le matrone che piangevano la morte di Achille (Paus. VI. 23. 3; cfr. Phi- 
LOSTR. Her. 739) parimenti che a Cotrone. Naturalmente ciò avveniva una 
volta l'anno, nella festa dell'eroe, in ricordo della sua morte e del pianto 
della madre Teti. Tolgo pertanto nel testo la virgola dopo r{yvi(iUi^f legan- 
do dsi con 23xai. 

86CK — Achille, come è noto, era figlio di Peleo il figlio di Eaco; e la 
sua madre Teti, come è detto nella Teogonia esiodea (w. 241, 244) era fi- 
glia di Doride. 

865. — Era riceve in dono da Teti il promontorio Lacinio, dove ha poi 
un tempio ed un bosco sacro; cfr. n. al v. 857. 

8f>6. — Menelao dall'Italia meridionale passa in Siòilia e giunge in Eri- 
co. L' eroe Erice, figlio di Afrodite e di Buta, uccideva nella lotta i forestie- 
ri che approdassero nel paese, finche alla sua volta fu ucciso da Eraclc 
(DioD. IV. 23 ; Apollod. II. 5. 10). Erodoto riferendo la tradizione dorica, 
che il paese di Erice appartenesse ai discendenti di Eracle, lascia credere che 
conoscesse il mito dell'eroe Erice (Hbrooot. V. 43; cfr. Diod. /. e.) che for- 
se era stato di già menzionato nella Gerioneide di Stesicoro, che p&re per 
il primo abbia localizzato il n\ito di Eracle in Sicilia (fr. 5 sgg. in P. L. G. 
B III p. 207). Fonte di Licofrone è in questo luogo evidentemente Timeo ; 
cfr. Gbppckkn, Tim. Geogr. p. 23; cfr. 3, 53. Su Eracle ad Erice e sul fa- 



264 commento: w. 867-870 



moso culto di Afrodite Ericina cfr. il mio Contributo alla storia dei culH 
dell'ani, Sicilia p. 36 sgg. 66 sg. 

867. — K01X.P111; era detta Afrodite in Cipro, secondo lo scoUasta. Igno- 
riamo se questo appellativo sia eguale all' altro di KwXid^, che aveva la dea 
nell'omonimo promontorio dell'Attica, come vorrebbe il Pape-Bcnscler (Wdr- 
terhuch der griech. Bigemnumen s. v.) e se quindi possa avere relazione col 
mistero della generazione e del parto (Prsixer-R. Griech. Myik. 1 p. 770 sg.). 

868. — Afrodite è detta '.^Xsvn'a da 'A^; (cfr. v. A2h) fìume di Colo- 
fone {Schol.).— Lo scoliasta intende Aoy7oòj>o; come un porto di Sicilia, ma 
ignoriamo dove sia, e se quindi stia in relazione colla città di Aoyyc*»^^; ri- 
cordata da Filìsto (apd Stbph. B. s. v.) o col fìume Ao'ffovó; menzionato da 
Polibio (l. *i. 7) o infine col nome gentilizio \ov|ì;vato; che si legge in Kai- 
BKL, inscr. gracc. Ital. n. 594. Ammettendo che Licofrone volesse indica- 
re un luogo dell'isola dove notoriamente fiorisse il culto di Afrodite, sareb- 
be da pensare al porto di Erice sede della dea Ericina, o a quello di Pa- 
normo, che già pare ricordato dalla poetessa Saffo (apd Strab. I. 40 — fr. 
6 in P. L. G. B III p. 92) come luogo rinomato per il culto della dea e ci- 
tato accanto a Cipro e Pafo. 

869. — ** Falce di Crono ^ è detta Drepanon (Trapani), li mito di Cro- 
no che colla falce evira il padre Urano trovasi nella Teogonia esiodea (w. 
174 sgg.). È da credere col Geffcken {Tim. Geogr. p. 23 sg.) che anche qui 
fonte di Licofrone sia Timeo, il quale avrà narrato il mito localizzato in Cor- 
eira (cfr. n. al v. 761) e a Trapani. Da (Callimaco (fr. 22. Schn. p. 172) il 
mito era riferito alla città di Zancle (Messina); cfr. Schol. Ignoriamo cosa 
sia questa acqua di Concheia. Tra le varie interpretazioni meritano esser 
ricordate quelle del Cluverio {Sic. ami. II. p. 272) che pensa allo * stagnum 
Petrensium „ menzionato da Soun. V. 22, e quella dell' Holzinger, che inge- 
gnosamente in KoJ/ùa=^ìi6ffr^ vede un riscontro nella odierna 0>nca d'Oro 
di Palermo, attraversata dal fiume Oreto. Io inclinerei a vederci invece la 
menzione delle famose terme di Imera, sorte per opera delle Ninfe all' arrivo 
di Eracle (Diod. IV. 23); cfr. Prbllbr-P. Griech. Myth. Il p. 269; cfr. il mìo 
Contributo alla stor. dei culti dell'ani. Sic. p. 69 sg. 11 nostro poeta, già 
innanzi, ha alluso ad Eracle e 1' ha ancora presente ricordandone poco ap- 
presso il tempio. 

870. — Nulla sappiamo di Gonusa; né possiamo dire se abbia ragione 
Tzetze nel chiamarla palude di Sicilia. Se si avessero ragioni sufficienti per 
reputare corrotto il testo, io inclinerei a leggere Xqwoay = V isoletta nella 
costa orientale di Sicilia, oggi detta Favignana. — Sicani erano detti in epo- 
ca storica gli abitanti delle coste occidentali di Sicilia, mentre siculi eran 
chiamati quelli della parte orientale dell' isola (Thuc. VI. 2; Diod. V. 6); e la 
Sicania era bagnata secondo Apollodoro (apd Stkph. B. ^. v.) dal fiume detto 
appunto Sicano (Imera meriodionale). Qui però Licofrone usa la forma * Sica- 
ni « per indicare gli abitanti dell' isola in genere, volendo soltanto dire che 
.Menelao navigava lungo le coste di Sicilia. Già egli non adopera mai la 



commento: w. 871-874 265 



forma * Siculi „ (cfr. w. 951, 1029) evidentemente perche segue l'antica 
tradizione che faceva i più antichi abitatori dell'isola i Sicani, che non i 
Siculi, e forse ha presente lo storico Timeo, che sosteneva essere autocto- 
ni i Sicani (Thuc. /. e; Tim. apd Diod. /. e; Ephor. apd. Strab. VI. 27(>; 
DioNYs. Hal. 1. 22, che riferisce le opinioni di EUanico, Filisto ed Antioco). 
L'opinione prevalente fra gli antichi era che i Sicani, fossero venuti dal- 
l' iberia e i Siculi dalla penisola italica. Il Pais ha però dimostrato come gli 
uni e gli altri sicno da considerarsi della medesima razza, l'ausonica, e come 
non ci sia ragione di credere che Iberi in età preistorica popolassero la Sicilia 
( Stor, d. Sic. e d. Mag, Grec. I p. 78 sgg.). 

871. ~ Menelao giunge presso il tempio di Eracle. Son d'accordo col- 
r Holzinger nel credere che la località del tempio sia indicata dal verso 
seguente, cioè l' isola Aithalia (Elba). Erra pertanto Tzetze ponendolo in Li- 
bia, ed errano pure i moderni collocandolo in Sicilia. 

872. — Giasone, giungendo a capo degli Argonauti nell' isola d' Elba 
innalzava un tempio ad Eracle. Giasone era fìglio di Esone, il tìglio di Crc- 
teo (Apollod. I. 8. 2 ; 9. 11). Vediamo pertanto localizzati nell'Elba i miti 
di Eracle, degli Argonauti e di Menelao. Questo localizzamento può risalire 
ad epoca remota, sin da quando gli Eubei cominciarono a visitare il mar 
Tirreno (cfr. n. al v. 648); ma è da credere che la fioritura di questi miti 
greci di fronte alle coste dell' Etruria avvenisse dopo il trionfo dell' elemen- 
to greco suir etrusco e il cartaginese, colla vittoria di Cuma (474 a. C). A 
sostegno della tradizione che faceva giungere gli Argonauti nell'isola d' Elba, 
si citava l'esistenza d'un porto Argo, che ricordava la nave degli Argo- 
nauti, nella stessa isola, e poi d' un porto Telamone, appellato come uno dei 
compagni di Giasone, nelle coste dell' Etruria (Diod. IV. 56; Strab. V. 224); 
e dippiù si credeva di vedere nell'isola pietre lucide di unto, che attestava- 
no ancora gli oiXi'^'fh^xxrza degli Argonauti ([Arist.) mir. ause. 105; Strab. 
/. e). Neil' isola d* Elba erano abbondanti miniere di ferro (Strab. /. e.) e a 
ciò forse si riferiva questa tradizione degli axX£Y7ta|taxa; cfr. Apoll. Rh. IV. 
655 sgg, Lo storico Timeo parlava degli Argonauti in Elba (Diod. /. e.) e 
possiam ritenerlo fonte di Licofrone (GUnthkr, de ea, quae intcr Tim. etc. 
p. 47, 63; Gkffckbn, Tim. Geogr. p. 3, 24). 

874. — Che gli Argonauti giunti in Elba si nettassero il corpo collo 
striglie, può significare che si accingessero al giuoco della lotta': il sudore 
e r olio, usato in quelle occasioni, colorivan di grasse macchie il suolo (cfr. 
n. al v. 872).— I Mini sono un popolo leggendario, che sotto l'eroe Minyas 
dalla Tessaglia, e cioè dalle regioni intorno ad lolco, sarebbero scesi nella 
parte settentrionale della Beozia, e vi avrebbero fondato il loro regno colla 
capitale Orcomeno. La tradizione faceva muovere gli Argonauti dal porto di 
lolco, sul golfo Fagaseo, uno dei punti più antichi della Grecia donde uscis- 
scr navi greche; cfr. Busolt, Griech. Gesck. I p. 186. Ben presto gli Ar- 
gonauti furon designati come Mini. Già Stesicoro (fr. 54 in P. L. G. B IH 
p. 225) avrebbe considerato Giasone come pronipote dell'eroe Minyas e 



266 c»MMBifTo : w. 877-881 



Pindaro {Pytk. IV. [1221 à^) ed Erodoto (IV. I4ò> chiamavan Mini i com- 
pagni di Giasone, cioè gli Argonauti; cfr. Apollon. Rh. 1. 22<> sgg. ; Stbab. 
IX. 414; cfr. TCmpkl in Roshbr, Lex. U. 3l>16. 

877. — Altri croi tornando da Troia giungono in Libia : Guneo (v. 8*»7) 
Protoo (V. 899) Eurìpilo (901). Il fatto che questi eroi sono di Tessaglia e dei 
paesi posti sui golf! Pagaseo e Maliaco. assieme alla circostanza che anche 
tessalo è l'altro eroe, Mopso, morto in Libia (v. 881) e che alla Tessaglia 
in generale si riferisce la spedizione degli Argonauti, ci fa pensare che qui 
si tratti d'una serie di miti localizzati in Libia, non per opera di specula- 
zione letteraria, ma per effetto di colonizzazione. Dal racconto di HiaoDor. 
W. 145 sgg. risulterebbe che gente Minia, giunta nel Peloponneso, sarebbe 
andata nell'isola di Tera e di là, appresso, sarebbe passata in Libia alla 
fondazione di Cirene ; cfr. n. al v. 848. E i Mini eran considerati tessali ; 
cfr. n. al v. 874. Per quanto oggi dobbiamo credere che i Mini situo niente 
altro che un popolo imaginario della preistoria greca, e quindi il racconto 
di Erodoto sia di carattere leggendario (cfr. Bkloob, Grieck. Gcsck. I p. Itith 
pure si potrà ritenere che in fondo alla leggenda sia alcunché di storico, nel 
senso che le genti di Tessaglia fossero uno degli elementi della popolazione 
di Tera, parimenti che in Rodi, e che poi assieme ai Terei fossero per\*enute 
in Libia. La sola circostanza, del resto, che i Terei collegastero le loro ori- 
gini colle genti di Tessaglia poteva contribuire al localizzamento dei nostri 
miti nella Cirenaica. — Tauchira o Teuchira, detta anche Arsinoe (Strab. 
XVII. 836; Plin. h. k. V. 5. 32) era una piccola città della costa libica, po- 
sta ad occidente di Cirene. Ignoriamo quando sia stata fondata; è però ri- 
cordata da Erodoto (IV. 17i»); cfr. Belocu, Grieck. Gcsck. I p. 198. 

878. — Il pres. afaC'Vjaiv sta per il fut. atcrjouoiv. 

88(\ — ScHBBR, Progr. Ploen 1876 p. 23: — Lycopkronìs versu ut- 
niiur qui snum ^ip^i^oisiv i9uU sumpsit ita vi vocis immutata ut acumi ma 
fragminum significaret : cfr. BACHllA^fN, ad l. 

881. — Qui il poeta ricorda un episodio degli Argonauti in Libia, cioè 
la morte di Mopso. Egli era tessalo, al pari di Guneo, Protoo ed Euripilo, 
e come loro sarà stato localizzato in Libia; cfr. n. al v. 877. Figlio di Am- 
pykos od Ampyx (Paus. V. 17. lU: Sckol. Pind. Pytk. IV. 19(») era Mopso 
detto Titarcsio (Hbsiod. scut. 181) e sebbene lo Sckol. .Apollon. Rh. 1. tiò colle 
parole 'Ajjl^óxoo 'jiò; toù TiTdfxtiv»^; lascia intendere che Mopso fosse nepote 
di Titarone. pure dobbiamo credere che Licofrone chiamandolo TiTetij>«ivs»«»; 
voglia alludere alla patria di lui. Igino {fab. 14 Schm. p. 45) Io dice ex 
Occkalia vel ut quidhm putant Titarensis. Noi non conosciamo una città 
di Tessaglia detta Titaron , ma. oltre del Hume Europo detto da Omero 
(II. II. 751) Titaresio, notiamo al nord della Tessaglia, ad occidente del- 
l' Olimpo, il monte Titarion ricordato da Strab. VII. 329 fr. 14, 15 ; IX. 441; 
cfr. BuRsiAN. Geogr. v. Grieck. l p. 42 n. 1, 47, 57. Crediamo pertanto che 
Licofrone dal nome del monte indichi la patria di Mopso. Era egli il vate, 
o augure, della spedizione argonautica, ricordato da Pind. Pytk. IV. [337] 



commento: vv. 882-890 267 



191 e spesso da Apollon. Rh. I. 6Ó. 80; U. 922 ; III. 916 sgg. e da Vai.. 
Flaoc. I. 2U7, 234 e da Hygin. /. e. Moriva in Libia, morso da un serpente, 
e là restava onorato come eroe (Apollon. , Rh. I. 80, IV. 1518 sgg.; Hygin. 
/ab. 14 schm. p. 48: Sbnrc. Med. 652). Questo Mopso, cogli appellativi di 
Lapita ad Argonauta, è giustamente distinto da Strab. IX. 443 dall'altro 
Mopso (il celebre vate tiglio di Manto, la figlia di Tiresia) morto secondo 
lo stesso Licofrone (v. 439) in Cilicia. Su ciò cfr. Hòfbr in Roscher, Lex, 
II. 32U8. 

882. — I compagni di Ulisse piantarono il remo di Elpenore sulla sua 
tomba {Odyss. XII. 15). Lo stesso fecero gli Argonauti sulla tomba di Idmo- 
ne (Apollon. Rh. II. 843) e i Troiani su quella di Miseno (Vero. A. VI. 233). 

885. — Aùaqòct (Calum. fr. 548 Schn. II p. 686; Ptolom. IV. 4. 4; Stbph. 
B. ò\ i;.) è una città della Cirenaica, mentre il fiume Cinifo si trova nella 
regione di Leptis Magna, dimodoché tra esso e la Cirenaica resta compresa 
la Sirti maggiore (Hbrodot. IV. 175; Plin. n. h. V. 4 [3] 27). Io credo coli' Hol- 
zinger che qui Licofrone, alludendo alla regione delle Esperidi, abbia presen- 
te il principal fiume di quella regione, il Lathon, ricordato da Strab. XVII. 
836 ; nel senso che questo fiume derivi le sue acque dal Cinifo. A questa 
credenza forse egli è spinto dalla tradizione che fa giungere nel Cinifo Cu- 
neo (cfr. n. al v. 897). La regione delle Esperidi è ricordata da Erodoto 
CIV. 198) immediatamente dopo quella del Cinifo per fertilità fra le contra- 
de della Libia. 

886. — Tritone era figlio di Posidone e di Anfitritc ( Hksiod. Thcog. 930; 
cfr. Apollod: I. 4. 6 ) ma Anfitrite era figlia di Nereo ( Hbs. Theog. 243 ) 

-e quindi egli era nepote di Nereo. Dell'arrivo degli Argonauti in Libia pres- 
so Tritone parlavano Pindaro {Pyth. IV) ed Erodoto (IV. 179). Secondo 
Erodoto, essendo sbalzata la nave degli Argonauti nella Libia (Cirenaica) 
venne tratta in salvo da Tritone che indicò loro la via da percorrere ; Tri- 
tone s'era fatto dare da Giasone il tripode di bronzo, che l'eroe dall'ora 
della partenza avea portato seco. Dopo egli fece agli Argonauti la predi- 
zione che se un giorno alcuno dei loro discendenti riprendesse quel tri- 
pode, inevitabilmente sarebbero sorte in quel paese cento città greche; il che 
avendo saputo i Libi nascosero tosto il tripode. Pindaro svolge ampiamen- 
te questa tradizione collegandola alla fondazione di Cirene; cfr. Apollon. 
Rh. IV. 1550 sgg. Anche lo storico Timeo ( apd Diod. IV. 56) pare narras- 
se r episodio degli Argonauti con Tritone, ma non possiamo dire se Lico- 
frone abbia attinto a lui ; cfr. Gììnthbr, de ca quae in ter Tim. e te. p. 49; 
Gbffcken, Tim. Geogr. p. 25. Mentre i detti scrittori parlano di un tripo- 
de di bronzo, Licofrone menziona un cratere d'oro, che fa dare a Tritone da 
Medea, la moglie di Giasone. 

887. — ^o; (oicaaev ha Eupmor. fr. 90 M. 

890. — Tifis, il figlio di Agnio di Sife ( Siphai ) in Beozia, era il famo- 
so costruttore della nave Argo (Apollon. Rh. 1. 105; Apollod. L 9. 16). 
Secondo Apollonio Rodio, egli riusci a trarre la nave fuori dalle Simplegadi 



268 cxjMMBNTo: w. 8<^1-8Q9 



(II. ó."ì7 ) e poi mori presso i Mariandini (11. 854; cfr. Apollod. 1. 9. 23). 
Pare che Licofrone, invece, ammetta che Tilìs sia tornato in patria, secon- 
do la tradizione esposta da Erodoro (in F. H. G. M II p. 41 ). Il fut 
£VT;a2i, che esprìme un'azione passata, non si spiega chiaramente come gli 
altri due fut. dei w. 8*kì, 845. Può trovare spiegazione soltanto in ciò che 
Cassandra, rappresentandosi vivamente dinanzi alla mente gli avvenimenti pas- 
sati, si colloca nel momento stesso in cui quegli avvenimenti succedono. 

891. — Allude alla colonizzazione greca della Libia, cioè della Cirenaica. 
Il Wilamowitz {de Lyc. Alex. p. 14) crede che qui il poeta attinga ad Hkbo- 
DOT. IV. 17<> : cfr. n. al v. 886. 

8**2. — Tritone è detto ^'^op^o;, perche nella parte superiore del corpo, 
sino all'inguine, avea forma umana, e nella inferiore forma di pesce. L'ar- 
te greca così lo rappresentava; e, fra gli altri monumenti, una elegante 
gemma di amatista ci presenta una famiglia di Tritoni ; cfr. Baumristkb, 
Demkm. Ili p. 1863 tav. 1^63. Il prcs. aà^Csi ha significato di pcrft. 

994. — Mi attengo alla interpretazione comune, intendendo "HikXr^v' per 
'K>J.r,vi e non per "KÀJ^r^va, come vorrebbe il Wilamowitz {de Lyc. Alex. p. 
14) : un greco, e cioè un discendente di uno degli Argonauti, verrà secondo 
la predizione in Libia e la gente di Libia gli consegnerà il cratere (òotf/ov) 
che quindi verrà di nuovo ( ^«>a|i::ouv ) in mano dei Greci. Intorno alla ir- 
regolare elisione della i in *KXÀsvi cfr. òpóxovr* al v. 918 e ciò che ad l. 
dice il Bachmann, il quale riferisce tale licenza ai poeti tragici. 

895 — I Libi temettero che si avverasse la predizione (sùyot) che un 
giorno i Greci sarebbero diventati signori del loro paese, e nascosero il cra- 
tere. Come innanzi Licofrone ( v. 848) ha chiamato il Nilo Asbisto, cosi 
qui Asbisti appella i Libi. 

896. — Che i Libi nascondessero il cratere, dice anche Hbrodot. IV. 179; 
cfr. n. al v. 886. Nel momento in cui parla (Cassandra i Libi avcano di 
già nascosto il cratere : il xjxi^ousi (tempo fut.) serve ad indicare soltanto 
che allora essi continuavano a tenerlo nascosto, inquantochè ancora non sì 
era avverata la predizione della venuta dei Greci nella Cirenaica. 

897. — Di Kyphos era Guneo, che a capo degli Enieni e dei Pcrrebi 
partecipò alla spedizione contro Troia ( Hom. //. II. 748; cfr. Eurip. Ipk. 
A. 278; HiQw.fab. 97 Schm. p. 91 ). Kj^phos, ricordata da Strab. L\. 442, 
come monte, trovavasi nel nord della Tessaglia; ma ne ignoriamo la pre- 
cisa località; cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. I p. 47. 1^ città di Gonno 
del nord-est di Tessaglia, sulla riva sinistra del Penco, secondo Stbph. B. 
s. V. avea preso nome da Guneo. La tradizione che faceva giungere il tes- 
salo Guneo in Libia era riferita da Apollodoro ( v. Tzbtz. ad. v. 9i.)2; cfr. 
Apollod. ^/7i7. 6. lo, lo* in M^^. gr. W 1 p. 218 sg. = fr. 2 in F. H. G. 
.M 1 p. 18(>) onde abbiamo ragione di credere che fosse molto diffusa e ri- 
salisse ad autorevoli scrittori. Sull'origine di questa tradizione cfr. n. al 
V. 877. 

S<>9. Protoo, tìglio di Tentredone, era andato a Troia a capo dei Ma- 



commento: vv. tXK^-9C)4 269 

gncti (HoM. //. II. 756). Nella parte meridionale della penisola di Magnesia 
era la località di Dica)vao^ o DicaXa^(Me (Ps. Scyl. 65; Stbph. B. 5. v. S^aXit^p/j) 
a sud-ovest dell' odierna città di Argelasti. Cfr. Bjrsian, Geogr. v. Griech. 

I p. 101. Licofrone la dice Palauthrae l'usa per indicare tutta la penisola. 
Sulla origine della tradizione dell'arrivo di Protoo in Libia cfr. n. al v. 877. 
È notevole che ApoUodoro, a quanto pare, facesse morire Protoo nel nau- 
fragio del Capo Cafareo {epit. 6. 15* in Myik. gr. W I p. 219 = fr. 2 in 
F. H. <T. M I p. 180) contrariamente a quanto dice Licofrone. 

9()0. — Amphrysos : fiume della Ftiotide derivante dal monte Othrys, 
che si scaricava nel golfo Pagaseo non lungi dalla città di Halos ; cfr. Bur- 
siAN, Geogr. v. Griech. I p. 78. Erra evidentemente Stbph. B. 5. v. nel 
porre questo fiume nella Magnesia, e quindi anche nel considerare Ruryampos 
(.?. V.) come città della Magnesia. Licofrone probabilmente colla vocfe Ruryam- 
pos volle Indicare il paese presso l' Anfriso, e cioè \' estrema parte meridio- 
nale della Tessaglia. Sotto la guida di Protoo dunque sarebbero stati non 
soltanto Magneti, ma anche genti di Tessaglia. 

9<>1. — Signore del paese ove rimase pietrificato il lupo è l'eroe Ruri- 
pilo (Rurypylos) il figlio di Evemone, che a capo dei Tessali di Ormenio, 
della fonte Ipereia, d' Asterio. e del monte Titano, andò contro Troia (Hom. 
//. II. 734 sgg.). Ormenio è presso lolco, sul golfo Pagaseo : e Strabone 
(IX. 432) dice che le genti di lui eran anche dette Ftioi, perchè confinanti 
colla Ftiotide. Il Peplos del Ps. Aristotele pone la tomba di Euripilo in Or- 
menio (n. 22 in P. L. G. B II p. 348). Il racconto del lupo pietrificato nar- 
rava N leandro secondo Anton. Lib. XXXVIII : Ucciso il fratello Foco, Peleo 
se ne fuggiva in Tessaglia presso Ruritione per essere purificato della colpa ; 
ma involontariamente uccideva a caccia Ruritione e riparava presso Acasto. 
Allora raccoglieva un grande gregge e andava ad offrirlo ad Irò, padre di 
Ruritione, cpme espiazione. Irò rifiutava il gregge e Peleo lasciava andare 
le pecore libere pei campi, secondo 1* ordine dell'oracolo. Un lupo allora le 
assaliva, ma per volere divino esso restava sul luogo pietrificato. Nicandro 
localizzava il mito al confine della Locride colla Focide ; ma evidentemente 
secondo Licofrone deve intendersi in Tessaglia, presso lolco, sul golfo Pa- 
gaseo. Ruripilo è anche ricordato da altri scrittori ; cfr. Sybbi. in Roschrr, 
Lex. 1. 1428. Secondo Licofrone, Ruripilo è uno degli eroi tessali che dalla 
tempesta sono sbalzati in Libia ; cfr. n. al v. 877. 

*>02. — flhcoivo^fixou* r^Toi xòv ^pcrfóvra là dzoivo toD IItjXso); (Schni.).^ 

II monte Tinfresto era al confine della Dolopia edell'Rtolia; cfr. n. al v. 42i». 
Licofrone vuol dire che i domini di Euripilo si estendevano sino all'estrema 
parte sud-ovest della Tessaglia. 

<A»3. — Aigoneia: secondo Rcateo, citato da Stkph. B. <?. v. che si rife- 
risce a questo luogo di Licofrone (=fr. U>M in F. H. G. M I p. 8) era una 
città dei Malli; ma non sappiamo precisarne la località; cfr. Bursian, Geogr. 
V. Griech. I p. ^6. 

9()4. — Rchinos: era una città dei Malii, posta sul golfo Maliaco al con- 



270 OOMMKNTO: vv. 905-911 



fine della Ftiotìde : ne avanzano le rovine ; cfr. Bursian. Gcogr, v. Grieck, 
I. p. 83; cfr. p. 77 n. 1, 112.— Gli antichi commentatori, compresa l'antica 
parafrasi (apd ed. Ltc. Schrkr) chiamano Titaron monte e città dei Malii: 
mentre Stbph. B. s. r. l'intende come TiTOfKiiv, città di Tessaglia. Io credo 
coirHolzinger che qui il poeta intenda parlare del monte Titaron o Titarìoo 
del nord della Tessaglia: di città così detta nulla sappiamo ; cfr. n. al v. 881. 

<>Oó. — Credo coli' Holzinger che Iros non sia una città della Tessaglia.^ 
(Strpu. B. .^. V.) ma corrisponda ad Ira, città dei Malii, così detta dall'eroe 
Iros (Strpb. B. .^. V.). Gli Iriei erano uno dei tre rami della popolazione Ma- 
lia (Thuc. 111. 92) accanto ai Parali e ai Trachini. Cfr. Borsian, Geogr. p. 
(iriech. I p. 9a sg. — Trachis: città posta a sud-est del monte Oeta fon- 
data secondo la leggenda da Eracle; i Trachini erano uno dei tre rami 
della popolazione Malia (Hkrodot. VII. 198 sg. 217; Tbuc. III. 92; Strab. 
IX. 428; Strph. B. .v. r.). Gli abitanti di Trachis parteciparono alla spedi- 
zione troiana sotto il comando di Achille (Hom. //, II. 682). — I Perrebi abi- 
tavano nel nord della Tessaglia, a sud dell'Olimpo. 

9(Mi. — Gonno: città del nord -est della Tessaglia; cfr. n. al v. 897.— 
Falanna: secondo alcuni antichi commentatori , corrispondeva alla tessala 
'Oplh; di HoM. //. II. 73^ (Strar. IX. 444»): deve ricercarsi sulla via che da 
Mylai va a Gyrton sul Peneo, e forse non lungi dall' odierna Tumavos. Cfr. 
BrRsiAN, Geogr. v. Grieck, I p. 56. — Oloosson: anch'essa città della Tes- 
saglia, a sud dell'Olimpo, ricordata da Omero (//. II. 739). Sulla località v. 
BiTRsiAN, op. cii. 1 p. 55, 42 n. 1. 

^»7. - Kastanaia: città della costa centrale della Magnesia (Hkrooot. 
VII, 188; Strab. IX. 443). Seguo coli' Holzinger l* interpretazione del Potter, 
secondo cui qui si accenna alla comune credenza degli antichi, che le om- 
bre di quei morti, i cui corpi non hanno avuto sepoltura, si aggirano senza 
posa qua e là sulla riviera di Acheronte: questo stato di sofferenza dura sino 
a quando i corpi non sieno sepolti. Io credo che Cassandra, compiacendosi 
della fine sciagurata dei Greci, vx>glia dire che quegli infelici non avranno 
mai sepoltura. Traduco quindi aUhva * eternamente .. 

911. — Da qui al v. 929 si parla di Filottete in Italia, nel territorio di Cro- 
tone, probabilmente secondo lo storico Timeo, come argomentò il Giinther (Jf 
ea qtiae inter Tim. etc. p. 49) confrontando Licofrone con [Arist.] mir. ause, 
lo7; cfr. GRFFt^KBN, Tim. Geogr. p. 3, 18, 72, 139, 190. Filotute era già 
noto ad Omero come figlio di Peante {OJyss. III. I9i>) e duce di genti tes- 
sale nella spedizione troiana: valente nel tirar d'arco, ma sciagurato, perchè 
morso al pie da un serpente era stato abbandonato dai Greci nell' isola di 
Lemno (//. II. 716 sgg; cfr. Cypria apd Procl. in E, tì. F. K p. 19 ; Soph. 
Phii. 967). La tradizione postomerica parlò dell' arco dì Eracle, ereditato da 
Filottete, e della predizione di Eleno che stabiliva la caduta di Troia per 
opera di quell'arco; e a ciò accenna lo stesso Licofrone (\. 56; cfr. n, aJ. /.). 
Il drama sofocleo ** Filottete „ svolge ampiamente il mito dell' eroe. Secon- 
do Omero {^OJyss. III. 1*>0) Filottete ritoma da Troia felicemente m patria; 



COMMBNTO: vv. 912-913 271 

ma la tradizione posteriore lo fa errare per i mari e quindi giungere in Ita* 
lia. E questa tradizione, probabilmente narrata da Timeo, doveva essere ben 
diffusa se era accolta nella biblioteca di Apollodoro, che fa arrivare l'eroe in 
Campania (ApoLtx>D. epii. 6. 15< lób in Mytk. gr. W 1 p. 219 sgj. La spiega- 
zione del localizzamento di questo mito nelle coste della Magna Grecia deve 
ricercasi nell'opera della colonizzazione rodia; cfr. Pais, Sior, d. Sic. e d. Mag. 
(rrec. I p. 228 sg. Sappiamo, infatti, da Strabone (XIV. 654 ; VI. 264) che 
Rodi si stanziarono nella Siritide e nella Conia, presso Sibari sul fìume 
Traente. E siccome consta che nella popolazione rodia era l'elemento tessalo 
e che le origini rodie si collegavano colle tradizioni di Tessaglia (cfr. Busolt, 
Griech. Gesch. 1 p. 356) è facile pensare come nell'isola di Rodi fosse di 
già onorato il tessalo Filottete e come quindi di là passasse nelle coste della 
Magna Grecia. E il rapporto tra la colonizzazione rodia d'Italia e l'impor- 
tazione del mito di Filottete è reso manifesto dalla tradizione che fa correre 
r eroe in aiuto di Tlepolemo . duce dei Lindi di Rodi, contro gli indigeni 
Ausoni, secondo narra lo stesso Licofrone e Ps. -Aristotele (mir. ause. 1(»7) 
sulla scorta di Timeo ; come pure dalla credenza eh' egli fondasse tra Ma- 
calla e Crimisa un tempio ad Apollo Aleo, e cioè al dio dei Rodi ; cfr. n. 
al V. 920. Nel paese di Crotone, dove Licofrone fa venire Filottete, l'eroe 
avrebbe fondato Criiwisa e Cone (Apollod. apd Stbab. VI. 254) e Macalla 
(Ps. Arist. mir. ause. 107; cfr. Stkph. B. s. v.); e dippiù nella Lucania la 
città di Petelia (Strab. /. e; Vkrg. A. III. 402 et Sbrv. ad. /.; Soun. II. 
10; SiL. 1t. XIL 433); cfr. Gruppe, Griech. Myth.p. 363. È naturale quindi 
credere che Filottete fosse onorato in altre città della Magna Grecia e a 
Sibari, dove si diceva che morisse combattendo ((Aristot.1 mir. ause. /. 
e.) specialmente se consideriamo che la città di Turio, sorta nel luogo stesso 
di Sibari, sebbene nel V secolo, si gloriava d'essere stata anch'essa fon- 
data da Filottete (ìustin. XX. 1. 16). Che ó8 anni dopo la distruzione di 
Sibari gente tessala tentasse di ricostruirla, è detto da Diod. XII. 10; ma 
a me pare anche questa sia una mera tradizione narrata assieme al mito 
di Filottete sulla origine di Turio. — Il fiume Esaro (così detto anche oggi) 
serve ad indicare il territorio di Crotone; cfr. Strab. VI. 262; Dion. Vili. 17. 

912. — Enotria: qui significa il Bruzzio. — Filottete durante il viaggio 
verso Troia era stato morso al piede da un serpente; cfr. n. al v. 911. Se- 
condo Igino {fab. lt>2 Schm. p. 94) ciò era avvenuto per volontà della 
dea Era, che volle punire Filottete di avere osato di costruire la pira di 
Eracle, contribuendo così all'immortalità di \\ii. — y.zy/(^hr^ ; specie di ser- 
pente ( Sehol. ). 

913. — .Strabone pone Crimisa nella Lucania, ma sa che Apollodoro 
(ancora più esattamente) la comprendeva nell'agro Crotoniate (Strab. VI. 
254 ; cfr. Stkph. B. s. «'.): la fondava Filottete; cfr. n. al v. 911 ; corrispon- 
derebbe sotto le alture dell* odierna Ciro, secondo il Marincola Pistoia (v. 
Lrnormant, La Orattde-Grèoe I p. 378). — Fiaccola è detto Paride, perchè sua 
madre Ecuba incinta di lui aveva sognato di partorire una face accesa che 



OOMJISNTO : vv. <) 15-9 19 



avrebbe incendiata la patria Ccfr. w. 8ò, 235); onde traduco * fiaccola fata- 
le ». Paride fu ucciso da Filottete come dice espressamente Sofocle {Pàti. 
\4'2h; cfr. Lyc. 63). Si crede che il guerriero che riscontrasi nella Tabuli 
Iliaca^ nella parte inferiore a sinistra, sia Paride mortalmente ferito da Fi- 
lottete e che questo motivo sia stato derivato dalla Piccola Iliade-, cfr. Bac- 
MKisTKB, Denkm. I p. 719 tav. Xlll. n. 81 >. 

915. ^ La dea Atena dirigeva il dardo di Filottete contro Paride. Ate- 
na dai Greci era anche considerata come dea battagliera (cfr. Pbbllbb-R. 
Griech. Mytk. I p. 214) e a lei sotto il nome di Salptnz (tromba) avca 
innalzato un tempio a Corinto Egelao, figlio di Tirreno l'inventore della 
trombetta ( Paus. U. 21. 3); cfr. Pbbllkr-P. Griech. Mytk, Il p. 283.— 
Ellanico chiamò Maioti gli Sciti (fr. 92 in F. H. G. MI p. 57) e scita 
chiama l'arco di Filottete lo stesso Licofrone in questo luogo (v. 917).— 
xXóxo; è la corda dell' arco formata di nervi o tendini intrecciati ; onde 
bene intende l'autore della parafrasi (apd ed. Ltc. Schkkr): <zx4zétLZou39 
TÒv £xt>}hxòv xf^; v£ti^; xrùìcov. Lo Scheer giustamente pone tra due lìnette ì 
versi 914*915 considerandoli come tra parentesi, dimodoché il discorso in- 
terrotto al V. 913 continui al v. 916. 

91(>. — Il fiume Dira traeva origine dal monte Oeta e correndo paralle- 
lamente allo Spercheo si scaricava nel mare '20 stadi più a sud di quello: 
si credeva che fosse sorto per correre a spegnere le fiamme che bruciava- 
no Eracle ( Hrbodot. VII. 1<>8; Strab. IX. 428); cfr. Bcrsian, Gcof^r. r. 
Griech. I p. 91. 

917 — Il leone è Eracle; cfr. n. al v. 33. L'arco che Eracle lasciò a 
Filottete, per ricompensarlo di avergli dato fuoco alla pira, era dello scita 
Teutaro; cfr. n. ai vv. 56, 458. Cassandra chiama quell'arco dj^cÈzoiv nel 
senso di terrìbile, micidiale, inquantochè i suoi dardi sono infallibili e pro- 
curano la rovina di Troia. 

918. — ^o^i^'oi sono veramente i denti molari: sono chiamati cosi i 
dardi quasicchè mordano e addolorino i ferìti (Tzetz.). Come osserva THol- 
zinger. il paragone dello scoccar dardi al pulsare uno strumento a corda tro- 
vasi già in Omero ( Odyss. XXJ. 4l>6 ). 

919. — Licofrone viene a parlare della morte, della tomba e del culto 
di Filottete. Questo passo è sembrato oscuro ai crìtici ed ha dato luogo i 
varie interpretazioni, sembrando che parli di due tombe dell* eroe in due lo- 
calità diverse, presso il Grati e in Macalla ( v.927 ). E così il Geffckeo 
( Tim. Geogr. p. 18 ) crede che la tomba sia presso il Grati e che in .Ma- 
calla non sia che un cenotafio ; e il Gruppe {Griech. Mytk. p. 363. n. \0) 
pone la tomba in .Macalla presso Sibarì, quasicchè le due città stessero 
accanto. .Meglio pensa l'Holzinger ponendo la tomba in Macalla e stimando 
che Licofrone col nome Grati voglia indicare in generale quel paese, e cioè 
r Enotria. Io credo di potere chiarire ancora meglio questi versi. La tomba 
ioiomo a cui è innalzato un tempio, od heroon, trovasi in Macalla, città di- 
stante ì'JO stadi da Crotone, secondo [Arist.] wiir. ause. 107 e quindi non 



cx>MMBNTo: vv. 920-922 273 

lungi dal fiume Nauaithos (Nieto) : in Macalla, ossia vicino a quel fiume, 
e' è il tempio di Apollo Alaios. Così il fiume Nieto, il tempio di Apollo Aleo, 
e la tomba o il tempio di Filottete, indicano una sola località, e cioè la città 
di Macalla. Or Licofrone, prima di specificare il luogo della tomba di Filot- 
tete, dice che il Grati può vederla, imaginando che dalle montagne, donde 
esso scende giù, si possa scorgere la foce del Nieto e il tempio di Apollo 
Al«o, e cioè la città di Macalla, ove Filottete ha la sua tomba. Sì noti che 
il Grati e il Nieto scaturiscono* non lungi 1' uno dell' altro, dalla medesima 
catena di montagne. Gosì Licofrone più innanzi (v. 550) ha imaginato che 
dalle sponde del fiume Gnacione, presso Sparta, si potesse assistere al com- 
battimento fra i Tindaridi e gli Afaridi. 

920. — Apollo è detto Patarao da Patara, città deHa Licia, ov' egli avea 
un tempio (Strav. XIV. 666). Filottete consacrò nel tempio di Apollo 
'AXto;, in Macalla, l* arco di Eracle : più tardi i Grotoniati, nell' epoca della 
loro egemonia, trasportarono l'arco di là nel loro tempio di Apollo ([Arist.] 
ffffV. ause. 107). "AXio; delPs. Aristotele corrisponde evidentemente a!l"A"/wOÌo; 
di Euforione (fr. 40 M) secondo cui Filottete compiuto il suo viaggio (ctXrj 
==errorj vagatio) fondava il tempio del dio presso Crimisa. Ma io penso 
che la forma originaria sia "AXto; e che stia in relazione con "AKia, la dea 
del mare dei Rodi (Diod. V. 55) e che quindi in Rodi fosse il culto di Apol- 
lo Halios, poi importato in Sicilfa col culto di Filottete. Forse il tempio 
era fuori la città di Macalla, sulla via che andava a Grimisa. Anche quei di 
Turio si vantavano di avere nel tempio di Apollo i dardi di Filottete (lu- 
STiN. XX. 1. 16); cfr. n. al v. 911. 

921.— 11 fiume Nauaithos (o Neaithos: oggi Nieto) scorreva un pò a 
nord di Grotone. La tradizione ne spiegava il nome colla leggenda, localiz- 
zata in molti altri luoghi, delle donne troiane prigioniere degli Achei, che 
ivi giunte, stanche di viaggiare, avrebbero incendiate le navi: vsa; atB^iv 
(Strab. vi. 262). Licofrone ha evidentemente presente la leggenda, cui ac- 
cenna appresso; cfr. v. 1075. Gfr. Euphor. fr. 41 M; Thbocr. IV. 24. 

922. — Pellene era città del nord-est d' Acaia, vicina ai confini dell' Ar- 
golide. Qui Pellene serve ad indicare l' Acaia in genere, e cioè gli Achei che 
colonizzarono la Magna Grecia. Molti Achei sarebbero venuti in questo paese e 
primi quelli che abitavano sulle spiagge di Elice, Bura, Egio, Ripe: si crede- 
va che Is di Elice avesse fondata Sibari (Strab. VI. 263) e Miscello di Ripe 
Crotone (Hippys fr. 4 in F. H. G. .M II p. 14; Antioc. apd Strab. VI. 262 = 
fr. 11 in K ^. G. M 1 p. 183; Diod. Vili. 17) e Tifone di Egio la città 
di Caulonia (Paus. VI. 3. 19); e la tradizione riferita da Antioco (Strab. VI. 
2(A = fr. 13 in F. H. G, M l p. 185) faceva achea anche Metaponto. Su 
queste colonie achee nella Magna Grecia cfr. Pais, Slor, d. Sic. e d. Mag. 
Grec. 1 p. 190 sgg. Licofrone parlando di Filottete ha presente la costa che 
da Crotone va a Sibari; e pensa evidentemente che quivi, paese di Ausonia, 
i Pelleni od Achei sieno giunti prima dei Lindi, cioè dei Rodi, e che a co- 
storo abbiano voluto impedire la colonizzazione: in aiuto dei Rodi, guidati 

E. ClACEBl. —La Alettandra di Lico/roi\f. 18 



274 GOMMRNix): vv. 924-93t» 

da Tlepolemo, accorre Filottete, che cade combattendo; cfr. n. al v. 911. 

924. — Termidro è il porto della città di Lindo nell'isola di Rodi (Stcpa. 
B. s. V.). A sud-ovest di Rodi e a nord-est di Creta è 1* isola Carf>ato; cfr. 
BiTRsiAi^, Geoj^r. v. Griech. Il p. 352. 

925. — Thrascia (da Tracia) era detto il vento che da nord soffia verso 
ovest (cfr. Plin. n. k. U 47 [46] 1 29). Licofrone imagina che da questo ven- 
to le navi rodie, partite da Troia, sieno state cacciate verso sud e cioè ver- 
so le coste dell' africa; e che poi sieno ripiegate verso l' Italia. Il rumore del 
vento violento, o bufera, è simile al cupo abbaiare del cane. Il cane è ot^oiy, 
cioè violento, che assale; cfr. n. al v. 27. 

927. ~ La tomba e il tempio di Filottete sono in Macalla. sul fiume 
Nìeto, a nord di Crotone; cfr. n. al v. 919. Stbph. B. s. v. dà l'etimologia 
di Macalla o Malaca: òxò xo5 |iaXax»3^v«i sv oO'qQ OiXoxtìjtìjv; cfr. Mabtial. II. 
84 ** mollis erat facilisque viris Poeantius heros: \ vulnera sic Paridis di- 
citur ulta VcHus. Cfr. Klausbn, Aeneas u. Pen. I p. 462. 

93l». — Da qui al v. 95(> il poeta accenna all' arrivo dell' eroe Epeo 
nella Magna Grecia. Il verbo principale si trova soltanto al v. 947 (veissrrm) 
ed invero tutto il brano compreso tra il v. 931 e il 945 sì può considerare 
come un inciso da scriversi fra parentesi. Per questo io, in luogo del punto 
fermo, metto il segno del punto e virgola alla fine dei vv. 942 e 945. Per 
maggior chiarezza traduco il vao^sroi due' volte: qui come * giungere , e al 
V. 947 come ** stanziarsi ,. Probabilmente il poeta, anche qui, s^ue la 
narrazione di Timeo; cfr. GCnthoi. de ca, quae inter Tim. ctc. p. 51; Gkf- 
PiiKBN, Tim. Geogr. p. 18, 72. 19(). Secondo Licofrone Epeo giunge in Laga- 
ria, città della Siritide. sulla costa che da Sibari va a Siris (oggi Trebisacce, 
secondo Lbnormant, Im Grande-Grèce I p. 219); e Strabone (VI. 263) dice La- 
garia fondata da Epeo e dai Focesi; cfr. Stbph. B. 5. v. .XGqapta. Ma anche 
Metaponto si faceva fondare da Epeo, secondo Vbll. PATEsa L 1 , e a Meta- 
ponto, nel tempio di Atena, stando a Trogo Pompeo (Iostin. XX. 2. 1) si rite- 
neva conservare gli arnesi coi quali Epeo avea costruito il cavallo troiano. E 
per spiegarci il localizzamento di questo mito nella Magna Grecia, più che 
alla piccola Lagaria, io credo debba pensarsi alla grande città di Metaponto. 
Lo storico Eforo (apd Strab. VI. 264 = fr. 47 in F. H. G. M I p. 246) rife- 
riva la tradizione secondo cui Metaponto era fondata da Daulio tiranno di 
Crisa, città della Focide, che già avanti il 59ik a. C. era uno dei primi por- 
ti commerciali della Grecia ; e a questa tradizione si può attribuire un va- 
lore storico, nel senso che realmente alcuni della Focide giungessero a Me- 
taponto, come stima il Pais (5/or. «/. Sic. e J. Mag. Grcc. 1 p. 221); cfr. 
BiisoLT, Griech. Gesck. 1 p, 411. Epeo è eroe focese ! suo padre si chia- 
mava Panopeo (//. XXllI. 665) come una città della Focide, ed era figlio di 
quel Foco, da cui si credeva la stessa Focide avesse preso il nome (Paus. 
II. 4. 3; 29. 3; X. l. 1); cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. I p. 158, 168. Co- 
me capo dei Focesi è considerato Panopeo in Apoixod. II. 4. 7. Dippiù fra- 
tello di Panopeo era Criso, secondo il poeta Asio (apd Paus. II. 2*^. 4 = fr. 5 



ooMMRNTo: vv. 931-934 275 

in E. G, P, K p. 204; cfr. Stbph. B. s. v. Kpicja; Schol. Eurip. Or. 33): egli 
fondava la omonima città della Focide, Crisa {Schol. Eurip. /. e; Stbph. B. 
/. e; Schol. II. II. 520). I Foccsi del golfo Criseo avranno portato il mito 
di Epeo a Metaponto, e nel periodo della grandezza politica di questa città 
si sarà diffuso neUe coste della Siritide sino a Lagaria; e in quanto a ciò 
si ricordi che verso la metà del VI sec. a. C. i Metapontini si resero pa- 
droni della regione in cui sorse Lagaria; cfr. Pais» Stor. d. Sic. e d. Mag. 
Grec. I p. 248. Come Metaponto, cosi Lagaria si credette fondata dal foce- 
se Epeo, e forse se ne derivava il nome dalla madre di lui (Schol. II. XXIII. 
665). In Lagaria pertanto, come a Metaponto, si credeva conservare nel tem- 
pio di Atena gli strumenti coi quali 1' eroe avea costruito il cavallo troiano 
(Lyc. V. 948; Ps. Aristot. mìr. ause. 108). Di Epeo in Pisa parla Skrv. ad Aen. 
X. 179. — Sin da Omero, Epeo si riteneva costruttore del famoso cavallo 
troiano iOdyss. VIII. 493; //. XI. 523; cfr. Parv. Iliad. apd Procl. in E. G 
P. K p. 37; Paus. U. 29. 4) e la pittura del Vaso di Vulci, illustrata dal- 
l' Overbeck (cfr. Roschrr, Lex. I. 1279) rappresenta l'eroe in mezzo ad Ate- 
na ed Agamennone nel momento di aver compiuta la costruzione del caval- 
lo. Non e* è contraddizione tra questo verso e il v. 222. 

931. — Che Epeo, grande artefice, fosse inetto nelle cose guerresche, mo- 
stra di conoscere anche Omero (//. XXIII. 665 sgg. 838 sgg.). Cfr. v. 943. 

932. — Licofrone (w. 932-945) viene a spiegare come Epeo nascesse ti- 
mido ed inetto nelle cose della guerra: gli dei avean voluto punire lo sper- 
giuro suo padre Panopeo. Il racconto si riferisce al mito narrato da Apol- 
LOD. II. 4. 6-8 intorno alla uccisione dei Perseidi, fratelli di Alcmena, e alla 
guerra contro i Tafi-Telcboi. Licofrone avrà avuta presente la fonte di Apol- 
lodoro, forse Ferecide. A questo mito già si accenna in Hbsiod. Seul. 19 
sgg.; PiND. Nem. X. [26] 15. Alcmena promette ad Anfitrione di sposarlo 
qualora vendichi la morte dei suoi fratelli sui Tafì. Anfitrione muove in guer- 
ra contro Pterelao, re dei Tafi, in compagnia di altri eroi, tra i quali Pano- 
peo. Finche visse Pterelao, non si potè conquistare il regno dei Tafi; ma 
Cometo, figlia di Pterelao, innamorata di Anfitrione, recise al padre l'aurea 
chioma che lo rendeva immortale; ed egli morì ed il regno venne abbattuto. 
Anfitrione vittorioso sposava Alcmena. In quella guerra intanto s'era stabi- 
lito di dividere egualmente il bottino ; ma Panopeo ne nascose una parte, 
e poi lo negò giurando falsamente per Atena e per Ares. Gli dei lo puni- 
rono, dandogli un figlio pauroso. 

933. — • Gregge „ chiama in generale il bottino di guerra. 

934. — Le torri di Cometo sono le città, il regno di Pterelao. Licofro- 
ne vuol rilevare (v. sg.) come il regno di Pterelao sia caduto a causa delle 
nozze di Anfitrione con Alcmena, ma nello stesso tempo egli vuol ricordare 
al lettore la parte che in questo fatto ebbe l'amore di Cometo per Anfitrio- 
ne; onde qui, invece di nominare il re Pterelao, ricorda la figlia di lui. Io 
quindi traduco secondo la costruzione che dà il testo, legando Ko^ai&oD^ 



276 commento: vv. M36-946 



con KÓpfcuv e non con aipax<p, come fa i'Holzinger, o con wa.9sujt«rxwv, co- 
me pensa lo Schecr (Progr. Ploen 1876 p. 6). 

936. — Come nota i'Holzinger, Atena è detta Aloitis nel senso di sce- 
leris vindex : cfr. Thesaur. Ddf. — Sotto il nome di Cidonia aveva Atena 
un tempio in Elide, e dal discorso di Paus. VI. 21. 6, appare che questo 
nome derivasse da Cidonia, città di Creta. — L'appellativo Bpasói si rife- 
risce ad Atena evidentemente in senso guerresco, come il Salpinx del v. Q15. 

937. — Crcstone: indica la Tracia; cfr. n. al v. 499; e di Tracia si cre- 
deva il dio Ares, a cominciare da Omero (//. XIU. 301; Odyss, Vm 361). 

938. — KovWoiv o KovSaìo; (cfr. v. 1410) è Ares. Forse originariamen- 
te era appellativo di Efesto, come al v. 328 ; cfr. n. ad. l. — Ares, dai La- 
tini detto Mars, era chiamato Mamers dalle genti oscho-sabine (Vabb. /. /. V. 
73; Fkst. p. 131. 5. v.) onde il nome grecizzato qui diventa Mamerto; cfr. v. 
1410; cfr. Roschbr, Lex. II. 2436. Forse Licofrone ha trovato così chiamato 
Ares in Timeo rCBPPCKKN, Tim. Geogr, p. 19) dove anche a\Tà letto Atena 
chiamarsi Mamersa ; cfr. n. al v. 1417. — L'appellativo di lupo, dà l'idea 
della ferocia e del terrore. 

939. — Fratelli gemelli erano Panopeo e Criso, entrambi considerati co- 
me eroi fondatori delle omonime città della Focide, Panopeo e Crisa ; cfr. 
n. al V. 930. Il mito del combattimento avx^enuto tra i due bambini, quan- 
do ancora erano nell' utero materno, rispecchia indubbiamente le antiche ini- 
micizie tra gli abitanti di quelle due città. 

941. — La forma Titoi fu usata anche da Callimaco (fr. 2lH> Schn. II 
p. 455) come già notavano gli scoliasti: sta in rapporto con Titov, dio so- 
lare, e significa 1* aurora, il giorno ; cfr. Prki.lrr-R. Griech, Mvtk. I p. 48 
n. 3, 441 n. 1. 

942. — Alla fine del verso al punto fermo sostituisco il segno del pun- 
to e virgola ; cfr. n. al v. 93l). Epeo dunque nacque pauroso per vendetta 
degli dei verso il padre di lui, spergiuro (v. 931 sgg.). — 7^vòf»oi3«v: òrzi 
ToD Ysvw;^^vai ixoer^sov (Schol.). — xóxot; ( =» deis) ha Euphor. fr. 99. M. 

945. — Il cavallo costrutto da Epeo fu di grande giovamento all' eser- 
cito greco, nella presa di Troia, e di rovina ai Troiani (v. 949); alla fine 
del verso al punto fermo sostituisco il segno del punto e virgola; cfr. n. 
al V. 93l». La sostituzione della lez. o>:p5>xrJ3ovTa (Schkkr) all'altra lù^sXijaovxa 
non è necessaria. L' aoristo trova la sua ragione in ciò, che Cassandra va- 
ticinando si rappresenta i fatti come già compiuti. ** lam emim animo vid€- 
riìt urbem funesto ilio Epei artificio captam et incendio deletam, et lue- 
tuosissimam Argivorum victoriam (Rachman.v). 

946. — Questi due fiumi indicano le località di Metaponto e Lagaria, 
e cioè la Siritide; cfr. n. al v. 930. Il Kì{>i;='Ax!(>i; {Etvm. Af.2i^. 34) oggi 
Agri, è vicino Eraclea (presso l'odierno Policoro) e non lungi da Metaponto 
(cfr. Htrab. vi. 2^>1). Il Cilistano deve ricercarsi presso Lagaria: dal Gargiul- 
li {ad l.) in poi i commentatori di Licofrone lo identificarono col Raganel- 
le, ma il Lenormant {La Urande-Grèce I p. 23») crede che sia il Saracino. 



commento: vv. 948-9Ò1 277 



Quale delle due forme KuXtSTOvo; e KuXisxapo; sia più giusta, non si può 
stabilire con certezza, come ben osservò lo Schecr {Rhein. Mus. XXXIV p. 45*») 
ma credo, con lui, sia preferìbile la prima, confermata dallo Etym. M. 544. 3( K 
948. — La voce ^pra; (=statua, effigie umana) è qui usata per indicare 
il cavallo di legno, nel senso che questo fosse fatto con tanta naturalezza 
da sembrare un vero cavallo, vivo, animato. Che Epeo consacrasse gli ar- 
nesi, coi quali avea costrutto il cavallo, nel tempio di Atena della città di 
Lagaria, oltrecchc a Metaponto (Iustin. XX. 2) riferisce anche il Ps. Arist. 
mir, ause. 108; ed un'altra tradizione dice che Epeo costrusse in Lagaria 
il tempio di Atena Heilenia {Etym. M. 298. 26, ove si deve leggere Kicsió^: 
in luogo di OiXox-ojxTj;; cfr. Gììnthkr, de ca,quae inter Tim. etc. p. 51); cfr. 
n. al V. 93(). Atena avea aiutato 1* eroe nella costruzione del cavallo (Odyss. 
Vili. 493). Secondo Igino (Jab. U)8. Schm. p. 97) Epeus monitu Minervae 
equum mirac ìuagnitudinis ligneum fedi. 

950. — Myndia è detta Atena da Myndos, città della Caria; cfr. v. 1261; 
efr. AHonym. Laureniian. in Anecd. varia ed. Schoell et Studemund I. 269. 
22, citato dall' HòPER in Roschbr, Lex. II. 33(^7. 

951. — Accennando il poeta ad eroi greci, che al ritorno da Troia giun- 
gevano in Sicilia, ne trae occasione per ricordare l'episodio delle figlie del 
troiano Fenodamantc arrivate nell' isola, la nascita di Egesto il fondatore 
della città Segesta, Erice ed Entella, e la venuta di Elimo. Questo tratto 
(951-977) si riferisce quindi alle leggende che facevano giungere nell'isola, 
dopo la caduta di Troia, eroi greci e troiani, e trova un certo riscontro 
nella tradizione riferita da Tucidide (VI. 2) che vedeva negli Elimi di Sici- 
lia gente troiana e cittadini di Focea, reduci dalla guerra troiana. In quan- 
to agli eroi greci Licofrone non fa nessun nome, ma può darsi che alluda 
ai Focesi di Tucidide, giacché se è vero che colla voce Sicania il poeta suole 
designare tutta l' isola e non la sola parte occidentale (cfr. n. al v. 870) dove 
i Focesi sarebbero sbarcati, è anche evidente che qui non intende parlare del- 
l' una o piuttosto dell' altra parte dell' isola, ma di tutta in genere. La tra- 
dizione licofronea in tal caso troverebbe fondamento nel fatto, che genti di 
Focea, non certamente al tempo di Troia come vorrebbe anche Tucidide, ma 
in età storica, verso il 600 a. C, sarebbero sbarcate nelle coste di SiciUa 
(cfr. Pais, Sior. d. Sic. e d. Mag. Grec. I p. 126). Credo poi coU'Holzin- 
ger che Licofrone qui possa pensare all' eroe Merione, il nepote di Minosse 
celebrato nei canti dell' Iliade e venuto, dopo la distruzione di Troia, nelle 
coste occidentali di Sicilia in compagnia di Cretesi (Diod. IV. 79); tanto 
più che questo mito è collegato ad un fatto storico di grande importanza, 
quale è la colonizzazione cretese di Sicilia; cosicché nella città di Engio, en- 
tro il tempio delle Madri, che sarebbe stato cretto dai Cretesi, si credeva pos- 
sedere armi di Merione (Plutarch. Marc. 20): tutto il mito era semplice impor- 
tazione dei coloni cretesi di Sicilia; cfr. il mio Contributo alla storia dei cul- 
ti dell'ani. Sicilia p. 56. E naturale, del resto, pensare come l'origine delle 
colonie greche di Sicilia si dovesse ricollegare alla venuta di eroi greci da 



278 COMMENTO : vv. 952-958 



Troia, secondo tradizioni che a noi non sono pervenute. In quanto poi al- 
l' arrivo di eroi troiani, la tradizione licofronea si riferisce evidentemente al 
racconto di Tucidide (/. e.) sugli Elimi. Si è creduto, infatti, che nella parte 
nord-ovest dell* isola fossero realmente giunte genti troiane, mentre, come 
ha dimostrato il Pais (Sior, d. Sic. e d. Mag. Grec, 1 p. 123 sgg.) è questa 
una pura leggenda localizzata nell' isola dai Greci venuti in Occidente , tra 
i quali forse quei Focesi che menziona Tucidide. E una volta che i Greci cre- 
dettero di ritrovare fra i Sicani genti troiane che chiamavano Elimi, si ven- 
ne facilmente al localizzamento dei miti di Elimo, delle figlie di Fenoda- 
mante, e di Egesto, e di Enea, tutte leggende legate al culto della Afrodite 
Ericina. Ed è facile credere che già il poeta Stesicoro parlasse di Troiani in 
Sicilia e particolarmente di Enea. Allo sviluppo ed incremento della tradi- 
zione troiana in Sicilia dovettero contribuire, a causa del suo carattere an- 
tiellenico, le grandi e continue lotte degli abitatori delle coste occidentali 
dell'isola contro l'elemento dorico invasore, che sin dal 580 a. C, e forse 
prima, muoveva in aiuto della pur dorica Selinunte contro la troiana Sego- 
sta. Certo è che nel V e IV secolo a. C. la tradizione troiana in Sicilia era 
del tutto formata, ma non molto estesa a causa della prevalenza dell' ele- 
mento dorico, o siracusano; e che nel III secolo raggiungeva il suo comple- 
to sviluppo in conseguenza della conquista romana dell* isola. Cfr. la mia 
memoria Come e quando la tradizione troiana etc. in Stud Star. Pisa 1895 
IV p. 503 sgg. Che in questo luogo dove si parla di Troia in Sicilia Lieo- 
frone attingesse a Timeo, lo sospettò il Giinther (de ea, quae inter Tim. etc. 
p. 52) e il GefTcken {Tim, Geogr, p. 96) l'affermò recisamente. 

952. — iv^: vale la Sicilia in genere, verso la quale Laomedonte sape- 
va che sarebbero andati i naviganti : più sotto il poeta specifica il luogo 
ove essi giunsero, e cioè la campagna dei Lestrigoni, o di Lentini. — Al mito 
di Esione, figlia di Laomedonte, esposta al mostro marino per suggeri- 
mento del troiano Fenodamante, ha accennato innanzi Licofrone (vv. 33, 472; 
cfr. n. ad, /.). Adirato pertanto Laomedonte contro Fenodamante consegnò 
le tre figliuole di lui a naviganti o mercanti che andavano in Sicilia, perchè 
fossero esposte nella solitaria campagna e diventassero pasto delle fiere. Po- 
sta nel paese dei Lestrigoni, furono salvate da Afrodite che le trasportò nella 
costa occidentale dell'isola presso Erice, ove esse innalzarono un tempio 
alla dea {Schol. ; cfr. Sbbv. ad Aen. I. 550 et Dionys. Hal. I. 52, che danno 
una variante della tradizione). 

954. — ao^^opai; 5sBtj7|iìvo; lett.: stimolato dalla sventura. 

955. — Come osserva l'Holzinger, TtjXoù ricorda il TijXiicoXo^ città dei 
Lestrigoni di Omero (Odyss. X. 82). Questa voce io, per maggiore chiarezza, 
traducendo trasferisco nel v. sg. 

956. — Sui Lestrigoni, nel campo di Lentini, cfr. n. al v. 662. Eracle 
li avea distrutti quasi completamente (v. 662) e forse questo pensiero su- 
scita nella mente del poeta l'imagine della solitudine del loro paese. 

958. — La dea Zerintia, o di Zerinto, era Afrodite (cfr. n. al v. 449) .§ 



coMMKNix) : vv. ^)(ì]-^)tì(ì 279 

qui è la famosa Venere Ericina dei Romani, ritenuta madre dell' eroe Erice, 
celebre lottatore; cfr. n. ài v. 8òO. A lei le figlie di Fenodamantc eressero 
il tempio di Erice. 

961. — Il dio fluviale Crimiso in forma di cane si unì ad una delle figlie 
di Fenodamante, Egesta o Segesta, e procreò Aceste od Egesto (Vbru. A. 

V. 38; Sbrv. ad. Aen. V. W; 1. 5ò() dove è detto che Crimiso prese le 
forme di orso; Hygin. /ab. 273 Schm. p. 148; Schol. Lyc). Si noti come 
il cane sia animale di natura lascivo. E stato osservato come T effigie del 
cane sulle monete di Segesta (Poolk, Calai, of Ihe Greek coins in Ihe Brìi. 
Sfits. Sicily p. 1 30) si riferisca a Crimiso ; ma non e da credere che il cane 
abbia solo lo stretto significato della trasformazione del dio : esso da l' idea 
della caccia, per cui in monete della stessa Segesta si vede effigiato un gio- 
vinetto cacciatore, probabilmente rappresentante Crimiso, con uno o due 
cani (PooLB, op. cit. p. 133 sg.) e per cui il cane si riscontra non solo nelle 
monete di Segesta e delle elimo-fenice Motia, Panormo ed Erice, ma anche 
in altre città di Sicilia, come Agiro, Placo e Paropo (cfr. Poolb, op. cil.). 
Ciò dimostra erronea la opinione di quei critici, come l'Holm {Gesch. Sic. 1 
p. 89) che nell'effìgie del cane delle monete elime han voluto vedere una re- 
lazione col culto di Militta, l'Afrodite persiana, e cioè le tracce d'un culto 
orientale. E ciò perchè han creduto orientali o troiani gli Elimi di Sicilia; 
cfr. n. al v. 9.il. Come nella mitologia dell'antica Sicilia sia da riconoscere 
un vero rapporto tra il fiume e il cane, credo avere dimostrato nel mio 
Contribulo alla sloria dei culli eie. p. 93 sgg. 

963. — Una volta che Crimiso s'era trasformato in cane e quindi avea 
riprese le sue forme naturali, viene imaginato come un misto di uomo e di 
bruto, e cioè come uno che sappia presentarsi sotto duplice forma. Potrebbe 
anche darsi che il poeta alludesse al fatto che presso gli antichi le divinità 
Huviali si solevano rappresentare in forma di toro colla testa umana e quin- 
di come un semi-bruto. 

964. — Aceste fondava e popolava in Sicilia le tre città di Segesta, Erice 
ed Entella {Schol.), Segesta ed Erice erano le principali città elime (Thuc. 

VI. 2. 3); Entella, posta sul fiume Crimiso, è specialmente ricordata da Dio- 
doro (XIV. <>, 48; XVI. 67). — Ritenendosi gli Elimi d'origine troiana, in 
quelle città era maggiormente accolta la tradizione troiana; cfr. n. al v. 951. 

965. — Nella guerra troiana Aceste andava in Troia a difenderla dai 
Greci e poi faceva ritorno in Sicilia conducendo seco il troiano Elimo (Dio- 
NYs. Hal. I. 52) figlio bastardo di Anchise (Sbrv. ad Aen. V. 73). Secondo 
altri. Elimo sarebbe venuto con Enea a Segesta ed avrebbero occupato Erice 
e Lilibeo (Strab. XIII. 6()8). Elimo diventava pertanto l'eroe eponimo degli 
Elimi di Sicilia. Anche qui pare che fonte di Licofrone sia stato Timeo; cfr. 
GsFrcKBN, Tim. Geogr. p. 27. Sugli Elimi cfr. n. al v. 951. 

966. — In cambio di Kr|XtTjptav lo Scheer lesse Ar)XTTjpia; intendendo 
questa voce come appellativo di Demetra; cfr. v. 1391. L' Holzinger invece 
ha considerato "A.7;xTT^pio;=so7a":o;, perchè tale significato pare che abbia al 



mi OOMMBNTO: vv. 968-980 



V. 13-^1; ed ha pensato che qui il poeta voglia indicare l'estrema parte 
della Sicilia, la nord occidentale, paese degli Elimi, lo credo che Xijxrr^'av 
qui abbia il suo comune significato {dcsinentem^ terminat4Mm\ e che si rife- 
risca direttamente a ipt^^Jov. La costruzione: s?; vf}3ov Xr^xTr^ptcrv Tpe^eipov. 

968. - Cassandra imagina che i Segestani, d'origine troiana, piange- 
ranno la rovina della sua patria. Troia. Io credo che in questo luogo (vv. 968- 
977^ Mcortonc intenda significare che in Segesta era la consuetudine di 
commemorare il ricordo della caduta di Troia, press' a poco come a Crotone 
si commemorava la morte di Achille (v. 859): vestiti a luttOf colle chiome 
mcoUc e negletti in tutta 4a persona , proprio come gente colpita da sven- 
tura e che supplice chiede protezione, i Segestani rievocavano piangendo 
la rovina di Troia. Nessuna meraviglia intanto che al tempo di Licofrone, 
u del siciliano Timeo, ci fosse nella troiana Segesta una simile consuetudi- 
ne, Ivs eludiamo intanto col Geffcken {Tim. Geogr. p. 26. n. 5) l' interpreta- 
zione del Giinther (</<r, ca quae inter Tim, etc. p. 14) che qui vede un'allu- 
sifinc alla distruzione di Segesta avvenuta l' a. 307 a. C. per opera di Aga- 
locle> 

975. — àji«p6U3si cfr. n. al v. 1298. 

978. — Molti Achei tornando da Troia giungono nella Sirìtide e nella 
costa occidentale della penisola Sallentina, che da Taranto va al Capo S. Maria 
di LcucAh Quelita costa è detta Leuternia, perchè ivi furono raggiunti ed ucci- 
si da Eracle i giganti di Flegra, detti Leuterni (Strab. VI. 281; cfr. Ps-Arist. 
mtr, ause. 97). Pare che anche qui il poeta attinga a Timeo; cfr. Gkffcxkn. 
Jrfti. Utogr. p. 15. Non ha peso l'obbiezione mossa dal Lenormant {La 
Grande-Grtct, \ p. 221) che la costa Leuternia di Strabone si trovi troppo 
U>ntana da Siris; perchè Licofrone evidentemente non vuole parlare della so- 
la Sititide, ma anche della costa della lapigia. Che questi greci sieno achei, 
è detto appresso (v. 989) e che colonizzazioni achee sieno avvenute in que- 
ste regioni, notammo innanzi; cfr. n. al v. 922. 

98< I, — Secondo Licofrone, era in questi luoghi, e cioè nella Sirìtide, la 
ttjmba dell' indovino Calcante. E lo scoliasta narra che giunto ivi Eracle coi 
htJiH geriti nei e trovato Calcante che riposava sotto un fico, gli dimandava 
quanti l!ìchi fossero sull'albero e quegli rispondeva esseme dieci moggi, più 
un fìco. Eracle misurava i fichi e riempitine dieci moggi ne vedeva avanza- 
re un solu, che non riusciva a far stare sul decimo moggio, già colmo: ne 
rìdeva Calcante, ed Eracle adirato l' uccideva con un pugno sul capo. Ciò 
narra ki scoliasta; ma secondo questo racconto Licofrone sarebbe in mani- 
festa contraddizione (come pare l'accusi Tzetze) per aver innanzi (v. 424) 
detto che ('alleante moriva presso Colofone; cfr. Gbffgken, Zwei Dramem 
fies Lyc. in Herm. XXVI p. 37. L' Holzinger pensa di togliere la contrad- 
dizione coirammettere che qui Licofrone dia ad un personaggio il nome di 
C^alcante, semplicemente per dire ch'era indovino, e che in realtà non inten- 
da parlare di Calcante. Ma questa ingegnosa interpretazione verrebbe a ne- 
gare che nella Siritide fiorisse il mito di Calcante; mentre non è casuale il 



£»MMBNTo: vv. 982-983 281 



ricordo di Calcante in questo luogo, inquantochè esso è strettamente colle- 
gato colla tradizione dell' arrivo dei Colofoni, che menzionano Aristotele e 
Timeo (apd Atubn. XII. 523 d) e che Strabone (VI. 264) indica genericamen- 
te col nome di Ioni; onde Erodoto (Vili. 62) fa dire a Temistocle: Dtpiv — 
9^'x^t ij^uTtprj T« ÌTzi àx icaXmoD in. lo son d'avviso col Geffcken (Tim. 
Geogr. p. \ò) che proprio all'arrivo dei Colofoni nella Siritide si deve l'im- 
portazione del mito di Calcante, in quanto do valore storico alla tradizio- 
ne di quell'arrivo e non la considero quale semplice effetto del mito stesso 
di Calcante, come fa il fìeloch (Griech. Gesch. I p. 176). La colonizzazione 
colofonia di Sirìs sarebbe avvenuta quando gli Ioni fuggivano la signoria 
dei Lidi (Strab. /. e.) e cioè verso la metà del secolo VII, quando il re Gi- 
ge conquistava Colofone ; cfr. Ed. Mktrr, Gesch. d. AlUrth. II p. 480 ; Bu- 
90LT, Griech. Gesch. I p. 412; Pais, Stor. d. Sic. ed. Mag. Grec. I p. 225. 
Potrebbe anche darsi che alla diffusione del mito in Occidente contribuisse 
il poeta colofonio Mimnermo. Erra però il Geffcken {Tim. Geogr. l. e.) nel 
mettere in relazione il Calcante della Siritide col Calcante menzionato da 
Plinio {n. h. III. 11 [16] 1()4) e col Calcante ricordato da Partenio {eroL 
XII); perchè nell'espressione di Plinio Lucani subacti a Calcante la voce 
Lucani indica quei di Lucerà, cioè un ramo dei Dauni (cfr. Pais, op. cit. 
I p. 675); e Partenio, come io osservo, dice espressamente che Calchos era 
di Daunia e non della Siritide ; cfr. n. al v. 1047. Tornando alla noti- 
zia di Licofrone, io credo ch'egli voglia semplicemente dire che nella Siriti- 
de era un cenotafìo od un heroon di Calcante, ne più né meno che in Dau- 
nia; cfr. V. 1047. Ignoro dove lo scoliasta abbia potuto leggere là leggenda 
di Calcante ucciso da Eracle, della quale non abbiamo nessun' altra notizia, 
e che è una variante della sfida di Calcante con Mopso (v. 424): è proba- 
bilmente niente altro che una invenzione di tardi commentatori e non ha 
nulla a che fare col racconto seguito da Licofrone, il quale vuole soltanto 
ricordare il culto di Calcante nella Siritide, forse seguendo lo storico Timeo 
(cfr. GsFtrcKBN, Tim. Geogr. l. e). Egli ferma l'attenzione su Calcante, di- 
cendo eh' era quello stesso uomo, ingegnoso e calcolatore come Sisifo, che 
avea posto a Mopso il quesito dei fìchi (v. 428); ed aggiunge ch'egli peri 
sotto un colpo rotondo (cfr. n. al v. 435) alludendo ad un genere di mor- 
te che noi ignoriamo: sia che fosse preso improvvisamente dal sonno della 
morte (Hbsiod. Melamp. apd Strab. XIV. 642 = fr. 177 in B. G. F. K p. 
152) o morisse di dolore (Phbrbc. apd Strab. /. c. — tr. 95 in F. H. G. M 
I p. 94) o si togliesse da se la vita (Conon VI) ignoriamo i particolari della 
morte. Traduco pertanto liberamente jwtaxiii lo^fóX^. 

982. — Sinis è il fiume Siris, forse così detto per distinguerlo da Siris 
città (v. 978). È notevole come oggi il Siris abbia preso il nome Sinno, e 
come nella Tavola Peutingeriana a quattro miglia di distanza da Eraclea ci 
sia un punto designato col nome di Semnum, forse corruzione di Sinnum: 
LiNORMANT, La Grande-GrècCt I p. 201. 

983. — I Còni, abitatori della Siritide, secondo gli antichi come Antio- 



282 OOMMKNTO: w. 983-984 



co (apd Strab. VI. 255) erano di razza enotria; mentre i moderni, come 
l'Helbig e il Pais, reputano che sieno venuti dalle coste dell' Adriatico, po- 
ste di fronte all'Italia, e particolarmente dall'Epiro Ccfr. Pais, Sior, d. Sic. 
e li. Uag. Grec. \ p. 354, 471). 

984. — Questo luogo compreso nei vv. 984-992 e stato, come disse il 
Geffcken {Tim. Geogr. p. 15) una vera crtix imierpretum^ dagli antichi si 
no allo Schecr {Progr. Ploen 1880 p. 3 sqq.) all' Enmann {Unterstukmn- 
geit ùber die QhcIìch des Pompeus Trogus e te. p. 161) al Giinther {de ea, 
quae inUr Tim. etc. p. 53 sqq.). Gli antichi commentatori intesero erronea- 
mente che Licofrone volesse parlare di Troiani, i quali giunti in Siris e col- 
legatisi cogli Achei, facessero strage degli Ioni, che già da tempo anteriore 
si trovavano in quel luogo. Fu l' Enmann che giustamente vide quali auto- 
ri della strage nessun altro che gli Achei ; ed è stato 1' Holzinger, che ha 
chiariti ancor più questi versi mostrando come Ayoioi ( = òo3ÒGa[iov«0 sia 
soggetto grammaticale e logico di òct^iovis; (della vecchia lez. ) à>.pvoÙ3* 
e ò{|(u3avxs;, e che quindi qui Licofrone non intenda parlare di Troia- 
ni. Licofrone ha presente, sulla scorta di Timeo, la storia tradizionale della 
città di Siris: nel paese dei Còni, e cioè nella Siritide, genti troiane aveano 
fondata Siris, dove appresso giungevano gli Ioni di Colofone chiamandola 
Polieon (Tim. et Aristot. apd Athkn. XII. 523 d; cfr. Strab. VI. 2o4>; più 
tardi, e cioè al ritomo da Troia, venivano nella Siritide le schiere degli Achei, 
quelli che fondavano Sihari, Crotone e Metaponto (v. 922) e che poi facevan 
strage degli Ioni di Siris. Di questo racconto la parte puramente leggenda- 
ria è quella che fa fondare Siris dai Troiani, ed è dovuta alla colonizzazio- 
ne dei Colofoni, che identificavano gli indigeni della Conia cogli indigeni 
d'Asia Minore, o Troiani; cfr. Pais, Sior. d. Sic. e d, Mag. Grec. I p. 225, 
470; cfr. n. al v. 980. Contenuto storico ha la notizia di Licofrone della 
strage, cioè, degli Ioni fatta dagli Achei, riferendosi alla distruzione di Siris 
(intorno al 530 a. C.) per opera della città achee di Sibari, Metaponto e 
Crotone, narrata da Trogo Pompeo (lusr. XX. 2. 3). Scostandosi dalla tra- 
dizione timaica, quella strage Strabone (l. e.) attribuisce agii Ioni o Colo- 
foni a danno dei Troiani. Presso alla località di Siris sorse poi la tarantina 
Eraclea (Strab. /. e; Diod. XII. 36); cfr. Busolt, Griech. Gcsch. Il p. 758. 
Licofrone ha presenti le grandi lotte intestine tra gli EUeni della Magna Gre- 
cia e ne rivela la violenza colla tradizione dell' orrore provato da Atena, la 
dea protettrice dei Greci, al vedere nel suo tempio i Sirìti sgozzati dai col- 
legati Achei. Ma Licofrone poteva voler dire che gli Achei venuti in Italia 
aveano fondato la città troiana di Siris? Ciò è assurdo; e 1' Holzinger per 
darne la spiegazione, ha pensato che il ^t^avTs; (condenies) della lez. indi- 
scussamente seguita, sia = xTtsovxc;, nel senso che gli Achei andassero a 
colonizzare la troiana Siris. Ma io non credo che ciò voglia dire Licofrone. 
il quale allude direttamente alla distruzione di Siris e alla strage dei Sirìti. 
Questo è il pensiero dominante di tutto il passo: Cassandra vede gli Achei 
che distruggono la troiana Siris, all'istesso modo come prima han distrut- 



commento: vv. 985-99H 283 



ta Troia; sgozzano, come già nota Strabonc (l, e.) i Striti dinanzi alla sta- 
tua di Atena Iliaca, come prima han violentata lei stessa (v. 357). La nar- 
razione di Timeo, che il poeta avrà avuto dinanzi, sarà stata press' a poco 
quella che si legge in Trogo Pompeo (Iustin. /. e): Sed principio originnm 
Mctapontini cum Sybaritanis et Crotoniensibus pellere ceteros Graecos 
Italia statuerunt. Cum primum urbcm Sirim cepissent, in cxpugnatione 
cius L iuvenes amplexos Minervae simulacrum saccrdotcmqtu deae velatum 
ornamenHs inter ipsa altaria trucidaverunt. Credo pertanto che Licufrone 
invece di òstyLovxs; abbia scritto vst^LQtyTs;, significando che gli Achei si sa- 
rebbero insignoriti di Siris distruggendola e bruciandola come avean fatto 
prima di Troia. Il leggero errore grafico sarà derivato dalla credenza della 
fondazione troiana di Siris, per cui alla frase licofronea si diede erronea- 
mente il significato di ^ fondare „ anzicchè quello di " prendere „ insigno- 
rirsi, distruggere. Il poeta accenna all'origine troiana di Siris soltanto in- 
direttamente colla similitudine. 

985. — Su Atena Lafria e Salpinx cfr. n. ai vv. 356, 915. 

987. — Figlio di Csuto era Ione da cui discendevano gli Ioni (Apoixod. 
I. 7. 3); ed ioni erano i Colofoni; cfr. n. ai vv. 980, 984. 

988. — àvai)ieb(xot;: intendo nel senso che le palpebre della statua man- 
chino di sangue e cioè di vita, secondo l'antica parafrasi (in ed. Lyg. Schrbr): 
Tote àìoxpóxoic o<p&aXyLot;; cfr. Schol, Nonostante che quelle palpebre mancas- 
sero di vita si chiusero dinanzi al misfatto. Non occorre correggere collo 
Scheer ovtxviàvxoi^ Del prodigio delle palpebre della statua di Atena Iliaca 
in Siris parla Strab. VI. 364, che ricorda simile avvenimento nel momento 
della violazione di Cassandra (cfr. Lyc. 361). 

989. — ictova; = 'lovsc. 

991. — La sacerdotessa nel tempio di Atena in Troia è menzionata da. 
Omero (//. VL 297) e un 'giovinetto sacerdote della dea è ricordato da Pau- 
sania in Tegea (Vili. 47. 3) e in Elatea (X. 34. 8). 

992. — Ti^Pk = ?oilAÓ;; cfr. n. al v. 313. 

993. — Nei vv. 993-UX)7 è detto, se non in tutto in parte almeno, sulla 
scorta di Timeo (GRFPcacEN, Tim. Geogr. p. 20 sg.) che altri Achei giungo- 
no nell'Italia meridionale, non lungi da Crotone (v. 1002) dove regna l'ama- 
zone Cleta che ha fondata una città detta appunto Cleta: gli Achei devono 
sottostare alla signoria di lei, ma un giorno i Crotoniati distruggono quella 
città ed uccidono la regina. Dallo Schol. al v. 996 e dallo Etym. M. 517. 
54 sappiamo che Cleta era nutrice o fante della amazone Pentesilea e, aven- 
do inteso della morte della sua signora dinanzi a Troia, va a ricercarla; 
ma dalla tempesta è condotta in Italia dove fonda Cleta, e Clete poi si chia- 
mano tutte le regine che a lei succedono: quella uccisa dai Crotoniati, molte 
generazioni dopo, è l'ultima delle regine. E ciò intende dire Licofrone. Or 
sapendosi che la città di Cleta non era molto lontana da Crotone e che Cleta 
era la madre di Caulon, il fondatore di Caulonia (Sbrv. ad Aen. III. 553) 
io son d'accordo coU'Holzinger nel riferire questi versi di Licofrone al Bruz- 



284 commento: v. 993 



zìo e nel ricercare la città di Cleta presso Caulonia; che non è da credere 
che questi versi sieno cosi collegati coi sgg. li)0H-1010, dove si parla di 
Terina, da pensare che non lungi da Terina debba ricercarsi la città di Cle- 
ta e identificarla (cogli scrittori calabresi a partire dal Barrio) con Pietra- 
mala nella pianura di Ajello, o peggio ancora da fantasticare col GargiuUi 
(in ed. Ltc.) che Cleta corrisponda a Pietramala e nello stesso tempo sia 
la Caulonia ricordata da Solino (!) —osservazione, che, non so come, ri- 
portò il Bachmann — ; o, infine , credere col Lenormant (La Grande Grece, 
II p. 23) che Cleta sia stata a sud di Terina sul promontorio Suvero, nel 
golfo di S. Eufemia. Mentre nell' uno luogo di Licofrone si accenna alla co- 
sta orientale del Bruzzio, nell' altro si parla della costa occidentale. Ma del- 
la città di Cleta storicamente nulla sappiamo, all' infuori di queste poche no- 
tizie di carattere mitologico; ed io oserei pensare che essa non sia mai esi- 
stita e che non sia altro che la città di Caulonia, nel senso che Caulonia 
si immaginasse edificata nel luogo dove pria fosse esistita la mitica Oeta. 
Licofrone non parla della città nell'età storica e cioè di Caulonia, ma della 
città dei tempi mitici, di Cleta, sorta nell'epoca della guerra troiana. Il ri- 
cordo dell'eroe Caulon, figlio di Cleta e fondatore di Caulonia, serve secondo 
me, a congiungere l' epoca mitica alla storica ; inquantochè Caulonia , città 
achca (Stkab. VI. 201; Paus. VI 3. 12) è da credere che fosse fondata dai 
Crotoniati prima della metà del VI sec. a. C. (Ps. Sgtmn. v. 318; Soun. U. 10; 
cfr. Pais, Stor. d. Sic, e d. Mag. Grec. I p. 243; cfr. Busolt, Grieck. Gesck, 
I p. 4i)3 sgg.); e secondo la tradizione cui accenna Licofrone, i Crotoniati 
l'avrebbero innalzata sulle rovine della mitica Cleta. La leggenda che fa di 
struggere Cleta, ed ucciderne la regina dai Crotoniati e fondare la sto- 
rica Caulonia da Oulon, è di carattere manifestamente ostile ai Crotoniati : 
essi avrebbero avuto il torto di distruggere l'antica città (Cleta) e non a- 
vrebbero il merito di fondare la nuova (Caulonia).' La spiegazione della le- 
genda io trovo nella ostilità dei Locresi verso i Crotoniati, già manifesta- 
tasi verso la metà del VI sec colla grande battaglia vinta dai Locresi sulle 
sponde della Sagra, non lungi da Caulonia, e certamente cessata nel IV se- 
colo, al tempo di Dionisio I di Siracusa, quando i Locresi s'insignorivano 
di Caulonia. Se non prima, certamente allora dovette fiorire la leggenda di 
Cleta e Caulon; e seguendo le osservazioni fatte dal Pais {op, cit p. 24ó, 
203) reputo che prova dell'origine locrese della leggenda sia il supporre la 
città fondata e retta da donne, conformemente all' istituzione del matriarca- 
to in Locri, esistente forse anche presso i Locresi dell'Eliade. Cosi all'ope- 
ra dei Locresi d' Italia si dovrebbe attribuire il localizzamento del mito delle 
Amazoni nel Bruzzio, di cui parla Licofrone; più che a coloni di Efeso, e 
cioè dell'Asia minore, come vorrebbe il Geffcken {Tim. Geogr. p. 187). E 
la notizia di Licofrone, che Cleta fosse serva di Pentesilea, ci fa ricordare 
la tradizione sostenuta da Aristotele e da Polibio, ed oppugnata da Timeo, 
secondo cui origini servili avrebbero avuto i Locresi d'Italia (Asistot. apd 
PoLYB. XII. ó sgg.; TiM. apd Poltb. /. e. et apd Atren. VI. 274 d, 272 e = 



commento: w. 994-1000 285 

fr. 67 in F. H. G. M \ p. 207).— Come la città di Cleta, così i monti Ty- 
lesii, dal Barrìo in poi, si cercarono erroneamente nella costa occidentale del- 
la penisola e si identificarono col Capo Corica nelle vicinanze di Amantea; 
cfr. Gargiulli et Bachmann in ed. Lyg. ad. l. Nei monti di Tiriolo e So- 
veria li collocava il Lenormant (£<7 Grande-Grèce \\ p. 20; IH p. 76) ma iden- 
tificando gli stessi Tylesii col Capo Linos di Licofrone e coli' odierno Capo 
Suvero {op. cit. Il p. 23) cadeva in contraddizione, come già notò l' Holm (in 
Burs, lahresber, 1881. v. XXVIU. a. IX. 3 p. 125). L' Holzinger in uno 
scrìtto posteriore alla sua ed. di Lra {Bermerkungen zu Lycophron in Serta 
HarUliana p. 91 sg.) considera il nome Tylesii come un indovinello topo- 
grafico di Licofrone, il quale avrebbe riferita la spiegazione del nome Cau- 
lonia a Caulis, o forse a dirittura a Callum (tóKo; o xuXtj) intendendo per 
Tylesii le alture di Caulonia e forse rassomigliando il Bruzzio ad una suola, 
come avea fatto della Sardegna (Plin. n. h. III. 7 [13] 85: Sandaliotim). lo 
pur riconoscendo ingegnosa la spiegazione dell' Holzinger. mi domando se 
Licofrone parlasse proprio di monti Tylesii, dei quali non sappiamo nulla, 
air infuori del semplice ricordo che ne fanno gli antichi commentatori ed Eu- 
statio {ad lliad. II. 585 p. 295, 43) e Stefano Bizantino 5. v. (che si at- 
tiene al verso di Ltc.) i quali, tutti, si ha ragione di credere che dipendano 
niente altro che dallo stesso Licofrone, di cui, in ordine di tempo, sono po- 
steriori. Si devono evidentemente ricercare nel Bruzzio ed io credo che Li- 
cofrone abbia voluto parlare della grande catena della Sila o Syla e che quin- 
di con strana espressione abbia detto " monti Sylesii „ scrìvendo £uX7)3(oo;; 
e così io leggo nel testo. 

994. — Può darsi che Atvoo ax^ sia, come nota T Holzinger, il Cocvu- 
thum, quod esse longissimum lialiae promontorium aliqui existumant di 
Plinio (m. h. III. 10 [15] 95) a nord di Caulonia. 

995. — L'amazone Cleta, in cerca della sua signora Pentesilea, giunge 
in Italia; cfr. n. al v. 993. 

999. — Achille uccise dinanzi Troia 1' amazone Pentesilea, ma fu tosto 
preso dalla bellezza di lei; e, colla stessa lancia colla quale avea tolto la 
vita all' amazone, uccise Tersite perchè vilmente a lei moribonda strap- 
pava un occhio coir asta. La tela di questo episodio si trovava già nella 
Etiopide (Procl. in E. F. G. K p. 33); ed è narrato dallo SchoL Sophoci.. Phìl. 
445; cfr. Eustath. ad II. II. 219 p. 2c^8. 2; e pare fosse esposto anche da 
Apollodoro (cfr. epii. 5. 1 in Myth. gr. W I p. 202). Il carattere di Tersi- 
te è già con brutti colori dipinto da Omero, dal quale è detto «iT/iaxo; di 
tutti i Greci ch'erano andati u Troia (//. 11.216). Tersite è chiamato etolo, perchè 
era figlio di Agrio di Calidonia e prese parte alla caccia del famoso cinghiale 
calidonio (Phbrbc. fr. 82 in F. //. G. MI p. 9i; Apollod. I. 8. 6). Di Achille 
vinto dalla bellezza di Pentesilea morente parla Propert. IV. 10. 15 ed. M: 
aurea cui poslqttam nudavit cassida frontenty \ vicit victorem candida for- 
ma virum. 

1000. — Seguo la lezione dello Scbeer AtToXtji <p)^ó^w. 



286 c»MiiBNTO: vv. 1(K)1-10U 

l(XM. — xóniov Tto£si lett.: struei mortcm. * 

1003. — I Crotoniati un giorno distruggeranno la città di Cleta, la mi- 
tica Caulonia, fondata dall'omonima amazone che venne in Italia; ed ucci- 
deranno r ultima delle regine di quella città che pur si chiama Cleta; cfr. n. 
al V. <^93. 

1007.— Nepoti di Laura, o Laureta, sono i Crotoniati, essendo stata Lau- 
reta, figlia di Lacinio, moglie dell' eroe Crotone, donde prese nome quella cit- 
tà (Schol.J. Forse oggi ne ricorda il nome il luogo di Cadolaura, tra Croto- 
ne e il promontorio Lacinto: Lbnormant, La Grande-Grèce II p. 3. 

liK>8. — Terina: città del Bruzzio, posta presso il fiume Ocinaro, era 
stata fondata dai Crotoniati: cfr. n. ai vv. 726, 730; ma è da credere che 
anch'essa avesse la sua età mitica riallacciata al ritorno degli eroi Achei 
da Troia. 

1011. — Tornando da Troia sono sbalzati prima in Libia e poi in Epi- 
ro e in llliria gli eroi Nireo e Toantei Figlio di Charopos e della ninfa 
Aglaia, signore dell'isola di Syme (posta tra Rodi e la penisola Cnidia) era 
dopo Achille il più bello uomo che si trovasse dinanzi Troia, avendo con tre 
navi partecipato alla guerra troiana (Hom. //. II. 671; Apollod. epiL 3. 13 
in Myth, ^r. W I p. 191; Hygin. fab. 97 Schm. p. 92). Euripide {Ipk. A. 
205) lo dice addirittura xoXXiatov 'Ayaiòiv. Egli sarebbe stato sepolto dinan- 
zi Troia ([Aristot.] Pepi. 17 in P. L. G. B II p. 347) essendo stato ucci- 
so da Euripilo (Qoint. Smyrn. VI. 372; VII. 11; Hygin. /ab. 113 Schm. p. 
UK)). Secondo la tradizione licofronea, attinta probabilmente a Timeo (cfr. 
fr. 43 in F. //. G. M I p. 201 ; cfr. GOntmkr, de ea, quae inter Tim. etc. p. 
61; Grppckkn, Tim. Geogr. p. 10) Nireo sarebbe invece sopravvissuto alla 
presa di Troia ed avrebbe patite le avventure del ritomo assieme a Toante, 
figlio d'Andremone e di Gorga, il quale era andato a Troia a capo degli Etoli 
(//. II. 638; Htgin. fab. 97 Schm. p. 91); cfr. n. ai w. 780, 799. Che questi 
eroi si facessero giungere in Libia, e cioè nella Cirenaica, sembra cosa naturale 
pensando come ivi molti altri miti greci si localizzassero; cfr. n. ai w. 848. 
877. Il loro mitico arrivo in Italia, come quello dell'eroe Diomede (cfr. n. 
al V. 592) si deve evidentemente all'opera dei Coi-Rodi, da una parte, e dei 
Corciresi, dall'altra, che assai presto diffusero culti e leggende nelle coste 
dell'Adriatico. Come il culto di Diomede si estendeva sino al Timavo, nella 
parte più interna dell'. adriatico (Strab. V. 214) così gli Argonauti, i (x»lchi 
e gli eroi Achei giungevano nella penisola di Istria. Dal golfo di Corinto, a 
mio credere, i Corciresi avranno portalo il culto dell' etolo Toante nell'Apu- 
lia, dove avea una tomba vicino al luogo, in cui si combattè la battaglia di 
(.^anne (Sil. It. IX. 98); mentre gli Achei che dalle coste situate di fronte 
air Etolia vennero nell' Italia meridionale, e forse gli Achei di Crotone (cfr. n. 
al v. 922) avranno dato luogo al mito che da Toante faceva fondare Te- 
mesa nel Bruzzio (Strab. VI. 255 ; cfr. n. al v. l(V>7). Per l' importazione 
del mito di Nireo nell'Adriatico si pensi, secondo me, ch'egli era l'eroe del- 



'T^9^^a^^m^^''^T^ 



coMiiBNTo: w. 1012-1021 287 

r isola dorica di Symc, vicina a Coo e Rodi, e si comprenderà come i Coi- 
Rodi r abbiano portato seco. 

1012. — Licorma: era quel fiume d' Etolia, che poi fu detto Eveno dal 
re che vi cadde dentro correndo dietro ad Ida che gli avea rapita la figlia 
Marpessa (ApoLrx>D. I. 7. 8) ovvero da Eveno figlio di Eracle (Hyqin. fab. 
242 Schm. p. 134); cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. I p. 132. Già il poeta 
Bacchilide (carm. XV. 34 Blass) lo ricordava parlando di Eracle e Nesso; cfr. 
n. al v. 50. 

1013. — La voce aÙT riferita a Toante ne indica la forza, l'impeto, il 
valore. In questo senso l'adopera Omero parlando di Idomcneo (//. IV. 253) 
e di Aiace (//. XVII. 281); cfr. Konzb, p. 76. 

1015. — Il vento di Tracia era il vento del nord; cfr. n al v. Q25. In- 
vece Noto (v. sg.) è il vento del sud che spira dalla Libia od Africa. 

1017. — I monti Cerauni, che si protendono in mare in un lungo pro^ 
montorio (Acroceraunia) sono nella Caonia, e cioè nella parte nord-ove«it 
dell'Epiro; e nella Caonia appunto devon ricercarsi gli Argirini (Stbph. H. 
5. V.) ricordati oggi dalla località detta Argyrocastron ; cfr. Bursian, Geogr. 
V. Griech. I p. 14, 19. 

1018. — icotaortvojv «/.a = (dominando) agitando il mare. L'idea espressa 
da i:pT]9Xi^pi includo nella voce " agitando „. 

1019. — icXdvrjTTjV fliov : i Greci sbalzati sulle coste dell'Epiro vagarono 
di qua e di là nell' lUiria e giunsero sino a Fola. La leggenda rispecchia il 
diffondersi dei miti greci , e quindi delle relazioni del popolo greco nel- 
r Adriatico, da sud verso nord. 

1020. — Il fiume Aoos, detto da Ecateo Aias (Strab. Vili. 316; IV. 27 M 
scende, nel paese dei Perrebi, dal monte Lacmon o Lacmos, legato alla ca- 
tena del Pindo. Cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. I 12 sg. 

1021. — Il poeta spiega il rXavyi-r^v del v. 1019. 1 Greci erano sbarcati 
nel nord-ovest dell' Epiro ; passano in lUiria e giungono a Pola. Il Grati deve 
intendersi come un fiume dell' Illiria. In quanto alla voce MuXoxow, invece, 
che non si sa precisamente cosa significhi, io penso che si debba riferire 
alla penisola d'Istria e non all' Illiria propriamente detta. Intendo senz'ai 
tro MoX.dx<ov=i:6Tpò)v. Xi^uv stimando che Licofrone per indicare generica- 
mente la regione dove trovasi Pola abbia fatto allusione alle cosidette pie- 
tre di Cadmo e di Armonia (Ps-Scyl. 24 ; Callimach. fr. 104 Schn. p. 364 ; 
Phtlarch. apd Athen. XI. 462 b. : Dionys. Per. 395) le quali pare trovasi 
sero spiegazione nella leggenda, che i due personaggi prima faceva mutare 
in serpenti e poi facea pietrificare, come leggesi in Nonn. Dionys. XLIV, 
116; XLVI. 367; cfr. Schnbidrr, Calìimach. l. e. Che questa leggenda delle 
pietre di Cadmo ed Armonia fosse localizzata vicino Pola, risulta chiara- 
mente dal citato frammento di Callimaco e da Apollon: Rh. IV. 516; e sia 
in stretta relazione col mito dei Colchi che furono mandati da Eeta ad in- 
seguire la nave Argo, su cui erano partiti Giasone e Medea. Si immaginò che i 
Colchi, seguendo l' esempio degli Argonauti, risalissero il corso dell' Istro e 



288 couusHTO: w. 1024-1027 



Uillgo un altro fiume, che coiristro avea comuni le sorgenti, soendessero nel 
mare Atìriàtico vicino Sergeste: onde quel luogo si sarebbe chiamato Istria. 
Questa opinione, seguita da Apollonio Rodio, fu diffusissima nell'antichità. 
credendosi erroneamente che un affluente del Danubio si scaricasse nell'A- 
dri^iticci ; ma poi fu dimostrata falsa da storici e geografi (Stbab. I. 46, 57 ; 
VÌI 'AMi Pus, H. k. IIL 18 [22] 128; DioD. IV, 56). I Colchi non riusciro- 
no ti raggiungere la nave Argo e temendo l' ira del loro re si fermarono 
neU'IslHa t fondarono Fola (Strab. I. 46; V. 216; Pun. m. A. IO. 19 [23] 
U^; lifr PoMP. Mkl. II. 57 ; Iustin. XXXIL 3). E Plinio <». k. III. 26 130) 
151) àwc che le isolette vicine all'Istria eran dette Absirtidi da Absirto, il 
fratello di Medea. Ivi sarebbero giunti finalmente i Greci, secondo Licofro- 
ne f it quale quella contrada chiama appunto ** delle Pietre dì Cadmo ed 
Armonia ^ per richiamare alla mente l' intero episodio. Non accetto 1* in- 
gegnosa lez. MoXÀoixiwv = miri (^ioXÀó; = ikko^ — guercio ) dell' Holcinger, il 
quale iu>a in giungere i Greci sino all' Istria, ammettendo, secondo me erro- 
neamente, che Licofrone non parli della vera Pota, ma questa città imagini 
molto più il sud, nelle coste dell' llliria, quasicchè si potesse pensare eh' egli 
igniiras>^ le leggende dell' Istro e dell'Istria. 

\0'Ì4. ~ Beta, tiglio del Sole (Helios) e della oceanide Perseis (Hbsiod. 
Thtog, ^^^ì^; cfr. Apollod. I. 9 1) e marito di Idiia (Hbsiod. i/». 960) era si- 
gnore di ^ nella Colchide, ma prima avea avuto dal padre la signoria di 
Crjnntd, secondo narrava il poeta Eumelo apd Schol, Pina 01. XIII. 53 
(=»fr. 2 in E. H. F. K p. 188). 

I02'j — 01 si riferisce a jiaTrijpa;, e cioè ai Colchi. In quanto al IxZrfiwJ 
([c£. ScH^Kii) che ci viene indicato come fiume d* llliria (Stbpb. B. 5 v,) ma 
che sconosciamo interamente, trovo buona la spiegazione dell' Holzinger» che 
Ì'CtjP'j^ considera come AiCijpio;. AiCtjpitt;; e mette in relazione coi AtCì^ps^ 
di Ecaleo (fr. 190 in F. //. G. M I p. 13) cioè coi I^r^s;, abiUnti del 
Pnnto e confinanti colla parte occidentale della Colchide (Apollok. Rh. 364, 
ILM4- Sthab. Pun. n. h. VI. 4. 11 [Buxeri],, Diohys. Pkb. 765): Licofrone pen- 
sa» i> la^m pensare, che come i Colchi della Colchide, cosi i Colchi del- 
TAdrìatico avessero quali confinanti i Dizerì, e quindi stessero accanto ad 
un Hume Dizerita. Potrebbe anche darsi, io credo, che il localizzamento della 
leggenda degli Argonauti nell'Adriatico portasse seco anche il nome dei Di- 
zeri; ma quale sia realmente il fiume cui allude Licofrone, non appare: l'Hol- 
z'mfier fa pone nella costa meridionale dell' llliria verso le Bocche di Cattaro. 
perchè ivi crede che Licofrone faccia stanziare i Colchi; io invece reputo che 
il poeta intenda parlare d' un fiume non lontano dalla penisola d' Istria e 
forse anche del Timavo, il cui nome era strettamente legato alla leggenda 
degli Argonauti. 

1U27. —Si parla di Greci che giungono nell'isola di Malta. Io pongo 
le virgole dopo v^aov e xX^jqx-oi. Questo luogo è riuscito oscuro agli inter- 
preti antichi e moderni, perchè costantemente si e voluto vedere che il poe- 
ta intenda dire che l'isola Melile è vicina alla Sicilia e, nello stesso tempo. 



commento: V. 1027 289 

ad Othronos. E siccome non si conosce altra Othronos che l'isoletta dell' Ionio 
vicina alle coste dell'Epiro e a nord-ovest di Corcira (Plin. n. h. IV. 12 [19] 
52) non restava che pensare ad una seconda Otrono vicino la Sicilia, e il Gar- 
giulli infatti (in ed. Lyc.) la fa = a Gozzo, isoletta presso Malta (cfr. Stbph. 
B. s. v.)\ ovvero credere che il poeta non voglia parlare di Melite (Malta) ma 
dell'isola Meleda. posta nell'Adriatico sulle coste illiriche, a sud di Corcira 
Nigra; sebbene non si possa dire vicina ad Otrono. E reputò, infatti, il Mei- 
neke che Stkph. B. errasse non vedendo come Licofrone parli della Meleda 
illirica; e lo Scheer credette di correggere il Meineke, giudicando che la fon- 
te di Licofrone parlasse di Meleda, come di altri luoghi dell' Adriatico (cfr. 
vv. 1017, 1022, 1034, 1043, 1(H4) ma che Licofrone scambiasse Meleda con 
Melite. {Rheiìt. Mus, XXXIV p. 452 n. 4). E così stimarono anche il Wila- 
mowitz {de Lyc. Alex. p. 12) e il Geffcken {Tim. Geogr. p. 28 n. 2). For- 
se appoggiandosi a Strp. B. e fraintendendo Tzetze, lo Schultz (in Roschsr, 
Lex. I. 1240) ripetè erroneamente che Otrono era vicina alla Sicilia. L'Hol- 
zinger, infine, non ha esitato ad affermare che qui si parli di Malta, ma per 
togliere la contraddizione è stato costretto a ricorrere ad una congettura trop- 
po ardita, che Licofrone, cioè, non intenda parlare dell'isola di Otrono, ma 
del paese dei serpenti (v. 1042) la Libia, detta appunto 'O^ioOaaa (Stbp. B. 
5. V. Ai^ór^) imaginando che anche Otrono, come altre isole dell'antichità, si 
appellasse 'OctoDooa e che quindi Licofrone facesse Ai^yr^ = 'OpioDa^a = 
'O^oivó; e che per Libia intendesse l'Africa in genere. Ma (non tenendo conto 
della esagerata arditezza della congettura) i serpenti cui accenna Licofrone, 
e di cui parla 1' Holzinger, non sono altro, secondo me, che il simbolo del- 
l' Erinni o Furie: cfr. n. al v. 1(>42. Ora io credo che questo luogo del 
poeta sia molto meno oscuro di quanto è sembrato e che non faccia d'uopo 
ricorrere a tante ipotesi. Chiunque abbia pratica del nostro poeta, sa com'egli 
nella costruzione grammaticale spesso rifugga dalla forma la più piana. Se 
poniamo una virgola dopo vijaov ed un'altra appresso a TÌKxqtxai, abbiamo la 
seguente costruzione: 'AXXoi %ì xXcqxToì 'O^covoo zsXa; xoroixijaooaiv Ma- 
)uTrjV vfjaov, dove ::Xaptxof' è manifestamente=X£xXavr|juvoi (Schol.). Licofro- 
ne ha parlato dei Greci giunti nelle coste dell'Epiro e dell' Illiria sino a Fola; 
ora, continuando a discorrere delle medesime località, dice che alcuni furono 
gettati dai venti sin presso V isola di Otrono, sopra Corcira, ma non riusci- 
rono, o non vollero prender terra, e tornati indietro, sia per forza dei ven- 
ti contrari, sia per la speranza di ritoccare la patria, furono sbalzati nell'iso- 
la di Malta: vi furono altri invece, e cioè i Greci guidati da Elefenore, che 
approdarono in Otrono. E così Licofrone continua a parlare dei paesi del- 
l' Adriatico. Egli conosce bene tanto la Malta vicino la Sicilia, quanto la 
Otrono vicino Corcira; e sarebbe strano che cosi non fosse. Si comprende 
pertanto la ripetizione della parola Otrono al v. 1034: esprime una specie 
di antìtesi con quanto ha detto al v. 1027. Ed è naturale come Elefenore 
(v. 1042) vada in Amanzia e negli Atintani dalla vicina Otrono, anziché 
da un luogo vicino la Sicilia e la costa africana. — Malta era anticamente 

E. ClACRRi. — La Aléi§anJra di Licofmnt. 19 



290 OOMMBNTO: w. 1029-1033 

una colonia fenicia, importante per il commercio coi paesi d'Occidente e 
prospera di ogni sorta di arti, particolarmente quella di lavorare i tessuti 
(DiOD. V. 12) magnificati nell'età romana (Cic. Verr. II. 176; IV. 103; Sn.. 
It. XIV. 250). Sui Fenici in Malta cfr. O. Mkltzbr, Gesckichte der Karia- 
gcr, I p. 29 ; Ed. Mktbr. Gesckichte des Alterthums I p. 339. È da credere 
però che ben presto coloni greci tentassero dì stabilirsi in Malta, sin da quan- 
do Rodi e Focesi navigarono verso l' Occidente; cfr. n. al v. 633; e special- 
mente poi dopo esser sorti in Sicilia i forti stati di Siracusa, Agrigento e 
Gela; e che quindi quei coloni facessero risalire le loro origini alla venuta 
degli Achei da Troia. Forse simili leggende trovavano favore nella politica 
dei Greci di Sicilia, e negli storiografi siracusani, come Antioco e Ftlisto, e 
nello stesso Timeo. E a questo storico avrà attinto Licofrone. A proposito 
di Verre, Cicerone {Verr. IV. 103) parla d'un tempio di Giunone in Malta, 
famoso per la sua antichità; e forse esso risaliva al tempo in cui l'elemento 
greco cominciò in quel luogo ad avere il sopravvento sul fenicio. 

1(>29. — Strab. VI. 277 : xpóxsiw. ^ toD IIo/óvou MsXixr,. 

103(X — Figlio naturale di Sisifo era creduto Ulisse; cfr. a. al v. 344. 
Il Capo Pachino era detto 'OSoaasta àxpa (Ptou HI. 4. 7) e oorrisponde evi- 
dentemente al portus Odysseae vicino Pachino, ricordato da Cicerone {Verr. 
V. 87); ma non è da confonderlo col portus Vlixis di Pun. n. k. III. 8 [14] 
89, posto sulla costa orientale dell' isola, vicino Acitrezza, e che anche oggi 
conserva il nome; cfr. n. al v. oò9. Il localizzamento del mito d* Hisse sul 
promontorio di Sicilia può risalire ad epoca remota, tenendo conto che sin 
dal sec. VII a. C, almeno, Focesi e Rodi giungevano nelle coste della pe- 
nisola Iberica e della Gallia ; cfr. n. ai vv. 633. 648. Non occorre qui pen- 
sare a Timeo : Licofrone poteva apprendere da tanti altri la conoscenza del 
promontorio d' Ulisse presso Pachino (v. 1 181).— òyOr^pf;; ha Eupbor. fr. 92 M. 

1032. — Siccome appresso (v. 1181) il poeta dice che Ulisse innalzò 
presso Pachino un cenotafìo ad Ecuba, si credette- erroneamente che qui si 
parli d' un tempio di Ecate, costrutto da Ulisse (Cantbr). Questo tempio è 
invece della dea Longatis, quella istessa ricordata più innanzi (v. 52i>> e 
cioè Pallade, come già aveano notato il Gargiulli e quindi il Bachmann. In 
Sicilia e' è il fiume Longanos nelle vicinanze di Mylae (Polyb. I. 9); ma forse 
il nome Longatis sta in relazione con .Vo^joivr;, città menzionata da Filisto 
(fr. 38 in P, H. G. M I p. 189) e che io credo doversi identificare col ca- 
stello .\o770jv della campagna catanese, ricordato da Diod. XXIV. 6. Ed è 
facile pensare come tra le popolazioni ioniche di quella città fiorisse il culto 
di .Atena e come costei quindi traesse nome dalla città: la dea di Longone. Dì 
tale culto Licofrone avrà avuta notizia da uno scrittore siciliano, come Timeo. 

1033.— L' Heloros, fiume del territorio dì Noto, già conosciuto per la vit- 
toria di Cromio cantata da Pindaro {Xem. IX. [95] 4(>) corrisponde all'Assìna- 
ros, dove avvenne la grande sconfitta degli Ateniesi , oggi detto Tellaro (cfr. 
Pais, Ataktiì Pisa 1891 p. 75 sgg. e la mia Disfatta deffìi Ateniesi all' Assimaro 
in Stt$di Storici Pisa 1894 Hip. 303 sgg.; Bkixkih, (iriech. Gesck. II p. Ò2). 



coMMBNTo: vv. 1034-1042 2QI 

1034. — Elefenore, figlio di Chalcodon ere degli Abanti d'Eubea (Hom. 
//. n. 54C>; Hyqw. fab, 97 Schm. p. 91) giunge in Otrono, isola vicina a 
Corcira (cfr. n. al v. 1027). Avendo egli casualmente ucciso Abante, suo avo, 
era stato costretto ad esulare dall' Eubea quando si preparava la spedizione 
troiana. Non potendo mettere piede nella sua patria, da uno scoglio, ch'er- 
geva in mezzo al mare, raccolse i suoi. Partì per Troia (11. l. e. ; Htoin. /. 
e: cfr. Apollod. epii. 3. 11 in Myih. gr. W I p. 191). Era ucciso, secondo 
Omero , dinanzi Troia da Agenore (//. VI. 463 sgg.) e là avea sepoltura 
( [Aristot.] Pepi. 33 in P. L. G. B II p. 350). Licofrone invece lo fa soprav- 
vivere alla caduta di Troia; e forse egli stesso nella tragedia '^ Elefenore „ 
esponeva, nella sua piena forma, il mito del suo compaesano d'Eubea, attin- 
gendo alla viva tradizione popolare, come reputò il Geffckcn {Zwci Dra- 
men des Lyc. in Herm. XXVI p. 33). È da notare però che gli Eubei, do- 
po la presa di Troia, sarebbero giunti nell' Epiro e nell' Illiria, secondo la 
tradizione comune (Strab. X. 449; Apollod. cpit. 6. 15^ in Myth. gr. W 
I p. 220; Strph. B. s. v. Eofloia; cfr. n. al v. 1043). — Elefenore è detto lu- 
po per la crudeltà del fatto in se stesso dell' uccisione dell' avo , sebbene 
avvenuta casualmente. 

1035. — Coscinto: fiume dell' Eubea (Schol.). Se esso sia nel campo di 
Lelanto, come taluno ha pensato, non osiamo affermarlo (Bursian, (reogr. v. 
Giech. II p. 402). 

1037. — Cfr. KoNZB, p. 91: (ifjipai axpa-ózXujToi =« pfJTptti xoy ic)wsìv -òv 
OTpaxiiv. E già il Bachmann ad /.; orationem ad populum habebit de expe- 
ditione trans mare suscipicnda. Io uso la parola flotta nel senso di navi 
cariche d'armati. 

1039. — Intendo ^isfov icXsiwva non come ** un anno intero „ ma nel 
senso di un lungo periodo di tempo, inquantochè Elefenore sia stato minac- 
ciato dalle Furie anche dopo esser giunto in Otrono, e cioè dopo i dieci 
anni della guerra troiana; cfr. n. al v. 1042. 

1040. — In Telpusa. o Telfusa, d'Arcadia era Demetra detta Erinys; cfr. 
n. ai vv. 153, 1225. Qui Licofrone intende parlare della Erinys, dagli anti- 
chi considerata come ausiliatrice della giustizia, e quindi come esecutrice, in 
quanto perseguita gli omicidi. 

1041. —Le Erinni, come cani, inseguono i colpevoli ed abbaiano loro 
dietro: nel principio delle Eumenidi di Eschilo, le Erinni abbaiano nel sonno, 
cosichè Clitennestra (v. 131) dice: ovap 5io)X£i; ^pa, xÀ^aY^dysi; ò'óficep 
x6<tiv; cfr. V. 231. Ma poi le Erinni sono addirittura dette cagne: Arsgh. Choeph. 
924, 1054; Soph. El. 1387; Eurip. Hel. 1342 ; Aristoph. Ran. 472. cfr. Rapp 
in Roscher, Lex. I. 1315 sg. 

1042. -- Elefenore dall'isola d' Otrono va in Amanzia, città della Cao- 
nia nell'Epiro, e quindi nel vicino paese degli Atintani. Cfr. n. al v. 1027. 
Egli fugge da Otrono per schivare la lotta coi serpenti. Non è questo, se- 
condri me, un mito a noi sconosciuto, come è sembrato sin'ora, ma sempli- 
cemente una allusione simbolica: Elefenore è perseguitato dalle Erinni o Fu- 



292 comiKNTo: w. 1043-1047 

rie, come omicida; ed anche giunto in Otrono quelle non Io lasciano in 
pace, sicché è costretto a fuggire di là. E noto come nella letteratura greca 
3 cominciare da Eschilo (Paus. 1. 28, 6; Absch. Choeph, I(ì49) e poi con 
Euripide (Iphig. T. 287; Or. 25^) i serpenti sicno stati un attributo delle 
Erinni, e come quindi queste si sieno imaginate con serpenti, non solo 
oelle trecce, ma anche nelle mani (Ovid. met. IV. 483, 491). Neil* arte figu- 
rata si rappresentarono spesso le Erinni coi serpenti in mano, che avven- 
tano contro l'omicida fuggente, come quelle che si vedono tuttora in pit- 
ture vascolari (riprodotte in Roschrr , Lex. I. 1331 sgg.) neiratto d'inse- 
guire Oreste. Per sfuggire l' ira delle Erinni, o Furie, Elefenore abbandonava 
Otrono. 

1(H3. — Elefenore passava nelle regioni epirotiche ed illiriche ; cfr. n. 
il V. 1034, ed andava nella città di Amanzia. Egli era nepote di Abante, e 
dagli Abantidi la tradizione ammetteva fondata Amanzia , facendosi Aman- 
tia = Abantia (Stkph. B. s. r. \Vfa>rd^ e 'Aacrvaa; Etym. M. Ih, 50: Ps. 
ScYL. 2*), 27; cfr. Calum. fr. 259 Schn. p. 493). Apollonio Rodio (IV. 1214) 
parla degli Abanti giunti in quei luoghi assieme ai Colchi ; e Pausania (V. 22. 
dice essersi detta quella regione .Abantide dagli Abanti venuti da Troia 
assieme ai Locri Boagri. Licofrone non parla di città fondate da Elefeno- 
re e dai suoi; e a torto l'Holzinger crede ehe il poeta alluda alla fonda- 
zione della nuova Thronion di cui parla Paus. /. e. ; ma, seguendo la tra- 
dizione che ricollegava gli Abantidi colla città di Amanzia, intende che que- 
sta dall' abantide Elefenore abbia preso nome. Per la diffusione del mito de- 
^li Abantidi nelle coste d' Epiro si deve pensare particolarmente all'opera dei 
Toroiresi , vicini di Otrono, e in continua relazione con quelle coste ; cfr. 
II. ai vv. uni, 592. 

1044. — Gli Atintani erano popolazioni epirotiche abitanti ad oriente 
della Caonia (Strab. VII. 326): cfr. Bursian, Geoffr. v. Grieck. I p. 10. 20. 
Elefenore, giunto in Amanzia. nella Caonia, è vicino al paese degli Atintani. 
Licofrone non dice ch'egli va ad abitare quel paese, intendendo invece che 
sia rimasto in Amanzia. 

1(>45. - Intendo cogli antichi comenlatori npaiTiv come il nome d' un 
monte d' Epiro, forse nel paese degli Atintani ad oriente di Amanzia. Elefe- 
nore, per sfuggire la vendetta delle Erinni, s'internava tra i monti dell'Epiro. 

KMò. - Il Poliante, fiume d' Epiro, doveva .scendere dai monti della 
Caonia e scorrere non lungi da .Amanzia. Su v^'ia òfisroiv cfr. Assch. Sept. 
718; KoNZB, p. 85. 

1(>47. — Da qui sino al v. 1(Hì() Licofrone torna a parlare della Daunia 
(cfr. v. 592) ricordando il ccnotafio di Calcante e il sepolcro di Podalirio 
I che per mezzo dell'incubazione prescrive la cura agli ammalati) ed accennan- 
do alle acque prodigiose del fiume .Alteno. e alla fine infelice dei legati de- 
fili Etoli, venuti a richiedere la terra di Diomede: che Licofrone abbia attin- 
te queste notizie da Timeo fu riconosciuto dal Klausen {Aen. u. Pen. I p. 
r>7'*; II p. 11 HO) e poi dimostrato dal Gunthcr Uif ea. quae inter Tim. etc. 



commento: V. H>47 293 

p. Ho sqq. 65) e dal Gcffcken {Titti. Heogr. p. 5, 9, 74). Nella Dnunia Cal- 
cante, ch'era stato sepolto presso Colofone (cfr. n. ai vv. 424, 080) ha un 
semplice ccnotafio, come nella Siritide (cfr. n. al v. 980); vera tomba inve- 
ce è quella di Podalirio. Erra il Geffcken (p. 9 n. 2) riferendo a Podalirio 
'!/£?>òa,oio)v -a^djy. Strabone (VI. 284) chiama ^ipijJa i due monumenti e dice 
che si trovavano nel monte Gargano, l'uno, quello di Calcante, sulla vetta 
del monte (detta Aptov) l* altro, quello di Podalirio, alla radice del monte 
istesso. La tradizione conservata da Plinio («. h. ili. Il [16| 104) che un 
Calcante avesse soggiogati i Dauni di Lucerà, messa accanto all'altra di Par- 
tcnio {eroi. XII) che parla d'un Calchos di Daunia (cfr. n. al v. 980) po- 
trebbe far pensare che nelle sue origini il mito di Calcante si sia sovrappo- 
sto a quello d'un eroe locale. Evidentemente però le circostanze che il mi- 
to di Calcante era particolarmente localizzato in Colofone (cfr. n. al v. 424) 
che i Colofoni appunto lo portarono nelle coste della Siritide (cfr. n. al v. 
980) e il poeta colofonio Mimncrmo avca cantato dell' arrivo di Diomede 
nella Daunia (fr. 22 in F. L. G. B II p. '33; cfr. n. al v. 592) indurrcreb- 
bero a credere che nella Daunia dai Colofoni sia stato introdotto il culto di 
Calcante. Ma mentre riguardo alla Siritide abbiamo notizie storiche che par- 
lano della venuta di Colofoni, rispetto alla Daunia, per quanto io mi sap- 
pia, non abbiamo nulla di simile, lo inclino a credere che l' importazione 
del culto di Calcante nel monte Gargano abbia la stessa origine di quella 
di Podalirio, inquantochè riconosco col Gcffcken {Tim. Oeogr. p. 9) la stret- 
ta relazione che corre tra i due personaggi, quale risulta principalmente 
dalla tradizione che li faceva tornare insieme da Troia a piedi sino a Co- 
lofone (ApoLLOD. epit. 6. 2 in Myth. gr. W p. 213); ma contrariamente al 
GcfTckcn che fa colofonio non solo il mito di Calcante, ma anche quello di 
Podalirio, reputo che il localizzamento di entrambi nelle coste dell' Apulia 
debbasi all'opera dei Rodi-Coi. Che Podalirio, il figlio di Asclepio, duce dei 
Tessali, assieme al fratello Macaone, nella spedizione troiana (//. II. 730) fos- 
se noto agli Apuli per mezzo dei Coi, ha già osservato il Pais {Stor. d. Sic. 
e d. Mag. Grec. I p. 574). È noto come le genti dell' Argolide. che da tem- 
pi remoti erano in strette relazioni con quei di Coo e Rodi, collegassero le 
loro origini colla Tessaglia; e come il culto di Asclepios, il padre di Poda- 
lirio, fosse sommamente onorato sì in quelle isole, che nell' Argolide: onde 
e da pensare che i Coi-Rodi trasferissero nelle coste della Daunia il mito di 
Podalirio, come nelle coste di Sicilia portarono il culto di Asclepios; cfr. il 
mio Contributo alla storia dei culti dell' ani. Sicil. p. 47 sgg. Podalirio sa- 
rà stato naturalmente onorato in Coo (cfr. Stbph. B. s. v. Kw;); e già se- 
condo una tradizione che sarà stata molto diffusa (Apollod. epit. 6. 18 in 
Myth. gr. W p. 221) egli si sarebbe stanziato nel Chersoneso Cario, cioè 
vicino a Coo e Rodi; cfr. Paus. III. 'Ih. 10. E se il mito di Calcante appar- 
teneva particolarmente a (Colofone abbiamo ragione di credere che fosse nel- 
lo stesso tempo diffuso in tutte le coste dell' Asia Minore sino alla Cilicia, 
detta Panfilia da Strabone (XIV. 643, 668, 675; cfr. Hkrodot. VIL 91; Paus. 



294 commento: vv. IÒ48-ia53 



VII. 3. 4) e che fosse quindi a chiara conoscenza dei Coi-Rodi. Del resto, si 
ammetteva uno stretto legame tra Podalirio e Calcante, i quali da Troia sa- 
rebbero ripartiti insieme a piedi (Apollod. cpit. 6. 2 in Mytk, gr. W I p. 
213). — Secondo Ps.-Aristot. Peplos, 20 (in P. L.G.^W p. 348) PodaUrio 
e il fratello Macaone avevano un cenotafìo nella patria Trìcca, in Tessaglia. 

1048. — Podalirio e Macaone son gli Asclepiadi celebrati già da Ome- 
ro (//. II. 731) come valenti medici: Macaone cura le ferite (//. IV. 1<X)) 
come quella del piede di Filottete (Parv, Iliad. apd Procl. in E, G. F. K 
p. 36) ; mentre Podalirio pare si occupi delle inteme malattie, secondo 1* au- 
tore della Iliupcrsis {E. G. F, K p. 35); cfr. Sckol, Ven. B, Vici. Lipis, ad 
Hqm. //. XI. 515 in E. G. F. K /. e: òXXà tòv Macerava jióvw )^st(>oop7stv 
s^ot>3i' TÒv YÒp UoSoXstpiov òioiidsto' tpaai t«; vóooy^ „. Su Macaone cfr. 
HòPBR in RoscHKR, Lex. II. 2228. 

1049. — Le ossa di Podalirio saran coperte di terra straniera, venendo 
sepolto in Italia. 

1050. — Narrava Timeo (apd TzBTZ.=fr. 15 in F. H,G.ÌM p. 196) che 
i Dauni eran soliti di dormire avvolti in pelli ovine sulla tomba di Podali- 
rio e di ricevere da lui nel sonno i responsi; e quindi lavarsi insieme ai 
loro armenti nelle vicine acque dell' Alteno, e invocando Podalirio sentirsi 
guarire; donde il hume fu detto àX.^'vcuv, cioè che guarisce. — È questo un 
caso di quella incubazione, eh' era tanto in uso presso gli antichi, e che si 
ammette trovarsi già nel vetusto culto di Anftarao a Tebe e ad Oropo (Prkl- 
LBR-R. Grieck. Myth. 1 p. 524 cfr. 124, 710 n. 2; cfr. Thrabmkr in Roschkb, 
Lex, I. 626). Un esempio di incubazione abbiamo in Vero. Aen, VQ. 85 sqq. 
Ma r incubazione era praticata anche da popoli barbari, come i Nasamoni 
(Hkrodot. IV. 172), gli Augili (Pomp. Mbl. I. 46) i Sardi (Aristot. ®:/3a^ 
òx^óa^i; IV. 11. 21); onde è da pensare col Pais {Star» d. Sic. e d. Mag. 
Grec, I p. 576) che in Daunia questo rito preesistesse alla venuta dei Gre- 
ci, i quali avrebbero identificato costumi locali con culti nazionali, ed eroi 
venerati dalle genti del Gargano coi famosi Calcante e Podalirio ; cfr. n. al 
V. 1047. — Credo che Strabone, o la sua fonte, abbiano fatto scambio, o con- 
fusione, di notizie riferendo il rito dell' incubazione al vate Calcante, anziché 
all'asclepiade Podalirio (Strab. IV. 284). 

1053. — Il fiume Alteno scendeva dal Drìon, cima del monte Gargano 
(Strab. vi. 284). Secondo Timeo (fr. 15; cfr. Etym, M. 63. 4) traeva nome 
da dkbmvift. Comune era nell'antichità la credenza che attribuiva alle acque 
delle fonti e dei fiumi virtù mediche : ciò si diceva ad es. dell' Alfeo nell' Eli- 
de (Strab. Vin. 347) dell'Alysso nell' Arcadia (Paus. Vili. 19. 3) del Cydno 
in Cilicia (Strab. XIV. 673) e talvolta la credenza trovava ragione nella 
qualità ferruginosa o sulfurea dell'acqua, come per il famoso lago dei Pa- 
lici in Sicilia ; cfr. il mio Contributo alla stor. dei culti eie. p. 83 sgg. Ed è 
noto come queste pagane credenze si sieno mutate in miracoli dì santi nel- 
r età cristiana , onde anche per questo riesce convincente 1' opinione del Pais 
(Stor. d. Sic. e d. Mag. Grec. \ p. 576) secondo cui 1* Alteno corrisponde 



commento: vv. 1054-1056 295 



alla odierna sorgente detta La Stilla, la quale è ritenuta anche oggi dai fc- 
deli miracolosa e salutare; mentre il Geffcken (Tim. Geogr, tav. geogr.) 
l'avea identifìcato coU'Ofanto. Su Althainos ed Alainos cfr. n. al v. 61*^ 

1054. — Epios era originariamente il nome di Asclepio, secondo gli an- 
tichi commentatori; cfr. Etym. M. 154. 44; 434. 15. Sua moglie era Epione 
(Paus. U. 27. 6; 2^. 1). 

1056. — La leggenda dei legati etoli, oltreché dagli scoliasti e da Tzetze 
(al V. 603), ci è serbata da Trogo Pompeo (apd Iustin. XII. 2. 5) il quale ci 
narra come Alessandro il Molosso smettesse di continuare la guerra contro 
gli Apuli per aver saputo che, secondo un antico oracolo, 1' Apulia sarebbe 
rimasta in mano degli indigeni. E spiega ciò narrando come gli Etoli, i quali 
con Diomede erano venuti in Italia ed aveano fondata Brindisi, cacciati da- 
gli Apuli, fossero stali avvertiti dall'oracolo che avrebbero posseduto eter- 
namente quel luogo; e quindi con una ambasceria ne avessero chiesta la 
restituzione agli Apuli, i quali invece, avvertiti della risposta dell'oracolo, 
avessero uccisi e sepolti i legati perchè si potesse dire che in quella terra 
avessero eterna dimora : saputo ciò, il re Alessandro si sarebbe affrettato a 
fare pace cogli Apuli. La narrazione di Trogo consta di due elementi, l'uno 
storico, la guerra cogli Apuli, l' altro leggendario, la fìne degli ambasciadori 
Etoli. Una volta formatasi la tradizione che Diomede fosse di origine etola 
e che con compagni etoli giungesse in Daunia e che costoro venissero uc- 
cisi dai barbari indigeni, ma che quella terra non avrebbe fruttificato finché 
non fosse coltivata da Etoli (cfr. n. ai vv. 605, 623) era facile giungere alla 
leggenda dell'oracolo e dei legati etoli. Essa è un ulteriore svolgimento di 
quella tradizione. Quando si formasse non sappiamo ; ma evidentemente do- 
po che già il mito di Diomede era stato localizzato nelle coste d'Italia; e 
forse vi avranno contribuito le relazioni tra quelle coste e le spiagge dell' E- 
tolia e dell* Epiro ; cfr. n. ai vv. 592, 620, 623. Il racconto di Trogo ci in- 
duce a pensare come la leggenda potesse trarre, se non origine, sviluppo 
e vigoria dalle vicende del re Alessandro : si poteva notare come anch' egli 
re delle genti vicine all' Etolia, venuto in Italia a cambattere, ci lasciava 
la vita (331 a. C. ; cfr. Bblogh, Griech. Gesch, II p. 596) parimenti che i 
compagni di Diomede, dimostrando che, giusto il senso dell'antico oracolo, 
quel paese sarebbe rimasto nelle mani degli indigeni. Che poi la circostan- 
za dei legati sepolti sia in parte una duplicazione del caso delle ossa di 
Falanto, da quei di Brindisi sepolte in Taranto (per cui i Partenì sarebbero 
rimasti per sempre padroni di questa città) narrato dallo stesso Trogo fapd 
lusTiN. III. 4. 12) ha già osservato il Pais {Sior. d. Sic. e d. Mag. Grcc. 
I p. 579). Quale poi di queste due tradizioni sia più antica, non possiamo 
determinare. Si ricordi, ad ogni modo, che Licofrone ritiene come luogo del- 
l'arrivo di Diomede, la Daunia. Qui Licofrone segue Timeo: cfr. n. al v. 1027. 
Gli Etoli gettati vivi nella voragine (y. 1061) vedranno con spavento quel 
pò di luce che penetra dal di fuori. Traduco iaiai fdo; ^oviv * vedranno 
splendere „. 



29() ix)MMKNTo: vv. l(>ó«-10r>7 



\OòH. — Chi sieno i Salangi e gli Angaisì, non sappiamo. Licofrone vuo- 
le evidentemente indicare la Daunia. A ragione gli Angaisi sono stati mes- 
si in relazione col * portus Aggasus » di Plin. m. A. III. ti [16] K»3, vicino 
al Gargano, dal Pais {Stor, ti. Sic. e d. Mag. Grec. I p. 579 n. I) e dal Gro- 
tefend (apd Holzingbb ad /.). I Salangi conosciamo come un popolo dell' In- 
dia (NoNN. XXVI. 61); e il Klauscn {A^h. u. Pch. II p. 1181) credette che 
Licofrone con quel nome fantasticamente indicasse le genti che trovò Dio- 
mede in Italia. Si è pensato anche ai Salentini ; ma a torto, secondo me, 
perchè il poeta parla soltanto della Daunia. Io inclinerei a credere che egli 
abbia presente Salapia (SoXkTi v. 1129): DaKQnaa='A>.ctzia = il luogo del 
sale. Licofrone (ovvero Timeo) invece di dire IjÙk — oxia avrebbe detto Ì-a>.— 
0770^ = il recipiente, il luogo del sale. 

1059. — Gli Etoli domandavano la Daunia, terra del loro prìncipe 
Diomede. 

\<^A. — Esempio di amplificazione; cfr. Konzb, p. *X>. 

1063. — 1 Dauni (secondo il racconto di Trogo: i Brindisini; cfr. n. al 
V. 1056) sprofondati gli Etoli nella voragine vi gettaron sopra tante pietre 
da coprirla, formando esteriormente un cumulo che per gli infelici valeva da 
funebre tumulo. 

UK>6.— Tidco padre di Diomede e detto cinghiale. Dopoché Adrasto, re 
di .\rgo, avea appreso dall' oracolo che le due sue hglie avrebbero sposato 
un leone ed un cinghiale (dice Adrasto a Teseo in Euittp. Suppl. \M): 
xcncpm ^ òoDvoi xa* >aov-:i 7a*$* iyicfj) si vide capitare dinanzi la sua casa Po- 
linice e Tideo, che riconobbe per quei destinati dall' oracolo, avendo l' uno 
sullo scudo r effigie del leone, V altro quella del cinghiale (Apollod. III. 6. l ) 
ovvero essendo l'uno coperto di pelle leonina, l'altro della pelle d'un cin- 
ghiale (Htoin. fab. 69 Schm. p. 76). II cinghiale è simbolo di forza; cfr. 
KoNZB, p. 75 sq. Forse si riferisce a Tideo la testa del cinghiale effigiata 
nelle monete di Arpi o Salapia ; cfr. n. al v. 592. — Avendo nella guerra 
di Tebe Tideo, già ferito, ucciso l'odiato Menalippo, gli apri il cranio e ne 
sorbì il cervello (Apoixod. III. 6. 8). 

1067. — Attingendo, a quanto pare, allo storico Timeo (Gì^nthcr, de ca, 
quae intrr Tim, etc. p. 6() sq.; Gefpcken, Tim. Geogr. p. 21) Licofrone nar- 
ra l'arrivo dei Focesi a Temesa e l'incendio delle navi greche nella Sirìtide 
Cvv. 10<ì7-1082). — Schedio ed Epistrofo, figli di Ifito cui fu padre Naubolo« 
a capo dei Focesi, avean partecipato alla guerra troiana {Iliad. IL 517). 
Schedio veniva ucciso da Ettore {Iliad. XVII. 306) ed anche Epistrofo sarà 
morto dinanzi a Troia secondo la tradizione seguita da Licofrone, sebbene 
secondo Paus. X. 36. 10 egli sarebbe ritornato sano in patria. Licofrone 
evidentemente li suppone morti in Troia, facendo tornare soltanto i loro 
compagni (vqDtoi). Essi giungono in Temesa, nella costa occidentale del Bnix- 
zio a nord del golfo Napetino: oppidum Tempsa a Graccis Temcse dictum 
(Plin. m. h. III. 5 [\i}] 72). Secondo Strabone {W. 255) Temesa famosa per 
le miniere di rame, sarebbe stata nelle sue origini città degli Ausoni e ap- 



commento: V. liMj7 297 



presso abitata dagli Etoli di Toante, anch' essi reduci da Troia; mentre se- 
condo Licofrone non gli Etoli, ma i Focesi sarebbero giunti a Temesa. Io 
credo che entrambe queste tradizioni sieno puramente mitiche, nel senso 
che di fatto a Temesa non sieno arrivati né Etoli ne Focesi: V una, la tra- 
dizione che parla degli Etoli di Toante, sia stata importata dall' achea Cro- 
tone (cfr. n. al v. 101 1) di cui Temesa sin dal VI sec. a. C. fu alleata o 
colonia, come dimostrano gli stateri d'argento di quell'età (Hkad, hist. num. 
p. 80,96; cfr. Pais, Atakla, Pisa 1891 p. 30); e non v'è ragione d'intendere 
l'espressione di Licofrone ** areranno la campagna crotoniate „ nel senso che 
Temesa sarebbe caduta sotto il dominio dei Crotoniati, come reputò il Lenor- 
mant {La Grande-Grèce, II p. 21 sg. HI p. 92); l'altra, la tradizione che ac- 
cenna all' arrivo di Focesi, si sia formata per opera dei Locresi Epizefiri, i 
quali nella prima metà del sec. V a. C. guidati dall' eroe Eutimo s' impa- 
dronivano di Temesa (Strab. /. e). Le due tradizioni secondo me rispec- 
chierebbero l'amicizia o la signoria dei Crotoniati, prima, e dei Locresi, poi, 
rispetto a Temesa. Noi ignoriamo se alla fondazione di Locri epizefìria pren- 
dessero parte genti della Focide; né sappiamo con certezza se i Locresi d'Ita- 
lia sien derivati dalla Locride Ozolia sul golfo Criseo o dall' opposta Locridc 
Opunzia: questione già discussa da Strabone (VI. 259) che contro Eforo so- 
steneva l'origine ozolia. Io osservo che non solo in Anticira, nella Focide 
(Paus. X. 36. 10) ma anche presso Dafnunte, nella Locride Epicnemidia, v'era 
la tomba dell'eroe focese Schedio, la quale nell'antichità serviva a sostenere 
r opinione che in origine Dafnunte fosse città focese, e non locrese (Strab. 
IX. 42Ó; cfr. Plin. h. h. IV. 7 [13] 27). E già l'antica tradizione, a comin- 
ciare da Omero (//. II. 527 sgg.) non faceva distinzione fra Locresi Opunzì 
ed Epicnemidi, ma gli uni e gli altri considerava come i Locresi di Aiace (cfr. 
BuRsiAN, Geogr. v. Grieck. I p. 187); e a questa tradizione si attiene Lico- 
frone, considerando come Opunzia tutta la Locride orientale; cfr. n. al v. 1 146. 
Ciò spiega come 1' eroe Schedio fosse onorato anche nella Locride orientale 
od Opunzia; ed una volta ammesso che i Locresi d'Italia avessero portato i 
nomi di Schedio e del fratello Epistrofo nel Bruzzio, si potrebbe giungere alla 
opinione di Eforo, che Opunzì fossero i Locresi d'Italia. D'accordo con que- 
sta opinione va, del resto, la circostanza che i Locresi d' Italia consideravano 
loro eroe Aiace d'Oileo, della Locride Opunzia, tanto che solevan lasciare 
a lui un posto vacante nelle prime file quando movevan a battaglia ed as- 
serivano che, combattendo contro i Crotoniati, dal loro Aiace era stato fe- 
rito Autoleone o Leonimo, duce crotoniate (Conon, narr. XVIIl; Paits. III. 
19. 12). E a proposito dei Locresi d'Italia parlavan Timeo e Polibio di Aia- 
ce e della pena che avean patita le donne locresi per scontare la colpa di 
lui (TiM. fr. 66 in F. H. G. M I p. 207; Polyb. XII. 5. 7); cfr. n. al v. 
1141. Tuttavia è sempre lecito pensare che alla fondazione della Locri di 
Italia prendessero parte Locresi Opunzì, Locresi Ozolì e forse anche Focesi. 
Il Pais nota (Atakta^ Pisa 1891 p. 33 sg.) come la leggenda di Eutimo di 
Locri, che vinse in Temesa il terribile Sai|i<i>v di Polite, strettamente colle- 



298 ooMiiBNTo: w. t068-1075 



gata alla storia di Temesa (Stsab. VI. 265; Paus. VI. 6. 7) sia quasi una 
duplicazione della leggenda di Eurìbalo nella Focide (Nicakd. apd Antoh. 
LiB. Vili); e ciò, secondo me, vale a confermare la tesi che i Locresi d' Ita- 
lia portassero nel Bruxzio, ed in Temesa, tradizioni focesi. 

K)68. — Intendo collo Scheer (Progr, Ploen 1876 p. 5 n. 1) che Lico- 
frone abbia detto Aa^xtir; per Ao^xsxsia, e quindi coli* Holzinger che il genit 
Ao^'-^'^i^ dipenda da st; Trf^ ( = mare). La forma Aeqixmia corrisponde 
alla lat. Clampetia, città della costa occidentale del Bruzzio a nord di Teme- 
sa (PuN. n. h. III. 5 [10] 72). Licofrone nomina la città di Clampezia e il 
promontorio Ipponio per indicare le due parti, superiore ed inferiore, del 
golfo Napetino. Fra Clampezia ed Ipponio trovasi Temesa. 

1069. — Io credo che qui Licofrone abbia presente la località vicina ad 
Ipponio detta *A^aX^'a; Kipac, di cui, a testimonianza di Ateneo (XII. 542 
a) parlava lo storico Duride ( = fr. 41 in P, H. G, M II p. 479). 

1070. — Di Crisa, Lilea ed Anemorea parlava già Omero (//. Il ó20) 
come di città appartenenti a Schedio ed Epistrofo. 

1071. — Tutto il territorio che da Crotone va a Temesa e considerato 
da Licofrone come agro crotoniate; e ciò sarebbe conforme all'opinione che 
Temesa fosse colonia di Crotone; cfr. n. al v. K>67. Crotone colla signoria 
di Temesa, come anche di Terina, si apriva la strada commerciale che dal 
golfo Scilletino va al Napetino. attraverso il punto più stretto della peniso- 
la, e dominava almeno in parte la costa occidentale del Bruzzio. Credo òvri- 
xopO^ov qui indichi la campagna di Crotone posta sopra l'istmo che unisce 
i due golii, e che si riferisca quindi all'istmo, e non al porto. 

1072. — xxtpóv qui vale vomere: irapò» icfl òatp«p toù òpÓTjpou, i^ii; xo- 
)^ìxoi uvi^ (Sckol.) : cfr. paraphr. gr. apd ed. Schbir. 

1073. — Di queste città focesi nei tempi antichissimi più potente era 
Crisa, che estendeva i suoi domini sui piani d' Anfìssa; cfr. Bubsian, Geogr. 
V. Grieck. I p. 180. Lilea è ricordata come una delle città distrutte nella 
guerra Sacra, ed invece Abai come quella che non prese parte al sacrilegio 
e alla guerra, e rimase incolume (Paus. X. 3. 2). Abai era rinomata per il 
suo oracolo di Apollo (Hbbodot. I. 46). 

ÌOlò. — La leggenda delle donne troiane che danno fuoco alle navi 
era localizzata in molti paesi, e in Italia principalmente in due punti : nelle 
coste del Lazio, o della Campania (Dionys. Hal. I. 72) e nella Magna Gre- 
cia (Strab. vi. 262). Licofrone segue probabilmente Timeo (cfr. GCntks, Jc 
ea, quae inUr Tim. eie. p. 66 ; Gefpckbn , Tim. Geogr. p. 22). Tzetze al 
V. 921 dice che la leggenda delle donne troiane che bruciano le navi dei 
Greci nella Magna Grecia, vicinò al hume Nieto, era narrata da ApoUodoro. 
il quale fra quelle donne nominava le tre sorelle di Priamo, Aethylla, Astyo- 
che, Medesicaste (fr. 3 in F, //. G. M I p. 180 = epit, 6. 15b in Mytk, 
^r. W 1 p. 220). Ciò può dimostrare che la leggenda era ben nota al tem- 
po di Licofrone. Or un frammento epico dell' età alessandrina, trovato 
recentemente, rappresenterebbe la scena di Astioche, già moglie dì Telefo, 



commento: w. 1077-1083 299 



che sulle coste d'Italia esorta le compagne a dar fuoco alle navi — secondo 
r interpretazione data dal Grenfell e dall' Hunt, che si riferiscono all' opinio- 
ne del Robert (v. in The Oxyrhynchus Papyri London 1899 II p. 27 sgg). Al 
V. 921 Licofrone nominando il fiume Nauaithos (Nieto) ha lasciato compren- 
dere di conoscere l' etimologìa di quel nome e di credere quindi che presso 
quel fiume, a nord di Crotone, sia avvenuto 1' abbruciamento delle navi. Ora 
dice che Setea, presso al fiume Grati, fu punita d' aver dato fuoco alle na- 
vi. Io credo eh' egli intenda parlare, anche qua, del Nieto, il quale non è cer- 
tamente vicino al Grati, ma ha le sorgenti, sulla catena della Sila, vicine a 
quelle del Grati. 11 Nieto era un fiume insignificante, il Grati invece era no- 
tissimo nell'antichità. Gosi Licofrone per indicare le località vicine alla foce 
del Nieto, dice che quelle località potea vedere il Grati; cfr. n. al v. 919. E 
così pure io credo che Licofrone, più sotto al v. 1081, voglia significare la 
spiaggia ove il Nieto si scarica in mare, e non un luogo detto Seteo presso 
Sibari, come dice Stbph. B. s. v. (cfr. Etym. M. 711. 39). Licofrone non dice 
che il luogo prese nome da Setea, ma dalla infelice sorte di lei, per dire 
che ricordava appunto quella sorte infelice : e ciò infatti ricorda il nome 
Nauaithos; cfr. n. al v. 921. Dalla falsa interpretazione di Licofrone saran 
stati indotti Stefano Bizantino, o la sua fonte, e l' autore dell' Etym. M. 
a supporre un luogo detto Seteo. 

1077. — Le due voci wppwo^iivTj e aìoipr^jia (v. 1(»80) indicano che Se- 
tea era messa in croce. 

1081. — Il nome del Nieto (Nauaithos) ricorda la triste sorte di Setea . 
cfr. n. al v. 1075. In cpr^yiiafri^asxoi vedo l' idea del nome, in ?p8p«jvu|io; quella 
del ricordo. 

1083. — Oscurissimo è questo luogo di Licofrone, perchè non sappiamo 
che valore abbiano le tre voci IhXaaYòiv, Miyt^XTjxo; e Ks(>vi«iiv. Gli antichi 
commentatori credettero erroneamente che il poeta per Pelasgi intenda i Greci 
reduci da Troia e che Membles sia fiume d'Italia e Cerneatis sia l'isola di 
di Geme, già nominata al v. 18. Il Gargiulli lesse Kapvsàxiv = (Corsica, ma 
senza ragione alcuna. Dei critici il Giinther (de, ea quae inier Tim. eie. p. ò7) 
rinunziò a qualsiasi tentativo d'interpretazione, e il GefTcken (p. 22 sg.) 
seppe notare che nell'antichità l'isola di Melo era anche detta Membles (Plin. 
n. h. IV. 12 [23] 70; Hbsych. 5. v.) e Membliaros l' isola di Anafe (Steph. B. s. 
V. 'Avct^rj) e che il fenicio Membliaros colonizzò Tera (Hbrodot. IV. 147); ma 
non tenne conto di questi nomi e mettendo Gerneatin in relazione a Geme, 
pensò, secondo me erroneamente, all'isola di Serifo. L'ultimo 1' Holzinger, 
facendo Membliaros = Fenicio e pensando che Timeo considerasse i famosi 
Nuraghi di Sardegna come opera dei Pelasgi, indicò la Sardegna come un 
paese pelasgico abitato da Fenici ; e reputò che Licofrone intendesse parlare 
di quei Locresi che andati assieme ai Tespiadi in Sardegna (Solin. IV. 2) si 
può pensare fossero cacciati in Italia assieme agli stessi Tespiadi (cfr. Diod. 
V. 15) nell'occasione dell'arrivo in Sardegna dei Troiani (Paus. X. 17. 6): 
Gerneatin dipenderebbe da xepvà;, inquantochè Timeo avrebbe paragonato i 



dOO commento: v. 1083 



Nuraghi ai " bicchieri „. Io, pur riconoscendo giuste alcune osservazioni del- 
l' Holzinger, non ne accetto la ingegnosa interpretazione, perchè vedo chia- 
ramente : \** che in questo, come negli altri casi, Licofrone vuol parlare di> 
Greci che vengono in Italia direttamente da Troia; 2o che gli errori di que- 
sti Greci devono ricercarsi al di qua del luogo di arrivo, e cioè nel mare 
l£geo. Son d'accordo nel considerare coli' Holzinger : !<> che IIsXaTfcòv non si 
riferisce ai Greci che viaggiano, nel senso che sieno di razza pelasgica o 
tessalica, ma al luogo dove essi si fermano prima di giungere in Italia e 
che quindi lisXasY*'^^ '^on dipende da oi hi ma da Ms|iflXr,":o;: 2o che sxxsz/jiixóxe; 
contiene l'idea della partenza; 3** che il significato di Kspvfànv è dato dalla 
voce xifivo;. Ma, ciò posto, io credo che il testo sia molto meno oscuro di 
quanto si creda. Licofrone vuol significare come alcune schiere di Greci 
partite da Troia si trovassero vicino ad un' isola, e poi invece di giungere 
in patria fossero sbalzate in Italia al di là dello stretto di Sicilia : hLZXTÙjnoL^- 
xs; ( = navigando) = dopo esser partiti da Troia. Alla medesima loca- 
lità, e cioè a quell* isola, si riferiscono le tre voci llsX^tTfwv , Msji^XrjTo; e 
Ksf^vcàxiv; e quell'isola, cui ben si adattino quelle voci, è, a mio giudizio, 
l'antica Melos, oggi Milo, una delle Sporadi del mare Egeo; cfr. Bursian. 
Geogr. V. Griech, II p. 400 sgg. Se Melos, oltre d* esser chiamata Mcmallis 
da Callimaco (Solin. XI. 32) era anche detta, probabilmente con voce feni- 
cia, Memblis, come dicemmo, facilmente Membles potea chiamarsi un fiume 
dell' isola, o poteva Licofrone imaginare che così si chiamasse. Or nelle spon- 
de di quel fiume un tempo avrebbero abitato, secondo Licofrone, i Pelasgi; 
e noi sappiamo, infatti, come nell' antichità ci fosse una tradizione che par- 
lava di Tirreni, o Pelasgi, provenienti dall' isola di Lemno e passati dall'At- 
tica neir isola di Melos (Plutarch. de mulier. virt. Vili p. 247 ; quaest. gr. 
XXI p. 296; cfr. Polyakn. VH. 49; Vili. 71); cfr. Busolt, Griech. Gcsch, I 
p. 329. Licofrone non fa esplicitamente il nome dell' isola ma, secondo il 
suo costume, ne dà indicazioni generiche, e dopo aver detto che quell'isola, 
in cui scorre il Membles, è pelasgica, aggiunge esser anche xspvsòxiv , cioè 
il paese dei xspvsa. Significa xipvo; vas fictile ; ed è noto come Melos ar- 
cheologicamente sia considerata come una delle sedi più antiche dell* arte 
vascolare. — Giunti presso 1* isola di Melos, quei Greci sono sbalzati, come 
tanti altri, verso sud e poi al di là dello stretto di Messina, in Lucania o 
nel Bruzzio. Secondo me, l'espressione ;cópov Topar|VÓv indica lo stretto di 
Messina e corrisponde al zopB|ioD To(iar,vixoO del v. 649. V>'\ qual paese fos- 
sero questi Greci, Licofrone non lo dice; e sebbene egli abbia detto (v. 
36Ó sgg.) che per la colpa del solo Aiace avrebbe pianto la Grecia in- 
tera, si può tuttavia supporre che qui, ricordando la colpa di Aiace Locrese, 
intenda parlare in particolar modo dei Locresi giunti nella costa occidentale 
del Bruzzio, presso la foce del Irmelo (AGqir,xiai; StWotv): queste potrebbe- 
ro esser le schiere di Aiace, senza duce, sbalzate qua e là sino in Italia. Li- 
cofrone avrà presente la città di Ipponio e forse anche Medma , che pare 
fossero fondate dalla non lontana Locri (Thvc. V. 5. 3; Strab. VI. 256; Ps. 



commento: vv. 1087-1098 301 

ScYVN. 308) e che quindi ricollegassero le loro origini cogli eroi locresi del- 
l' Eliade. C'era una tradizione^ che faceva giungere nell'isola di Melos le 
schiere ateniesi, reduci da Troia, col loro capo Menesteo (Apollod. epii. 6. 
15b in Myth. gr. W I p. 219) e poi le faceva andare nella costa orien- 
tale del Bruzzio e fondare Scylletium (Strab. VI. 261). E forse Licofrone ha 
avuta presente anche questa tradizione nel narrare l'arrivo delle schiere lo- 
cresi nell'altra costa del Bruzzio. 

1087. — Per l' ira di Atena contro Aiace Locrese, che usò violenza a 
Cassandra, i Greci soffrono tanti mali senza poter ritornare in patria; cfr. 
vv. 36Ó sgg. Scrivo collo Scheer e coli* Holzinger Kaì toù;. 

1089. — {ioa-àCs'-v saiiv tò juxà ^ta; xat cèva-fjoi; eXxsiv xat jitfvuot^ai 
Yovfltixt : paraphr. gr. (in ed. Schbrr). 

1(KK). — Dopo aver parlato dei Greci che, partiti da Troia, non riusci- 
rono a rivedere la patria, viene a discorrere di quelli che tornarono in pa- 
tria, ma trovarono sventure (1090-1225): è intercalato nel racconto il ri- 
cordo della madre Ecuba e del fratello Ettore (1174-1213). 

1091. — Alcuni giunti in patria saranno uccisi senza avere neanche il 
tempo di celebrare i sacrifizi promessi agli dei durante il viaggio. 

1092. — Zeus è detto Kerdyla e Larynthios: credo che il Kerdyla stia 
in relazione coli' epiteto Kerdoos dato dallo stesso Licofrone ad Apollo (v. 
208) significando le ricchezze dei doni che riceve il dio. Larynthios invece 
pare riferirsi a qualche città, ove fiorisse il culto di Zeus, come reputò il 
Canter; ma ignoriamo una località di tal nome. 

1(»3. — Nauplio, per vendicare la morte del figlio Palamede, non solo 
fa naufragare la tlotta dei Greci sul promontorio Cafareo (cfr. n. ai vv. 
384 sgg.) ma girando per la Grecia induce le mogli dei guerrieri, che non 
sono ancora tornati, a tradire i mariti: così avviene che Clitennestra se la 
intende con Egisto, Egialea, la moglie di Diomede, con Comete (cfr. n. ai 
vv. 610,612) e Meda, moglie d' Idomeneo, con Leuco (cfr. vv. 1214 sgg.): 
Apoux>n. epit. 6. 9 in Myth. /r. W I p. 217; Schol. et Tzktz. ai vv. 386, 
1093. — Il riccio era ritenuto animale astutissimo. Eliano (w. a. VI. M) lo 
chiama sctvowpfo;; cfr. Pun. n. h. Vili. 37 [56] 133. Cfr. il proverbio riferi- 
to dallo SchoL (,= Paroemiogr. gr. p. 47. 17, 619. 8 Leutsch). — Tolgo la 
virgola dopo otxo^BT>piìiv, 

1(H)4. — Galli, cioè intrepidi, son detti i guerrieri greci, e galline le loro 
mogli. Io intendo 7;ixf/a; nel senso che le mogli arrecassero danni e dolori 
ai loro mariti. 

1095. — Col naufragio della flotta greca non si sazia la sete di vendet- 
ta di Nauplio : egli vuol portare anche il disonore e il lutto nelle famiglie 
di quei Greci che han la ventura di rimpatriare. Qui si allude alle faces 
sceleratae di Hygin. fab. 249 Schm. p. 138; cfr. Senkc. Med. 658; cfr. n. al 
V. 386. 

10<>8. — ^lifo; vsoaxafpi;: (dimora, abitazione scavata di fresco) tom- 
ba.— -Riconosco coir Holzinger (cfr. Papk-Benskler. Wórtcrb. Jer gr, Eigenn. 



302 commento: w. 1099-1108 



s, V. UaÌJa^rfiT^;) che secondo Philostb. ìur. p. 184 Kays. (cfr. Philostr. in 
Apoll. IV 13 p. 133 K) Palamede sarebbe stato sepolto nella costa eolica 
di fronte a Metimna e al monte Lepetymnos; ma credo cogli antichi com- 
mentatori che Licofrone l' imagini sepolto presso Metimna, nell* isola stessa 
di Lesbo, e forse sul monte Lepetymnos: sv xXr|pQi3i Mt^^u^lvi^q (= nei do- 
mini o nel regno di Metimna) non può, secondo me, significare una località 
fuori Lesbo. 

K>99. — L' uccisione di Agamennone per opera di Egisto si trova già 
ricordata in vari luoghi dell' Odissea e nel poema dei Ritorni (Pnocu E. G. 
F. K p. 53) e forse era cantata da Stesicoro nella sua Oresteia. Nella Ne- 
kyia omerica {OJyss, XI. 409 sgg.) accanto ad Egisto compare Clitennestra. 
La tradizione ebbe nuovo svolgimento per opera dei tragici, a cominciare 
da Eschilo: Agamennone non è ucciso a mensa, come si dice nell' Odissea, 
ma nel bagno, dove Clitennestra gli getta sopra un' ampia rete e poi 1* uc- 
cide con tre colpi di scure (Absch. Agam. 1116, 1128, 1382; Choepk. 4«#1 
sg.; Rum. 633). Così nella Nekyia {Odyss. XL 421 sgg.) Clitennestra uccìde 
anche Cassandra; e Pindaro (Pyth. XI. [25] 17) pare che faccia uccidere da 
Clitennestra tanto Agamennone, quanto Cassandra. In Licofrone però non 
si parla d' una vera rete, ma d' una veste da bagno chiusa nelle maniche e 
nel collo (in modo da impedire la vista e il movimento delle mani) che Cli- 
tennestra avrebbe messo ad Agamennone: ulteriore svolgimento, che la tra- 
dizione avrà avuto dai tragici, e certo diffuso se era accolto nella bibìiote- 
dì di Apollodoro {epit. 6. 23 in Myth, gr. W l p. 223): yiiwva ^[v^ xaì 

1102. — To^&Xa;: Agamennone è ìmaginato colla testa avvolta nella ve- 
ste e le mani chiuse dentro le maniche cucite, nell'atto di voler metter fuo- 
ri dalle maniche le mani Licofrone vuole appunto far rilevare che, non so- 
lo il collo della veste, ma anche le maniche erano senza uscita, come pare 
ammettesse la tradizione comune (Apollod. epit 6. 23 in Myth. gr. W I 
p. 223). 

1 103. — Come osserva V Holzinger, è da pensare che il tino del bagno 
(cfr. Aksch. Agam. 1228, 1540) fosse coperto: àpvsówv bxm xdpr^v dipende 
logicamente dal Tura; che segue. 

1U»5. — Secondo Pindaro (Pyth, XI. [29] 20) pare che Clitennestra' uc- 
cidesse non solo Agamennone, ma anche Cassandra xoXicp ^aXxo. Secondo 
Eschilo (Agtìtn. 1384 sgg.) Clitennestra dava tre colpi di scure ad Agamen- 
none; e Sofocle {El. 99) dice espressamente che lo colpiva colla scure al capo. 

1106. — Sul Capo Tenaro cfr. n. al v. 90. 

1107. — Anche Eschilo {Agam. 1258) chiama Clitennestra leonessa; cfr. 
KoNZK, p. 75. Per hj-a^tày otxoa^iav cfr. Eurip. Hec. 1277: Hìppol. 787: Kon- 
ZK. p. 68. 

1 1(»S. — Clitennestra, dopo Agamennone, uccide Cassandra (Hom. Odyss. 
XI. 421 sgg.; PiND. Pyth. XI |29l 20; cfr. Aksch. Agam. 1149; cfr. AroLuoo. 
epit. 0. 23 in Myth. gr. W I p. 223). — I Chalybes erano un popolo mi- 



commento: vv. 1112-1125 303 

lieo stanziato nelle regioni del Ponto e della Scizia, il quale avrebbe tro- 
vato il ferro. Snida (s. v.) citando il verso di Licofrone li pone nella Scizia. 
Cfr. Pape-Brnsblbr, Wòrterb. der griech. Eigenn. s. v. 

1112. — Ttviov = collo; juTciìppsvov = dorso: Clitennestra colpiva Cassan- 
dra alla testa e al dorso, mirando al collo. 

1114. — Dipsas è la vipera velenosissima dell'Arabia e dell'Africa, di 
cui parla Eliano (w. a. Vi. 51). Come osservano gli antichi commentatori, il 
paragone di Clitennestra alla vipera e ciò che si dice di Oreste ai vv. 1 1 20 
sg. si riferìscono alla antica credenza, riportata dal poeta Nicandro {Ther. 
128 sgg.; cfr. Ps. Aristot. mir. ause. 165 et Abuan. n, a. I. 24) secondo 
cui quella vipera nell'atto del coito con un morso mozza il capo al maschio, 
ma nel momento del parto è uccisa dai suoi nati, che alla madre squarcia- 
no l'utero. Cfr. Schol. et Tzbtz. 

1116. — ^opixxTjxov ]fspa; (=premio di guerra) = prigioniera; cfr. v. 1123. 
Cassandra era diventata moglie di Agamennone, ma non per sua volontà, 
essendo stata presa da lui come bottino di guerra. Non potea quindi dirsi 
druda. 

1117. — àox8|iPaxTov ha Euphor. fr. 106 M. 

1119. — Cassandra segue le orme di Agamennone sulla via dell'Ade 
(cfr. V. 1123); cfr. Pindar. Pyth. XI. [29] 20. 

1 1 20. — xfjpa tpóvoo (per perifrasi) = morte, uccisione. 

1121. — Oreste squarcia il ventre della madre, per vendicare l'uccisione 
del padre, come fanno i Agli della vipera; cfr. n. al v. 1114. 

1122. — Io credo che qui Licofrone alluda ai fatali delitti della famiglia 
di Agamennone, a cominciare da Pelope e Tieste; e che quindi nota il mi- 
sfatto di Oreste come un male di famiglia od ereditario (E|i<puXov). 

1 123. — Cassandra riconosce Clitennestra quale moglie leggittima di Aga- 
mennone; essa gli é diventata moglie (v. 1118) contro la sua volontà e 
quindi senza sua colpa di fronte a Clitennestra [y. 1116). 

1124. — Su Agamennone onorato a Sparta col nome di Zeus cfr. n. ai 
vv. 335. 1 369. — Gli Spartani erano rinomati per furberia ed astuzia ; cfr. 
EuRiP. Androm. 445 sgg. Essi seppero far proprio dio Agamennone, men- 
tre era di Micene (//la^. VII. 180; XI. 46) dove si mostrava la sua tomba 
(Paus. II. 16. 6). La tradizione che fa Sparta sede del regno di Agamen- 
none si riscontra di già in Stesicoro (fr. 39 in P, L. G. B III p. 221) e cer- 
tamente era notissima al tempo di Licofrone; ma questi chiamando furbi gli 
Spartani dimostra chiaramente di credere alla tradizione omerica, che met- 
teva Micene a capo del regno di Agamennone. Né quindi, secondo me, è il 
caso di parlare d'imitazione stesicorea da parte del poeta, come sembra fa- 
re il Geffckcn (Zur Kenntniss Lyc, in Herm. XXVI p. 572). 

1125. — Oibalos fu padre di Tindaro (Apollod. IH. 10. 4; Paus. III. l 
3 sgg.) ed aveva in Spaita un heroon (Paus. III. 15. 10); onde gli Spartani 
son detti figli di Oibalos. Presso i poeti latini, come Ovidio, Oebalides son 
detti gli Spartani ed Oebalius vale spartano (Ovid. met. X. 196; XIII. 396; 



3(Ì4 commento: w. 1126-1129 



Ih. 588 ; fast. V. 705 ; remtd. am. 458). Così Oebalia era detta la regione 
spartana (Skrv. ad Vbrg. georg. IV. 125). 

1126. — Licofrone toma a parlare della Daunia (cfr. vv. 592 sgg. U>47 
sgg.) e dice (1126-1140) che Cassandra avea in quel paese un tempio con 
una statua, alla quale ricorrevano le fanciulle che non volessiero sposare i 
loro fidanzati; e ne avevano esauditi i voti. Licofrone dippiù accenna al ve- 
stire delle donne di Daunia. Che fonte di queste notizie sia Timeo, vide 
già il Klausen {Aen. u. Pen, \ p. 579) e lo dimostrarono poi il Gunthcr 
(de ea, quac inter Tim. eie. p. 30 sqq.) e il Geffckcn (Tim. Geogr. p. 2, 3). 
Della introduzione del culto di Cassandra nella Daunia nulla sappiamo. Dalle 
notizie che le donne troiane, prigioniere dei Greci, bruciavano le navi nelle 
coste della Daunia e davano occasione alla fondazione di Arpi e Salapìa 
(|Arist.| mir. aitsc. UK^) e che anche in Lucerà era il culto di Atena Iliaca 
(.Strab. vi. 2f>4) e dalla menzione che lo stesso Licofrone fa di Dardani 
presso .Salapia (cfr. n. al v. 1 1 29) possiamo constatare l' esistenza della tra- 
dizione troiana in quel paese. Rileviamo, dippiù, come la leggenda della ve- 
nuta in Italia di Diomede, localizzata particolarmente nella Daunia (cfr. n. 
ni v. 592) venga strettamente collegata colla tradizione troiana, sia rispetto 
alla Atena Iliaca di Lucerà (Strab. VI. 284) sia riguardo ad Enea ; il quale 
neir Italia meridionale si vede, in vario modo ed in vari luoghi, con Dio- 
mede (Varr. apd Skrv. ad Aen. IV. 427; Dionys. Hai^ XII. 22: Siav, aJ 
Aen. III. 545; Ps. Arist. mir, ause. 79; cfr. Vero. A. XI. 243 sqq,); cfr. 
Gruppb, Grieck. Mytk. I p. 3<>4. Si potrebbe pertanto pensare che gli stessi 
Coi-Rodi e i Corciresi, che portarono sulle coste dell' Apulia il culto di Dio- 
mede (cfr. n. al v. 592) e forse anche quello di Calcante e Podalirio (cfr. 
n. al V. 1(>47) vi diffondessero la tradizione troiana e il culto di Cassandra. 
Ma io credo che questa tradizione e questo culto vi sieno giunti in epoca 
più tarda, che non la leggenda di Diomede ; e che piuttosto sieno venuti 
dalle coste della penisola ellenica. Nel Peloponneso pare esistesse il culto 
di Cassandra nella città di Abicene, Amicle, Leuttra (Paus, IL 16. 6 ; IIL 19. 
() : HI. 26. 5 ; Plutarch. Agis IX) ; cfr. Widb, Lakonische KulU p. 333 sgg. 
Reputo, del resto, che in Italia il culto di Cassandra e di .Atena Iliaca sieno 
originariamente la stessa cosa , nel senso che la statua della dea sia stata 
identificata con quella della figlia di Priamo : come (Cassandra per sfuggire 
alla violenza di Aiace ricorre alla statua di Atena, così le fanciulle daunie 
per evitare le ingrate nozze abbracciano la statua di (Cassandra. Lo svilup- 
po della tradizione troiana e le relazioni dei Romani con quei di Lucerà, 
specialmente dopo il trattato del 326 a. C. (Liv. Vili. 27 ; cfr. Pais, Stor. 
di Roma I. 2 p. 487) avrà contribuito ad accreditare presso i Dauni il culto 
di .Atena Iliense e di Cassandra, fondendo il mito di Diomede con la le- 
genda troiana. 

1 1 29. — Il tempio di Cassandra eressero i Dauni di Salpi o Salapia, cit- 
tiì fondata dai Coi-Rodi; cfr. n. al v. 592. Lo sviluppo della leggenda troia- 
na in Daunia avrà fatto identificare i Dardi, distrutti da Diomede (PuN. «. 



commento: vv. 1130-1141 305 

h. III. Il [16] KM: Diomedes ibi deìevit gentes Monadorum Dardorumquf) 
coi mitici Dardani della Troade. È facile però che anche i Dardi fossero un 
popolo mitico. 

1 1 30. — Fra Salapia e Siponto era un grande lago (Strab. V'I. 284) or- 
gi detto " Lago di Salpi „. 

1131. — E manifesta la somiglianza di questo rito col mito di Cassan- 
dra, che ricorre alla statua di Atena (v. 354 sgg.); cfr. n. al v. \\2h. Lieo- 
frone suole usare tanto i nomi propri (cfr. n. al v. 97) che i comuni in for- 
ma di aggett. attrib. Qui si ha il caso più notevole; cfr. Bachmann ad L: 
sane insolenter h. l. dictum est xapB'Svsiov O^-^ùyt prò zap^svsta; Cuyóv * vir- 
gifMÌe iugnm „ prò eo " quod virginibus imponittir: quo virginis liberUis 
coercetur „. Sed hoe ex more suo fedi poeta, quo genitivos nominum sub- 
stantivorum solet cum adiectivis indidem formatis commuUìre. Il giogo che 
s' impone alle vergini è quello del matrimonio. 

1133. — Omero ricorda le nere chiome di Ettore (//. XXII. 401); le qu:i- 
li pare che nell'antichità diventassero tradizionali e si citassero come tip«>, 
secondo ciò che dice Polluce (II. 29) riferendosi a Timeo ( = fr. 157 in F. 
H. G. M I p. 233). 

1135. — Le fanciulle che ricusavano il fidanzato, e non voleano quin- 
di esser costrette a sposarlo, ricorrevano alla statua di Cassandra e 1* ab- 
bracciavano: il loro voto era miracolosamente esaudito. La statua stessa 
(^psta;) di Cassandra era la medicina efficacissima («X.xap ^i[\ziuy) contnt 
il male. I momenti dell'abbracciamento della statua e del conseguimento dol 
voto, esposti nei vv. 1135-1136, sono logicamente posteriori a quelli del ve- 
stirsi da Erinni e del dipingersi il viso. 

1137. — Delle donne di Daunia, vestite con tuniche oscure, dipinte nel 
viso ed aventi un bastone in mano, parlava a testimonianza dello Schoi. 
ad V. 1138 etTzKTZ. ad v. 1137 lo storico Timeo (fr. 14 in F. H. G. M I 
p. 196). Secondo me, non solo Licofronc, ma anche Timeo intendevano par- 
lare non di costume delle donne di Daunia in genere, ma di un uso pro- 
prio delle fanciulle che ricorrevano alla statua di Cassandra. E credo che 
qui si alluda a qualche festa celebrata in Daunia in onore di Cassandr:^, 
come, forse, in Segesta si commemorava dalle donne vestite in lutto la cadu- 
ta di Troia (cfr. n. al v. 968) e a Crotone la morte di Achille (cfr. n. al 
v. 859). 

1138. — Seguo coir Holzinger la vecchia lez. xsrajiévai data dal Bach* 
mann (e non quella dello Scheer -sTcaatiévai, accettata dal Kinkel) perchè 
evidentemente dipende da questo verbo anche il verso antecedente, che con- 
tiene il complemento oggetto; mentre i>(>óvoi3i cpapjiaxxrjpio».; non è altro che 
dat. di mezzo, esplicativo di pstfou; pa'fci;. 

1141. — Da qui al v. 1173 si parla delle vergini locresi inviate a Troiii. 
A causa della violenza usata a Cassandra da Aiace Locrese (cfr. n. al v. 30 I ) 
le genti della Locride, oppresse da danni e dalla peste, secondo il responso 
dell'oracolo, stabilirono d'inviare annualmente, e per mille anni, due fan- 

E. ClACERI. — La Alenila ndru di Licofrone. 2u 



306 commento: v. 1141 

ciulle in Troia. Triste sorte loro toccava: potean cadere nelle mani del po- 
polo troiano ed esser impunemente uccise; se riuscivano a scampare la mor- 
te e a ripararsi nel tempio di Atena, vi restavano tutta la vita a servigio 
della dea. Ad ogni modo, una volta morte, non aveano onorata sepoltura, 
ma, cremati i loro corpi, ne erano gettate le ceneri in mare. — Che fonte 
di Licofrone sia Timeo, menzionato esplicitamente dallo Schei. 1 155 et Tzktz. 
ad v. 1141 (= fr. 66 in"F. H. G. M I p. 207) fu già osservato del Klau- 
sen {Aen. u. Pen, 1 p. 579) e riconosciuto dal Giinther {de ea, qnae inter 
Tim. etc. p. 32 sg.) e dal Geffcken {Tim, Geogr. p. IO sgg.). Vari però, e 
non sempre concordi, sono stati su questo luogo di Lyc. i giudizi dei crìti- 
ci, fondati sulle scarse notizie che, oltre gli scoliasti e Tzetze, ci danno 
Enea Tattico (p. 72 Hug.) CaUimaco (fr. 13 d Schn. p. 126) Euforione (apd 
Mbinrkb, Analeci. Alex. p. 165, cfr. Kkaacx, Eupkorion, in Jakrb. f. class. 
Philolog. 1888 p. 152: il quale sostiene che i versi riportati da Plutarco, da 
noi citato più sotto, debbano attribuirsi ad Euforione) Polibio (XII. 5. 7> 
Strabone (XIIl. rxM») Eliano (v. h. fr. 47) PluUrco {de sera num, vind, XII 
p. 557) Servio {ad Aen. I. 41); cfr. Apollod. epit. 6. 20 sgg. in Myth. gr. 
W I p. 222. Or io reputo che. una volta ammesso il racconto di Timeo sia 
quello di Licofrone, riesca facile determinare quel racconto nelle sue parti 
essenziali. Secondo me, oltre lo Schol. 1155 et Tzktz. 1141, anche gli Schol. 
1141 ( = Tziprz.) e 115^ ( =» Tzbtz.) contengono notizie di Timeo confuse 
con altre derivate da altri scrittori. Lo Schol. 1141 dipende da Timeo in 
quanto dice che V oracolo determinava la durata dì tempo di mille anni 
(= Tim. apd Tzbtz. 1141) mentre se ne scosta ove parla delle ceneri delle 
vergini locresi gettate in mare dal monte Trarone. Lo Schol. 1159 rispecchia 
Timeo dicendo, come Licofrone, che non le ceneri erano gettate dal monte 
Trarone, ma una delle vergini precipitava da quel monte; ed invece si 
allontana da Timeo asserendo che l'oracolo parlava d'un tempo indetermi- 
nato, e non di mille anni. Erra pertanto, a mio giudizio, il Geffcken nel con- 
siderare per intero questo Schol. 1159 come frammento della storia di Ti- 
meo; ma erra ancora THolziager nel rìgettario completamente. II racconto di 
Timeo, seguito da Licofrone, si può considerare risultante di tre elementi es- 
senziali: lo. l'oracolo stabilisce che dovean inviarsi vergini locresi a Troia 
per la durata di mille anni (v. 1153); 2^. i corpi delle vergini, sia uccise 
dal popolo, sia fìnite di morte naturale, venivano bruciati sulla spiaggia troia- 
na e le ceneri erano gettate in mare (v. 1155; cfr. n. ad l.); 3^. una di quelle 
vergini precipitava dal monte Trarone, nella Troade, e il giorno in cui il 
dio Efesto, cioè il fuoco, avesse bruciate le ossa di lei e gettate le ceneri 
in mare, si avrebbe avuto, secondo l'oracolo, il segno del compiuto termi- 
ne dei mille anni (vv. 1157 sgg.) E stato rioonosctuto che il racconto di 
Timeo deve riferirsi ad un fatto reale; ed io non trovo difficoltà a credere 
che nell'occasione d'una pestilenza avvenisse un vero invio di vergini a 
Troia, consacrate al servizio di Atena; e la notìzia di Tzktz. 1141. aht quel- 
l'invìo sarebbe cominciato tre anni dopo la caduta di Troia e sw e bb e ces- 



commento: vv. 1143-1146 307 

sato, al compimento dei mille anni, dopo la guerra Focese, ha fatto fare al 
Thraemer (in Herm. XXV p. 59) 1' osservazione, accettata dall' Holzinger, che, 
secondo il mito, il termine dell* invio delle vergini cada verso l'a. 331 a. C. 
e che la pestilenza della Locride risalga al 1331, sapendosi che la cronolo- 
gia di Timeo poneva la presa di Troia all' a. 1334/3 (Busolt, Griech. Gesch. 
I p. 260). Nulla, in vero, si oppone a tale com^Suto di cronologia mitologi- 
ca; giacche l'osservazione di Plutarco, che l'usanza d'inviare le vergini Io- 
cresi a Troia era terminata poco tempo innanzi, deve dipendere da una fon- 
te assai più antica di Posidonio. È ovvio notare che la durata di mille anni 
di tale usanza è cosa puramente mitica; ed è assai probabile che tanto que- 
sta tradizione, quanto quella della violazione di Cassandra (cfr. n. al v. 301) 
non risalgano al di là del IV sec. a. C, sebbene sieno da considerarsi ben 
diffuse se veramente erano accolte nella biblioteca di ApoUodoro, come repu- 
ta il Wagner. Si potrebbe pensare coli' Holzinger che questo tributo od in- 
vio delle vergini locresi avvenisse nell'occasione dei danni e delle devasta- 
zioni che la Locride orientale ebbe a patire nella guerra focese, e partico- 
larmente all' a. 353 per opera di Onomarco. Ma si potrebbe anche credere 
che la tradizione si riferisca ad una vera pestilenza, a noi sconosciuta, che 
abbia colpita la Locride in un'epoca anteriore, ed anche sul principio del 
IV secolo. A questa opinione io inclinerei per la considerazione che sarebbe 
riuscito più agevole a Timeo avvalorare il mito dei mille anni nel caso che 
riguardasse un avvenimento un po' lontano. E in verità anche Enea Tattico, 
contemporaneo di Senofonte, poteva parlare d'un avvenimento della Irme- 
la del IV secolo, ammettendo col Gefifcken (op. cit. p. 13) che la sua noti- 
zia non sia una tarda interpolazione. E se Strabone (l. e.) dice che si co- 
minciò a mandare le vergini locresi ad Ilio IIspocòv rfir^ xpaToóv-ojv, intende 
evidentemente significare l' epoca anteriore alla conquista d' Alessandro, e 
può riferirsi al regno abbastanza florido di Artaserse 2°. — Il mito riguarda 
la Locride Opunzia, patria di Aiace; ma Timeo avrà esposto quel racconto 
a proposito delle origini dei Locresi Epizefìri d'Italia, presso i quali pare 
fiorisse il culto di Aiace; cfr. n. al v. 1C)67. 

1 143. — Aiace violando Cassandra prendeva per forza il piacere del- 
l'amore (KÓTcpiBo; B^sct;). 

1144. — Le donne locresi non piangevano per la morte di Aiace, ma 
per la loro sventura derivata dalla colpa dell' eroe. — Il òapóv è = al yi- 
VwMopov del V. 1 1 53. — xXfJpov Gtvopaiov dicit * hostilem terram „ troianam 
(BachmaNn) ; cfr. Hbsych. 5. v. òvctpaioi: Etym. M. ^>8. 51; Eustath. adii. 
XXIV. 365. 

1146. — Volendo designare il paese di Aiace, Licofrone si attiene al 
vecchio criterio di Omero, che non distingue i Locresi Opunzi dagli Epic- 
nemidi (II. II. 527 sgg.). Né Erodoto, del resto, né Tucidide conoscono que- 
sta distinzione; cfr. Bursian, Gcogr. v. Griech. I p. 187. Cosi Licofrone, 
parimenti che Omero, assegna come patria ad Aiace la Locride orientale in 
genere. Alla Locride Opunzia si riferiscono le città di Larinna e Cino: l'una 



308 coMJiBNTO : w. tl5(Vll55 

nella costa sud-est (Strab. IX. 406 ; Paus. IX. 23. 7 ; cfr. Borsian, op. cit. 
I p. 193 sg.); l'altra (Iliad. II. 531) sulla medesima costa a nord di Opun- 
te; cfr. Bursiak, op. cit. I p. 1*>0. Alla Locridc Epicnemide invece appar- 
tengono: la città di Tronio, accanto a cui scorre il Boagrìo {Iliad, II- 533; 
Strab. IX. 426; cfr. Bursian, op. cit. I p. 188); quella di Scarfea, detta da 
Omero Scarte (II. II. 532) vicina alla costa e a 30 stadi da Tronio (Stsab. 
IX. 426: Bursian, op. cit. I p. 188 sg.); e infine l'altra di Narico (Diod. XIV. 
82 ; XVI. 38 ; Pus. n. h. IV. 7 [12] 27 ; Stkph. B. 5. v.) secondo il Bursian 
(op. cit. I p. 190) posta sulla via che da Trachine va nella Focide. U fiu- 
me Sperchio, come è noto, non appartiene alla Locride, ma si scarica nel 
golfo Maliaco; ed evidentemente Licofrone vuole indicare con esso il confi- 
ne nord della Locrìde orientale ; ovvero imagina che i domini di Aiace, os- 
sia la Locride, si estendessero al di là dell* Oeta e sul paese dei Mali. Sono 
pertanto d'accordo coli' Holzinger nel ricercare in quel paese, anziché nella 
Locride, le due località di Falorias e di Pironaie, e nel mettere in relazione 
l'una colla città di Falara, l'altra colla vetta dell' Oeta, detta Pira dal rogo 
di Eracle (Liv. XXXVI. 3<»; cfr. Bursian, op. cit. I p. 88). Io però non mu- 
to la lez. Ilu^itvatott. 

1150. — Odedoco e ricordato da Ellanico (fr. 22 in F. H. G. M I p. 48) 
come padre di Calliaro, eroe della omonima città della Locrìde. Forse egli 
diceva eh' era anche padre di Oileo, il padre di Aiace, come ammetteva la 
tradizione (Eustath. //. II. 531); e in tal caso si potrebbe pensare che Li- 
cofrone avesse presente Ellanico ; ma ciò non si può asserire, come fa il Gef- 
fcken (Zur Kenntniss Lyc. in Herm. XXVI p. 576). Credo che Odcdoci 
debba leggersi in Hygin. fab. 14 Schm. p. 45 la lez. Leodaci, già sostituita 
all' altra Leodoci. — lleus, invece di Oileus, dissero Esiodo e Stcsicoro, a 
testimonianza dello Schoì. II. XV. 333 et Eustath. 277. 2, 1018. 58 ( = fr. 
84 Stbsich. in P. L. G. B III p. 23t>). 

1151. — Cassandra era violata da Aiace; cfr. n. ai vv. 361^ 1141. 

1152. — Rifiutando le spiegazioni date sin' ora, io credo che Atena sia 
stata detta Gygaia da Gygas, promontorio della Troade vicino alla città di 
Dardano (Strab. XIII. 5W) e quindi non lungi da Troia. Licofrone qui vuol 
proprio parlare dell' Atena Uiense, eh' era stata offesa da Aiace. — Col titolo 
di Agrisca è Atena manifestamente considerata come divinità dell' agrìcoltura. 

1153. — L'obbligo assegnato dall'oracolo di mandare le vergini locrcsì 
a Troia doveva durare mille anni; cfr. n. al v. 1141. 

1154. — Riferisco l'idea della vecchiaia, compresa nel verbo fTiP^?*»- 
3zo53<« ad ctvyji^s'JTO'j; : quelle fanciulle mandate in Troia restavan sino alla 
vecchiaia senza nozze. 

1155. — Io credo che qui la voce tcI^o; non significhi vera tomba. Li- 
cofrone, secondo me, si attiene a quanto disse Timeo, cioè, che i corpi del- 
le fanciulle locresi eran bruciati sulla spiaggia troiana e le ceneri gettate in 
mare. Ora egli imagina che quelle ceneri frammischiate alla sabbia sieno dal 



COMMBNTO : VV. 11Ó7-117.3 309 



mare rigettate in terra, ma non trovino riposo, in quanto vengano continua- 
mente sospinte (sxxXoa^ostai) dalle onde; cfr. n. al v. 1141. 

1167. — L'invio delle vergini a Troia durerà sino a quando Efesto, il 
dio del fuoco , non abbia bruciate le ossa di quella vergine locrese che è 
caduta dal Trarone, monte della Troadc, e non ne abbia gettate le ceneri 
in mare, in modo che vadano a stare insieme a quelle delle altre vergini : 
ciò indicherà il termine dell'obbligo imposto dall'oracolo, e cioè il compi- 
mento dei mille anni. Si noti che secondo Licofrone, e probabilmente anche 
secondo Timeo, son gettate in mare le ceneri dei corpi cremati delle ver- 
gini locresi che muoiono nella Troade; ma è una delle vergini che preci- 
pita dal Trarone (naturalmente per sfuggire le minacce del popolo troiano) 
e non sono le ceneri delle vergini che vengano lanciate dal Trarone in ma- 
re, come vorrebbe lo Schol. ad v. 1141; cfr. n. al v. 1141. — foia traduco 
* ossa „ : della fanciulla, che si suppone morta molto tempo innanzi, non 
poteva avanzare che lo scheletro. 

116C). — aXXoti, riferito alle vergini locresi, serve secondo me ad indi- 
care che non una sola volta esse sono mandate in Troia, ma dopo le pri- 
me due, altre due e cosi via. 

1161. — Nella Troade era sepolta Reto, figlia di Sitone; cfr. n. al v. 583. 

1163. — Le vergini riparavano nel tempio di Atena in Troia, ove era 
il famoso Palladio. Credo che appunto il Palladio abbia presente Licofrone 
parlando della dea Steneia ed Anfeira: indicherebbe ** Stcneia „ la forza di 
Pallade armata, e sotto questo nome era onorata in Trezene (Paus. IL 30. 
6; 32. 5); cfr. Prbller-R. Griech. Myth. I p. 215. ** Anfeira „ secondo me 
potrebbe riferirsi al Palladio, rappresentante la dea fasciata dai piedi sino 
al busto (àiitpt — stpo)). Sul Palladio; cfr. n. al v. 363. 

1167. — Quando le vergini locresi sbarcano nelle Troade il popolo troia- 
no armato tenta di prenderle ed ucciderle. 

1169. — Su xsXaivóv cfr. n. al v. 7. 

1170. — I Troiani aveano bastoni presi dagli alberi del vicino monte 
Falacra; cfr. n. al v. 24. 

1173. — Le vergini locresi son dette schiatta o gente di Aiace. 

1174. — Da qui al v. 1188 Cassandra prevede la sorte infelice della 
madre Ecuba, che, lapidata, viene da Ecate trasformata in cagna : Ulisse co- 
struiva a lei un cenotafio sul promontorio di .Pachino in Sicilia. Intorno al 
mito della lapidazione e della trasformazione in cagna cfr. n. ai vv. 330-334. 
Su Ulisse a Pachino cfr. n. al v. 1030. Una volta localizzato Ulisse a Pa- 
chino, era naturale che sorta, in epoca posteriore, la leggenda di Ecuba la- 
pidata e trasformata in cagna, si associasse al nome dell' eroe anche a Pa- 
chmo. Non occorre di pensare per questa notizia a Timeo come fonte di 
Licofrone, tanto più che in Diodoro non ne abbiamo nessuna notizia. Il pro- 
montorio di Pachino era noto ad ogni scrittore della Grecia ; cfr. n. al v. 1030. 

1175. — Ecate, come nota lo scoUasta, era ritenuta figlia di Perses ed 
Asteria a cominciare da Esiodo {Thcog. 409; cfr. Apollod. I. 2. 4). Qui 



310 commento: vv. 1170-1184 



Pcrses è detto Perscus ; cfr. n. al v. 347 ; cfr. Prrllkr-R. Griech. Mytk. I p. 322. 

1 1 76. — Brimo od Obrimo è per Licofrone Perscfone ; cfr. n. al v. 698. 
Con Persefone-Brimo si soleva identificare Ecate e specialmente la Artemi- 
de-Ecate della città di Fere di Tessaglia: cfr. Prellkr-R. op. di. I p. 327. 
322, 388. E Perca la chiama qui Cv. 1180) Licofrone. — Delle varie spie- 
gazioni date dagli antichi suir appellativo Trimorfos di Ecate (cfr. Prbllsb-R. 
op. cit. I p. 324) la più probabile pare quella del nostro scoliasta, secondo 
cui si vorrebbero indicare i tre regni del cielo, della terra e del mare. Sì 
noti intanto che a Siracusa fioriva il culto di Artemide-Ecate, detta Angelos 
(Hbsych. s. V.) e considerata in relazione alle divinità infere, e particolar- 
mente Persefone. Questo culto dei Siracusani avrà potuto influire a legare 
al nome di Ulisse del promontorio di Pachino il mito del cenotafio di Ecuba, 
costrutto per ordine di Ecate. Io anzi inclinerei a credere che il mito di 
Ecuba, già trasformata in cagna da Ecate, in Pachino non sia altro che una 
sovrapposizione del culto preesistente di Artemide-Ecate ; cfr. il mio Con- 
tributo alla storia dei culti dell' ant. Sicilia^ Pisa 1894, p. 29 sgg. — 
ixom; (= che segue, che va dietro al suo padrone) = cane. 

1178. — Ecate Zenntia era onorata in Samotracia e, a quanto pare, 
anche nei paesi della Tracia; cfr. n. alv. 77. Qui appunto lo Strìmone serve 
ad indicare la Tracia, sebbene nell'età storica esso sia compreso nella Ma- 
cedonia. 

WW. — Lo scoliasta ricorda che Artemide era detta Perca da Callima- 
co {hvmH. in Dian. 259). Famoso infatti era il culto di Artemide-Ecate in 
Fere, in Tessaglia : le monete della città portano l' effigie della dea colla fiac- 
cola; cfr. Prbllkr-R. Griech. Myth. I p. 327. Le fiaccole, come è noto, sono 
emblema delle divinità infere. 

1181. — Ecuba, moglie del re Priamo, caduta Troia, diventava schiava 
di Ulisse (EuRiP. Tro. 277 ; Hyoin. fab. Ili Schm. p. 9^); Ovid. mei. XIII. 
485). Come lascia intendere lo stesso Licofrone e secondo gli antichi com- 
mentatori (cfr. Tzffiz. ad v. 1030) Ulisse per il primo avea colpito di pie- 
tra Ecuba, quando fu lapidata; onde Ecate, molestandolo con brutti sogni, 
lo avvertiva di placare lo spirto di Ecuba; ed egli in onore di lei costruiva 
un cenotafio sul promontorio di Pachino, naturalmente durante i suoi errori^ 
al ritorno da Troia. Qui evidentemente Licofrone segue una tradizione di- 
versa che al V. 330, ove dice che Ecuba era lapidata dai Dolonci ; ma non 
e* è contraddizione. La prima tradizione è senza dubbio la più antica ; la 
seconda però rimase la più diffusa nell'epoca posteriore, come dimostra la 
leggenda bizantina intorno ad Ulisse, recentemente publicata da A. Ludwich 
{Zwei byzantiniscke OdysseuS'Legenden, Konisberg 1898, p. 9). 

1182. — Dopo òvsipcrxiMV tolgo la virgola. 

1 184. — Sul fiume Eloro cfr. n. al v. 1033. — £xt£(H3vlsvt,; ( = Ecuba) 
dipende da ^suòr^piov (v. 1181). Io traduco liberamente " per celebrare i suoi 
funerali „ avendo detto innanzi * il tuo cenotafio „. Ulisse per espiazione 
eseguiva funebri sacrifizi innanzi al cenotafio di Ecuba, sul lido di Pachino. 



coMMBNTO : vv . 11 H(ì- 1 204 3 1 1 



Il 86. — Tpiauyrjv è detta Ecatc, come sopra Tpi^top'fo;; cfr. n. al v. 1 176. 

1188. — Il sangue di Ecuba lapidata è paragonato a quello d'una vit- 
tima sacrificata ad Ade. Nella Nekyia omerica Ulisse offre ad Ade il nero 
sangue delle vittime {Odyss. XI. 36). L* idea di xsXaivwv esprimo colla voce 
** crudelmente „; cfr. n. al v. 7. 

1 1 89. — Cassandra rivolge la parola al fratello Ettore, le cui ossa un 
giorno saranno portate a Tebe, come rimedio contro la pestilenza; cfr. n. 
al v. 1194. 

1 190. — Ettore è colonna della patria, cioè di Troia; cfr. n. ai vv. 281 sg. 

1191. — xpT)xì5a=X7jv ^cfaiv xoO ^cu^jloD (paraphr. gr, in ed. Lyc. Schbbr). 

1192. — Secondo una tarda tradizione, prima di Crono e Rea avrebbe 
regnato in cielo uno dei Titani, Ofìone, colla moglie Eurynome (Sckol. et 
TzBTZ.);cfr. Apollon. Rh. I. 503 sgg. : Nonn. Z)ia«>'5. 11.573; cfr. WbizsXcker 
in RoscHER, Lex. I. 1426. 

1194. — Pausania (IX. 18. 5) narra come i Tebani, afflitti dalla pesti- 
lenza, fossero consigliati dall'oracolo di Apollo di portare in Tebe le ossa 
di Ettore; ed indica il monumento dell' eroe vicino a Tebe, presso la fonte 
Edipodea, e riporta la risposta, in versi, dell' oracolo ; cfr. Bursian, Gcogr. 
V. Griech. I p. 230. Le ossa di Ettore sarebbero state prese da Ofrino, luo- 
go della Troade (v. 1208); cfr. Tzbtz. et Schol.\ cfr. Schol. Iliad. XIII. 1. 
La tomba di Ettore in Tebe è ricordata anche nel Ps. Aristot. Pepi. 46 (in 
P. L. G. B II p. 352). — Licofrone segue la tradizione che fa Tebe patria 
di Zeus. A tale tradizione si riferisce Pausania fIX. 41.6) ponendo il mito 
di Rea in Beozia. 

1195. — I Graichi corrispondono per Licofrone agli antichissimi Greci. 

1196. —In Tebe nasceva Zeus da Rea, che cacciava dal cielo Eurino- 
mc, moglie di Ofione; cfr. n. al v. 1 192. 

1198. — Il mito di Crono, che mangia i propri figliuoli, e della moglie 
Rea che nasconde Zeus, appena nato, e dà a mangiare al marito una pie- 
tra involta nelle fasce, è già cantato dalla Teogonia esiodea (vv. 453 sgg.); 
cfr. Apollod. I. 1. 5. 

1203. — Forse Licofrone ha presente la tradizione riferita da Ferecidc 
(fr. 2 in F. //. G. M I p. 70) e cantata dall' autore della Titanomachia (fr. 
7 in E. G. F. K p. 8; cfr. Apollod. I. 2. 4) secondo la quale Crono, pre- 
se forme di cavallo, si uni a Philyra e generò il centauro Chironc. Ma io 
credo che Licofrone chiami Crono centauro per indicarne la crudeltà. 

1204. — Le Maxdpoiv vfjaoi, sede degli eroi od uomini cari agli dei (Hk- 
sioD. op. 1 70 sgg.) si credevano comunemente nell' Oceano occidentale, al di 
là delle Colonne d' Eracle (Hom. Odyss. XXIV. 1 1; Hbsiod. op. 171; cfr. Strab. 
III. 150). Col nome però di " Isola dei beati „ venne designata dagli anti- 
chi una località non molto lontana dalla Tebe egiziana (Hsrodot. IH. 26); 
e pare che la leggenda venisse posteriormente trasferita alla Tebe beota; cfr. 
Suid: ^loxdpojv vfjaoi tJ otxpó:co>.i; xcòv iv Bouoxta Orjpmv ó»^; 'Ap^viBa^: cfr. 



312 commento: vv. 1206-121^^ 

IIksycu. s. V. Licofrone quindi vuole dire che l'eroe Ettore, o m^lio le os- 
sa di Ettore, andranno a riposare in Tebe; cfr. n. al v. 11M4. 

12<)6. — Ogige, ricordato da Acusilao (fr. 13 in F. H, G. M 1 p. ìO\) 
come uno dei più antichi personaggi della Grecia, era ritenuto re dei primi 
abitatori della Beozia, e cioè di quelli Ecteni mensionati dallo stesso Lico- 
frone (vv. 433, 1212): Paus. IX. 5. 1, 19. b, 33. ó. Pare che ci fosse una 
antica tradizione che facesse Ogige tìglio di Cadmo, come ha mostrato O. 
Crl'sius in RoscHER, Lex. II. 843: e che quindi ad essa si riferisse Licofrone. 
1^ leggenda che faceva seminare da Cadmo in Tebe i denti dell' ucciso ser- 
pente, donde nasceva il popolo degli licoproi, era già nota a Pindaro {hymm. 
fr. 29 in P. L. G. B IV p. 379) ed era narrata da Ferecide (fr. 44 in F, H. G.M 
1 p. 83): cfr. OviD. mei. IH. 102 sqq.; Hygin. fab. 178 Schm. p. 34; Apol- 
LOD. III. 4. 1. Il nome 'i^Yup; pare sia = ad 'Qxsovó;: Bubsian, Gcogr. r. 
Griech. I p. 2u2 n. 3; Preluer-R. Griech. Myth. I p. 31. 

1207. — Si sa che Apollo era considerato anche dio della salute e che 
quindi avea l'appellativo di tarpò; (Aristoph. i4r. 584) ed altri simili; cfr. 
Prbller-R. Griech. Myih. I p. 276 sgg. Apollo poi, come nota l* Holzinger, 
traeva il nome di Termintheus dal Urebintus (pistacchio): è una pianta che 
fiorisce nei paesi meridionali del Mediterraneo, come in Sicilia, e fu descrìt- 
ta già da Plinio (m. k. XIIL 6 [12] 54); da essa si traevano medicinali: 
Hesych. et Phot. s. v. — In quanto a Lepsius (cfr. .\fi6isu; al v. 1464) è 
da accettarsi l'interpretazione di F. Spiro (in Herm, XXIIl p. 197 sg.) che 
la fa derivare da Lepsia, l' isoletta sulla costa della Caria menzionata da Pli- 
nio (H. h. V. 31 [36] 133). Lo Spiro ricorda come di fronte a queir isolctta, nel- 
la costa vicino a Mileto, fosse il rinomato tempio dei Branchidi. Forse in 
Lepsia fioriva il culto di Apollo tarpò; ; e forse vi cresceva la pianta del 
pistacchio. 

1208. — Ofrinio era presso la città di Dardano, nella Troade (Hkro- 
DOT. VII. 43): ivi, in luogo elevato, ergeva il bosco di Ettore (Sthab. XIU. 
Ò9Ó) dove naturalmente si credeva fosse stato sepolto l'eroe; cfr. n. al v. 1 194. 

12(K). — Secondo la tradizione, Calidno, figlio di Urano, fu il primo re 
di Tebe, predecessore di Ogige, che avrebbe munita la città di mura ìStsph. 
B. s, V, KoXoòva ; cfr. Tzetz.). — Aoni son detti i Beoti, ritenendosi che agli 
Ecteni in Beozia, distrutti da una pestilenza, sarebbero succeduti gli Hyan- 
tes e gli Aones: all' arrivo di Cadmo, gli uni vinti sarebbero fuggiti, gli altri 
invece, gli Aoni, sarebbero rimasti in Beozia, accolti da Cadmo fra le sue 
genti fenicie (Paus. IX. 5. 1: cfr. Strab. IX. 401). Cosi Aoni e Beoti si con- 
sideravano come una sola gente ed aonio valeva Beoto presso i poeti roma- 
ni, che probabilmente si riferivano ai poeti alessandrini; cfr. Bursun, Geogr. 
V. Griech. I p. 202. Con Cadmo si fa nella tradizione greca cominciare U 
età storica; e Licofrone qui vuole parlare degli Sparti, e cioè del popolo beo- 
to dopo la venuta di Cadmo: i nomi di Ogige, Calidno ed Aoni sono ri- 
chiami mitologici che se^^'ono a meglio determinare il paese. Evidentemen- 
te non è da credere che Licofrone intenda parlare della pestilenza che dì- 



(X)MMKNTo: vv. 1210-1217 313 



strusse gli Ecteni, ricordata da Pausania (/. e.) : forse egli allude ad una 
pestilenza, avvenuta in età storica, e che non e' è dato precisare. 

1210. — xa|ivtoaiv si riferisce a )au>; (v. 1206): coHStructio ad syttesin. 

121 1. — Tjsnero, figlio di Apollo e della ninfa Melia, era vate e sacer- 
dote nel tempio di Apollo Ptoo (cfr. n. al v. 265) in Beozia; donde traeva 
nome il Campo Tenerico (Strab. IX. 413; Paus. IX. 10. 6, 26. 1; Schol. Pind. 
Fyth. XI. 5; cfr. Bursian, Geogr. v. Griech. I p. 213. Reggia (cr/«x-o{>a) di 
Tenero era il tempio stesso di Apollo, in cui egli faceva da sacerdote ed 
indovino. 

1212. — Gli Ecteni erano antichi abitatori della Beozia: cfr. n. ai 
vv. 433, 1206. 

1214. — A proposito delle sventure toccate a quei Greci, che hanno la 
fortuna di tornare in patria (vv. 10^>0 sgg.) e della fine infelice di Agamen- 
none (1099 sgg.) Licofrone viene a parlare (1214-1225) di Idomcneo. Cfr. 
Introduz. p. 49 sg. E Nauplio che per saziare la sua sete di vendetta mac- 
china la rovina della casa di Idomeneo; cfr. n. al v. 1093. Idomeneo coi 
Cretesi di Gnosso e Cortina avea preso parte alla guerra troiana (Hom. //. II. 
645) e, secondo Omero, egli tornava felicemente in patria {Odyss. III. 191; 
cfr. Strab. X. 479); e in conformità a questa tradizione egli trovava ono- 
revole sepoltura in Creta assieme a Merione (Diod. V. 79 ; Ps. Aristot. Pepi. 
15 in P. L. G. B li p. 347). La tradizione postomerica parlava invece di 
lutti toccati all'eroe al ritorno in Creta e della sua fuga dalla patria. Cas- 
sandra pensa che Idomeneo, come gli altri Greci, sconti la pena dell'offesa 
fatta a lei stessa e alla dea Atena. Cfr. n. al v. 365. 

1215. — Nauplio istigò Leuco a danno di Idomeneo, quando ancora questi 
non era tornato da Troia. Era Leuco figlio di Talo o Tantalo, cretese : es- 
sendo stato esposto, appena nato, venne da Idomeneo raccolto ed allevato 
come figlio. Quando Idomeneo partì per Troia affidò a lui il regno e gli pro- 
mise, per quando fosse tornato, la figlia Clesitera in moglie. Ma Leuco, in- 
dotto da Nauplio, spinse Meda, la moglie d' Idomeneo, a romper fede al ma- 
rito e la sposò ; senonchè dopo uccise Meda e Clesitera e gli altri figliuoli 
del suo signore e s'impadronì del regno. Quando Idomeneo ritornava da 
Troia in Creta n'era scacciato da Leuco, ovvero, secondo un' altra tradizio- 
ne, egli accecava Leuco e fuggiva da Creta. Ad ogni modo, secondo Lico- 
frone, andava a finire i suoi giorni fuori della patria, a Colofone (vv. 424 
sg., 431 sg.): Schol. et Tzbtz. ad v. 1218; cfr. vv. 384, 386, 431, 1222; 
Schol. Iltad. II. 649: Schol. Odyss. XIX. 174; Eustath. p. 186<). 59; Apol- 
LOD. epil. 6. 9 sg. in Myth. ^r. W I p. 217; cfr. n. al v. K»3. Diffuso 
dovea essere questo mito se veramente era accolto nella biblioteca di Apol- 
lodoro: forse era stato trattato e svolto dai tragici dell'età alessandrina; e 
forse anche dallo stesso Licofrone nella tragedia " Nauplios „ come pensa 
il Geffcken: cfr. n. al v. 384. 

1217. — icopxeó;: è Nauplio considerato dagli antichi come ardito na- 
vigatore, e quindi pescatore ; cfr. n. al v. 384. — asX|ia = vaO; ; cfr. Kon- 



314 GOMMKNTo: w. 1218-1226 



ze, p. 24, il quale nota l'espressione ^xcuicov ssX^a vccutcoXcùv come conte- 
nente due vocaboli sinonimi. 

1218. — Tq>o^i^3o)v: ha, secondo me, semplicemente il significato di scon- 
volgere l'animo; cfr. v. 1221: r^-^^wì^iiyo^ fppsvo':; cfr. n. al ^v. 1215. 

1219. — Nauplio comunica a Leuco il suo odio contm Idomeneo. 

1220. — Leuco uccide la moglie, la figlia ed i figliuoli d' Idomeneo: cfr. 
n, al V. 1215. — Il ay^YOVLOo ^lo^oto; sembrò al Wilamowitz (de Lyc. Alex. 
p. 5) ohost^s pUoHOsmus ; onde pensò di leggere crvoxxo; in luogo di dajLopTo;. 
Ma ciò fece a torto. A ragione 1' Holzinger ha lasciata la vecchia lez. ma 
non ha ben spiegato il pleonasmo col dire che tuj^ò^u serva a mettere 
maggiormente in rilievo l' idea. Secondo me. aufjcivLou e òo^opxo; significano 
due idee diverse. Licofrone vuole rilevare che Leuco uccideva la moglie del 
suo signore Idomeneo (^opio;) la quale nello stesso tempo era diventata 
sua sposa (suTfoÈiiou). Leuco istigato da Nauplio (v. 1094) avea fatto di Me- 
da la sua amante, o moglie illegittima; cfr. n. al v. 1215. 

1223. — Idomeneo avea raccolto Leuco, quand'era piccino, e l'avea 
cresciuto in casa sua, come se avesse allevato in seno una serpe. — ^j^^^ 
xix(!>óv : esprime l'infelicità di quelle nozze che non si sarebbero compiute, 
avverandosi invece la morte della fanciulla. Traduco un pò liberamente. 

1224. — Non è detto in quale tempio fosse uccisa la famiglia d 'Idomeneo. 

1 225. — Gli antichi commentatori ci dicono che Oncea era Demetra, con- 
siderata come Erinni ; e ciò può significare che sotto il nome di Oncea si 
volesse indicare una divinità infera ; cfr. n. ai vv. 153, n>U). Accostandomi 
all'interpretazione dell' Holzinger, credo che * fossa Oncea „ debba ritenersi 
quella dove si versa il sangue delle vittime sacrificate ad Ade. Così Oncea 
potrebbe dirsi la fossa (^ó&pov) in cui Ulisse, nel regno d' Ade, fa spruzzare 
il sangue delle vittime (Odyss. XI. 25, 36). Qui Licofrone vuol dire che quei 
della famiglia d' Idomeneo furono colpiti come vittime sacrificate ad Ade. 
Nella traduzione ricorro ad una perifrasi per l'intelligenza del testo. 

1226. — Da qui al v. 1280 Cassandra predice la venuta di Enea in Ita- 
lia e la futura potenza del popolo romano. Cfr. Introduz. p. 30 sgg. 44 sg. 
Dalla Macedonia Enea giunge in Etruria, dove accetta l' amicizia di Ulisse 
e si allea cogli eraclidi Tarcone e Tirreno; e dopo, secondo le predizioni 
dell'oracolo, si stabilisce nel Lazio, vicino al paese degli Aborigeni: fonda 
Lavinio e quindi trenta castella, che poi diventan le trenta città della Le- 
ga Latina: suoi nepoti saranno Romolo e Remo, che fonderanno Roma e fa- 
ranno imperitura la gloria della schiatta troiana. — La più antica testimo- 
nianza della leggenda troiana in Italia ci viene dalla famosa Tavola Iliaca 
(Baumkistbr, Denkm. 1 p. 716 sgg. tav. XIII = Kaibrl. Inscript, gr. Sic. et 
Ital. n. 1284) secondo cui Stesicoro avrebbe fatto venire Enea nell'Esperia. 
Secondo la teoria del Preller si è creduto che la leggenda di Enea venisse 
in Roma dalla Sicilia assieme al culto di Venere Ericina, e sin dal 5cX» cir- 
ca a. C. (Prkllkr-Jordan, Ròm. Sfyth. II p. 313 sgg.); e questa teoria han- 
no accettata, per ricordare i principali critici, il Nissen {Zur Kritik der At- 



coMMBNTo:vv. 1227-1232 315 



neassage in Neuc Jahrb. f. class. Philolog. a. 18ó5, 91 p. 375 sgg.) il Cauer 
{De fabulis graecis ad Romani conditam pertinentibus, Bcrol. 1884 p. ló) 
e il Wòrncr (in Roscher, Lex. I. 176). Lo Schwegler {Ròm. Gesch. 1 p. 299, 
314 sg. 326) reputò la Campania culla della leggenda di Enea per V Occi- 
dente, ma ammise anch' egli ch'essa giungesse in Roma sin dal VI sec. a. 
C. e assieme al culto di Venere Ericina, dopo esser pervenuta in Lavinio. 
Io ho creduto poter dimostrare che la tradizione troiana sia giunta in Roma 
non dalla Sicilia, ma dalla Campania, e non nel VI sec. a. C, ma solo nel IV 
e approssimativamente verso il 34C), nell' occasione della cosidetta conquista 
campana compiuta dai Romani; fr. la mia memoria Come e quando la tradi- 
zione troiana sia entrata in Roma in Stud. Stor. Pisa 1895 IV p. 503 sgg. 
Una mirabile discussione della leggenda di Enea in Italia fa, dal lato stori- 
co, il Pais {Star, di Roma I. l p. 157 sgg.). Certo è che i primi scrittori 
che mostrano apertamente di conoscere l' origine troiana di Roma sono il 
siracusano Callia (Dionts. Hal. I. 72; F'bst. 5. v. Ronmm p. 269) e Timeo 
(PoLYB. XII. 6. 4=fr. 151 in F. H. G. M I p. 231); e si è pensato con ra- 
gione che qui Licofrone abbia attinto a Timeo (GtJNTER, de ea, quae inter 
Tim. eie. p. 68 sqq.; Gbfpckbn, Tim. Geogr. p. 40 sgg. 73, 186). Ma i so- 
li punti di corrispondenza tra lo storico e il poeta sono : quello dei Penati 
in Lavinio (cfr. n. al v. 1262) quello del porto che prese nome dalla nave 
Argo (cfr. n. al v. 1274) e forse anche l'altro di Tarcone e Tirreno (cfr. 
n. al V. 1248). I pochi frammenti della storia di Timeo non danno grande 
luce per lo schiarimento del luogo di Licofrone. E dobbiamo guardarci dal 
fondare la spiegazione di questo luogo su opinioni senza sufficiente ragione 
attribuite a Timeo. Così non si creda che Licofrone parlando della potenza 
romana voglia dire che Enea costrusse Roma, pensandosi infondatamente che 
ciò avesse detto Timeo; cfr. n. al v. 1273. 

1227. — Traduco il icóxs colla frase " tempo verrà in cui „. — «pa|JLoi 
sono i Romani, il popolo romano in genere discendente da Enea« e non Ro- 
molo e Remo, come vorrebbe lo Schol.; cfr. n. al v. 1272. 

1228. — Gtr/jioì;: l'asta era l'arma propria dell' antico romano e si può 
credere coli' Holzinger che qui il poeta abbia presente l'etimologia della voce 
Quirites. Letteralmente il verso direbbe: ** ottenere colle lance la corona co- 
me primo premio „; cfr. v. 299. 

1229. — Intendo la frase ox^izzpa mi «Jiovapyiav nel senso di imperio, si- 
gnoria: credo, cioè, col Wilamowitz {de Lyc. Alex. p. 10) che il poeta vo- 
glia dire liberi sunt Romani et ipsi imperium exercent; ma nel senso che 
i Romani hanno estesa la loro signoria y^; xai ^aXàaoTj;, nei paesi interni 
e nelle coste, e cioè sino a Napoli. È da credere, del resto, che qui non si 
alluda a vittorie navali dei Romani; cfr. v. 1448. Cfr. Introduz. p. 41 sgg. 

1232. — Il parente di Cassandra è Enea, entrambi discendenti da Ilo ed 
Assaraco, figli di Troos, nel seguente ordine: Ilo, Laomedonte, Priamo, Cas- 
sandra — Assaraco, Capi, Anchise, Enea {Iliad. XX. 231 sgg.; cfr. Apollod. 
III. 12. 2 sgg.). I due giovinetti saranno i gemelli Romolo e Remo; ma non 



316 commento: vv. 1233-1236 



risulta chiaramente se essi si debbano intendere come figli di Enea, essen- 
do ambiguo il significato della voce Xst^j^si. Che Licofrone li dica figli di 
Enea, ha reputato il Geffcken (Tim. Geogr. p. 47) e a lui pare si sia atte- 
nuto r Holzinger. Io penso al contrario che Licofrone consideri Romolo e 
Remo come discendenti di Enea e credo che Xst'^si abbia il significato di 
** lasciare dopo di se ,, come eredi o discendenti: Enea morrà, ma resteran- 
no, e cioè da lui verranno, in epoca successiva, Romolo e Remo. I nomi di 
questi due fratelli sono evidentemente legati a quello di Roma; ma Licofro- 
ne non parla di Roma, sì bene del Lazio, e ciò fa pensare ch'ali segua 
la tradizione che poneva un lungo intervallo tra Enea e Romolo e Remo, 
tra la venuta dell'eroe nel Lazio e la fondazione di Roma. Che se poi egli, 
come giustamente si crede, segue anche qui Timeo, sarà ciò ancora più pro- 
babile, essendovi ragione di sospettare che quello storico abbia posto Romo- 
lo e Remo e 1' origine di Roma in epoca posteriore alla venuta di Enea in 
Italia; cfr. n. al v. 1271. 

1 233. — Può darsi che nella voce f^o»»i^ ci sia allusione a Roma, come 
già è stato osservato. 

1234. — Già secondo l'Iliade, Enea era figlio d' Anchise e della dea 
Afrodite. Castnia è detta Afrodite dal monte Castnio in Panfilia, vicino Aspen- 
do; cfr. n. al v. 403. Seguo col Reichard e coli* Holzinger la Icz. del Cantcr 
Xoi«>aòo;; ma non credo che a questi versi si debba dare un significato 
osceno (xopvon^, jior/otr]) come crede l'Holzinger; che già sarebbe sconveniente 
un simile epiteto dato da Cassandra alla madre del glorioso suo parente 
Enea. Il vero significato di Xoi(>a$o; intuì lo stesso Canter: Choeras autem 
a porcis, quos illi tnaclabant Argivi y potest nuncupata videri. lo osser\'o 
come Aspendo, presso il monte Castnio, era una colonia degli Argivi, stando 
a Strabone fXIV. 667); e gli Argivi nel culto della dea sacrificavano i porci 
e, cioè, celebravano la festa óarrjpio stando a Callimaco o Zenodoto (Athkn. 
III. 9f > a = Callimach. Schn. fr. \0(P II p. 355). Dippiù secondo lo stesso 
Callimaco (fr. 82^ Schn. II p. 238 = Strab. IX. 438) si faccvan sacrifizi di 
porci in onore della Afrodite Castnietis (o del Castnio) nella città di Metro- 
polis in Tessaglia, ove questo culto sarebbe venuto da Onthyrion ; cfr. Buh- 
siAN, Geogr. v, Gricch. I p. 54; Hófbr et Drkxlbr in Roschkr, Lex, II. *N7. 

1235. — Nell'Iliade (V. 18(), XIII. 463, XVII. 485, XX. 83) Enea ha Tcpi- 
tcto di JlooXrj'iópo; e per senno e per valore nelle armi è posto accanto ad 
Ettore (VI. 77); cfr. Vero. ^1. XI. 289. 

1 23f). — Recelo, ricordata anche da Aristotele {Ath, poi. W) come ha 
osservato il Geffcken {Tim. Geogr. p. Aù n. 1) era secondo gli scoliasti una 
città della Macedonia. In verità dovca trovarsi sul golfo Termaico, non lun- 
gi dal monte Cisso che sta a nord della penisola Calcidica. Verso la Tes- 
saglia già sarebbe andato Enea secondo la Piccola Iliade^ a testimonianza 
di Tzetze ( = fr. 18 in E. a. F. K p. 46). Si potrebbe credere però che la 
tradizione licofronea corrispondesse a quella di Ellanico (Dionys. Hau l. 47 
sgg. = fr. 127 in F. H. G. M I p. 61) che facea andare l'eroe nella pe- 



commento: vv. 1237-1244 317 

nisola di Pallene, dove fondava la città da lui detta Aineia; e che quindi 
questa città Aineia Licofrone identificasse con Recelo. Aineia giaceva nella 
punta nord-ovest della Calcidica e certo non molto lontano dal monte Cis- 
so. Una moneta di questa città (riportata nel Roschbr, Lex. I. 167) appar- 
tenente alla metà del VI sec. a. C. attesta il locai izzamento della leggenda. 

1237. — Lafìstio era detto il dio Dioniso in Beozia (Etym. M. 557. 51) 
forse dal monte \^.t'f óanov ; cfr. Bursian , Geogr. v. Griech. I p. 235. Lafi- 
stie quindi chiama Licofrone le donne di Macedonia che seguivano il culto 
di Dioniso o Bacco, e cioè le Baccanti, le quali erano anche dette MijiaXóvs;, 
^•à -Jj jJii|isìa6^ai aÒTa; tòv Atóvuaov , e imitando il dio portavano in capo le 
corna, secondo narra lo scoliasta, che si riferisce al v. di Euhip. Bacch. ^i'IX, 

1238. — Almopia: era una regione della Macedonia, così detta dal gi- 
gante Almops, figlio di Posidone e di Elle (Stbph. B. s. v.): gli Almopi, cac- 
ciati dai Macedoni, ricorda Thuc. II. 99. 

124<'). — Dalla Macedonia Enea viene in Etruria presso il fiume Lingeo 
e le città di Pisa ed Agilla. 11 Lingeo è evidentemente l'Arno, di cui parla 
Strab. [Posidon.] V. 222 in accordo con Ps. Aristot. mir. ause. 92, che lo 
indica sotto l'appellativo di " fiume ligure „ (cfr. Grfpckbn, Tim. Geogr. 
p. 96) considerandosi la regione di Pisa come confinante colla Liguria (Strab. 
/. e.) : AiJYsó; pertanto è = Aqu;. Le calidac aqiiae di Pisa, ricordate da 
Plinio (w. h. II. 102 [105] 227) si scaricano nell'Arno, il quale quindi le 
getta in mare. Il poeta non vuol dire che sia calda l' acqua dell' Arno , ma 
che trasporta in mare le acque calde di Pisa: quali esse sieno non sappia- 
mo. Si potrebbe pensare agli odierni Bagni di S. Giuliano, non lungi dalla 
campagna pisana. 

1241. — Pisa trovasi fra l'Arno e l' Auser (oggi Serchio) come già os- 
servavan gli antichi (Strab. V^ 222 : Plin. n. h. IIL 5 [8] 50). L' Auser quin- 
di lasciava alla sua sinistra la città di Pisa. La tradizione dell' arrivo di 
Enea a Pisa e ad Agilla (Cere) trova riscontro nella virgiliana, che parla 
delle notte di quelle due città venute in aiuto di Enea {Aen. X. 179, 183). 

1244. — Licofrone dice che Enea in Etruria ebbe come amico ed allea- 
to uno che già era stato suo nemico, e tacendone il nome lo chiama vavo;. 
Lo scoliasta e Tzetze dicono che il poeta intende parlare di Ulisse, il quale 
presso gli Etruschi sarebbe stato detto vdvo;, dando a quella voce il signifi- 
cato di icXovr^Trj; (= errante). Licofrone ha detto innanzi (vv. 805 sgg.) che 
Ulisse fu sepolto in Etruria vicino Cortona, mostrando di seguire la tradi- 
zione che metteva l'eroe in relazione cogli Etruschi; cfr. n. al v. 805. Non 
v' è ragione di rifiutare la spiegazione data dallo scoliasta e da Tzetze, che 
probabilmente, assieme a Licofrone, dipendono da Timeo. Neil' appellativo 
vctvo; è evidentemente allusione al Nanas o Nanos pclasgico. Narrava Ellanico 
(apd DioNYS. Hal. 1.28 = fr. l in F. H. G. M l p. 45) che i Pelasgi duran- 
te il regno del loro re Nanos erano cacciati dalle loro sedi dai Greci e na- 
vigando giungevano al fiume Spinete (presso Spina, a sud delle foci del Po) 
e s' impadronivano della città di Crotone (Cortona s. Dionys. Hal. I 26) 



318 c»MMKNTo: w. 1244-1245 



posta sulla parte interna del paese; e qui prendevai\o il nome di Tirreni. 
Ora, anche non volendo ammettere che, diffusosi il mito di Ulisse in Etru- 
ria, gli Etruschi identificassero V itacese col loro eroe locale Nanos, si può 
tuttavia credere che Timeo paragonasse gli errori di Ulisse a quelli del du- 
ce dei Pelasgi, 1' uno e V altro giunti nel medesimo paese, ed ivi sepolti, e 
quindi dicesse che Ulisse era simile al Nanos pelasgico; cfr. n. al v. 8(15. 
Certo è che i Peslagi eran celebrati dalla tradizione per il loro correr di qua 
e di là; onde in Attica eran stati paragonati alle cicogne (Strab. V. 221). 
lo non seguo il ragionamento del Geffcken, che vede in Licofrone il Nanos 
etrusco {Tim. Geogr. p. 44 sg. 147) né son d'accordo con lui nella con- 
clusione che Timeo facesse una mescolanza dei Selasgi e degli Etruschi di 
Italia, ma credo semplicemente che paragonasse Ulisse al Nanos dei Pelasgi. 
i quali aveano abitato il paese conquistato appresso dai Tirreni, cioè V Etru- 
ria; cfr. n. al v. 1351. 

1245. — In Etruria, oltre di Ulisse, davano aiuto ad Enea Tarcone (il 
mitico fondatore di Tarquinii: Strab. V. 219; Stbph. B. 5. t».) e Tirreno (feroc 
eponimo del popolo tirreno od etrusco (Hkrodot. 1. 94) entrambi figli di Te- 
lefo, il figlio di Eracle eh* era diventato re della Mista, secondo la tradizio- 
ne comune, accolta, a quanto pare, nella biblioteca di ApoUodoro {epit 3. 
17 in Myth. gr. W p. 193). La tradizione virgiliana {Aen. Vili. 6(Ì3) face- 
va incontrare Enea e Tarcone a Cere; ma questa tradizione forse non risa- 
le al di là del tempo in cui cominciava T influenza romana suU' Etruria. Fon- 
te di Licofrone è probabilmente Timeo; cfr. GitirraBR, de ea^ quae inìer Tim. 
eU\ p. 70; Gbffckkn, Tim. Geogr. p. 44. Qui si presuppone che i Tirreni 
venissero in Italia dalla Misia. Ciò non sta direttamente in contraddizione 
col fr. 19 di Timeo (in F. //. G. M I p. 197) corrispondente alla tradizio- 
ne erodotea (I. 94) secondo cui gli Etruschi eran Lidi guidati da Tirreno; 
perchè non sappiamo cosa Timeo dicesse di Tarcone e s' egli parlasse indif- 
ferentemente tanto dei Lidi quanto dei Misi, come d* un popolo solo, solen- 
dosi già dagli antichi considerare come genti della stessa famiglia (Hìerodot. 
I. 171); anzi i Misi eran detti coloni dei Lidi (Hbrodot. VII. 74) e tanto i 
.Misi (come s' è detto) quanto i Lidi (Hkrodot. I. 7) vantavano nella loro 
storia una dinastia di Eraclidi; cfr. Ed. Meyrb, Gesch. des AlUrUi. Il p. 299, 
3<>7. Si è piuttosto detto che questo luogo di Licofrone sta in aperta con- 
traddizione coir altro che segue ai vv. 1351 sgg., mentre 1* uno e l'altro, a 
mio giudizio almeno, fanno parte d' una medesima tradizione, la quale si 
scosta dalla erodotea, non solo perchè mette Tarcone accanto a Tirreno, 
ma sopratutto perchè fa costoro nepoti di Eracle. L' introduzione dell' ele- 
mento eraclide nella tradizione dell' origine degli Etruschi avea evidentemen- 
te radice nella menzionata circostanza, che Misi e Lidi vantavano nella loro 
storia una dinastia di Eraclidi. Ma io credo che ciò abbia trovato favore 
presso gli scrittori siciliani sin da quando Siracusa, dopo la vittoria di Cu- 
ma (474 a. C.) e la conquista dell' Elba (453) fece sentire la sua influenza 
sulle coste dell* Etruria. Il mito d' Eracle, eminentemente dorico, era favorito 



commento: w. 1246-1253 319 

dai Siracusani, e rispecchiava la loro potenza; cfr. il mio Contributo alla 
storia dei culti etc. p. 65 sgg. Questo luogo di Licofrone rappresenta l'ele- 
mento più recente, e l'altro (vv. 1351 sgg.) invece il più antico d'una me- 
desima tradizione, di cui si ha traccia in Strab. V. 219. E questa tradizio- 
ne è in fondo una pura leggenda; cfr. n. al v^. 1351. 

1246. — Telefo combattendo contro Achille cadde a terra, inciampando 
nei viticci per opera di Bacco; allora naturalmente la sua lancia, invece di 
colpire l'avversario, si abbassava a terra; cfr. n. al v. 206. — Ofxoupó; è det- 
to Bacco, perchè il vino si tiene in casa e serve all'uso familiare. 

1247. — Il dio del vino, come è noto, è Bacco. 

1248. — ctifrojvs; Xóxoi ! come i lupi che nella lotta si slanciano con im- 
peto sterminando gli avversari; cfr. n. al v. 27. 

1250. — svfta : non si riferisce, come parrebbe, al luogo di cui si è di- 
scorso innanzi, cioè l* Etruria. Cassandra vede che Enea dall' Etruria passa 
nel Lazio, dove si avverano le predizioni dell' oracolo, e dove quindi si fer- 
ma: essa, precorrendo colla mente gli avvenimenti, ha già presente il La- 
zio ed Enea che vi è arrivato ; onde dice iv^, come se già avesse accen- 
nato a quell'arrivo. Un antico oracolo avea predetto che Enea avrebbe tro- 
vato il luogo di dimora, e cioè la nuova patria, quando i suoi compagni 
fossero stati spinti dalla fame a mangiare le mense (Varr. apd Sbrv. ad 
Aen. ni. 256; Dionys. Hal. L 55; Vbro. A. IH. 255; VII. 116 sqq.). Per an- 
tico oracolo , come ha osservato il Geffcken (Tim. Geogr. p. 46 n. 3) deve 
intendersi con Dionigi d' Alicarnasso quello della Sibilla Eritrea della Troa- 
de ; e la leggenda delle mense si riferisce all' uso latino e romano delle 
mensae paniceae. che nei pranzi si offrivano ai Penati ; cfr. Prru.rr-Iord. 
Ròm, Myth. Il p. 324; Wórner in Roschbr, Lex. I. 177. 

1253. — Lo stesso oracolo diceva anche che i Troiani, giunti sul luo- 
go dove si fosse avverata la profezia delle mense, avrebbero dovuto seguire 
un quadrupede e là, dove questo si fosse fermato, fondare una città. Av- 
venne, infatti, che giunto Enea sulle coste del Lazio, volendo sacrificare una 
scrofa pregna, questa se ne fuggi internandosi nel paese e andò a fermarsi 
a 24 stadi dalla costa e partorì 30 porcellini (Dionys. Hai.. I. 55 sgg.) : in 
quel punto Enea fondava Lavinio, secondo Varrone (r. r. II. 4. 18); cfr. 
DioD. VII. fr. 3. Dippiù è detto che, secondo il numero dei porcellini, Enea 
fondava nel Lazio 30 castella. Questa tradizione delle 30 castella si scosta 
dal racconto di Dionigi d' Alicarnasso, che riferisce il numero dei 30 porcel- 
lini ai 30 anni scorsi dalla fondazione di Lavinio a quella di Alba ; ma pare 
debba risalire ad antica fonte ed aver maggiore rapporto colla verità sto- 
rica, in quanto la leggenda dei 30 porcellini indichi il numero delle colo- 
nie, o città, della confederazione latina, essendo costume degli antichi sa- 
crificare il porco quando si voleva santificare una lega od una alleanza: 
Varr. r. r. II. 4. 9 ; cfr. Preller-J. Róm. Myth. II p. 325. È stato osser- 
vato, del resto, come il mito della scrofa stia in relazione , parimenti che 
quello delle mense , col culto dei Lari e dei Penati. Potrebbe però anche 



320 coBUiRNTo: vv. 1253-1254 

darsi, a mio giudizio, che avesse rapporto- col culto di Afrodite, cui si so- 
leva anche sacrificare il porco; cfr. n. al v. 1234. Questa leggenda della 
troia, che sul punto d'esser sacrificata fugge e si ferma nel luogo dove poi 
sorge Lavinio, avrà Licofrone letta in Timeo, che in Lavinio avrebbe per- 
sonalmente avute notizie sulle orìgini troiane di Roma; cfr. n. al v. 1257. In 
quanto alla circostanza che Enea avrebbe dovuto seguire la troia, per ricono- 
scere il luogo della nuova città, non è che la localizzazione d' un vecchio 
motivo, che si riscontra frequentemente nei miti intorno alle orìgini delle 
antiche città; cfr. Pais, Star, di Roma I. 1 p. 172. In generale la tradizio- 
ne licofronea diceva che Enea, giunto nel Lazio, fondava non solo le 3i> 
castella, o colonie latine, ma anche la città di Lavinio. conformemente al 
racconto di Varrone ( = Timeo). Licofrone non nomina espressamente La- 
vinio, ma la considera evidentemente come una delle 3c> città, o colonie la- 
tine (v. 1 25*)). Enea si stanziava vicino al paese dei Boregonoi od Aborìgeni, 
di cui lo storico Callia (apd Dionys. Hal. I. 72) contemporaneo di Timeo, 
faceva re Latino. Le forme Boregonoi, Borigeneis ed Aborìgenes, come già è 
stato dimostrato, indicano la stessa cosa e cioè '^ i popoli della montagna , 
e, nel caso nostro, le genti ch'erano scese dalla Sabina e dal paese dei 
Marsi, e cioè dall' altipiano dell' Italia centrale, come riferiva Catone (apd 
DioNYs. Hal. II. 49) ; cfr. Pais, op. cii. I. 1 p. 147 sgg. Io non credo però 
che Licofrone voglia proprio identificare il Lazio col paese degli Aborìgeni, 
ma intenda dire che Enea giungeva nelle contrade (iv -óroi;) degli Abori- 
geni, e cioè vicino agli Aborigeni, che stavano sopra il Lazio. — x"aC«iv 
yo>f>av = colonizzare il paese. Per la maggior chiarezza del racconto tradu- 
co ** stanziarsi „. 

1254. — Questo verso ha dato luogo a diverse interpretazioni. Alcuni, 
come lo Scaligero, il Canter, il Sebastiani e il Bachmann. lessero A«ravou; 
Aauvto'j; t'; altri, come il Kinkel e lo Scheer, hanno seguita la lez. Aaxioo 
AauviVj T*, data da Steph. B. 5. v. Aaùviov; e l'Holzinger, infine, correggen- 
do ha scritto Aan'vou; Zauvtoo; t'. Certo si è che il verso ci è pervenuto 
scorretto, ma, stando al testo del Kinkel, non v'è ragione di respingere la 
lez. Aa'jvto'j. Invece è da ammettere che guasta sia la lez. Aaztoy (cfr. Schkkk 
in Rheiìi. Mus. XXXIV p. 472). Io reputo, infatti, che qui si possa parìare 
di Daunia od Apulia, ma non di Lazio, anzitutto perchè non è naturale che 
Licofrone, il quale per accennare alla località del Lazio ha nominato il paese 
vicino degli Aborigeni, parli ora espressamente di Lazio e di Latini ; secon- 
dariamente p>erchè è evidente ch'egli vuole indicare due paesi, o popoli, noti 
ai Greci e che si trovino entrambi nella stessa posizione rìspetto al Lazio, 
e cioè ad oriente dell'Appennino, volendo dire che il Lazio e la contrada 
degli Aborigeni giacciono al di là (ùri^o) di quei due paesi. Licofrone ha pre- 
senti le coste della Daunia e quelle vicine dei Frentani, che, rìspetto all'Ap- 
pennino, stanno nella parte opposta delle spiagge latine. La città prìncipale 
del paese dei Frentani era Acfoivov (Pun. m. h. III. 11 (16) 103; cfr. Pomp. 
Mkl. 11. 4. 59: tum Italici popnìi Ficentcs, Frentani^ Danni etc); ed io ere- 



ooMMBNTo : vv. 1 255- 1 26 1 32 1 

do che Licofrone abbia scritto Aapivoo Aauvtou t* usando la forma Aaovioo in 
cambio dì Aowa;, quasi imaginasse che Daunion si chiamasse la città del 
re Dauno. Per Cassandra, dunque, che trovasi in Oriente, il Lazio è vicino 
agli Aborigeni e al di là degli Apuli e dei Frentani, e cioè al di là degli 
Appennini. Qui non fa che accennare genericamente alla posizione del La- 
zio; la determina meglio appresso; cfr. n. al v. 1273. 

1255. — xxt3si xùpYOu; Tpwfxov-a (= fonderà 30 castella)= getterà le fon- 
damenta delle 30 città latine. 

1256. — La tradizione, rispecchiata nel poema virgiliano, faceva la scro- 
fa di bianco colore (Vero. A. III. 392; Vili. 82; cfr. Propkrt. V. 1. 35). 
auò; xsXatvYj; non vale suis nigrae ma ttJ; Tpa/sta; aoó;, come ben intende 
l'autore dell'antica parafrasi greca (in ed. Lyc. Schrrr); cfr. Konzb, p. 70; 
cfr. n. al v. 7. La troia stava per esser sacrificata da Enea, ma furiosamen- 
te scappava: cfr. n. al v. 1253. 

1257. — Secondo le giuste osservazioni del Geffcken {Tim. Geogr. p. 
45 sg.) la tradizione, che Enea portasse da Troia la scrofa, sarà derivata 
dall' espressione romana troia sus (troia pregna) interpretata dai Greci co- 
me sus troiana, e particolarmente da Timeo, che sulle origini troiane di Ro- 
ma ebbe informa?ioni, nel Lazio, dalle genti del luogo (Dionys. Hal. I. 67): 
porcHS troianus significava " gravido „ secondo Macrob. IH. 13. 13. Timeo 
che dall' uso romano di uccidere un cavallo traeva argomento dell' origine 
troiana di Roma (Polyb.' XII. 4. 6 = fr. 151 in P. H. G. M I p. 231) avrà 
derivato il racconto della troia dall' uso di sacrificare la troia sus. Gli scrit- 
tori romani, come Varrone (r. r. 11. 4. 18) dallo stesso Timeo avranno appre- 
sa la leggenda. 

1 2'ì^. — òv^i^asi = òva^asi, come già nota lo scoliasta. Da Timeo sarà 
derivata la notizia di Varrone (r r. II. 4. 18) che in Lavinio erano effigiati 
in bronzo la troia e i 30 porcellini. — sv 'X'iXsi jit^ (= proprio in una delle 
3(~) città delle quali Enea gettò le fondamenta) = Lavinio. 

1261. — Muvòia era l'Atena di Mindo; cfr. n. al v. 950. Di Atena IIaX>.T)vi; 
era un antico tempio sovra un monte, sulla via che da Atene andava a Ma- 
ratona, rirordato dagli scrittori greci a cominciare da Erodoto (I. 62); cfr. 
Prbllbr-R. Griech. Myth. 1 p. 204. È da intendersi che Enea fondava in La- 
vinio un tempio ad Atena, e vi collocava dentro i Penati troiani, che avea 
condotti seco, e dei quali Timeo sentì parlare in Lavinio (Dionys. Hal. I. 
67). Fa meraviglia che la tradizione facesse innalzare da Enea un tempio ad 
Atena, anziché ad Afrodite, col culto della quale il mito di Enea è stretta- 
mente legato. Ma è stato osservato come ciò indichi in Lavinio la fusione 
del mito dei Penati d'Enea colla leggenda del Palladio di Diomede, il quale ap- 
punto il Palladio avrebbe consegnato ad Enea (Cass. Hrm. II. 14) ; e come 
sia da ammettere la anteriorità del mito di Diomede rispetto a quello di Enea. 
Cfr. Pais, Stor. di Roma I. 1 p. 179. Varie infatti erano le relazioni tra la 
tradizione troiana e il mito di Diomede in Italia e, stando allo stesso Lico- 
frone, nella Daunia la statua dell'Atena Iliaca (il Palladio) portata da Dio- 
fi. CUCKRI. — La Alessandra di Lico/rone. 21 



322 coMMSNTo: vv. 1262-1271 

mede, era diventata la statua della troiana Cassandra. Del resto, 1* arrivo 
della leggenda di Enea nel Lazio e in Roma precedette l'introduzione del 
culto di Afrodite, che è di data abbastanza recente: solo l'anno dopo la bat- 
taglia del Trasimeno (217 a. C.) fu innalzato in Roma un tempio alla Ve- 
nere Erìcina. Ed è naturale pensare come prima la leggenda d' Enea doves- 
se parlare di Palladio e dì Atena Iliaca, e solo appresso di Afrodite: non è 
da credere che il mito di Enea giungesse là dove era il culto di Afrodite, 
ma proprio il contrario; cfr. la mia memoria Come e quando la tradizione 
troiana sia entrata in Roma in Stud. Stor. Pisa 1895 IV p. 503 sgg. 

1262. — xcrcpipa v^dk^jftm sono i Penati, dei quali Timeo ebbe notizia 
nella stessa Lavinio (Dionts. Hal, 1. 67 = fr. 20 in F. H. G. M l p. 197). 
Che Timeo parlasse proprio dei Penati risulta anche dal confronto delle sue 
parole xsfóxta 3iST;pà xat ytÙJiày xa\ xipa^Lov Tpoiucóv con quelle di Varrone 
{Schol. Veron. Aen. II. 717 p. 91 Keil) deos Penates [e] ligneis sigillis vel 
lapideis terreniSy come ben osservò il Wissowa (in Herm, XXII p. 41). 

1263. — Di Enea che partiva da Troia portando sulle spalle il padre 
Anchise parlava già Stesicoro stando alla Tavola Iliaca (Baomristsi^ Denkm. 
p. 716 tav. XIII) e più tardi poi Sofocle nel Laocoonte (apd Dionys. Hau 
l. 48). E che portasse seco, oltre del padre Anchise, le statue degli dei 
(i Penati) narrava Ellanico (apd Dionys. Hal. I. 46=fr. 127 in F. //. G. M I 
p. 61). Ma mentre Licofrone dice che Enea pensava a mettere in salvo so- 
vratutto il padre e i Penati, trascurando la moglie e i figli ed ogni altro 
bene, lo storico di Lesbo narrava che 1' eroe avea cura di portar seco tutte 
quelle cose. La tradizione licofronea evidentemente mira a mettere in mag- 
gior rilievo la pietas di Enea (v. 1270). Qui si allude alla moglie Creusa, 
lìglia di Priamo, e ai figli Ascanio ed Eurileonte, come nota lo scoliasta. 

1266. — Anchise sulle spalle dì Enea, e con un lungo manto che gli 
pende giù, è rappresentato da un' antica terracotta illustrata dal Kekulè e 
riportata dal Roschbr, Lex. I. 163. — Io credo che i Greci sieno paragonati 
ai cani per la voracità mostrata nell' impadronirsi della preda appena entrati 
in Troia; cfr. v. 581. 

1267. — xoXu)* xXiJptj» -fàp xf,v Ksiay òtsvsiuav (Schol,). l Greci si divide- 
vano il bottino, cioè i beni di Troia, la patria di Cassandra. 

1 268. — Che i Greci accordassero ad Enea di portar via le sue cose, era 
detto da Senofonte (de venai. I. 15) e da Varrone (Schol. Veron. Aen. II. 
717; cfr. Sbrv. ad Aen. II. 636) e da Diodoro (VIL fr. 2) e da Eliano (p. 
h. HI. 29). 

1270. -— La pietas di Enea qui si deve intendere non tanto rispetto 
agli dei (HoM. //. XX. 298) quanto riguardo al padre; e cosi pare inten- 
dessero comunemente i Greci : Apollod. epit. 5. 21 in Myth. /ir. W I p. 211. 

1271. — Licofrone avanti (vv. 1253 sgg.) ha accennato alla nuova dì- 
mora di Enea, cioè il Lazio, dove fonderà le 3cì città della confederazione 
latina, tra le quali Lavinio. Ora ritorna allo stesso argomento e dice che 
Enea getterà il seme di quella potenza, che poi diventerà gloriosa per opera 



commento: V. 1271 323 

dei suoi nepoti, e cioè il popolo romano. Gli antichi commentatori e i cri-' 
tici moderni in generale han creduto che Licofrone intenda parlare di Roma 
fondata da Enea; e così ha reputato il Geffcken (Tim. Geogr. p. 42) che 
fa appunto Enea padre di Romolo e Remo. Solo l'Holzingcr ha veduto che 
qui si parla del Lazio, e non della città di Roma; ma ha erroneamente ere- 
duto che il poeta voglia dare genericamente niènte altro che i confini del- 
l'antico Lazia Io escludo che Licofrone imagini Enea fondatore dì Roma. 
Senza dubbio questi versi sono oscuri e non permettono di formulare re- 
cisamente un'opinione. Io però osservo: l*» se Licofrone avesse voluto in- 
dicare la città di Roma, avrebbe detto che siede presso le foci del Tevere, 
essendo solito di determinare la località delle città dai fiumi, come p. s., 
attenendoci all'Italia, fa a proposito di Terina (vv. 731, 1009) e di Pisa 
^v. 1 24C>). Né possiamo ammettere che uno scrittore greco dotto, e del tempo 
di Licofrone, ignorasse il nome del Tevere ; 2® pur tacendo il nome del Te- 
vere, Licofrone, che ha dinanzi buone fonti, non poteva per ignoranza col- 
locare Roma presso il monte Circello e vicino Cuma ; né farlo a bella posta, 
essendo egli solito di designare con indicazioni generiche le regioni, ma non 
le città; 3» se ammettiamo che Licofrone, come a ragione comunemente si 
crede, segue Timeo, sarà assurdo pensare che costui, pur giungendo a 
Lavinio (Dionys. Hai« I. 67) non abbia conosciuta la località di Roma e non 
abbia avuta nozione dèi Tevere; 4» non v'è ragione di credere che lo stesso 
Timeo facesse fondare Roma da Enea ; anzi dal suo sistema cronologico, se- 
condo cui Roma sarebbe stata fondata 38 anni avanti la 1* olimpiade (Dio- 
nys. Hal. I. 74 = fr. 21 in F. H. G. M l p. 197) cioè nell* 814, e Troia 
distrutta nel 1334/3 (cfr. n. al v. 1141 ; cfr. Busolt, Grùch, Gesch. I p. 260) 
si ha motivo di reputare ch'egli ponesse un lungo intervallo tra la venuta 
di Enea e la nascita di Romolo e Remo, e cioè la fondazione di Roma. Per 
questo Timeo avrà fatto fondare da Enea Lavinio (di cui si ha chiaro ac^ 
cenno in Lyc. v. 1259) e non Roma; all'istesso modo che, a mio giudizio, 
non ha messo Enea in -relazione colla regina Didone, che secondo lui fon- 
dava Cartagine nello stesso anno in cui sorgeva Roma (fr. 21) e non ha 
esposto quel bello episodio, di cui appunto non si ha nessuno accenno in 
Licofrone ; cfr. la mia memoria Come e quando la tradizione troiana etc. in 
Stud. Stor. Pisa 1895 p. 526 sgg. Non vuole dunque dire Licofrone che Enea 
fondava Roma, come nuova patria, bensì le città del Lazio, compresa Lavinio, 
donde poi Roma traeva origine. Però egli non descrive il Lazio imaginario 
del tempo di Enea; ma l'estensione dello stato dei Romani dei suoi tempi, 
volendo appunto mostrare come la patria scelta da Enea sia diventata po- 
tente per opera dei suoi nepoti. Questi versi anche letteralmente sono stati 
interpretati male. Io costruisco: So^yjarcai xcrc(>av iv ò^J^nsjcvoi; òXptav ty;v 
xXataxov ù^vrjB^ìaov iv ydp^ai; e lego logicamente TÓpaiv non con Jo^iTjasxcti, 
ma con iv ò^ixixvoi;. 11 senso è questo : Enea fonderà uno stato, cioè il La- 
zio, che per opera dei nepoti, e cioè del popolo romano, diventerà ricco e 
glorioso nelle armi ; questo slato diventerà simile ad una torre posta etc. 



324 commento: w. 1273-1278 



Cosi il poeta dà i confini non del Lazio propriamente detto, ma dello stato 
romano dei suoi tempi, quando già s* era esteso sulle coste caropane sino a 
Napoli. E ciò corrisponde al tempo in cui noi dobbiamo supporre scritta la 
Alessandra , sulla fine del IV sec. a. C, e all' interesse che tanto Timeo, 
quanto Licofrone, come Greci, dovevan sentire nel notare la sovrapposizio- 
ne dell'elemento romano al greco nella penisola. Cfr. Introduz. p. 42 sgg. 

1273. — ióf>3t; none il Lazio imaginario del tempo di Enea, ma tostato 
romano all' epoca di Licofrone, che si estendeva sino a Napoli. — Il monte 
Circeo avea preso nome dalla mitica Circe, di cui, infatti , era un tempio 
nel vicino villaggio (Strab. V. 232 ; cfr. Vkro. A. VII. 7W : Circeutmqur 
iugum; cfr. Pun. n. h. IIL 5 [9] 57). 

1274. — Presso Formiae, nella costa del Lazio, approdò la nave Argo 
e quella località si disse prima Aietes (Eeta: padre di Medea) e poi Caieta 
(Gaeta) a testimonianza di Timeo (apd Diod. IV. 56 = fr. in F. //. G. 
M I p. 194. 

1275. — 11 Lazio a nord-est confinava col paese dei Marsi, e in Kiaio; 
^6pì(T^ Mafi^iftm; è stato riconosciuto il lago Fucino e ^6^x^^ giustamente è 
stata messa in relazione col dio marino <l>ó{>xu;. Sul lago Fucino abitavano 
i Marnivi o Marrubi : j^enU autem vetusta^ quia a Pkorco dea marino ori- 
j^inem ducere legitur (Srsv. ad Aen. X. 388). Col nome <l>ópzìj quindi si 
vuole significare la grandezza del lago, comparato dà Strabone (V. 2AO) ad 
un mare; o forse anche il fenomeno presentato dalle sue acque, che si ele- 
vavano ed abbassavano costantemente (Strab. /. e); ovvero la loro meravi- 
gliosa proprietà di non mescolarsi colle acque del Pitonio, che attraversa il 
lago stesso (Vie. S«a. Fluv, p. l.V> R.): cfr. Klaussn, Aen. u. die Pen. I 
p. hm\ U p. 794, p. 1042. 

1276. — TiTwviov ysD^a è il Pitonius flumen di Vis. Swi. /. e. e la /oirs 
Pitonia di Pi.w. w. k. XXXI. 3 [24] 41: oHtur in ullimis monUbns Parli - 
j^norum, transit Marsos et Fncinum lacum — max in specus mersti in Ti- 
burline se aperit sqq. ; cfr. Strab. V. 240, che parlando del lago Fucino 
allude a quanto dice Plinio, ma fa confusione di notizie. Ne parlava anche, 
secondo nota lo scoliasta, il grammatico Filostefano ( = fr. 23 in F. H, G. 
M III p. 32). Come ha detto 00,0X7; per <l>oyztw;, cosi ora Licofrone dice 
TiToiviov in luogo di IltTtimov. 

1277. — 11 poeta dice che la caverna scende sotterra, lasciando sottin- 
tendere che r acqua va nella caverna. 

1278. — Zosterio era Apollo, cosi detto dagli Ateniesi dall'omonimo 
promontorio dell' Attica ; il quale alla sua volta sarebbe stato cosi chiamato, 
perchè Latona, prima di sgravarsi di Artemide ed Apollo, ivi scioglieva la 
sua cintura {Zw'i'd^^)\ Paus. l. 31. I; Etym. M. 414. 20; Strph. B. 5. r. 
Ts^ópa et Z<uT:7jp ; Hrstch. s. v, Z««T:y,f». Zn*3Tijf» è ricordato anche da Er- 
phor. fr. 89 M. : cfr. GìNthkr, de ea, quae inter Tim, eie. p. 1 1 ; GKPFracRK, 
Tim. Geoj^r. p. 1 45. Secondo Virglio fAen. VI. 1 1 ) la Sibilla Cumana sta 
in un antrum immane e quindi rupe sub ima fata canil (III. 44.3). Lieo- 



coMMKNTo: vv. 12 79-1288 325 



frone vuole accennare al paese della Sibilla Cumana d' Italia, e cioè a Cuma 
o la Campania, su cui Roma estendeva la sua signoria: la celebrità del 
luogo ben si adattta a servire d' indicazione geografica a Cassandra, par- 
lando d*un paese lontano; cfr. n. al v. 1271. 

1279. — Cfr. Vbrg. Aen. VI. 10: horrendaeque procul secreta Sibyllae, 

1280. — Questo verso dice, in forma perifrastica, che la casa della Si- 
billa era una spelonca. 

1281. — Dopo aver parlato di Enea in Italia (vv. 1226-1280) Cassandra 
ritorna col pensiero alle sventure dei Greci. 

1283. — Cassandra, svolto l'argomento principale nel suo discorso, ri- 
ferentesi alle sventure che avrebbero patite i Greci, dopo aver distrutta Troia 
(vv. 365 sgg.) si dimanda quali fossero mai le cause dell'antico odio tra 
l'Asia e l'Europa (vv. 1283-12W): quell'odio generò dapprima la guerra 
troiana, e poi il grande avvenimento delle guerre persiane (vv. 1412 sgg). 
In ciò Licofrone segue Erodoto (I. 1 sgg.) il quale, dopo aver accennato alle 
più antiche occasioni di ostilità tra i due paesi, dice che la guerra troiana 
segnò una linea di separazione fra le genti d'Europa e quella dell'Asia: da 
quel tempo le une si considerarono nemiche delle altre (I. 4). Nel nostro 
poeta si ha la personificazione dell'Asia e dell'Europa: madre di Prometeo 
e Asia (Apoux)d. I. 2. 3) e di Sarpedone Europa (Apollod. III. 1. 1). 

1285. — Secondo Erodoto (1. 4) i Persiani affermavano che le genti del- 
l'Asia non avcano nulla in comune con quelle d'Europa. Questo concetto * 
svolge Licofrone accennando ai confini dei due paesi. Nonostante che i po- 
poli dell'Asia eran divisi da quelli d'Europa da barriere difficili a sorpassar- 
si, pure venivano spesso in guerra tra loro. — Le Simplegadi ci sono ricor- 
date la prima volta da Euripide {Med, 2, 1263; Iphig. T. 241): erano sco- 
gli localizzati dagli antichi mitografì all'entrata del Mar Nero (Strab. I. 21; 
III. 149). 

1 286. — Salmidesso era un punto della costa del Mar Nero non lungi 
dalle foci dell' Istro (Hbrqdot. IV. 93; Strab. 1. 50, 52; VII. 319). Plinio (w. 
h. IV. 11 [18] 45) menziona Halmydesos come città. — Il Mar Nero primie- 
ramente era detto Axenos, e cioè inospitale, per il clima troppo rigido e per 
la ferocia degli abitanti, specialmente gli Sciti che immolavano gli ospiti e 
ne mangiavano le carni; mentre dopo fu chiamato Euxinos, ospitale, da 
quando gli Ioni vi fondarono le loro città: Strab. VII. 298. 

1287. —Accetto l'interpretazione dell' Holzinger, che fa TTcqoi = ghiacci, 
secondo Arscu. Agam. 335. Licofrone vuol notare come l'Europa sia divi- 
sa dall' Asia anche dai ghiacci del Mar Nero, che non si lascia attraversare 
dalle navi. 

1288. — Il poeta dice che le correnti del Tanais (Don) non si mischia- 
no con le acque della palude Meotide, dove si scaricano, forse per esprime- 
re la loro rapidità, di cui parla Pomp. Mbl. I. 115. Gli antichi Greci proba- 
bilmente credevano che il Tanais non fosse navigabile; e a questa opinione 
si riferisce Licofrone per significare che quel fiume veramente separava l'Asia 



32f) coMMKN-ro : vv. 1289-1290 



dall'Europa. Che confìne fra l'Europa e l'Asia fosse il Tanaìs, si credeva 
già al tempo di Erodoto sebbene altri ritenessero il Fasi (Hbbooot. iV. 4ó). 
Lo scoliasta giustamente cita Dionts. Pbr. 14 sgg. 

1289. — La palude è carissima ai Meoti, nel senso che è la loro patria. 

1290. — Il particolare dei geloni serve ad indicare che quei paesi sono 
verso settentrione: il freddo e i ghiacci della palude Meotide ricorda Pohp. 
Mbl. L 115. 

1291. —Parimenti che Erodoto (L 1) Licofrone fa risalire le ostilità tra 
l'Asia e r Europa al fatto che i Fenici rapirono Io, figlia di Inaco re d'Argo 
(vv. 1291-1295). I Fenici son detti Camiti da Carne o Camos, città posta 
al confìne settentrionale della Fenicia (Stkab. XVI. 753; Stkph. B. s. v.) co- 
me pensarono già gli antichi commentatori; o meglio ancora, come reputa 
r Holzinger, da Cama. città dell'Arabia sul Mar Rosso, donde Erodoto (L 1) 
faceva provenire gli abitanti della Fenicia. 

1292. — Diffusissimo era nell'antichità il mito di lo, fìglia di Inaco, ama- 
ta da Zeus e quindi trasformata in giovenca per sfuggire alle ire di Era 
(Apollod. il 1. .3). — ^kfdixi; (=dair occhio bovino) propriamente serviva a 
significare la maestà muliebre, come in Omero: qui vale ad esprimere la bel- 
lezza della fanciulla, già prima d* esser trasformata in giovenca. 

1 293. — Lerna era la palude del territorio argivo, famosa per 1* idra uc- 
cisa gda Eracle (Strab. Vili. 368, 371). Qui indica la città d' Argo nell' età 
mitica. Il mito del ratto di lo, come tanti altri, rispecchiano le antiche re- 
lazioni commerciali delle coste dell' Argolide coli' Oriente; cfr. Hkrooot L 1. 

1294. — Che Io fosse portata dai Fenici in Egitto, si raccontava al tem- 
po di Erodoto (1. 1, 2) il quale notava che simile ad Io era rappresentata 
presso gli Egiziani la dea Iside (11. 41). Certo è che secondo la tradizione 
comune Io era stata identificata con Iside (Apollod. IL 1. 3). Il re d' Egitto, 
cui era stata consegnata Io (Ephob. fr. 79 in F. //. G. M I p. 258) qui è 
detto Ms^^tir^T xpófio;, ed evidentemente è Osiride, come già nota Tzetzc. 
Il rapporto tra l' argiva Io e le divinità egiziane Iside ed Osiride rispecchia 
antiche relazioni fra l'Ai^olide e l'Egitto; ma non è da pensare a colonie di 
Egiziani fondate sulle coste della Grecia, bensì all' arrivo di Rodì-argivi in 
Egitto. Costoro dovettero far parte di quei Greci che nel scc. VII a. C. si 
airuoUarono nell'esercito di Psammetico e che appresso, sotto Amasi, fonda- 
rono una fattoria sul territorio g^reco di Naucratis. I Rodì-argivi nel mito 
d'Io e Dauno trovavano il legame delle loro origini con quelle degli indige 
ni egiziani. Cfr. Ed. Mbtbr. Gesck. des Alter ih. I p. 5òl, 564; Bbloch, Gritch, 
Gesck. I p. 196 sg., Gruppb, Gritch. Myik. p. 169. — xo(>sÙ3at: condotta Io 
in Egitto, fu offerta in moglie al re. — Traduco la voce x^pa avverbialmente 
riferendola ad àvrjpsi^avro. 

1296. — 1 Greci vendicavano il ratto di Io portando via dalla Fenicia 
la fanciulla Europa (w. 1296- 13<.>2). Che quei Greci fossero Cretesi, nar- 
rava Erodoto (I. 2). È da credere che i Cretesi son detti Cureti, perchè co- 
storo la tradizione faceva abitatori di Creta e ad essi affidava Zeus barn- 



commento: vv. 1298-13i>3 327 

bino (Strab. X. 472: Apollod. I. 1. 6). E il mito di Europa si riferisce ap- 
punto a Zeus. Erano dunque essi gli abitatori dell'Ida, monte di Creta, forti 
come cinghiali; cfr. n. al v. 1066. 

1298. -- >;jixfi803av : quasicchè avessero tratta la fanciulla colla fune con 
cui i bovi sogliono tirare i carichi. Ha senso translato, come nei vv. 635, 
975. Cfr. HoMZR, p. 69 sg. 

1299. — Mentre originariamente il mito narrava di Zeus, che trasfor- 
mato in toro portava sul dorso, a nuoto. Europa in Creta (Apollod. III. 1.1) 
una tradizione posteriore di carattere razionalistico supponeva che xa(>(>o; 
fosse detta la nave che trasportò la fanciulla (cfr. Palarphat. XVI) inquan- 
tochè il suo ico^dsYj^ov rappresentasse un toro: v. ad es. Polluc. I. 83; 
Fbst. s. V. Europam; cfr. Hblbiq, in Roscurr, Lex, I. 1417. Già Erodoto 
(I. 2) parlava di Cretesi, che avessero rapita Europa, e non di Zeus ; ed è 
naturale che anche Licofronc, seguendo il racconto erodoteo, dovesse ac- 
cettare la tradizione che parlava della nave, e non del dio trasformato in 
toro. Licofrone avrà letto in qualche scrittore del suo tempo il racconto 
della nave, che toma acconcio al suo proposito di rilevare la vendetta dei 
Greci sui Fenici. 

1300. — Nell'Iliade (XIV. 321) Europa e detta figlia di Fenice, men- 
tre da Erodoto (IV. 147) è chiamata figlia di Agenore; e le due tradizioni 
fiorivano 1' una accanto all'altra (Apollod. III. 1. 1). Così essa secondo al- 
cuni era di Tiro (Hbrodot. 1. 2) secondo altri di Sidone (Hkllanic. fr. 8 
in F. //. G. M I p. 46). Licofrone la dice di Sarepta, città posta fra Tiro 
e Sidone (Steph. B. s. v.; Pun. h. h, V. 19 [17] 76).— Diete: monte di Cre- 
ta, a sud di Lyttos: gli antichi vi localizzarono la nascita di Zeus (Apol- 
lod. I. 1. 6); cfr. BuRsiAN, O^eo^r, v. Griech, II p. 532. Dictaios qui vale 
cretese ; e forse è usato per richiamare alla mente il nome di Zeus, che sta 
in stretta relazione col mito ; ma Aixxaiov GÈvcbcxopov significa la reggia cre- 
tese, e cioè il palazzo del re cretese Asterio. 

1301. — La tradizione comune narrava che Zeus, rapita Europa ed avu- 
tine i tre figli Minosse, Radamante e Sarpedone, la dava in moglie ad 
Asterio, re di Creta, ch'era senza prole (Apollod. III. 1. 2; Diod. IV. 60. 
2). Secondo lo Schol, Iliad. XII. 292 questa tradizione risaliva ad Esiodo e 
Bacchilìde. Essa contiene manifestamente due elementi, il divino e l'umano; 
che già Diodoro (/. e.) faceva Asterio figlio di Tectamos e nepote di Doro. 
Ma i due clementi saran derivati da un solo, per via di sdoppiamento, fa- 
cendosi di Zeus Asterio, il dio del cielo stellato, due personaggi distinti, il 
dio e il re cretese. Questo sdoppiamento veniva a dare colorito storico al 
mito, narrandosi che Europa, rapita dai pirati cretesi (secondo Erodoto) di- 
ventava moglie del re Asterio. E questa forma del mito toma acconcia al 
proposito di Licofrone di rilevare la vendetta dei Cretesi sui Fenici. —orpa- 
XT//.dxrj; corrisponde al pa3iXs6; di Diodoro e al '^ti^tdirri^ di ApoUodoro. 
Licofrone dice "Aaipspo; per 'Aoispio;, come in altri casi simili ; cfr. n. al v. 77. 

1303. — Non contenti d'aver rapita Europa, i Cretesi andavano a pre- 



3'J8 OOMMBNTO: vv. 13U4-I»« 



dare la Troade (vv. 1303-1308). Che i più antichi coloni greci della Troa- 
de venissero da Creta, era già stato detto dal |x>eta Callino, stando a Stkab. 
Xin. 604 ; e questa opinione è veramente a\^alorata dalla omocomia di va- 
rie località dei due paesi, come già notavano gli antichi (Strab. X. 472 ; 
XIII. 604) e dalla circostanza che alcuni culti, come quello di Zeus Ideo e 
di Apollo Smìnteo , sembran venuti nella Troade da Creta ; cfr. Grcppb, 
Grùck. Afyth, p. 301. D'origine cretese pertanto la tradizione considerava 
Teucro (Stkph. B. s. v. 'AptaflT; ; cfr. Ovid. mei, XIII. 705) e suo padre Sca- 
mandro {Sckol. Lia et Tzbtz. ; cfr. Trog. apd Serv. ad Aem. IH. 108, che 
chiama Teucro figlio di Scamandro) e la sua Hglia Arisbe (Stbpb. B. 5. vX 
Si narrava, infatti, che i Teucri (cioè i Cretesi guidati da Teucro) consi- 
gliati dall'oracolo a stanziarsi là, dove fossero stati costretti a lottare coi 
figli della terra, giunti nella Troade, presso Hamaxiton, si videro di notte 
molestati da grande numero di sorci che rosicchiavano il cuoio degli scudi 
e le corde degli archi, e credendo che già si fosse avverato l'oracolo si fer- 
marono in quel luogo ed eressero il tempio ad Apollo Sminteo (Strab. XUL 
604 ; Abuan. h, a, XII. 5). La voce spv^;, infatti, significa sorcio e proba- 
bilmente e d' origine cretese (cfr. Sbrv. ad Aem. III. U^) sebbene Cliano la 
consideri come eolica e troiana. A tale racconto si riferisce Lìcofrone ; ed 
io non credo coli' Holzinger che abbia attinto ad Bllanico, sia perchè igno- 
riamo se questi parlasse del mito dei sorci, e sia perchè la tradizione di El- 
lanico facea figlia di Teucro Batia, e non Arisba (v. 1308); cfr. Welmann, 
commenl. pkilolog, Grypkiswald. p. 67. È da credere invece, secondo me, 
che Licofrone avesse presente un altro scrittore, come Eraclide Pontico che, 
a quanto pare, trattava l'argomento (Strab. /. e); cfr. n. al v. 1308. 

1304.— Scamandro, padre di Teucro (.\pollod. IH. 12. l; Diou. IV. 76; 
CoNON, XXI ; Stbph. B. s. v. Tsoxpot) forse • originariamente non era altro 
che la personificazione del fiume Xanthos (Hom. //. XX. 74). Egli era cre- 
tese, e qui è detto A(>aóx*oc. Cosa significhi questa voce , non sappiamo. 
L'Hoeck (Cret. I p. 433 apd Bachmann et Schbkr ad l. Lxa) propose la 
lez. Pauxifj} pensando alla città cretese 'Poùxo; ricordata da Eliano (n. d. 
XVll. 35) e da Stefano Bizantino (s. v.J. Il Bachmann dice dell' Hoeck : cuius 
coHÌecturam vellem libri comprobarenl e lo Scheer stima ch'egli reputò 
f or tasse recU ; ma non lo seguono né l' uno né l' altro. In verità la con- 
gettura dell' Hoeck ci fa pensare che A(>aùxo; sia un'altra forma del nome 
'Paùxo; e che quindi AfKZÙx'o; significhi cretese. 

1305. — I Bebrici sono gli abitanti della Troade dell'età mitica: cfr. n. 
al V. 616; cfr. v. 1474. 

1306. — I Cretesi, giunti nella Troade, anziché con uomini, combatte- 
vano con sorci, cioè coi figli della terra di cui parlava V oracolo ; cfr. n. 
al V. 13(J3. — ÒTjpfaovta; si riferisce a rcparóv (1303) : construcHoad synesin. 

X'MM. — Dardano, sposando Arisba, figlia di Teucro, diventava capo- 
stipite della famiglia di Cassandra. 

1 3i.>8. — Che Dardano sposasse Arisba, figlia di Teucro, narrava Cepha- 



coMMKNTo: vv. 1 Hi KM 313 329 



lon Gergithius (Stbph. B. s. v. 'ApiapiTj); cfr. Eustath. ad Hom. p. 894. 30; 
Etym. M. p. 143. 55. Ammesso che Cephalon non sia altri che il grammati- 
co Egcsianatte di Alessandria della Troade, vissuto sotto Antioco il grande 
e cioè verso il 224-187 a. C. (cfr. Susbmihl, Gesck. der griech. Litt. II p. 
31) evidentemente la notizia dovea risalire ad uno scrittore più antico, cui 
potesse attingere Licofrone. Probabilmente la tradizione più antica è quella 
seguita da Ellanico, che la moglie di Dardano, figlia di Teucro, chiama Ba- 
tca o Batia (Hbllanic. fr. 130 i/i F. //. G. M I p. 63); ed Egesianattc avrà 
cercato di accreditare l'altra più recente di Arisba, facendola risalire al mi- 
tico Cefalone. Forse questa Arisba, figlia di Teucro e moglie di Dardano, 
non è che una ripetizione dell'altra Arisba, figlia di Merope e moglie di Pria- 
mo, r eroina eponima della città Arisba della Troade, che già è ricordata nel- 
r Iliade (11. 836); cfr Strab. XIII. 59(3; Apollod. III. 12. 5; Stbph. B. 5. v.; 
TzBTZ. ad Lyc. V. 224; Schol. II. XXIV. 497; Sbrv. o^/. Aen. II. 32, IX. 264. 

13CK>. — Licofrone considera il ratto di Europa e la spedizione di Teu- 
cro in Troade come un solo momento della vendetta dei Greci suU' Asia; e 
seguendo Erodoto (I. 2) ora viene al secondo momento, cioè alla spedizio- 
ne degli Argonauti nella Colchide (w. 1309-1321). Il soggetto si sottinten- 
de: i Greci. — Atraces sono i Tessali, e cioè gli Argonauti, così detti dalla 
città Atrax non lontana dal Peneo (Strab. IX. 440; Liv. XXXII. In), l poeti 
latini dicevano Atracius per Thessalus: cfr. Papb-Bbnsklkr. Wórlerb, dcr 
griech. Eigeun. s. v. — Gli Argonauti son detti lupi, cioè rapaci. 

1310. — '«Y*^? (Giasone): dal. commodi ^ secondo l'interpretazione dello 
Scaligero, accettata dall' Holzinger. — Giasone è detto {lovóxpTjici; come in 
PiND. Pylh. IV. [132] 75; cfr. Apollon. Rh. I. 10 sg. Il motivo della spedi- 
zione di Giasone è noto già a Pindaro (l. e): il re Pelia era stato avvisa- 
to dall'oracolo di guardarsi da chi avesse un solo calzare; onde un giorno, 
vistosi innanzi il nepote Giasone scalzo d' un piede, preso da paura lo al- 
lontanò da se commettendogli l' impresa del vello d' oro; cfr. Apollod. I. 9. 
16; Hyoin. fab. 12 Schm. p. 43. 

1312. — Accetto la lez. Ai^03IÌvtjv, già seguita dallo Scaligero nella sua 
traduzione {Cytaeam Libysticam) ed edita dallo Scheer, che 1' ha trovata 
in Stbph. B. s. v. Kóxo, il quale cita il verso di Licofrone, aggiungendo 
che 01 Aijloaxìvoi ^àp s^*o; xapaxsiiisvov KóXyoi;. Che i Colchi traessero ori- 
gine dall'Egitto, sosteneva già Erodoto (II. 104 sg.) e riferivano posteriori 
scrittori; cfr. Strab. XI. 498 ; Diod. I. 55. Licofrone dice * libico „ per *egi- 
zianop nel senso di "africano „ : Aiposxìvo; = AipluaTixó; (v. 648) = Ai^oxóc.— 
Ku'a : città della Colchide e patria di Medea, secondo Stbph. B. s. v. ; cfr. 
Papb-Bbnsblbr, Wórterb. der griech. Eigenn. s. v. 

1313. — Licofrone segue la tradizione più comune, che con veleni forniti 
da Medea fa assopire il dragone da Giasone, e non lo fa uccidere: Apollod. 
I. 9; Htgin. fab. 22 Schm. p. 53: dracone autem venenis sopito pellem de 
fano sustulit e te. Secondo Licofrone il dragone di Colchide è ucciso da Dio- 



3»> communio: vv. 1314-13J2 



mede nell'isola dì Corcira (v.- 632).— Trcpchr>or^v tòv 'CEpcr:nm^ r^ liv ^jciooXov 
ai )<zp $óo xs«aKat xissa^^ icvoàc iyoo^iv {SckoL). 

1314. — Beta promise a Giasone il vello a patto che aggiogasse all'ara- 
tro i suoi tori che aveano i piedi di bronzo e dalla bocca spiravan fiamme; 
e Giasone riuscì nell'impresa (ApoLtx>D. I. Q. 23). 

1315. — Il re Pelia fu gettato in una caldaia d'acqua bollente da Me* 
dea, dietro la falsa promessa di ridargli in tal modo la giovinezza: egli fi- 
niva miseramente (Apollod. I. M. 27; Htgin. fab. 24 Schm. p. 54; Diod. IV. 
32). Antica era la tradizione che attribuiva a Medea l' arte di far ringiova- 
nire gli uomini cuocendoli dentro una caldaia : ciò avea fatto con Esone, se- 
condo l'autore dei Ritorni (fr. 6 in E. G. F,Kp, 55) e poi anche con Gia- 
sone, secondo il poeta Simon ide (fr. 204 in P. L. G. B HI p. 525) e lo sto- 
rico Ferecide (fr. 74 in F. //. G. M 1 p. 89). Licofrone segue Simonìde e 
Ferecide. Su Medea come strega cfr. Sbkligkr in Roschkr, Lcìt. 11. 2483 sgg. 

1316. — Cfr. Sckol.: ìppaw' toD xpioò* ó 5s KoX)ajiayo^ too xax(>ou(=CAL- 
LiMACH. fr. 335 Schn. p. 545). 

1317. — ak'Kd qui ha il significato aggiuntivo di ' ma anche « sottin- 
tendendosi nel verso precedente * non solo ,. — aÙTÓzX.T;xov : di sua volontà, 
spontaneamente; cfr. v. 4%. — Io intendo xs^';, da xapctiCw (xstpo») come 
vastatriXy rispetto a ciò che è detto nel v. seg. e cioè riguardo alla strage 
che Medea fa del suo fratello e dei suoi figliuoli. Traduco quindi " donna 
funesta ^. 

1318. — Medea, fuggita sulla nave con Giasone, si vide ins^uita dal 
padre Beta e per trattenerlo indietro uccise il fratello Absirto e, fattone il 
corpo a pezzi, li gettò nel mare; ed Beta infatti si fermò per raccogliere le 
membra del figlio (Apollod. I. 9. 24). Appresso Medea per vendicarsi di Gia- 
sone, che r abbandonava sposando altra donna, trucidava i propri figli (Apol- 
lod. I. 9. 28). — àX.d3T0pa: forma femm.: è una licenza di cui si hanno 
esempi nei poeti e particolarmente in Euripide; cfr. Konzb, p. 46. 

1319. — Giasone fece salire Medea sulla nave Argo, che qui èparago 
nata alla pica, cioè ad un uccello che imita in certo modo la voce umana 
(Schol.). Si riteneva, infatti, che la dea Atena presiedendo alla costruzione 
di quella nave vi avesse collocate nella prora tavole di faggio di Dodona, 
che avessero la facoltà di parlare (Apoli.od. I. 9. 16). 

1321». — Licofrone non dice loquace la sola prora della nave, ma i ban- 
chi, e cioè la nave intera. Invece di Dodona, e cioè d' Epiro, egli dice di 
Caonia, essendo i Caoni nell' Epiro. 

1322. — Un altro momento della lotta tra l'Asia e l'Europa fu la spe- 
dizione di Eracle e Teseo contro le Amazoni (Diod. IV. 16; Plotarch. Thes, 
26 ; cfr. ApouìOD. 11. 5. 9) ; le quali poi alla loro volta andarono in Grecia 
ad invadere l'Attica (vv. 1322-1340). Teseo è qui indicato come quei che 
avea tratto di sotto dal macigno le armi del padre Egeo (v. 494 ; cfr. n. 
ad. /.). Queste armi erano, secondo la comune tradizione, la spada ed i cai- 



commento: vv. I324-132«> 331 

zari (Apollod. III. 15. 7; 16. 1^. Licofrone imagina che vi fosse anche la 
cintura; ma in ciò non v'è razionalismo; cfr. Introduz. p. 28. 

1324. — È da credere coli' Holzinger che Femio, anziché il padre di 
Egeo {Schol.) — il quale invece dalla comune tradizione si faceva tìglio di 
Pandione od anche tìglio adottivo di Scyrus : Apollod. III. 15. 5 — sia il 
dio Posidone, che da Ellanico in poi era generalmente ritenuto vero padre 
di Teseo (Hbllanic. fr. 74 in F. H. G. M I p. 55; Isocr. X. 18; Apollod. 

III. 15. 7; Htoin. fab. 37 Schm. p. 68; Paus. II. 33. 1; cfr. Plutarch. Thes. 
6) : r epiteto Oijv'-^o; si riferirebbe all'arte di vaticinare, avendo Posidone ori- 
ginariamente posseduto l'oracolo di Delfo; cfr. n. al v. 617. — Che Teseo, 
andato nell'isola di Sciro e venuto in sospetto al re Licomede, fosse da 
costui precipitato dall' alto d' una rupe in mare , narrava Aristotele {Athen. 
Polii. = Hbracud. fragm. p. 371 R) e Plutarco {Thcs. 35); e vi accennava 
Paus. l. 17. 6. La tradizione, a quanto pare, era accolta nella biblioteca di 
ApoUodoro {epit. 1. 24 in Myth, gr. W I p. 182). Se non vi accennava So- 
focle nella tragedia Sxópiat, che forse riguardava soltanto gli amori di Achille 
e Deidamia, ne avrà parlato probabilmente Euripide nel drama llxu(>ioi. Cfr. 
Wbizsackbr in Rosghbr, Lex. II. 2179. 

1325. — Io costruisco: tj» Ixòpo; aqt7.i'^ icoXai òoxtósi Xofpoùc -a^oo;, 
Ta^ ÒTOfr/óxoo; (>ifà; ivsp^ zpyjjtviòv (ioiCooyisvoiv intendendo Tci; àTa(>y6xoy; 
(*v^éz come dichiarativo di Xu^pou; xd^ou; ( = misera sepoltura) in quanto 
quella caduta lascia Teseo insepolto. Pertanto traduco Xu^poùc xcf^poy^ * mi- 
sera fine „ e l'idea di pi«pd; rendo colle parole * quando spinto „ riferite a 
Teseo. poiCo'j^vtnv si riferisce alla base dell'altura (xpr^^xviòv) bagnata dal ma- 
re. Non è da accettarsi, come ha fatto lo Scheer, la lez. del Canter poiCo(>|Lcv({t; 
cfr. Bachmann ad l. 

1327. — Eracle e detto ^p. come altrove Xioiv (cfr. n. al v. 33); cfr. 
KoNZK, p. 74. 

1328. — Eracle, prima di scendere nel regno d'Ade per impadronirsi di 
Cerbero, si fece iniziare nei misteri eleusini: Apollod. 11. 5. 12; Plutarcu. 
Thes. 83. — Tpoxaia è Era considerata come dea che concede la vittoria e 
cui quindi si riferiscono i trofei della guerra: ricorda la Era óicX.03^ta ono- 
rata in Elide; cfr. Prbllbr-R. Griech. Myth. I p. 168. — Br^tct; btà;,'. Era odiò 
incessantemente Eracle, sinché non fu morto {Iliad. XVIU. 119; XIX. 132; 
XIV. 250 sgg. ; cfr. Apollod. II. 4. 8 ; II. 4. 12, 7. 1). — Era incosapevol- 
mente porse la mammella ad Eracle bambino per istigazione di Atena (Diod. 

IV. 9) ovvero per inganno di Zeus (Paus. IX. 25. 2). 

1329. — Leggo CtwaxrjpoxXiirqfi. Secondo la lez. Co»3TT)poxXiiCTT|;, concor- 
demente seguita dagli editori, é da intendere che Teseo in compagnia di 
Eracle va contro le Amazoni, toglie il famoso cinto alla loro regina ed una 
di loro porta via con se. E appunto questi sarebbero stati i due motivi del- 
la spedizione, che poi le Amazoni fanno contro l' Attica : cioè il furto del 
cinto e il rapimento della Amazone. Che Teseo seguisse Eracle nella spedi- 
zione fatta per impadronirsi del cinto della Amazone Ippolita, e eh' egli por- 



3.TJ uoMMKNTo: w. 1330-1331 



tasse via Antiope (o Ippolita o Glauce o Menalippe) onde poi le Amazoni 
muovevano contro l'Attica, era un racconto accolto dalla comune tradizio- 
ne (Apollod. epit. 1. 16 in Myik. gr, W I p. 179; Diod, IV. 28; Plotakch. 
Thes. 26) e che risaliva, a quanto pare, all'autore dei Ritorni (Pacs. I. 2. 
1 = fr. [7] in E. G. F. K p. 55). Ma che fosse Teseo, e non Eracle, il ra- 
pitore del cinto, non trova alcun riscontrr» nelle antiche tradizioni. E mai 
probabile che facesse questa audace innovazione il nostro poeta? C'era, in 
vero, la tradizione che metteva in maggior rilievo la figura di Teseo* dicen- 
do ch'egli solo, e non in compagnia d' Eracle, avea fatta la spedizione con- 
tro le Amazoni portando via Antiope e promovendo così la invasione del- 
l'. attica, già secondo Ellanico, Ferecide ed Erodoro (Plutarch. Tius. 26); e 
questa tradizione ha manifestamente carattere attico. Ed è noto, del resto, 
come la figura dell' eroe nazionale degli Ioni non sia orìginarìaniente che 
una duplicazione di quella dell'eroe dorico. Tuttavia noi non possiamo am- 
mettere che si potesse sostituire Teseo ad Eracle nell'impresa del cinto, che 
costituiva una delle famose dodici fatiche di Eracle, riconosciute in ogni 
tempo dalla tradizione popolare. Né vi sarebbe stata ragione che Licofrone 
facesse ciò. Egli, e vero, mette in prima linea la figura di Teseo; ma ciò 
non fa per glorificare lui maggiormente, bensì perchè a ciò lo conduce lo 
svolgimento del suo tema: l'odio tra l'Asia e l'Europa (w. 1283 sgg.). 
A lui non interessa parlare più di Teseo, che di Eracle, quanto spigare 
r invasione dell' Attica da parte delle Amazoni, che, secondo la comune 
tradizione, si riconnetteva col ratto di Antiope e non coli* impresa del cin- 
to, che rappresentava una delle dodici fatiche dell'eroe tebano. E appun- 
to perciò egli mette in prima linea 1' eroe ateniese dicendo: Teseo segue Era- 
cle noli' impresa del cinto della regina delle Amazoni ; ma, quasi ciò non 
bastasse, porta via Antiope, aggiungendo cosi un secondo e più importan- 
te motivo di guerra fra TAsia e l'Europa: egli fu la causa principale della 
invasione dell'Attica fatta dalle Amazoni. Io leggo pertanto CwTcr^oxXixtig ri- 
ferendo la voce ad Eracle (^pi); e vsìxo; oipivsv $ixXoùv (Ictt = suscitava 
duplice guerra) traduco: dava luogo ad un secondo motivo di guerra. 

1330. — Eracle e Teseo, giungendo nel paese delle Amazoni, sbarcava- 
no a Temiscira, presso il fiume Termodonte, nella costa della regione del 
Ponto (ApoLfjOD. II. 5. 9; Diod. II. 45; IV. 16, 28). 

1331. - Orthosia od Orthia è Artemide (Pisd. 01, III. [52] 29). Dagh an- 
tichi si spiegava variamente questo appellativo, e da alcuni era messo in 
relazione al monte Orthion d'Arcadia; e certo è ch'esso ricorda 1'. Artemide 
Tauropolos (cfr. Prellkr-R. Griech. Myth. 1 p. 309, 313; Immkrwahr, Die 
KuìU u. Myihen Arkadiens p. 147, 154). Qui Ortosìa significa Amazone 
(Antiope). Le Amazoni armate d'arco seguivano a caccia la dea Artemide 
(Diod. IV. 16> e ad .\rtemide Tauropolos offrivano sacrifizi (Dioo. II. 46); cfr. 
Stat. Theb. XII. 531. Ortosìa dunque dà qui l'imagìne della fanciulla arma- 
ta d'arco. Degli amori di Teseo ed Antiope pare parlasse già l'autore dei 
Ritorni (Paus. I. 2. l =fr. [7] in E. G. F,K p. 55). Avendo Antiope segui- 



COMMBNTO: vv. 1332-1333 333 

to Teseo sarebbe morta combattendo valorosamente accanto a lui contro le 
sue compagne, le Amazoni che invadevano l'Attica (Diod. IV. 28: Paus. l.c) 

1332. — È da preferirsi collo Scheer la lez. Nstctouvi'J^o; (Nsxoovtoo; Kink.). 
Che Neptunis sia l'Artemide o Diana di Nepe (Nepte, Nepete) città d'Etruria, 
e che qui significhi Amazone, e cioè alunna o seguace di Artemide, come; 
pensa l* Holzinger, a me sembra improbabile. Credo invece col Wagner (in 
RoscuRB, Lex. III. 201) che Neptunis stia in diretta relazione con Neptunus, 
o meglio con Hoasiòiòv itctcio;, e che valga Amazone, nel senso di cavalca- 
trice. Lo stesso Licofronc, infatti, dice poco appresso che le Amazoni mos- 
sero contro l'Attica con cavalli sciti. Esse nell'antica mitologia erano con- 
siderate come valenti cavalcataci e Pindaro le chiama sùtzicoi {01. Vili. [62 1 
47); cfr. Eurip. Herc. Pur. 408; Hippol. 307. ò8l; Aristoph. Lysistr. 679: 
e secondo Lys. Epitapk. 4 eran state le prime a combattere a cavallo (cfr. 
RoscHBR, Lex. 1. 272). Sugli antichi monumenti rappresentanti le Amazoni 
che combattono a cavallo v. Baumbistbr, Denkm. p. 59 sgg. Licofrone sì 
riferisce alla forma italica Neptunus, in luogo della greca Poseidon, all'istes- 
so modo come dice Mamertos per Ares (vv. 938. 1410) probabilmente seguen- 
do Timeo, il quale anche avrà potuto chiamare Neptunides le Amazoni; cfr, 
Gkffcken, Tini. Geogr. p 20. Qui Neptunis è l'Ortosia del v. antecedente, 
e cioè Antiope, rapita da Teseo, e non Ippolita come intendono gli scoliasti. 
Licofrone dice $óvantoi XsztowJo; in luogo di Ns^croovtos; " le Amazoni ca- 
valcatrici „, Costruisco pertanto: ìj; Ns^Toovtòo; ai Jóvaiiioi ica^oH-ivoi, ma tra- 
duco come se dicesse ìj^ «^ Sóvanioi icap^ivoi NExrouvt^s;. 

1333. — Le Amazoni lasciano il loro paese per fare la spedizione con- 
tro l'Attica. Esse abitavano, secondo la tradizione, nella regione del Ponto, 
bagnata dal Mar Nero, dove è Temiscira e il fiume Termodonte; cfr. n. al 
V. 1330. Marciano a cavallo girando dalla parte settentrionale del Mar Nero 
attraverso la Scizia ; onde lasciano dietro a se non solo i patri fiumi Iris e 
Termodonte, ma anche i fiumi e i monti della Scizia e valicando l'Istro en- 
trano nella penisola ellenica. — Che qui *E()i; corrisponda al fiume 'Ipi; 
del Ponto, vicino al Termodonte, notò già il Bachmann leggendo in Eusta th. 
ad DioNYS. Per. 783 che secondo Arriano il fiume Iris prima si chiamava 
Eridios da un omonimo principe degli Sciti. — Ignoriamo a qual fiume cor- 
risponda il Telamon: l'Holzinger lo spiega come il ^ largo fiume „ e lo fu 
corrispondere al Tanais. — Che il Lagmos ("AdCsivrssgy^pt^siv secondo HesycHh 
.?. V.; cfr. ih. àpasasiv) sia l' óppia-r;; Tcoiaiió; di Absgh. Prom. 717, e cioè 
l'Araxes, il quale si intendeva da alcuni come il Termodonte, fiume delle 
Amazoni (Mbtrodor. di Skepsis in P. H. G. M III p. 204) sostiene l'Hol- 
zinger, rinunziando alla spiegazione data anteriormente nella sua ed. Lyc. 
(Lagmos=fiume dei Lazoi, cioè dei Colchi=Fasis) dopo aver notato che il 
nome Lazoi non era ancora in uso al tempo di Licofrone; cfr. Holzingrr, 
Bemerìiiingen zu Lycophron in Serta Harteliana Wien 1896 p. 92. Può darsi, 
in vero, che il Lagmos sia l'Araxes, come stima l'Holzinger; ma che 'AxTaìov 
opo; sia il monte Atos, di quella parte della Calcidica che anticamente era 



336 coMMBNTo: V. 1351 



dizione. Non dice egli chi sieno i due avvoltoi; e la provenienza dalla Lìdia 
non è ragione sufficiente per pensare a Lido e Tirreno, anziché ai f^lì del 
re di Misia, Tirreno e Tarcone, essendo noto come si solessero ìdentifìcart . 
i Misi dell'età mitica coi Lidi, quasi fossero una sola gente; cfr. n. al v. 
1245. Né qui Licofrone nega che i due avvoltoi fossero parenti di Eracle. 
È questa una semplice supposizione, nata dalla premessa che coloro fossero 
i figli di Atys. Né v'é vera contraddizione tra le due e|x>che, cui Licofro- 
ne riferisce la venuta in Etruria di Tarconc e Tirreno e quella dei due av- 
voltoi, essendovi sufficiente nesso cronol(^ico tra il loro arrivo in Italia pri- 
ma della guerra troiana e il loro mcontro con Enea dopo quella guerra; giac- 
ché nel primo luogo (vv. 1245 sgg.) Licofrone non dice ch'erano venuti in 
Italia assieme ad Enea, ma lascia supporre che questi già li trovasse stan- 
ziati in Etruria. Ed essendo nepoti di Eracle la loro età, secondo la crono- 
logia mitologica, coincideva coli' epoca della guerra troiana. Da tutto ciò io 
arguisco che il poeta nei due luoghi svolge una medesima tradizione e che, 
cioè, i due avvoltoi, cui si accenna qui, sono Tarcone e Tirreno, di cui ha 
parlato innanzi. Costoro, figli di Telefo e quindi nepoti di Eracle, signori 
della Misia e della Lidia, prima della guerra troiana venivano in Italia e con- 
quistavano r Etruria, quasi per vendicare l'Asia contro l'Europa delle pati- 
te offese: caduta Troia, eran raggiunti da Enea, cui essi porgevano aiuto. La 
ricostruzione di questa tradizione potrebbe sembrare arbitraria, se non se 
ne avessero le tracce in Strabone (V. 219); il quale, da una parte, fa veni- 
re gli Etruschi dalla Lidia e, dall'altra, dice che Tirreno, tìglio di Atys, era 
nepote di Eracle e ricorda Tarcone messo da Tirreno a capo della confede- 
razione etrusca. La tradizione straboniana non corrisponde esattamente a 
quella che avrà avuta dinanzi Licofrone, forse perché mal riferita o variata 
dalla fonte cui attingeva Strabone. come risulta dalla notizia che Atys il 
padre di Tirreno discendesse da Eracle ed Onfale, volendo probabilicente 
dire che Atys era figlio di Telefo, il quale secondo la tradizione comune era 
figlio di Eracle ed Auge, e non di Onfale (Apollod. 11. 7. 4) : scambio che 
sarà nato dalla tradizione che poneva Eracle ai servigi di Onfale, regina del- 
la Lidia (Apollod. II. 6. 3). Ad ogni modo che il racconto di Strabone e 
quello di Licofrone abbiano un fondamento comune risulta anche dal fatto 
che entrambi presuppongono nell' Etruria l' esistenza di genti pelasgiche, fon- 
datrici di Cere, poi vinte e soggiogate dai Tirreni (Strab. V. 2"2l>): opinio- 
ne che forse tanto la fonte di Strabone quanto Licofrone lessero nelle sto- 
rie di Timeo. È noto invece come da Ellanico (apd Dionts. Hal. I. 28 = fr. 
1 in F. H, G. M I p. 45) i Pelasgi fossero identificati col Tirreni, e come 
questa teoria in fondo fosse accettata da Tucidide (IV. 109). Che Timeo fos- 
se fonte di Licofrone, nel senso che riferisse due tradizioni diverse corrispon- 
denti ai due luoghi in questione di Licofrone, pensò già il Giinther (de ea, 
qua e inUr Tim. etc. p. 70 sg. ; cfr. Gbfpckrn, Tim. Geogr. p. 44) mentre 
è da credere, secondo me, che Licofrone esponesse una tradizione corrispon- 
dente a quanto Licofrone dice nei due luoghi, e che, cioè, parlasse anche 



commento: vv. 1 352-1356 337 

egli di Tirreno e Tarcone, nepoti di Eracle, venuti prima della guerra troia- 
na dalla Lidia in Etruria e riusciti vincitori dei Pelasgi. Questa tradizinne 
è certo più recente della erodotea (I. ^)4) la quale se è più antica e genui- 
na non ha però maggiore valore storico, essendo oggi ritenuta dalla mag- 
gioranza dei critici come una leggenda diffusa dai Focesi che giungevnno 
nelle coste dell' Etruria. Sulla spiegazione di questa leggenda e in genciLile 
sulle tradizioni intorno alle origini degli Etruschi e dei Pelasgi cfr. Pus, 
Sior. d. Sic. e d. Mag. Uree. I p. 410 sgg. 

1352. —Credo coli' Holzinger che Kijt'^o;, anziché il nome d'una biir 
gata della Lidia, come vorrebbero gli antichi commentatori, sia nome ùì fiu* 
me. come risulta da Nonn. XIH. 426.— Le acque del Pattolo, che scendevii- 
no dal monte Tmolo, erano aurifere (Hkrodot. V. 101). 

1353. — Presso il Tmolo in Lidia, nel paese degli Arimi, era la palude 
Gygaia, presso cui abitavano Tifone ed Echidna (Hom. //. IL 865 sgg. XX. 
385, 3^> sgg.; Hrsiod. Thcog. 304; Strab. XIII. 626) la quale era un mo- 
stro per metà donna e per metà serpente, e si reputava madre di Otro e 
di Cerbero, dell'Idra Lernea e della Chimera; cfr. Sybbl in Roschkr, /,fA\ L 
1212. Secondo altre tradizioni gli Arimi e Tifone si ponevano in Ciliciu o 
in Siria: cfr. n. al v. 825. 

1354. — èv^ye». deriva dal verbo òaóm usato già da Saffo (òaoot; fr, 
83 in P. L, G. B III p. 116) e spiegato dallo Etym. M. 250. 10 per "^ 
xoi{u«>|iai, secondo ha osservato lo Scheer {Rhein. Mus. XXXIV p. 452). 

1355. — Agylla, o Cere, dove arrivato Enea avea ricevuti gli aiuU Ji 
Tarcone e Tirreno (cfr. n. al v. 1241) era stata fondata dai Tessali-Peltìsgp* 
ma dopo veniva soggiogata dai Tirreni, secondo Strab. V. 220. La tradi- 
zione straboniana corrisponde a quella di Licofrone, forse dipendente da T^- 
meo; cfr. n. al v. 1351. I Pelasgi qui sono designati cornei discendenti de( 
Giganti di Sitonia, e cioè della penisola Calcidica, ove si collocavano i Gi* 
ganti (cfr. n. al v. 127) e gli stessi Pelasgi (Thuc. IV. 10*>). Ma Licofrone non 
vuole certamente dire che i Pelasgi d'Italia eran venuti dalla Calcidica, in oppo- 
sizione a Strabone che li fa derivare dalla Tessaglia, secondo la vecchia teo- 
ria di EUanico (apd Dionts. Hal. I. 28 = fr. 1 in F. //. G. M I p. 45i se- 
guita probabilmente da Timeo. È noto come i Pelasgi venissero collocati m 
Tessaglia, dove era la Pelasgiotide ; cfr. n. ai vv. 177, 245; cfr. Bumh i, 
Griech Gesch. I p. 164 sgg. ; Ed. Mbybr, Gesch. d. Alterih. I p. 56. Se* 
condo il Pais (Stor. d. Sic. ed. Mag. Grec. I 463 sgg.) la leggendaria vit- 
toria dei Tirreni sui Pelasgi rispecchierebbe la lotta degli Etruschi cogli Vm- 
bri, che verso la metà del V sec. a. C, e forse prima, erano stati costrL'ti< 
a cedere dinanzi all'invasione degli Etruschi che giungevano nella Pad;uiA. 
E Licofrone dice che i Tirreni conquistarono tutta 1' Umbria (v. 13f)(ì). L'iip*- 
nione del Pais trova una conferma nella notizia di Plinio (n. h. 111. 5 [R] Tii») 
che gli Umbri fossero cacciati dai Pelasgi e costoro dai Tirreni. 

1356. — La notizia che i Tirreni vinsero i Liguri va messa accanir» a 
quella dell'estensione del loro dominio sino alle Alpi (v. 1361). 

E. CUCBRI. — La Aleaandru ili Lieo/rane. ' "21 



338 c»MMKNTo: vv. I36M36<) 

1361. — Per quanto non si possa dimostrare che Licofrone trovasse 
contemporaneamente usate le due forme 'AKtiq e So^ixia , è tuttavia eviden- 
te eh' egli intenda parlare delle Alpi. Noi non possiamo spigarci chiara* 
mente perchè Licofrone usasse questa forma. Porse egli avea letto in qual- 
che scrittore, o volea spontaneamente significare, che Salpes si chiamavaDo 
le Alpi nell'età mitica. Ma io non credo che il nome IIa>.cia stia in relazio- 
ne con SoXus; , e cioè i Salluvi della Gallia Narbonese, come pensa 1' Hol- 
zinger. .Ad ogni modo sono le cime delle Alpi che Licofrone vuole indicare 
come confini settentrionali dei donlinì etruschi; ed io inclino a credere ch'egli 
abbia presenti le Alpi centrali a nord della Padana, piuttosto che le Li- 
guri. Che i domini -etruschi giungessero sino alle Alpi (usque ad AlpcsJ af- 
fermavano Liv. V. 33 et Stbph. B. s. v. ^Wtslq. La tradizione licofronea ri- 
specchia l'apogeo della potenza etnisca anteriore all'invasione gallica. 

1362. — .Anche il ratto di Elena per opera di Paride che qui, come al- 
trove, è paragonato ad una fiaccola (cfr. n. ai vv. 86. 913) viene conside- 
rato come atto di vendetta dell'Europa contro l'Asia; cfr. vv. 1283 sgg. — 
YjOovó;: (Paride) è grammaticalmente e logicamente il soggetto del verbo £»S« 
(v. \3(yA). E se è vero, come osservano gli antichi, che i Pelasgi, di cui qui 
sì parla, sono gli Argonauti, ciò non escluder.ì che il soggetto di sìis sia 
Paride. A torto V Holzinger pensa che si sottintenda il soggetto '\T.r^. Pa- 
ride qui fa le parti dell'Asia, in quanto Licofrone, seguendo nuovamente 
Erodoto (1. 3) imagina che Paride rapisca Elena per vendicare l' Asia del rat- 
to di Medea compiuto dagli Argonauti. Erodoto dice espressamente che Pa- 
ride, una generazione dopo, avendo inteso del ratto di Medea, si determinò 
di rapire una donna greca. Con sìòs Licofrone non vuole dire che Paride 
vide gli Argonauti in Misia. ma vide ch'essi v' eran venuti, cioè apprese, 
conobbe etc. 

13M. — Pelasgi son detti gli Argonauti perchè della Tessaglia, ov* era 
la Pelasgiotide ; cfr. n. ai vv. 177, 245, 1355. 11 fiume Rindaco, scorrendo fra 
la Misia e la Frigia, si scarica nella Propontide. Che gli Argonauti appro- 
dassero nella Misia, presso il fiume Rindaco, dove avveniva l'episodio di 
Hylas ed Eracle, narrava Apollon. Rh. 1. 116ò; cfr. Apollod. L **. 18 sg. 

13^>6. — r^ ò', come al v. 134/), si riferisce all'Europa, o alla Grecia, 
la quale prende vendetta contro 1* Asia ( vv. 1 283 sgg.) non solo facendo la 
spedizione contro Troia, ma mandando coloni ad occupare vari paesi dell'Asia. 

l 'ò(ìH. — wn'xopbuov ^óv« , rispetto alla Grecia, è la spiaggia opposta 
dell'Asia minore; cfr. v. 1071. 

1369. — Per vendicare il ratto di Elena .Agamennone dirige la spedi- 
zione contro Troia. Agamennone era onorato in Grecia come Zeus; cfr. n. 
ai vv. 335, 1124. Qui è detto Lapersio. Se il Wilamowitz a ragione corres- 
se le parole dello Schol, Lyc. ad l. ATtspsai òìjtio; tìj; 'Arwtì;; in Vaxi^o3ai 
ò^ao; tìj; \axi»iv«f^;, si ha ragione di credere che .Agamennone avesse un 
tempio in Lapersoi. demo della Laconia : ma dove si trovasse questo demo 
non sappiamo (\Vii»k, Lakonische Kulte p. 337 sg.). Né ci danno spiegazio< 



commento: vv. 1370.137« 3W 

ne le notizie di Hrsych. s. v. et Stbph. B. .v. v.: ed io sarei mosso a sospet- 
tare che ci sia errore e che si .voglia parlare della città laconc Las; dal cai 
nome gli antichi traevano la spiegazione dell'appellativo Lapersoi d^tt) :ii 
Tindaridi ; cfr. n. ai vv. ^>5, v^ll. Forse gli antichi spiegavano egualmente 
r epiteto di Zeus. 

1370. — Zeus era detto /«xai^aTr^; in quanto lanciava il fulmìtie; 'jV* 
ToD x«vipaiv£iv xooxiaii zaxaicsiixsiv toù; xspauvou; (Rtytit. M. 494. Ai); cfr. 
HòPBR in RoscHRR, Lex. li. liXK). 

1372. — Cassandra prevede la sua fine infelice; cfr. w. IIOH s|^^ 
1374. — Il tìglio di Agamennone, cioè di colui che è ucciso nel bagno 
quasi un pesce preso nelle reti (vv. KW sgg.) è Oreste. Che Oreste iin- 
dasse a fondare le colonie eoliche dell'Asia minore, era stato dettn d^^ Hi- 
lanico (fr. 114 in F. H. G. M I p. ^)0) e poi anche da Pindaro i-^em. XL 
[44] 34) non tenendo conto delle altre tradizioni che nell* Bolide facevano 
giungere figli e nepoti di Oreste. Si può quindi pensare che fonte princi- 
pale, se non unica, di. Licofrone sia Ellanico; cfr. Gbppckrn, Znr Ketitthttss 
Lyc. in Hertn, XXVI p. 576. È difficile però che abbiano valore sliirien 
queste tradizioni, che fanno i Peloponnesi colonizzatori dell' Bolide , csist'ii- 
dovi ragione di credere che lo fossero state invece genti della TcssaglNi e 
della Beozia; cfr. Busolt, Griech. Gesch. I p. 273; Ed. Mbyrr, Gcsth. Jés 
Aìtertk. II p. 233 sg. Qui Licofrone spiega la colonizzazione dell* Px>UiÌe lo* 
me una conquista del paese, fatta dai Greci guidati da Oreste, e quindi cimie 
una vendetta dell'Europa contro l'Asia (vv. 1283 sgg. 1366 sgg.). 

1377. — Oreste ubbidendo all' oracolo di Apollo MaTpó; (cfr. n. al v. Ì2n7> 
conduceva alla colonizzazione dell' Bolide uomini di diverse lingue, t Hoò 
di diversi paesi. Forse questa tradizione serviva a spiegare il nome stesso 
di Bolide: Oreste chiamò le genti raccolte .AsoXsì;, ò\à TÒ sx ::oxiXjtwv -A-iuv 
£!vai (Schol,). 

1378. — Anche la colonizzazione della Ionia si considera come una spe- 
dizione dei Greci, guidati da Neleo, contro l'Asia (vv. 1366 sgg.). Del re bo- 
scaiuolo, e cioè di Codro re di Atene, che durante la guerra (for^f quella 
contro i Dori: Hbrodot. V. 76) volendo morire per la salvezza della patria, 
si vestì da falegname, parlava già Ellanico (apd Schol. Plat. Symp. ^^^K I 4 
p. 376 Bkk.); cfr. Sostratos fr. 2 in F. H. G. M IV p. ó<)4 ; Polvakn. I. 
18; PHBRRn. fr. 110 in F. //.«.MI p. 98. Che Neleo fosse il fondaiore di 
Mileto narrava Erodoto (IX. 97); ma si è pensato che Ellanico narrasf^e an- 
che la colonizzazione ionica dell'Asia, per opera di Neleo, e che quis^di foio- 
se fonte principale di Licofrone (vv. 1378-1387); cfr. Gbppckrn, Zur Kcttftì- 
niss Lyc. in Hertn, XXVI p. 577. Questo Neleo è da distinguersi dal Xeleo 
di Pilo, il figlio di Posidone, di cui egli è pronepote. Pare però che (jn>;i- 
nariamente l'uno Neleo non sia diverso dall'altro e che, anzi, ne sia una 
duplicazione, prodotta da speculazione degli .ateniesi; i quali avrebbero Lica- 
ta la tradizione del passaggio dei Neleidi di Pilo in Attica, dove il nekide 
Melanto sarebbe diventato re e sarebbe stato progenitore di Codro e quin- 



I 



340 commento: w. 1379-1385 



di del secondo Neleo, come narravano Brodoto (L 147; V. 65) EUanico (fr. 
H» in F. H. G. M \ p. 47) Eforo (fr. 25 in F. H. G. M 1 p. 239) ed altri 
scrittori. Gli Ateniesi avrebbero creata tale tradizione per presentare i Co- 
drìdi come i colonizzatori della Ionia, vedendo che le antiche tradizioni delle 
città ioniche si ricollegavano coi miti dei Neleidi di Pilo. Pare infatti stori- 
camente che i colonizzatori, anziché dall'Attica, vi Steno andati dalla Messenia 
e dalle altre coste del Peloponneso, come dimostra la circostanza che il Ne- 
leo glorificato dal poema omerico è quello di Pilo, e non il Cotride di Ate- 
ne. Cfr. BusoLT, Griech. Gesck. I p. 287 ; Ed. Mbtrr; Gesch. d^s AlUrik. Il 
p. 239 sgg.; Wrizsackbr in Roschsr, Lex. III. 1 1 1 sgg. 

1379. — A Neleo avea ordinato l'oracolo d'andare a stanziarsi là dove 
una fanciulla gli avesse dato terra ed acqua. Giunto nella Caria, presso Mi- 
leto, e chiesta alla figlia d'un figulino un pugno di terra, per valersene co- 
me sigillo, ebbe data un po' d' argilla inumidita ; onde vide che si compiva 
r oracolo. La fanciulla è detta Branchesia, e cioè di Mileto, paese di Bran- 
chos. Era Branco un profeta di Didyma, presso Mileto, che innalzò un tem- 
pio ad Apollo e vi instituì il culto, dimodoché quelli che si davano ai sacri 
ser\ngi del tempio si dicevano Branchidi. Ma appresso Branchidi si chiama- 
rono non soltanto i sacerdoti del tempio, ma il tempio stesso e il luogo do- 
ve esso sorgeva (Hkrodot. I. 92, 157 sgg.; V. 36; Strab. IX. 421; XIV. r>34; 
CoNON XXXIII); cfr. Prkllkr-R. Griech. Myth. I p. 283; Wkizsackkr in Ro- 
scHKR, Lex. II. 816. 

1380. — Dopo la voce xof/aioXtJa; (callide inducere ut) va tolta la 
virgola, perchè regge direttamente òf^ijai. 

1381. — Anche dopo Servo; io tolgo la virgola, perché Xff xr/f^ì^tisvfj» reg- 
ge direttamente ifop^óoai. 

1383. — La regione montuosa dei Ftiri è la Caria. Nella Caria pone 
Omero il ^l^sipòiv o^jo; (//. II. 867 sg.) e Strabone (XIV. 635) crede che Eca- 
teo (fr. 227 in F. H, G. M l p. 15) intendesse identificare l'omerico mon- 
te Ftiron col monte Latmos, mentre altri lo identificavano col Grto, anche 
esso in Caria e non lungi da Mileto. Secondo il nostro scoliasta, il nome 
Ptìri dcrivarebbe dalla abbondanza di pini (^^«tp) che nascevano in quella 
località; secondo altri invece da 0&£tf>, figlio d' Endimione {Schol. Iliad. II. 
868); cfr. Papb-Bbnsblrr, Wdrterb. der griech. Eigenn. s. v. 

1385. — Lo scoliasta {ad v. 1378) riferisce un altro responso dell'ora- 
colo di Delfo, che spiega lo stanziamento di Neleo a Mileto. Dall'oracolo 
Neleo avea appreso che avrebbe dovuto muovere le armi contro gli uomi- 
ni d'oro (alludendo a quanto intorno ai Cari dice Hom. //. II. 871 sgg.) e 
che questi uomini gli avrebbe indicati la sua figliuola. Appena tornato in 
Atene f^xou3« tìj; ^jfdTjiò; jti^v^; "wrroùar^; tò s-si3iov xaì Ksfoùar^;' ZiZso ssà 
}ia7.o i; ^Xcpòv ZÓ31V, r^ s; Mf^sTov xorà^io r/j^aTo Kapoi. Ora, secondo la 
spiegazione che di questo verso (1385) di Licofrone dà lo scoliasta, Neleo 
giunto in Mileto capiva di doversi fermare vedendo la figliuola che scovren- 
dosi il corpo diceva Tt; Ì^ì'Lzk aoi auvou^ia^a*;. R ciò sarebbe significato che 



coMMKNTo: vv. 1388-13^1 341 



la figlia di Nelco faceva ai Cari commercio del suo corpo. I due racconti del- 
lo scoliasta dicono la medesima cosa, e cioè che le voglie della figlia di Ne- 
leo suggerivano a lei con quali uomini dovesse aver rapporto e indicavano 
al padre in mezzo a quali genti dovesse stanziarsi: quelle genti erano i Cari. 
Sulla figlia di Neleo, di nome Clegeis o Peiro, v. Etym. M. 337; Steuding 
in RosGHRR, Lex. I. 1233. 

1388. — Anche la colonizzazione della Doride è considerata da Licofro- 
ne come una conquista dei Greci, e quindi come una vendetta dell'Europa 
contro l'Asia. I discendenti di Dimante sono i Dori, essendo noto come una 
delle tre tribù doriche prendesse nome da Dymas o Dyman (Dymani, Pam- 
phyli ed Hyllei). Queste tre tribù si riscontrano in molte città doriche, e co- 
sì in Rodi e Coo, che appunto fanno parte della Doride asiatica, cui qui al- 
lude Licofrone. Cfr. Brloch, Griech. Gesch. I p. 42, 54. 

1389. — Il Lacmon fa parte della catena del Pindo (cfr. n. al v. 1027) 
e Kytinion è città della Doride, nella Grecia centrale (Thuc. I. 107); cfr. Bur- 
siAN, Geogr. v. Griech. I p. ló.i. Licofrone dunque pensa che i coloni del- 
la Doride asiatica sieno venuti dalla Tessaglia e dalla Doride greca. E que- 
sta, in vero, è la tradizione che pare si avvicini dippiù alla verità storica; 
giacche, se oggi non si mette in dubbio che gran parte di colonizzatori del- 
la Doride asiatica sieno venuti dall' Argolide, non si può escludere che altri 
sieno arrivati movendo dal golfo Maliaco, cioè dalla Grecia centrale, e dal 
golfo Pagaseo, cioè dalla Tessaglia, come mostrano manifestamente le rela- 
zioni tra le credenze religiose di questi paesi e della Doride asiatica; cfr. 
BusoLT. Griech. Gesch. I p. 272, 3ó5 sgg.; Gruppk, Griech. Myth. I p. 260 
sgg. Queste relazioni già risultano dallo stesso mito di Erisittone, cui qui 
accenna Licofrone. Quei di Kytinion, cioè i Dori, son detti Codri, nel senso, 
come ben osservò il Geffcken {Zur Kenntniss Lyc. in Herm. XXVI p. 568) 
di genti antichissime, solendosi dire d' un personaggio vetusto " più antico 
di Codro „ (DioGKNiAN. VII. 45; Hbsych. et Phot. s. v. Kóòpoi); cfr. n. al 
V. 1392. 

13^M). — Nulla sappiamo di ^i^u;, e del monte Sorviov: e bisogna cre- 
dere cogli antichi commentatori che sieno entrambe due località della Caria, 
credute localizzate dai Dori. 9tY(>o; è ricordato da Strpu. B. s. v. sebbene 
lo chiami Ot^po;. 

1391. — Faccio coli' Holzinger Xrjxxsptav = ir/otTrjv; ma le do un signi- 
ficato diverso che al v. 966. Qui Licofrone intende parlare della punta del 
Chersoneso dorico dell'Asia minore, e cioè del promontorio Triopio, dove si 
riconosce antichissimo il culto di Demetra e Persefone. La notizia di Erodo- 
to (VII. 153) che Teline, venendo in Sicilia dall'isola posta di fronte a Trio- 
pio, prendeva le \^à kòv yfrtDvtoiv B^siòv, ha fatto giustamente pensare che Ero- 
doto alluda al culto delle dee nel capo Triopio; cfr. Calmmach. hymn. VI. 
31 ; Schol. PiND. Pyth. II. 27 et Bokck ad /. et Ex pi. Pind. p. 115; cfr. 
Preller-R. Griech. Myth, I p. 755, 777. Questo culto accenna ad antichis- 
sime relazioni fra il capo Triopio e le coste della Tessaglia; cfr. Gruppb, 



342 i:uMMKNit>: vv. I3MJ.13V3 



Griech. Myth. p. 2W. Da Triopio sarebbe giunto nelle coste occidentali del- 
la Sicilia; cfr. la mia memoria // culto di Dcmeter e Kora neìVttnUca Si- 
cilia p. 8, 12. 

1392. — La dea Kyf»tTa è Demetra, cosi detta KOf^à tò x-j(>tav srvoi {Etym, 
M, 548. <>) nel senso d'esser la signora del luogo; e la persona odiosa alla 
dea è Erysichton. Il mito di Erìsittone si trova ampiamente svolto nell' inno 
a Demetra di Callimaco e in Ovidio (met. VUÌ. 738 sqq.). Presso Dotium, 
in Tessaglia, cresceva un bosco sacro a Demetra, quando Erìsittone pensò 
di tagliarlo e fame colle legna una stanza per le sue orgie. La dea lo punì 
facendogli sviluppare incessantemente una fame inestinguibile per cui egli, 
senza riuscire a disfamarsi, consumò tutto il suo patrìmonio e vendette ogni 
cosa, persino la tìglia Mestra; senonchè costei ottenuto da Posidone, in cam- 
bio della tolta verginità, il dono della metamorfosi, ritornò al padre suo e 
poi si lasciò continuamente vendere ritornando sempre da lui, procurando- 
gli cosi colla vendita della propria persona il danaro necessario alla sussi- 
stenza. Secondo Callimaco ed Ovidio, Erisittone è di Tessaglia, ed è figlio di 
Trìopas, donde, traeva nome il promontorio Triopio (Stbph. B. 5. v. ; cfr. Paus. 
X. II. 1) di cui qui parla Licofrone. Il mito di Erisittone, incalzato sempre 
da incessante fame, era anche noto ad Ellanico (fr. \1 in F. H. G. M l p. 
48); ed io credo che a ragione il Geffcken {Zur KenHtniss Lyc. in Herm. 
XX VJ p. 577 sgg.) pensa che qui Ellanico sia fonte principale di Licofrone 
(vv. 1391-1396). Veramente Ellanico fa Erisittone figlio di Mirmidone,e non 
di Trìopas, cui parrebbe dover accennare qui Licofrone. Ma Ellanico cono- 
sceva il tessalo Trìopas (fr. 37 in F, H. G. M I p. 49) e menzionava an- 
che Trìopas come uno degli Eliadi di Rodi (fr. 'U>7 in F. H. G, M I p. 59) 
che pare abbia relazione col primo, seppure non sia identico, e che certa- 
mente sta in rapporto col capo Triopio. È infatti da notare come, secondo 
la tradizione rìferita da Diodoro {V. 61) Triopas 1' eliade di Rodi è quei che 
andato prima in Tessaglia e poi di là tornato nel Chersoneso dorìco, dava 
il nome al capo Trìopio. Ora noi ignoriamo quale racconto leggesse Lico- 
frone in Ellanico; ma c'è ragione di credere che anche costui mettesse in 
relazione Erisittone con Trìopas e col capo Triopio, e che Licofrone da que- 
sta relazione fosse mosso a parlare di Erisittone a proposito della coloniz- 
zazione greca del Chersoneso dorico. Licofrone avrà forse letto in Ellanico 
che i coloni di quel paese eran venuti dalla Tessaglia, a cominciare da Eri- 
sittone, e forse anche da quel Trìopas che secondo Diodoro era andato in 
Tessaglia da Rodi. Egli infatti ha detto che i conquistatori del Chersoneso 
venivano dal monte Lacmon, e cioè dal Pindo (v. 1389) e così dà nesso 
logico al suo racconto. Erisittone è un personaggio mitico che sta in rela- 
zione con Demetra, dea dell'agricoltura, non come amico, ma come nemi- 
co: il suo nome significherebbe ** aratore „ ; cfr. Prkller-R. Griech. Myth. 
1 p. 776 sg.; cfr. II p. 138. Per la crìtica del mito cfr. O. Crusius in Roschcs. 
Lex. L 1373 sgg. 

1393. — Mestra, tìglia di Erisittone (Tzktz. et paraphr, gr.) detta da 



uoMMKNTO : vv. \:i9(ì\[V>l 343 



altri Hypcrmnestra (Anton. Lib. XVII) od anche Metra (Apostol. XI. 21 ; 
Palabph. XXIV) o iMnestra {Schol. Lyc.) venduta ripetutamente dal padre, 
riusciva, per il dono della metamorfosi avuto da Posidone, sempre a fuggire 
e ritornare presso il padre stesso, procurandogli così il danaro necessario per 
sfamarsi ; nunc equa, nu te ales, modo bos^ modo cervus abitai, \ praebe- 
batque avido non iusta alimenta parenti (Ovid. mei. Vili. 873 sq.). Secondo 
Licofrone però Mestra non è venduta dal padre, ma essa stessa fa mercato 
del suo corpo come una meretrice. Evidentemente questa tradizione è più 
recente dell' altra e risente un pò del razionalismo alessandrino. Si noti, del 
resto, che parla Cassandra, la quale con compiacimento disprezza le donne 
greche e non solo Elena (vv. 87, 8òi>) ma anche Itìgenia (v. 198) ed Egia- 
Ica, moglie di Diomede (v. 612) e Penelope, moglie di Ulisse (vv. 771, 792) 
e, in certo modo, Meda, moglie d'Idomeneo (v. 1215). Sulla spiegazione del 
nome Mestra cfr. Prbllkr-R. Griech. Myth. I p. 777 ; O. Crusius in Rosghbr, 
Lex. I. 1 380 ; Stoll ib. II. 2845. — Traduco 7:«vxo|ióf»cpoo con una circonlocu- 
zione. — ^aaacipa ( = baccante) qui ha il significato di ** lasciva „ non co- 
me al v. 771. — Xcqiicoópiòo;: cfr. v. 344. 

1396. — Che Erisittone fosse detto AifKiJv per la sua fame violenta, e 
cioè inestinguibile, diceva Ellanico (fr. 17 in F. H. G M I p. 48); cfr. Tzbtz. 
ad /. ; Abuan. v. h. I. 27 ; Calmmagh. in Dem. 67. — YaxoyLoDvxo;: significa 
* l'aratore „ Erisittone (O. Crusius in Rosghbr, L^jr. I. 1375). — icxspd: so- 
no i campi del Chersoneso dorico, detti ò&vsìa perchè originariamente non 
erano di Erisittone, il quale era venuto dalla Tessaglia, dopo aver venduta 
ogni cosa. Egualmente usato Tcrepd trovasi in Eurip. Iph. A. 120; cfr. Kon- 
Z8, p. 72. 

1397. — Continuando Licofrone a svolgere il tema dell' odio fra l'Asia e 
r Europa (vv. 1283 sgg.) dopo aver esposto come i Greci al quadruplo facessero 
scontare alle genti d'Asia l'offesa del ratto d' Elena (v. 1367) e cioè con 
qu£(ttro spedizioni (Agamennone, Oreste, Neleo, i Dori) parla della spedizio- 
ne dei Frigi, guidati dal re Mida, contro 1' Europa, e cioè la Tracia e la 
Macedonia, per vendicare la distruzione di Troia. Come Frigi erano consi- 
derali i Troiani, e quindi a ragione 1' Holzinger reputa che Licofrone faccia 
i Troiani parenti di Mida, e che à^sK'fòv w.^ significhi " il sangue troiano ^ 
contrariamente all'errata interpretazione degli antichi commentatori. Licofro- 
ne alla tradizione della spedizione di Mida in Macedonia dà il valore d'una 
vendetta dell'Asia contro 1' Europa, come più innanzi ha considerate spedi- 
zioni di conquista le colonizzazioni greche dell'Asia minore. Da chi Lico- 
frone avesse notizia di questa spedizione di Mida, non sappiamo. Si è pen- 
sato ad Ellanico, ma nulla si può affermare (Gepfckbn, Zur Kenntniss Lyc. 
in Herm. XXVI p. 578). La tradizione licofronea è nota ad Euforione (Mbi- 
NBKB, Anal. Alex. p. 5M) e a Nicandro (Athbn. XV. 683 b); ma io credo che 
si possa far risalire ad età assai più antica, se in Macedonia al tempo di 
Erodoto esistevano ancora i cosidetti orli di Mida. dove, secondo una tra- 
dizione locale, Mida si sarebbe impadronito di Sileno (Hbrodot. Vili. 138). 



344 ooMMKNTo: vv. 1398-141U 



Erodoto doveva sapere che Mida avea conquistata la Macedonia, ma non 
ne parla. . Forse esponeva la tradizione la fonte di Trogo Pompeo (Icsns. 
VU. 1: pulso Mida, nam is quoque portionem Macedoniae tcnuit) e forse 
era nota alla fonte di Strabone, una volta che questi accenna ai tesori che 
Mida avea tratti dal monte Bermio, nel paese dei Brìgi di Macedonia (Strab. 
VII. 330. 25 ; XIV. 68i>). La nostra tradizione ha un valore storico, in 
quanto gli antichi credevano che i Brìgi della Macedonia, e propriamente del 
luogo ove era localizzata la leggenda di Mida e Sileno, fossero parenti dei 
Frigi, e che cioè i Frigi originariamente fos<«ero venuti dalla Tracia e dalla 
Macedonia (Hsrodot. VII. 73; cfr. Xantus Ltd. apd Strab. XIV. 68t» = fr. 5 
in F. H. G. M I p. 37; Strab. VII. 330. 25; Pun. h. A. V, 32 [41] 145); 
cfr. Ed. Mbykr, Gesch. des AlUrth, I p. 1^^ sg. II p* 41. 58 sg. Cfr. n. al 
v. 1341. E la tradizione licofronea deve esser sorta dalla credenza che ì Brìgi 
e i Frigi fossero originariamente unico popolo. Il re Mida sarebbe, infatti, 
nella sua origine un' antica divinità così dei Brigi, nel nord della Grecia, 
come dei Frigi dell' Asia minore; cfr. E. Kuhnkrt in RostmRR, Lex. II. 2*i62. 

1398. — Mida va contro la Macedonia, e cioè contro l'Europa. Madre 
di colui che presiede al regno dei morti, e cioè di Minosse, è Europa. Li- 
cofrone innanzi (v. 1284) l'ha chiamata madre di Sarpedone> essendo questi 
fratello di Minosse (Apoi.ix>d. III. 1. 1). Che Minosse presiedesse al r^no 
dei morti come giudice, è già detto nella Wekyia omerìca {Odyss. XI. 5*>8 
sgg.). Il xcr7.iv serve a ricordare che la Tracia e la Macedonia eran state una 
prima volta conquistate dal troiano Ilo (vv. 1341 sgg.). 

1401. La nota leggenda delle orecchie d'asino di Mida è dettagliata- 
mente esposta da Ovidio (mei. XI. 173 sqq.): nella gara musicale tra Pane 
ed Apollo osò Mida pronunciare un giudizio sfavorevole ad Apollo, il quale 
lo punì dandogli orecchie d' asino ; e Mida cercava nascondere le sue lunghe 
orecchie colla tiara. — lo son d'accordo coli' Holzinger nell* accettare T opi- 
nione di C. G. Miiller che in xaXXuvsì xo^uTioa; vide 1* invenzione della tia- 
ra fatta da Mida in queir occasione ; ma non seguo la sua interpretazione 
di ^&if>3a;. come una espressione riguardante 1' arte dei pittori di mescolare 
i vari colori, quasiché .Mida mescolasse alle sue orecchie i colori della tia- 
ra. Io. in modo più semplice, faccio ^^'(>oi = * distruggo , nel senso di 
far scomparire o nascondere : Mida colla tiara faceva sparire, o nascondere 
completamente (i^ éa(Huv Xo^mv) le sue orecchie d' asino e nello stesso tem- 
po abbelliva le sue tempia, essendo la tiara circondata da una benda bian- 
ca ed azzurra. La benda poi faceva paura alle mosche che tentavano di suc- 
chiare il sangue dalle orecchie di .Mida, come fanno cogli asini. Quale sia 
l'origine di questa leggenda, non sappiamo: la troviamo menzionata la pri- 
ma volta in .Aristofane {Pluf. 287) e confermata in una pittura vascolare di 
Chiusi della medesima epoca (Annali dell' In$t. 1844 tav. H) dove Mida è 
appunto rappresentato colle lunghe orecchie: l'origine della leggenda si de- 
ve forse ai commediografi, o meglio agli autori del drama satirico; cfr. E. 
KuHNERT in RosrjiER, Lex. II. 2*^57 sgg. — àu^uòtiiv: non è il " bidens , dei 



tX)UMKNTO : vv. 14U4-1417 345 



Latini con cui si soleva designare la pecora; ma è la bestia utrinque den- 
ics habens e, nel nostro caso, l'asino che già ha messi i denti. 

1404. — Flegra, o i Campi Flegrei, qui indicano la parie settentrionale 
della penisola di Pallene; cfr. n. ai vv. 15, 127, 526. 

1405. — Il Therambos, secondo Licofrone Thrambusios, è un promon- 
torio della parte sud-est della penisola di Pallene (Hbrodot. VII. 123); cfr. 
Stbph. B. 5. V. OpovLpo; ; Scyl. 67 Fabr. : B(^^^Y^i^ 

1406. — - TiTcov: deve intendersi come un monte o promontorio della Cai- 
cidica. Citando le parole di Stbph. B. Tikovsó;, opo; xtX. il Bachmann {ad. 
/.) nota: ubi nomen montis factli negotio in Tctidv refingendum esse, iam 
aia viderunt. Il nome, ad ogni modo, ricorda i Titani o Giganti di Palle- 
ne. — Sithonia: è la penisola di mezzo della Calcidica. 

1408. — Brychon: fiume che scorre presso Pallene (Hksych. s. v .). Pare 
che qui s' imagini il dio fluviale correre in aiuto dei Giganti nella lotta con- 
tro gli dei. Il dio è detto cornigero; cfr. n. al v. 730. 

14iW. — Dopo avere esposte le varie ostilità tra le genti dell'Asia e 
quelle dell'Europa (vv. 1283 sgg.) Licofrone fa una breve pausa, osservan- 
do che le guerre Ira i due paesi non finiranno qui, ma ce ne saranno altre 
più funeste. Cosi egli viene a parlare delle guerre persiane e dì Serse, en- 
trando nell'epoca storica. 

1410. — Il dio Ares goderà di queste guerre : è detto Kandaios e Ma- 
mertos come al v. ^38; cfr. n. ai vv. 328, 938. Poco appresso Licofrone 
(v. 1417) ha Mamcrsa. 

1412. — Si parla della spedizione di Sersc contro la Grecia (vv. 1412- 
1434) sulle tracce della storia di Erodoto. — Madre di Epimeteo, come pu- 
re di Prometeo (v. 1283) è Asia (Apolloo. I. 2. 3). Che i Persiani avessero 
preso nome da Perse, figlio di Perseo e d^ Andromeda, la figlia di Ccfeo, ri- 
feriva Hbrodot. VII. 61. L' ambasciadore di Serse ricordava agli Argivi la 
loro parentela coi Persiani, discendenti dall' argivo Perseo: Hbrodot. VII. 150. 

1414. — Serse passava il mare a piedi facendo costruire il ponte sul- 
r Ellesponto (Hbrodot. VII. 36, 55) e andava in barca per terra facendo sca- 
vare un canale lungo il monte Atos (Hbrodot. VII. 23, 122). 

1416. — icsBot;: sono i remi che spingevano la barca lungo il canale 
scavato nella terra. Lo scoliasta giustamente ricorda l'esempio di Hom. Odyss. 
XIII. 78. — Su Atena Lafria; cfr. n. ai vv. 356, 985. 

1417. — Mamersa è Atena. Licofrone avrà appresa questa voce sabina 
da Timeo, parimenti che l'altra Mamertos (Ares); cfr. Gbkpckbn, Tim. Geogr. 
p. 19; cfr. n. ai vv. 938, 1410. Nella religione romana v'era una dea detta 
con nome italico Nerio, cioè " la forte „ (Ovid. fast. III. 850) ed onorata 
come compagna di Marte: Nerio Martis (Gbll. XIII. 23. 2 ; Enn. ann. fr. 70 
Baerh.; Ltd. de mens. IV. 42). I poeti latini la consideravano quindi come 
moglie di Marte (v. ad es. Plaut. Truc. 515); onde più tardi Nerio venne 
identificata ora con Minerva ora con Venere (Lyd. /. e.) ed i nomi di Nerio 
e Minerva talora furono scambiati (Varr. Sat Men. 506 Buech.). E questa 



34<> iX)MMKNTO: vv. I4I8-14Ì7 

identificazione è spiegata dalle parole di Porph. ad Horat. episi. U. 2. 2(^) : 
de Huptiis hahilo certamine a Minerva Atars vicius esty et obUnta virgi- 
nitate Minerva Xeriene est appellata. Cfr, WtssowA in Roschbr Lex. III. 
n\ sgg. È naturale quindi pensare che Merio Martìs o Nerìo-Minerva si fa- 
cesse corrispondere a Pallade-Mamersa. E Licofrone dà appunto T appellati- 
vo di Mamersa a Pallade-Lafria, secondo avrà letto in Timeo. 

1418. — Interrogato l'oracolo di Delfo, gli Ateniesi avevano avuta la 
risposta eh' essi, anche entrati i Persiani in Atene , sarebbero stati salvati 
dal muro di legno; onde credettero esser questo muro la palizzata di l^no 
di cui avean cinta l'Acropoli (Hkroimt. VII. 141 ^.) ; senonchè videro do- 
po bruciare dai Persiani l'Acropoli e il tempio di Atena (Hrrodot. VII. òl. 
ò3, 55) e si sdegnarono contro l'oracolo. 

1420. — Traduco òoivov^, con l'autore dell'antica parafrasi greca, co- 
me se fosse '}€u^ ; è tuttavia da osservare che grammaticalmente ha valore 
d'avverbio ; cfr. Bachmann ad l. ; equidem autem adverbiaiiter dictnm ere- 
diderinty formatum a Lycophrone ad analogiam Homerici illis juvuvdo (//. 
I. 352) de quo vide Eustatk. etc. Dalle parole dello Sckoì, Par. A toù 'Atòw 
TÒv cq^cXov crede l' Holzinger dedurre che qui si parli di un vtro message- 
ro di Ade o Plutone e pensa ad Ermete d>b)^o7Q(^itó;, nel sento che l'oraco- 
lo di Delfo era nunzio di morte agli Ateniesi che guardavano 1' Acropoli. Io 
reputo invece che Plutone ha qui il significato di * regioni di sotterra « e 
che, secondo lo scoliasta, si allude alla grande voragine dell* oracolo di Delfo. 
Di questa voragine, donde venivan esalfizioni che agivano sulla mente dei 
vati, parlano gli antichi (Strab. IX. 419; Diod. XVI. 26; Cicaa. de div. 1. 
36. 79 ; lusTlK. XXIV. o ) : i quali ritenevano che l' oracolo delfico appar- 
tenesse originariamente a Gea, cioè la Terra, considerandolo coftie un (lov- 
Tcìov y^óv.w I cfr. Absch. Eum. 1 ; Paus. X. 5. 5 ; Diod. /. <:. lIKoraivo; 
XàT;>iv è durtque la Pizia, in • quanto riceve l'inspirazione dalle esalazioni 
che vengon su dal regno di Plutone, o di sotterra. Essa poteva akicbe dirsi 
Toò "*.\iòou TÒv cqjsV^ov come se annunziasse notizie ricevute da sotterra. Tra- 
duco pertanto questo verso liberamente. 

1421. — y^^arzm ò^ixrtp: contiene l'idea della accoglienza ostile che tro- 
vavano i Persiani nei paesi per dove passavano. L' esercito di Serse al ri- 
torno in patria era assalito dalla f^me e non trovava soccorso, sì da man- 
giare la corteccia e le foglie degli alberi (Hkrodot. Vili. Ilo). 

1424. — L'esercito di Serse era tanto numeroso che consumava l'acqua 
dei fiumi che incontrava durante il viaggio (Hkrodot. VII. 21, ò8, lt»*>, l*>t>). 

1425 — La sete dei Persiani è detta x2Xctivr|v, cioè violenta; cfr. n. al 
v. 7. — a!Ov<ii|isv<i>v : genit. assol. di cui il soggetto sottinteso è • i Persiani , 
i soldati di Serse. Traduco il verso liberamente. 

1427. Narra Erodoto (VII. 226) che lo spartano Dienece, sul punto d'in- 
gaggiar battaglia, al detto che i dardi di Sersc avrebbero oscurato il sole, 
rispondesse coraggiosamente che in tal caso avrebbero combattuto all'om- 
bra. Or a questo racconto si riferisce Licofrone. - 3TrJoouai: dipende dalsog- 



uoMMBNio: vv. 1428-143:» 347 



getto sottinteso " i Persiani „ = excitabunl nubes sagiltarum» come spiega 
il Miiller apd. Bachmann ad /. — Ki|A|1£{>o; = Ki^iiispio; ; cfr. n. al v. 77. 
Che Kiyyisfvo; masch. sia unito al femm. sxio e che questo per dippiù ac- 
cordi col particip. masch. àjipXuviDv, trova spiegazione non solo in Licofro- 
ne, ma in altri poeti da lui imitati: Konzb, p. 45 sqq. Nella traduzione 
uso la parola Cimmeria, cioè il paese dei Cimmeri, che trovasi in Hero- 
DOT. IV. 12. 

1428. — Sulla voce xéppctv ampia discussione si legge apd Bachmann 
iìd L Che fosse una voce egiziana (==^sole) notò il Potter, valendosi dell'au- 
torità dair orientalista Pick, e quindi il Bachmann coli' approvazione del Seyf- 
farth. L'avrà appresa Licofrone da uno scrittore greco. Anche la voce ipic'.v 
d' origine egiziana, avrà trovata usata Licofrone da scrittori greci (cfr. n. 
al V. Ò7<^). 

1429. — La magnificenza dell'impresa di Serse dura tanto poco, quanto 
la freschezza d' una rosa locrese. La rosa locrese era presa dagli antichi quale 
simbolo di freschezza e p. s. da Polluce (V. 102) come osserva l'Holzinger. 
Tcaùpov òv&TJaa; = che è florida per poco tempo, che presto appassisce. 

1430. — Erodoto dal cap. 32 del l. Vili narra successivamente le deva- 
stazioni e gli incendi compiuti in Grecia dai Persiani. 

1431. - Erodoto afferma (VIH. 117, 119) che Serse tornò in Asia per 
terra facendo su nave soltanto il breve tratto che congiunge la costa della 
Tracia con Abido. Ma egli riferisce anche la credenza (Vili, il 8) che il re 
se ne tornasse in patria per mare su d'una nave fenicia; e questa creden- 
za segue Licofrone. 

1432. — lo non nego che in ^lóaaova ^tjyótsoxxov ci sia, come vuole lo 
scoliasta, V idea d' una specie di torre che gli antichi costruivano sulle navi 
da guerra, e che significhi "à; vau«Jicr/ia; ; e credo, come intuì il Canter, che 
ci sia l'idea del muro di legno, che secondo l'oracolo sarebbe stata la di- 
fesa degli Ateniesi (cfr. n. al v. 1418); ma sopratutto reputo che questa 
flotta, cui allude Licofrone, sia proprio quella degli Ateniesi e non quella di 
Serse. Per darsi ragione di ciò bisogna anche intendere quanto è detto nei 
vv. sgg. Il Xoxo'^tcrv xvecpatCEv vale, come nota lo scoliasta, iv ipr^V'-^? vóxTcìif) 
e quindi, come ben osserva 1' Holzinger, è un accus. di tempo. Il senso e, 
dunque, che Serse fugge preso da paura al vedere intorno a sé la flotta 
ateniese, inespugnabile come una fortezza, giuste le predizioni dell' oracolo, 
e fugge alla guisa d'una fanciulla che di notte tempo è minacciata d'un 
colpo di coltello. Costruisco pertanto: crp/i raji.©aXo)^isvo; ^óaauva ^yjfóisux- 
Tov, (o; xópr^ Xuxo'^iov xvecpoi'ccv òsniaTou|iévT^ yaXxTjXchc») xvtJiB'jvxi. 

1435. — Da qui al v. 1450 si accenna alle guerre fra la Grecia e l'Asia, 
seguite dopo l'epoca di Serse, e poi finite per opera d'un grande conqui- 
statore. E questi versi sono stati da molto tempo oggetto di varie discus- 
sioni, dirette a determinare la data della Alessandra; cfr. Introduz. p. 30 sgg. 
Tenendo presenti le varie spiegazioni che si son date a cominciare dagli an- 
tichi commentatori, i quali reputarono che si riferisca Licofrone all'ope^-a di 



:Uh GOMMKNTO: V. 143Ó 



Atc«»af)4ro Magno e alle gesta dei Romani , io credo che la giusta interpre- 
tu£iun« sia quella che fa parlare Cassandra soltanto di Alessandro Magno, 
nei senso che dopo aver conquistata la Grecia e l'Asia pone termine alle 
guerre dei due paesi : interpretazione seguita e sostenuta anche dal Wila- 
MuwtTX, de Lyc. Alex. p. ò. sqq. Respingo quindi l' opinione che qui si ac- 
cenni al popolo romano e molto meno alla venuta di Pirro in Italia, come 
pensò ì\ Reichard e come ultimamente ha sostenuto l' Holzinger. Che qui sì 
parli di Alessandro, deve ammettersi da chiunque consideri, e giustamente. 
Oline assurdo che Licofrone facesse saltare il discorso di Cassandra dall'età 
di Sersc a quella di Pirro o dei Romani, senza accennare lontanamente alle 
gu«rre intermedie e all' opera dello stesso Alessandro. Licofrone svolge il te* 
ma ddle guerre fra l'Asia e l'Europa (vv. 1283 sgg.) che hanno preceduta 
e seguita la distruzione di Troia: ora dopo, aver discorso di Serse (vv. 1412 
sgg,) può passare sotto silenzio il più grande personaggio di queste guerre 
mtrde^ifiìi;^ Alessandro; A Licofrone, per lo svolgimento del suo tema, non 
pjsson interessare le gesta dei Romani, che, se sono discendenti dei Troiani, 
non rappresentano di fatto l'Asia e molto meno potrebbero interessarlo le 
guerra di Pirro che, per l'argomento, non hanno importanti conseguenze — 
anche ammesso, contrariamente al vero, che la composizione della Alessan- 
dra fiJ!>HC posteriore a quelle guerre medesime. È Alessandro, che innalzandosi 
al disiipra delle genti d'Asia e d'Europa, pone termine alla lotta che già 
■vea «.'Gigionata la distruzione di Troia : e lui ha presente il nostro poeta. E 
vero che nel momento in cui questi scrive l'Alessandra non si è ottenuta 
di UiU\ la pace fra l'Asia e l'Europa, continuando ancora le guerre dei Dia- 
dottili, gli Epigoni d'Alessandro; ma egli ha presente il disegno di Alessan- 
dm, dì pacificare le genti greche ed asiatiche assimilandone i costumi , e 
vuole mettere in evidenza ciò, che forse era il suo ideale. Del resto, Lico- 
frnnc non intende dare unn pittura storica degli avvenimenti compiuti sino 
ai SUOI giorni; che anzi egli sfugge, come qui, sempre nella Alessandra, l'ele- 
mento storico. Dare un quadro esatto dei fatti storici, è cosa del tutto c- 
slranea all' indole della Alessandra ; e per questo il poeta si ferma prima 
di giungere alle vicende storiche dei suoi tempi. Il senso di questo luo- 
go di Licofrone, riguardante le guerre succedute alla sconfìtta di Serse e 
le g^^t^ di Alessandro Magno, è dato, del resto, dalla semplice interpre- 
tazione del testo, senza ricorrere a pericolose sottigliezze. E questa mìa in- 
terpretazione va d' accordo con quella sostenuta dal Wilamowitz; ma solo 
nd concetto fondamentale, in quanto anch' io ammetto che il poeta qui par- 
li d'Akssandro; e me ne allontano invece nel resto. Non credo infatti col 
*:ritico tedesco che tutto il luogo in cui si parla di Alessandro (vv. 143^- 
14-^ >) riguardi le gesta di lui in Asia; ma quel luogo distinguo in due par- 
ti, lunji ^vv. I439-I44.'ì) riferisco all'assoggettamento della Grecia, l'altra 
*vv. 1 44?i-14n(ì) alla conquista della Persia, intendendo per ó^iaiyu«>v ed *A(jyctmv 
{v^, 1442 sg.) i Greci od Argivi, e non i Persiani. Dippiù mi scosto da lui 
neir ummettere: l® che il lupo di Galadra (v. 1444) è tutt' altra cosa del 



COMMBNTO: vv. 1436-1440 34<i 



leone epirota e macedone, Alessandro (1441) e corrisponde ad Antipatro; 
2o che «xe&'ixxyjv fr/vav (1446) non può legarsi con aù&aiutujv, ma sta in re- 
lazione colla guerra di Serse, narrata innanzi, e vale niente altro che " sesta 
generazione „ ; 3® che sì; ti; zaXai3":/j; (1447) non è un determinato per- 
sonaggio, come Artabazo, ma indica in genere il popolo persiano. Venendo 
alla particolare interpretazione dei versi, vediamo come Licofrone, prima di 
parlare di Alessandro, alluda alle guerre combattute fra Greci e Persiani do- 
po l'età di Serse (1435-1438) quali le spedizioni di Cimone, di Senofonte, 
di Agesilao, e forse anche le guerre in cui la Persia non ebbe direttamente 
parte, come quelle del Peloponneso, quella contro Sparta, e così via. Poi dice : 
finalmente viene Alessandro Magno, il quale assoggetta la Grecia e costrin- 
ge i capi dei Greci ad ubbidire al suo generale Antipatro, mentre (nella se- 
sta generazione dalla guerra di Serse) va a rinnovare la guerra coi Persiani 
per poi pacificare i due paesi, la Grecia e la Persia. 

1436. — Non possiamo accettare la lez. data dal Kinkel: ot ^sv iv -^aiff 
zaKa^ òsivaìaiv àpyat;. Che il luogo sia corrotto, hanno già ammesso i cri- 
tici, i quali hanno proposte varie lezioni. Evidentemente Licofrone, par- 
lando delle battaglie greco-persiane combattute nel tempo che va da Serse 
ad Alessandro, intende distinguerle in due gruppi, quelle di mare e qu<3lle 
di terra. Ottima trovo pertanto la lez. del Wilamowitz {de Lyc. Alex. p. 7) 
01 ^iv .\q«iai; iCàXo; ^t'vaaiv à()y^<:, il quale per Atptai; si riferisce alla 
congettura del Kaibel. Ben corrisponde questa lez. al concetto del poeta, 
espresso, come al solito, in forma contorta: molte battaglie combattute per 
terra e per mare daranno svolgimento alla lotta, da gran tempo durata fra 
i Greci e i Persiani. Si noti come già il Bachmann (ad l.) ne intuisse chia- 
ramente il senso. 

1438. — I dorsi arati della terra sono i campi, e cioè la terra stessa. 

1439. — Finalmente verrà colui che porrà termine alle guerre combat- 
tute tra i Greci e i Persiani, e cioè Alessandro, che sottopone al suo scet- 
tro gli uni e gli altri. — oìB-iov va unito a Xswv (1441) e quindi io tolgo la 
virgola dopo zXóvov. Io non credo che qui la voce aiSiwv comprenda un si- 
gnificato particolare, relativo ad Alessandro, ma che soltanto indichi la for- 
za e il coraggio, come altrove: oiiboiv Xscuv è detto Alessandro, all' istesso 
modo che Achille aiiKov Xyxo; (246) e Protesilao «["^fiv xipxo; (530) e Tarco- 
ne e Tirreno aì^oivs; Xuxoi (1248). Tuttavia notiamo come gli antichi real- 
mente imaginassero il corpo di Alessandro dotato d'un calorico eccezionale: 
/] ToD ao)|iaxo; xpàoi': icoXóih(>|io; oÙ3a xaì zupwBri; — r^ f>s()|ió-aj; toù auj^ictTo; 
(Plutarch. Alex. 4. 2). E così è pur naturale che si narrasse come, secon- 
do il sogno di Filippo, Olimpia avrebbe partorito un figlio d' indole leonina, 
e come quindi al leone venisse paragonato lo stesso Alessandro (Plutarch. 
Alex. 2. 3; 13 ; Demos t. 23. 4). Cfr. n. al v. 1435. 

1440. — Si credeva che per parte della madre Olimpia Alessandro di- 
scendesse da Pirro, o Neottolemo, figlio di Achille e pronepote di Eaco, e 
nello stesso tempo da Eleno, figlio di Priamo e pronepote di Dardano, come 



35(> OOMMKNTO : vv. 1441 -1444 

già notavano gli scoliasti sulla autorità di Teopompo (fr. 232 in F. H. G. 
M I p. 317) e di Pirrandro (fr. 2 in F. H. G. M IV p. 486); cfr. Idstin, 
XVII. 3; Pi.uTARCH. Alex. 2. Cosi Alessandro, parente dei Greci e dei Troiani, 
dovea pacificare V Asia è 1' Europa. 

1441. -- Alessandro era tesproto, e cioè epirota. per parte della madre 
Olimpia, e macedone per parte del padre Filippo. La città di Calastra, già 
ricordata da Ecaleo come tracia (fr. 116 in F. //. G. M I p. 8) giace^'a sul 
golfo Termaico presso il fiume Axios (Strab. VII. 33(\ '20 sgg.); onde venne 
considerata come città macedone (Plutar«:h. Alex. 49). Licofrone dice Cala- 
streo per Macedone. 

1442. — Se ammettiamo che i w. 1446 sgg. si riferiscono alla conqui- 
sta della Persia compiuta da Alessandro, necessariamente dobbiamo reputare 
che qui, al v. 1442, il poeta voglia alludere ad altre gesta del Macedone. Io 
intendo, infatti, che nei vv. 1442-1445 si accenni all'assoggettamento delta 
Grecia da parte di Alessandro. Egli, come greco, diventa signore della Gre- 
cia, come asiatico, d'origine troiana, s' impadronisce della Persia (vv. I44^>- 
145»^); cfr. n. al v. 1435. òójiov ó^'puv è pertanto il paese dei Greci, pa- 
renti di Alessandro, discendente di Eaco. Licofrone con linguaggio figurato, 
come al solito, dice che Alessandro abbatte la casa dei suoi parenti già ca- 
dente, per significare che s' impadronisce della Grecia : e paragona questa 
ad una casa cadente perchè già avea ricevuto il primo colpo da Filippo, il 
padre di Alessandro: l'indipendenza dei Greci, che già declinava dopo la 
battaglia di Chcronea (338 a. C.) ora finisce del tutto. Probabilmente poi 
qui il poeta ha presente la sorte di Tebe, distrutta da Alessandro (a. 33.'>> 
il quale si dovea considerare come parente dei Tebani, una volta ammesso 
che discendesse per la linea paterna dall' eroe tebano Eracle (Plltakch. 
Alex. 2). Escludiamo quindi che qui si parli della Persia. Cfr. n. al v. 1435. 

1443. — '.\pjsto>v cfKÌyLou;: i capi dei Greci o delle città greche. Argivi 
son detti i Greci, come spesso nell'epopea omerica. Escludiamo anche qui l'al- 
lusione ai Persiani, detti argivi in quanto si vantassero discendere dall* argi- 
vo Perseo. 

1444. — Comunemente si è detto che il * lupo di Galadra , sia la stes- 
sa persona che il * leone „ del v. 1441, cioè Alessandro, nel senso che que- 
sti costringesse gli Argivi a sottostare al suo scettro; ma ciò è semplice- 
mente assurdo: il lupo e il leone indicano due persone diverse. Dopoché 
Alessandro ebbe affermata la sua autorità in Grecia e dai Greci si fece 
eleggere generalissimo, iniziò la spedizione contro la Persia (a, 334) e in 
Europa lasciò il suo generale A